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Archive for marzo 2009

Pronto soccorso

crisi d'astinenza

"Pronto soccorso, dica…".
"Buonasera… mi scusi… ma è un caso urgente…".
"Sintomi?".
"Tremore, vertigini, profondo abbattimento… perdita dell’equilibrio, sudorazione delle mani…".
"Le pupille?".
"Mi sembrano dilatate… lo sguardo è vacuo… ".
"Da quanto non assume la sua dose?".
"Mah… saranno tre settimane… ".
"Allora la cosa è seria: crisi d’astinenza severa… arriviamo subito, signora… ".

La donna riattacca il ricevitore, si volta verso la figura semisdraiata sul sofà: "Dai, resisti, stanno arrivando…". Si china a detergere la fronte madida, coglie un barlume di sorriso sul volto stremato.

Pochi minuti dopo suonano alla porta.
"Eccoci signora, dov’è la paziente?".
"Lì, sul sofà".
"E’ pronta per il trattamento?".
"Stavo allacciandole le scarpe… ".
"Facciamo noi, stia tranquilla".

Con gesti asciutti e professionali gli infermieri preparano la stanza.
"Esca, signora, ci lasci lavorare".
"Ma non posso… assistere?".
"No, mi spiace. Questioni di privacy".
Si volta e lascia la stanza, una smorfia di disappunto sulle labbra.

Il primo infermiere fa scattare qualcosa, lo sportellino d’un lettore. Il display s’accende, onde colorate si muovono sinuose. E’ Pugliese. La Yumba. Il ritmo pulsa come un cuore.
La donna sul sofà ha un gemito soffocato.
Il secondo infermiere la afferra, la solleva, la stringe in un abbraccio medio, le teste a contatto in un punto preciso, la mano destra di lei, molle, priva di volontà, che si rianima appena nella mano di lui. I piedi cominciano a muoversi lungo la musica, un filo tiene tutti e due lungo un asse che finisce nel lucernario della soffitta, sulla luna o chissà dove altro. E’ una camminata, lineare e ritmica, con l’accento che li anticipa e li attende sul primo e il terzo tempo: la donna fa un respiro profondo, la punta del cuore le solletica la gola. Il sangue torna ad affluire sulle guance spente.
Camminata, un ocho atràs leggero, lei entra nelle anse infinite, va via e ritorna, e ancora. Lui la stringe appena: è la musica a tenerli assieme, a modellarli l’uno per l’altra, a creare i pieni e i vuoti, lo spazio intorno, il percorso dipinto con qualche argento invisibile sul parquet.
Armoniche invisibili salgono e scendono, e regolarizzano il battito di lei. Il sistema simpatico e parasimpatico reagiscono al quattro quarti, al respiro d’acciaio dolce del bandoneon. La melodia si nasconde, compone essa stessa un ocho atràs infinito, va e ritorna, e ancora.
Gli occhi della donna ora cominciano a brillare di luce propria: il principio attivo, quello che chiamano col nome intraducibile di “yumba”, si diffonde lungo le vie del sangue, risale i ricordi, i polpastrelli, le guance, entra nelle iridi, tocca i lobi, dissipa le malinconie, aizza i desideri, s’addensa nell’ombra delle ciglia, nella fossetta del giugulo, nella linea dei fianchi e delle reni. Invisibili anticorpi – un lunfardo del pentagramma – si diffondono a intervalli regolari, e ora la donna è forte abbastanza: un giro, una sacada. Entrano a tempo i battiti, i tacchi, le intenzioni, i tasti bianchi e neri, l’assenza reciproca che va e torna, come un ocho atràs dell’anima.
La musica fluisce, la donna respira. Lui le sente il polso e le comanda subito un voleo. Lei esegue come se ne andasse del concetto di volo, di tutta la leggerezza interrotta del mondo.
Quando la musica finisce l’ombra torna a posarsi nuovamente, lieve, nel tinello. Pugliese s’aggiusta gli occhiali sul palco del teatro di Buenos Aires, a centomila chilometri e un secolo da lì.

"La crisi è passata: sta bene, adesso".
"Ma… un’altra dose… magari una milonga…".
"Signora, ci scusi, ma abbiamo molte chiamate questa sera: la milonga un’altra volta. Ora stia tranquilla… è fuori pericolo".
Cambiano le scarpe ed escono in fretta.
La donna sospira forte e siede sul sofà. Il piede destro batte ancora un piccolo pique.

In verità, ho sempre desiderato un Pronto soccorso tanguero, copertura h24. Li vorrei chiamare quando sono in astinenza pesante, quando il tango scarseggia e il voleo non galleggia, quando l’ammorbo infuria, il bailarin manca e sul ponte sventola milonga bianca. Loro vengono lì, ti portano un tango d’emergenza a domicilio, e tu puoi respirare: protocolli di base con Di Sarli, o Pugliese quando è necessaria la rianimazione. E milonghe nei casi disperati (lo sanno tutti che “Morena” risveglia pure i morti).
Una bella ronda della ronda, che semina ochos di pace e sanità mentale nei tinelli, negli androni, sui parquet. Un Tangueri senza frontiere, un’Emergency da fare invidia a Gino Strada.

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Pedro Cano, autore delle città invisibili, qui con Presencias. MI pare ci stia anche meglio

La città brutta cresce ogni giorno.
Perché la bruttezza ha bisogno di moltissimo spazio. Preferibilmente vasti spazi un poco diroccati, o meglio incompiuti: la bruttezza si compiace del non-finito, del perpetuo, del provvisorio. Muri sgranati, attrezzi, tubi accatastati.
La città brutta è vasta, spessa, persistente. Aggiunge ogni giorno nuovi quartieri, perché è avida e affamata, e soffre d’un incontenibile bisogno d’allargarsi, di cancellare.
Abbiamo perso quasi tutto il litorale: una lunga striscia grigia di cementi screpolati, di capannoni, di cavalcavia cadenti sotto i quali le carcasse d’auto diventano ruggine salina, e di notte ospitano falò, segreti, copertoni rubati.
Il mare azzurro acciaio torna a vedere di continuo, e sbatte sempre sui ciottoli di palazzina, i sanitari sradicati, i pali della luce. Montagne di rifiuti in cui qualcuno scava case, giacigli, stanze nascoste di miserabili tesori.
Ma non è certo quello, il cuore della città brutta.
Il cuore sta nei quartieri di nu-o-va-es-pan-sio-ne-re-si-den-zia-le (la città brutta comincia dalle parole): i condomini di vetrocemento coi cancelli dentati, i terrazzi chiusi come trincee, i cortili piastrellati. Scendono dalle dorsali dei colli, s’infilano negli spazi cavi dei rioni antichi, si sopraelevano per magia spuntando dalle mura vecchie e sostituendosi alle terrazze, agli abbaini, ai sistemi poetici di resistenza delle case basse.
Perché la città brutta è combattiva e feroce.
La città bella invece è effimera, pigra, fatalista. Si contenta di manifestarsi casualmente, avvalendosi del suo potere ubiquo, sfuggente e immateriale: qualche volta puoi ravvisarla persino dentro la città brutta, in forma di riflesso, profilo d’ombra, miraggio.
Nella piazza del Municipio, lontano dai faretti incastonati nel selciato che ti fanno male agli occhi, lontano dalle transenne municipali, almeno due volte al giorno i ficus magnolidei preistorici disegnano la loro mappa di sopravvivenza: ombra luce luce ombra. Trame nascoste che affiorano e dentro le quali puoi camminare, avvolto nel loro respiro aromatico e primordiale.
E in certe mattine, quando svolti dal curvone, lo Stretto d’oro puro si specchia nei vetri e invade tutte le case con un bagliore persino vittorioso.
E gli archi delle case fasciste, i loro mascheroni di pietra candida, hanno una compostezza, un nitore che si disegna perfettamente dentro l’azzurro.
Per non parlare delle epifanie e dei miraggi che qualche volta, se sei fortunato, appaiono agli incroci, nell’aria tremolante dell’afa o in mezzo alla sottile pioggia monsonica.

La città brutta ora pretende gli alberi: ne hanno già tagliati cinquanta, pini marittimi che bordavano la circonvallazione. Il loro lamento acuto e persistente, il loro fantasma di resina ora assedia la strada e le notti. I loro tronchi d’un colore atrocemente vivo spuntano dall’asfalto rimboccato, e la città brutta ne è ancora infastidita: tolgono spazio ai parcheggi, alle mandrie meccaniche, ai cassonetti. La città brutta srotola le sue strade di pessimo asfalto, sparge catrame e anidridi carboniche, ossida i metalli del ricordo col suo respiro d’ammoniaca.
La città bella perde continuamente pezzi, che lasciano memorie inconsolabili dentro i pochi che sono capaci di abitarla, la città bella, di tanto in tanto.
Certe mattine, quando la città brutta non s’è ancora svegliata, dal balcone puoi guardare gli infiniti, microscopici punti della città bella, vecchi e nuovi, scomparsi e scampati: il Monte di Pietà, quello prima del 1908, con la scalinata doppia, il vecchio Ospedale dal muro bugnato, i nidi di rondine, i cipressi, i villini svizzeri avvolti nella vegetazione implacabile, il lungomare pettinato, l’acqua blu del bagnasciuga, le chiome favolose che spuntano dal recinto dell’Orto botanico.
La città bella abita ancora dentro nomi, recinti, dolci, usanze. E’ multiforme, per grazia degli dei. S’accontenta di poco. Anche solo una finestra dai vetri colorati, un rampicante, un riflesso.
Anche se a volte – ma molto raramente – è persino rapace, la città bella: il capannone della concessionaria abbandonato è stato preso dalle bouganville, dalle palme giganti, dai cespugli d’un tenace pitosforo cittadino. Ora è un regno compiutamente vegetale, in cui un qualche potere antico ha manifestato la sua supremazia. Per non parlare dei tigli, quando si svegliano dal loro sonno biennale: sobillano i corpi e i cuori anche per un mese intero, prima d’addormentarsi di nuovo.  Attirano le api, spaccano le nostalgie fino a cavarne il nocciolo duro.

Forse solo i gatti sono capaci d’abitare simultaneamente le due città: saltano secondo loro percorsi misteriosi, alzano i musi, seppelliscono nel segreto delle loro pupille d’oro le immagini labili, inconoscibili, della fuggitiva città bella.

Sono molto turbata: gli alberi tagliati, con grande pompa municipale per fingere efficienza, e ora l’annuncio sulla follia del Ponte. Tanto lo sappiamo tutti come andrà: apriranno cantieri su cantieri, movimenteranno terra e speranze dei disoccupati, e lasceranno voragini inguaribili. E Scilla, e Cariddi, e i miracoli di bellezza quotidiani in cui si esibisce inutilmente lo Stretto saranno ancora un po’ più mortificati, cancellati, rinnegati. Sono turbata, offesa e mi sento impotente.

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i confini che disegnano invisibili prigioni
Mi sembra che sia urgente ricordare a noi stessi quale sia il confine dell’inaccettabile, dal momento che c’è chi quel confine, millimetro per millimetro, lo sposta ogni giorno un po’ più in là.

IO NON ACCETTO

– di sentirmi dare della "privilegiata" perché ho un lavoro

– di sentirmi una privilegiata perché ho un lavoro

– di assistere al taglio degli alberi (pini marittimi) nella strada perché danneggiano l’asfalto

– di considerare i rumeni il vero problema di questo Paese

– di lodare Alfano

– di sentire un’affermazione e, mezzora dopo, la sua smentita

– di considerare letteratura il manufatto cartaceo che vende di più

– di considerare musica la canzone più televotata

– di considerare spettacolo quello che alza i pollici (o gli indici) d’ascolto nel Colosseo (l’alzata di medio non è, purtroppo, contemplata)

– di dovermi vergognare della mia (occasionale) competenza

– di essere indotta ad avere paura

– di pensare che un ex principe d’una invereconda ex casa regnante possa diventare in tre settimane un ballerino professionista

– di vedere bugie che nemmeno si preoccupano di camuffarsi di verità

– di avere spazio solo se compro qualcosa: nemmeno sul web esistono panchine, sono solo i sedili d’una pizzeria all’aperto (questa è per Beppe)

– di comperare una brioche al prezzo spaventoso di sessanta centesimi (ovvero, se non ve lo ricordate più, ben milleduecento lire: qualcuno s’era mai azzardato, ai tempi poetici e decimali della lira, a far pagare una brioscina vuota 1200 lire?)

– di sentirmi dire che dovrò stringere la cinghia e la colpa è del destino cinico e baro e recessivo

– di sentire che qualcuno ha proposto seriamente di costruire una centrale nucleare in Sicilia, sulla faglia di Augusta

– di dovermi preoccupare per la tenuta della Costituzione

– di dovermi preoccupare per il dopo-Napolitano

– di vergognarmi d’avere come governante un Gino Bramieri basso

– di non avere nulla da opporre, nemmeno un’opposizione

– di accettare la prevalenza del brutto, solo perché è condiviso

– di fare del cinismo una forma di simpatia

– di avere fiducia cieca nelle maggioranze

– di scambiare il superficiale per "semplice" e "sincero"

– di non accettare la complessità perché è imbarazzante e socialmente scorretta

Naturalmente l’elenco può continuare per un pezzo. Anzi, continuatelo voi (non accetto nemmeno di non condividere, infatti).

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