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Archive for ottobre 2012

Le elezioni in Sicilia cominciarono con lo scirocco, che fece la sua campagna elettorale per tutta la notte prima, soffiando arraggiato sullo Stretto: votate per me, sono uno nuovo e so fare pulizia, soffiava, sollevando le cartacce eterne di Messina, la città dove il vero netturbino è sempre il vento. Negli angoli vorticavano i santini di tutti i colori, stampati in milioni di copie e buttati via dai finestrini delle auto, dai balconi, dalle tasche. Lo scirocco li mescolava, e non si capiva più chi fossero i candidati di cosa, come sempre.

     Io voto per te, gli gridò da sotto Colapesce, il siciliano più fregato della storia, lui come milioni di altri che reggono sulle spalle il peso intero dell’isola incrinata e in bilico senza potersi muovere, mentre squali, sirene, meduse bromi e barracuda gli passano vicino e gli sussurranno: aspettami, sto venendo ad aiutarti, torno tra cinque minuti, ora ho da fare. Tra loro ci sono ex sindaci con la faccia da topo, ex presidenti di provincia con la barbetta caprina, ex presidenti di regione e figli di ex presidenti di regione con la faccia di buon bronzo levigato. E ancora inquisiti, indagati, condannati in primo grado, passati in giudicato senza mai essere stati davvero giudicati dalla gente. E portaborse, faccendieri, spicciatori di pratiche, amanuensi, procacciatori, paraninfi, cucchiaviddichi, causettirussi, recuperatori di crediti, finanziatori, raccoglitori di “contributi spontanei per gli amici in carcere”, funzionari, forestali senza foreste, amici degli amici, cumpari e cummari, cugini e quacquaracquà.

    Io voto per te, gli gridò dal suo parallelo africano Ortigia, la luna di pietra porosa che sta più a sud di Tunisi, nel mare colore del ferro e dei pontili. Ma devi venire a spazzarmi via i fumi tossici del petrolio, aggiunse, che non si fa mai niente per niente. E che mi dai in cambio, le chiese lo scirocco. Ho un sacco di voti, rispose Ortigia, indicando i parapetti barocchi, i santi e gli dei appollaiati come aquile o angeli in tutti i pinnacoli di pietra, i caravaggi che si staccavano dalle pareti e tingevano di nerofumo l’acciottolato. Allora va bene, rispose lo scirocco riprendendo a soffiare equanime.

  Io non voto per te, gli urlò invece il vulcano, che poi è femmina, l’Etna, la chiamano ‘a muntagna perché è una grande madre e alterna tragedia a fertilità, come sempre fa l’isola. Noi vulcani non siamo d’accordo, incalzò Stromboli, che invece è maschio, e per tutti è “Iddu”, e state attenti se lo volete votare a scrivere giusto nella scheda, “Iddu”, come certuni che non si nominano nemmeno ma tanto tutti lo sanno chi sono, perché sono come i vulcani, che tutti vivono loro addosso e devono essere pure grati, che a ogni momento potrebbero alzarsi e rivoltarsi e distruggerli. Il vero potere, in Sicilia, è quello di dentro, nascosto come la lava, implacabile.

  Noi non votiamo per il vento: è troppo mutevole, oggi sta con la destra e domani con la sinistra, dicevano i vulcani che pensavano alle crocette e alle crocchette e a che ti serve essere un galantuomo e rischiare la vita e restare sotto scorta per anni se poi ti metti coi gattopardi di sempre?

  E voi, voi per chi votate, chiedeva lo scirocco ai siciliani invisibili, che oltre a Colapesce inchiodato al suo dovere sono i Centimani (o Ecatonchiri, che qui siamo rimasti greci, nei nomi e nei miti e nello spirito immenso eppure scettico) e i Giganti ribelli incatenati sotto l’Etna. Liberaci, e te lo diremo, ruggivano quelli, finiti dove finiscono da secoli i ribelli: incatenati nelle segrete, mescolati al cemento dei pilastri, presi a colpi di mitra a Portella della Ginestra, freddati con un colpo solo dietro la trazzera, spariti senza lasciare traccia, sepolti nell’oblio, nel silenzio, nell’humus dei campi seminati a dolore.

  Noi votiamo per te, da tutta l’isola gridavano i fichidindia, che sono ciascuno una piccola sicilia coronata di spine, una polpa di paradiso difficile da raggiungere, con una corazza che scoraggia i superficiali e i deboli di cuore. Aggrappati alla terra, refrattari ai concimi, caparbi, ornamento e alimento dei re straccioni: i fichidindia erano il primo partito senza saperlo, senza nemmeno volerlo. Come il popolo dei colapesce silenziosi, sommersi, intenti al loro compito senza sollevare lo sguardo.

 I morti di tutta l’isola premevano la fronte gelida contro il vento: gli assassinati, i sepolti vivi del 1908 – quando tornerà, perché tornerà e lo sappiamo tutti, il terremoto è sicuro di trovare un’accoglienza ancora migliore, grazie ai palazzinari edificatori in sabbia, agli assessori senza scrupoli, alle commissioni chiuditrici di occhi, ai trivellatori e cementificatori del Ponte di bugie – gli zolfatari morti come topi, i contadini, gli agnelli sacrificati, le vittime trasversali, i testimoni scomodi, quelli che si sono trovati sulla linea di fuoco (la Sicilia sta sulla linea di fuoco da secoli e secoli). Voi per chi votate? Chiedeva il vento, e loro mormoravano qualcosa con la fitta voce di ombre: votavano i morti come loro, Falcone e Borsellino e il grandissimo Peppino Impastato e Placido Rizzotto e Boris Giuliano. Ma che votate a fare per i morti? chiedeva lo scirocco, e loro rispondevano: sono più vivi di tanti altri, e dicono cose.
E le cose che i morti dicevano si sentivano per tutta l’isola, ma a una frequenza assieme più bassa e più alta, e solo alcuni li potevano e li volevano sentire: la radio dei morti arriva dappertutto e da nessuna parte.

  Noi, noi vogliamo votare per il rinnovamento, dicevano le mummie dei Cappuccini e di Savoca e le ceneri di Pantalica e di altri santuari ipogei di tutta l’isola, che arrivavano col passo strascicato e gli occhi penzoloni e la pelle conciata dai secoli: noi siamo il rinnovamento, ripetevano dalle mandibole legate col filo di ferro. Noi vogliamo cambiare, dicevano con loro i feudatari, i valvassori, i latifondisti, i vicerè vecchi e nuovi, dei palazzi mangiati dal salnitro e delle palazzine circondate da telecamere e guardaspalle.

  Attorno all’isola, passeggiavano nervosi i gattopardi, di destra e di sinistra: gli ex sindaci delle città mortificate, gli ex assessori che si lasciano dietro solo macerie, gli ex notabili, gli ex funzionari che non vogliono mollare l’osso. E tu gli dici: ma perché dovrei votare per te, ancora? E lui ti fa la faccia sofista: perché sì. Il voto tautologico. Tautoillogico.

 Io, io voto per te, arrivava di corsa il ciclope col suo unico occhio cieco, come quello di tanti altri cittadini elettori, accecati dai loro piccoli interessi, la veranda condonata, la casa sul greto, il posto di precario per il figlio, la liquidazione, il permesso per costruire sulla collina franosa, e a volte ancora meno, la bolletta pagata (nei giorni scorsi qualcuno ha pagato migliaia di bollette di luce e gas per i ciclopi ciechi di tutta l’isola), il pacco di pasta, il buono per la benzina.
Colapesci e ciclopi ciechi si dividono miseramente l’isola in parti uguali, e questo è niente rispetto a come se la dividono quei deputati lì, quei novanta che è il numero della paura.

Oggi vai a votare, elettore siciliano. Perché se non vai, dai ragione agli altri, e questo un siciliano di solito non lo permette. E stai attento a non votare gattopardi, ciclopi, venti di scirocco che oggi soffiano di qua e domani di là, fascisti mascherati, fascisti smascherati, ex amministratori che non possono portare fatti ma solo misfatti o disfatti, inciucisti, bugiardi, soprattutto bugiardi. Ti prego, fallo per tutti i colapesce che stanno lì sotto, a tenere tutto sulle spalle, sopportando tutto, senza lamentarsi mai.

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