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Archive for febbraio 2012

Umano e disumano

Umano qualche volta si ferma, si dice “sei un cretino”, torna indietro, qualche volta si scusa, sempre si vergogna. Disumano ha sempre ragione.
Disumano chiude gli occhi ogni volta che può.
Umano sostiene lo sguardo, anche per anni interi.
Disumano di solito comincia nel proprio baricentro, e finisce lì. Umano è talmente vasto che a volte gli sembra di non avere confini, e si sente assurdamente molteplice e solo, ma poi gli passa.
Umano è impuro, pieno di dubbi. Disumano nutre solo certezze, come pirañas nella vasca.
Disumano ti dice che non può pagarti quanto dovrebbe, ma mica perché lui è cattivo: sono le multinazionali, che lo pagano poco per le sue arance, così è meglio che ci perdi tu. Le arance, che sono molto umane, tacciono, sugli alberi.
Disumano divide il mondo in mercati che funzionano e mercati che non funzionano. Umano va a comprare lì, e non gli bastano i soldi. Disumano allora dice a umano che deve aumentare la produttività e fare sacrifici. Umano stringe i denti e la cinghia, ma a volte non perde nemmeno il cuore. Il cuore umano è molto molto grande: può prendere interi isolati. Ci sono case con tutti i cuori appesi fuori dalle finestre, o nei terrazzi condominiali, o nelle aiuole: i giardinieri del comune stanno attenti, quando tagliano l’erba. Anche se, si sa, un cuore umano può essere tagliato anche molte volte, ma ricresce uguale, e pure di più.
Il cuore disumano è dubbio che esista, come certe ossa antiche nelle ali degli uccelli: è più una reliquia anatomica che un organo. D’altronde, nemmeno il cuore umano è, strettamente, un organo: è più una struttura, un esoscheletro, un processo digestivo e metabolico, un arto e un’arte. Il cuore umano è opponibile: si oppone, quando qualcosa turba il delicato equilibrio enzimatico della giustizia e dell’amore. E’ infatti capace di indignazione, che è una facoltà tipica del cuore umano, e di pochissimi altri organismi viventi e qualche volta morenti.
Disumano, per capriccio, a volte vuol comprarsi cuori umani, ma non gli riesce mai: sono tutti falsi fatti a Hong Kong, da operai umani che ridono come pazzi.
E’ dubbio se si possa nascere umani e diventare disumani, e viceversa, ma gli umani sono tutti convinti che sì: che umani sarebbero, se non credessero fermamente che l’impossibile è necessario? L’impossibile a volte li premia, e accade, perché anche lui è umano.
Disumano conta, calcola, divide, moltiplica ma soprattutto sottrae. Umano condivide: la somma è sempre zero. Zero è un numero molto umano, infatti.
Disumano si fa gli affari suoi, per umano tutto il mondo è affar suo. Che fatica, essere umani.

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La micizia

La micizia è quando ci comprendiamo perfettamente, noi comunità costituita da donna e miciazze, e a volte da donna, figlio di donna e miciazze, senza bisogno di traduzioni: il felino è come il greco antico, una lingua perenne forgiata da popoli più sapienti e probabilmente mai estinti, a nostra insaputa. Si esprime in gesti, sguardi, carezze che muovono pellicce e vibrisse, a volte ancora meno: correnti di elettroni dal loro pelo alla nostra anima elettrica.
La micizia è quando dormono ai piedi del letto, i corpi caldi perfettamente ellittici – ché i gatti non perdono mai di vista l’armonia dell’universo, e tendono a ripeterla – e tutto il letto, la stanza, la casa prendono posto nel continente smisurato del loro sonno di felini, e non sono il letto la stanza e la casa che li contengono ma ne sono contenuti: abitiamo i gatti, per nostra fortuna, quando siamo ammessi così regalmente nello spazio vasto e misterioso del loro continente gattonirico.
La micizia è un legame inspiegabile col linguaggio degli uomini e forse dei cani. Solo le donne possono cercare di dirla, e comunque la sanno, in virtù del loro legame naturale coi legami di sangue e anima, con le mutue relazioni di cura e conoscenza eppure mistero, coi patti di vita e di morte del tutto invisibili agli occhi.
La micizia ha anche a che fare col senso dei luoghi: i gatti sanno custodirli, proteggerli da cose più oscure che stanno dietro altri schermi della realtà, altre bucce persino splendenti. Loro sanno, quando una giornata di sole è anche altro, e drizzano il capo e seguono con occhi d’oro i movimenti segreti delle altre creature che, di nascosto a noi, condividono il nostro cosmo.
La micizia è un dono prezioso, come sa chiunque possiede un gatto. O meglio, ne è felicemente, perdutamente, inesorabilmente posseduto.

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Mia madre e la Szymborska saranno pessime vicine di casa, troppo simili, troppo difformi. La tranquilla saggezza dell’una irriterà il caos veggente dell’altra,  e viceversa: si contenderanno comete, maggiolini, gambi di sedano. Ciascuna coverà risentimenti, e stenderà i panni come fosse una guerra, una piccola guerra di posizione: la calabrese furente, la polacca senza limiti. Vicine di casa sui balconi e tra i paesaggi un po’ sfocati dell’eterno (“Tutto qui?” avrà pensato Wislawa disfacendo i bagagli – pugni di sale, inchiostri, istantanee di nulla, ombrelli smarriti,  mezzi biscotti, catene di pi greco – e poi: “L’avevo detto, io, dove c’è il Tutto c’è l’inganno del nulla, dietro l’angolo”).
S’ignoreranno, per un po’, incuriosite e stizzite da quella convivenza stretta: i cieli sono angusti, e sempre più affollati, e quando sei anziana i mezzi pubblici sono difficili da raggiungere. Dovranno condividere tramonti opachi, albe a casaccio (li mettono su per non disorientare i morti, ma l’Ufficio Meteorologia per lo più studia sui quadri impressionisti, mentre sarebbe assai meglio una copia qualsiasi di “Oggi fotografo io”), tazze di zucchero, torrenti, mattine di Natale (in cielo è Natale ogni due settimane, per decreto).
Eppure, le piccole cose correranno spontaneamente nelle loro mani, i piccoli animali, gli scarti della creazione – papere a tre zampe, meduse volanti, alligatori vegetariani, panda microscopici, cugini con sei dita – si rivolgeranno a loro.
Dalle loro cucine all’unisono si leveranno profumi che raccontano ogni cosa: cucinare è come scrivere, è chimica dell’anima. Mia madre aggiungerà più peperoncino, Wislawa spezie che non so pronunciare. Tutte e due il loro ingrediente segreto, comune.
La Vita passerà a prendere una tazza di caffé, la Morte le guarderà dal bordo del prato, agitando la mano: risponderanno al saluto senza nemmeno pensarci. Non c’è vita, dopotutto, che almeno per un attimo non sia immortale, e loro due – mia madre e Wislawa – ne sono la prova persino adesso, così distanti e perpetue, così ineffabilmente presenti, scritte, ricordate, intrecciate al nostro telaio d’aquilone, al nostro incannucciato di carne, pensiero, frattaglie.
Saranno buone vicine, dopo un poco: scopriranno che entrambe parlavano con dio, e lui rispondeva allargando le braccia. Scopriranno che tutte e due sapevano recidere i fiori con un solo sguardo, e si guardavano bene dal farlo.
Mia madre racconterà di quando incontrò il soldato tedesco morto nel fosso, gli occhi celesti pieni d’acqua e di sorpresa – lo stupore dei morti, la meraviglia dei morti, l’incredulità dei morti: “i più zelanti ci fissano fiduciosi negli occhi/perché secondo i loro calcoli vi troveranno la perfezione”– e si sentì su quell’orlo, sul quel bilico in cui stai per comprendere la legge del Tutto e del Nulla, il loro invisibile equilibrio che passa per il tuo centro, qui nel petto, dove pulsa la stessa parola, come nelle tempie e nei polsi: sì sì sì sì. Le parlerà dell’identica sensazione davanti allo Stretto, che lei, solo lei sapeva suscitare, ogni mattina, appena prima dell’alba, dal terrazzo.
Wislawa le descriverà la coerenza d’una cipolla, anche una sola, con un solo gesto allineerà nel giardino un osso di dinosauro e un cappuccio di penna bic, le parlerà diffusamente di bosco misto, lavorìo di talpa e vento.
Tutte e due beffate e tradite dalla vita che, sotto forma di altra vita, era cresciuta loro dentro, inestirpabile e, parliamoci chiaro, nemmeno chiaramente distinguibile da loro stesse, e quasi impercettibile tra tutti quei bulbi, baccelli, antenne, pinne, trachee, piumaggi nuziali e pelame invernale del mondo dei viventi.
Tutte e due ricompensate dalla vita – qualunque cosa fosse, e nemmeno loro lo sapevano, che pure l’interrogavano ogni sera – perché ci sono mani che ancora le amano, che pensano a loro nella forma religiosa delle parole allineate una dopo l’altra, che parlano di loro nel modo pensante delle mani, che le tengono in gioco nel pianeta in preda ai suoi sussulti e contorcimenti e ingorghi.
Ne avranno di tempo, per conversare e dirsi d’accordo, ma tacitamente, da buone vicine che s’apprezzano ma pure si disapprovano: “Com’è esagerata” penserà Wislawa, perché non conosce, non ancora, la parola calabrese “tragediatura”; “Com’è
affilata” penserà mia madre, patendo un poco lo sguardo della polacca, che non tollera veli: lei che non credeva nella poesia dovrà ricredersi, e le costerà moltissimo. Wislawa si sentirà rassicurata: mia madre non ha mai scritto una poesia in vita sua. “In molte famiglie nessuno scrive poesie… a volte la poesia scende a cascate per generazioni, creando gorghi pericolosi nel mutuo sentire”.
Due donne orgogliose, enormi, persino imbarazzanti per dio, che fingerà di passare per caso da lì solo per dare un’occhiata, e sentirsi sempre un po’ sorpreso, vedendo dove possono arrivare, queste mortali dalla testa dura e il cuore avido, così immerse nei grandi numeri senza perdere il vizio della singolarità.
Guardandolo che si gratta la barba le due donne si daranno di gomito e alzeranno la tazza in un brindisi. In silenzio. Perché persino l’eternità, per quanto lunga, sarà sempre breve. Troppo breve per aggiungere alcunché.

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