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Archive for agosto 2005

LA CASA-ALBERO

l'albero rosso 

 La casa sorge sull’albero, o forse è l’albero. Un sistema articolato di funi, carrucole, corde e liane collega il sopra col sotto, e l’altrove con l’attraverso. E’ una casa dove i passaggi obbligati sono stati distribuiti in più livelli, secondo le ispirazioni concave o convesse del tronco che sostiene – o è – la facciata.

 In ogni momento c’è qualcuno che lega un paniere, appende panni, fa scendere con cautela un peso, tira su qualcosa. La casa è un sistema di scambi, come avviene nell’albero, nel dialogo liquido e ininterrotto tra radici e foglie, tra il fuori secco – cosparso di messaggi di polline, attraversato da scie di insetti volanti, da una polvere di spore, semi, frammenti – e il dentro umido e venoso – la terra che si scioglie in succo e ascende, tirata dall’alto, dalla sete delle nervature che vogliono spingere il loro dentro di nuovo fuori, sotto il sole.
 Anche la casa ha il suo verde, ma interiore e come nascosto, fiorito da tutto il nutrimento che si fa passare nelle ceste, nei cartocci, nei fiaschi e nei fogli che arrivano dentro da fuori, dal fuori ricco eppure povero, sterminato eppure desideroso d’essere diviso, organizzato in celle, stanze, passaggi del dentro, dove non si fa che progettare come addomesticare, attrarre, maneggiare il fuori: la spinta e la corda, la cesta e la ciotola, la gabbia e la scatola.

 Chi scelse l’albero per fare la casa forse sapeva che la casa, come l’albero, è sempre un confine sottile tra dentro e fuori, tra l’abbondanza casuale di risorse, occasioni, merci di fuori e l’esiguità dello spazio di dentro, le sue esigenze in forma d’angoli, le sue decisioni ortogonali o oblique, il suo netto senso della distinzione e della scelta.
 Il segreto della casa-albero, di ogni casa, è la sua permeabilità.

perché qui si parla di case, come spesso qui.

e qui si parla delle case lungo lo stradario della memoria: quello in cui gli spazi sono i tempi, o viceversa, e in cui il presente a colori guarda i colori in bianco e nero della memoria.

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nave nera

La qualità del buio di Stromboli: fitta, selvatica, odorosa.
La notte ha una trama sottile, e disegni di gesso sulla pietra. Voci soffocate, anditi remoti, stuoie stese sui riquadri delle finestre. La notte appartiene interamente all’isola, noi siamo ospiti precari, come sulla buccia del vulcano.

Su una parete c’è il disegno d’un geco e d’un vulcano, una linea li chiude e li separa, e c’è scritto "iddu". L’Etna è femmina, è "’a muntagna", ma Stromboli è maschio. L’Etna ha un grembo sterminato e gravido in cui si agitano titani, ciclopi e leggende piene di catene. Soprattutto, ha bocche rosse e fianchi ampi che sono abitati, percorsi, coltivati da secoli: è una montagna prima che un vulcano.
Stromboli, col suo umore iracondo, i suoi versanti sterili, è soprattutto e continuamente un vulcano. In qualsiasi momento potrebbe girarsi su un fianco, rivendicare i duemila metri sottomarini e i pochi chilometri quadri su cui sorgono – timide – le opere umane.
E’ ruvido, eccentrico, enigmatico quanto la sua sciara del fuoco. E’ presente in ogni istante, è l’ombra d’ogni parola, l’altro lato d’ogni gesto. Offre le sue sabbie nere e la sua pietra tormentata a fuoco per le stesse costruzioni che potrebbe inghiottire in ogni momento: è il Limite stesso, l’ammonimento implicito delle forze superiori che qui è – semplicemente – meno sottinteso.
La vita a Stromboli è certamente meno precaria che altrove: gli abitanti sanno, meglio di altri, che più di tanto il vulcano non regge.

Acquacalda è il lato nascosto di Lipari, l’isola come sarebbe se non ci fosse l’immagine dell’isola, il suo eterno ritocco fotografico. Una sola fila di case – tutte uguali: una veranda poggiata su due colonne rotonde (‘e pulera), panciute secondo la memoria mediterranea, e l’interno che è una spugna per distillare l’ombra durante il giorno – un orlo di spiaggia, una strada. Dietro, le distese di pomice e un campagna tenace. Il bianco non è di smalto, ma di polvere: coriacea e triste, Acquacalda fa pensare soprattutto al suo inverno, alla sua interminabile persistenza.
Forse l’odore delle isole, nei rari casi in cui lo si può percepire, è questo: l’odore della pazienza.

Ho guidato un gommone, senza patente e senza rotta. Per almeno quattro minuti e mezzo. Teoricamente non ci sarebbe nulla di più facile, visto che in mare ogni direzione è possibile. La libertà, infatti, è il vero problema.

C’è un villaggio preistorico, su un’altura di Panarea: circoli di pietra che, tremilacinquecento anni fa, erano case. Dritta su una soglia, provo a guardare il mare, che qui riempie l’orizzonte fino all’orlo, e a pensare all’enorme, intricata, trasparente massa di gesti – di paura, d’amore, di rabbia, di conoscenza, di rispetto, d’angoscia, di timore, di pietà – che deve restare ad avvolgere ogni luogo umano. Persino questo, dove la storia prima non c’era, e poi s’è appiattita, al livello dei circoli di pietra, estate e inverno, come una lucertola con gli occhi socchiusi, mentre fuori dal circolo di pietra, più grande, delle isole, la Storia diveniva impetuosamente.
Sento distintamente come non vi sia alcuna differenza: siamo sempre sulla soglia, alle spalle ci gravano cose trasparenti, guardiamo verso un punto incerto, e ci chiediamo qualcosa che non esiste.

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indefinita divisibilità

…no soy de qui ni soy de alla…

Arriviamo che è tutto nero. Nera la spiaggia, nero il cielo dove la luna se n’è andata – era gonfia, bucata e aveva fretta – cadendo dall’altro lato. Nero il mare, nere le colline. Di nero sono vestiti i musicisti, che tendono archetti e girano chiavi con le mani un poco rigide, perché è l’ora in cui il mare respira da sotto i sassi, e la sua rugiada salata si deposita fredda fino alle ossa.
Cerchiamo un poco di calore nella sciarpa di lino attorno al collo, nel legno del violoncello, contro gli schienali di plastica disposti davanti al nero, di fianco al nero, dietro il nero.
Sono le quattro e quarantacinque di ferragosto, non è ancora mattina e forse non lo sarà mai più. Le terre devono ancora decidere a che distanza stare tra loro (ché ogni giorno cambia: oggi allunghi le mani e apri le porte delle case, di cui vedi distintamente il fregio dell’architrave, la pergola di gelsomino, gli stipiti graffiati, domani la Calabria è un mostro addormentato nella nebbia azzurra della distanza e della consuetudine), i tralicci gemelli dalle braccia spalancate sono invisibili, persi nel buio che si fa più fitto, salendo, perché anche le nuvole sono nere, e gli strati alti dell’aria.

…ah la pàmpina di l’aliva, di l’aliva la pàmpina…

Sono le quattro e cinquantacinque e stiamo aspettando, sulla spiaggia nera del Lido Horcynus Orca – che porta il nome d’una bestia mitologica, il cui dorso inquieto sentiamo distintamente sotto le suole – a Punta Faro, che cominci il concerto. Abbiamo freddo, e in fondo temiamo che quel nero sia irrimediabile. Fra le tre e le cinque, d’altronde, il mondo finisce tutte le notti: dormiamo unicamente per non saperlo.

…no tengo edad ni porvenir…

Arrivano altri come noi, che non vediamo bene nel nero, ma sappiamo che hanno anche loro freddo, corda, sale. Paura del nero.
I musicisti parlano tra loro, il violoncello, poggiato in un angolo, lancia fiamme solitarie color cognac, i fogli degli spartiti si agitano pianissimo, perché anche il vento è soffocato dal nero, e gli orli distesi dell’orizzonte sono perfettamente neri e deserti.
Il concerto si chiama “Aurora d’arte”, e promette musiche del sud del mondo. Come se ci fosse, il mondo: guardiamo da una parte e dall’altra, aspettiamo che l’Orca Horcynus vomiti il sole al suo posto, che Cariddi apra un vortice e restituisca il mare, che Scilla rompa a forza di latrati l’ossidiana impenetrabile del cielo.
I musicisti, però, lo sanno, e al segnale convenuto salgono sul palco e s’aggiustano corpi e armoniche (si dispongono convergenti, verso il focolare della musica, il centro che dovranno accendere, mani e corde e fiato). La luce prende posto nello stesso momento, in un punto preciso dell’Oriente, che qui è dietro la costa calabra, tra la torre normanna di Bagnara e lo scivolo delle barche di Chianalea. Il sole, si sa, abita là dietro, che è una conca rocciosa dove stanno distesi i fulmini e volano le aquile. Il sole è prigioniero della montagna primordiale, quella che finge di dormire con le ginocchia nell’acqua.
Non c’è sole, infatti: sono le cinque e dodici e l’alba comincia come un presentimento. Inquieti ci guardiamo, i musicisti si agitano fino a che tutto va a posto, e mentre, impercettibilmente, il nero s’allenta, in una fessura inimmaginabile d’oriente, gli strumenti partono all’unisono.

…veni lu vento la cutulìa, la schimiddìa, cascari la fa…

Chitarra, flauto dolce e traverso, violoncello. Ciottoli, sabbia, acqua. Ora sono le cinque e ventuno ed è quasi certo: il corpo nero del nero sta cambiando colore e forma. La luce è un concetto, uno spasimo, una speranza.
Milonghe, pìzziche, tarante e pàmpine fanno il loro millenario dovere: spingono di nuovo il sole nel suo solco.
Il chitarrista canta in tutte le lingue, i circoli magici del mondo vorticano, uno dentro l’altro. Il nero si spacca, cade a pezzi e viene inghiottito dal mare colore del ferro e del vino. Il cielo si scrosta, cadono grossi pezzi di nero liberando un’aria sottile, interamente nuova. I tralicci gemelli si scuotono il nero di dosso, e tornano a tendersi le braccia. La sabbia rinviene poco a poco, prova velocemente tutti i colori della terra e della pietra, i sassi sulla riva luccicano d’acqua, o forse sono solo appena nati.
La chitarra conosce tutto questo, l’anticipa d’un soffio sulle corde, ma per noi l’illusione è completa: ce l’abbiamo fatta.

…y ser feliz es mi color de identidad…

Navi d’ogni tipo prendono a passare, ora che le terre si sono aperte rivelando un tappeto d’acque: il veliero a due alberi passa sognando, la portacontainer ha il passo dell’isola e arriva, tutta incastellata, fino al tetto del cielo, la nave da crociera passa con centomila occhi, il peschereccio si protende con un becco lunghissimo. La barca tutta ossa e tela, invece, ormeggiata, si dondola. La luce ha ormai preso l’acqua e spande per ogni dove la sua prodigiosa, liquida mancanza di colore.

…ah la pàmpina di l’aliva, di l’aliva la pàmpina, veni lu ventu la cutulìa, la schimiddìa, cascari la fa…

Appena il sole s’annuncia, col bordo rovente che scotta la montagna, il concerto finisce. Sono le sei e cinquantasette e la musica – ch’è andata facendosi sempre più sottile – diventa un filo incandescente, una riga di fumo, svanisce. L’aria è di nuovo piena di se stessa, adesso, non ha bisogno d’altro.

Va bene, stavolta ho proprio esagerato. Ma tanto vado in vacanza: se siete arrivati fino a qui vi saluto, vado per isole e torno fra un po’. Innaffiate i commenti. Baci.

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INCONTRO CON G.

porta sul mare

G. ha una superficie limpida, attenta, cautamente riflettente.
S’appropria della luce con discrezione, così come con garbo porta gli occhiali sottili appesi al collo – si direbbe che c’è una spontanea affinità tra lui e gli strumenti di visione, coi quali, infatti, non ha alcun bisogno di dialogare – e ravvia i capelli brizzolati, disciplinati in mille direzioni diverse da un taglio magnifico, che non rinuncia a nulla – onde, riccioli, ciocche spioventi.
G. porta il bianco come una naturale conseguenza sulla pelle abbronzata, porta uno zaino di cuoio, porta un anello sottile, porta una curiosità troppo cortese per sporgere abbastanza da fare ombra.
G. ha uno sguardo saettante, ma totalmente nascosto. Ha il dono – visibile – di percepire il punto esatto in cui si trova, o può trovarsi, la cifra d’un corpo, un paesaggio, un insieme di forme. Allora scosta con garbo il velo opaco, e indica, e tu non puoi non vedere. Ti stropicci gli occhi, mentre lui torna, con mezzo passo all’indietro, nel suo specchio sommesso.

“Noi abbiamo memoria della sintassi delle foglie, dell’acqua, del legno, dei corpi: è una memoria che ci accompagna”: lo dice scusandosi, ma tutti vediamo sprizzare le scintille, e riconosciamo l’odore di sale, ozono  e nardo dell’intelligenza. In fondo, la sua professione è questa: G. si occupa di sintassi profonda. Dei ritmi ancestrali sepolti nella sequenza di corpi, forme, segni tra i quali ci muoviamo, che prendiamo a prestito per parlare, muoverci, mangiare, esprimerci. Imprimerci.

Nell’incontro breve e lieve devo schermarmi gli occhi, fuggire un poco, scivolare un passo avanti o indietro mentre gli mostro lo Stretto – che ieri era nitido fino a ferire, con la Calabria che potevi contare casa per casa e le correnti docili e uniformi sotto il petto bianco delle navi.
Gli offro gelato di ricotta, caffè con la granita, la facciata di pietra del Monte di pietà, la città a dismisura che si mangia lo spazio e l’aria. Il campanile d’oro finto, un ricordo di rintocchi, il vecchio faro, la nuova fontana.
Ne prendo la fame d’isole, i colombari greci, il fumo sottile delle Camel. Il modo in cui pronuncia la parola “marocco” – la fronte corrucciata per un attimo in direzione d’un imbarco, una possibilità – muove i polsi, fa saggiare l’assenza – momentanea, perenne, involontaria, perseguita – d’artigli. I chilometri, le miglia marine, le tolde. Di certo corda, cartone, ferro e legno: la materia gli parla incessantemente. Non smette di dialogare con lui, a qualche livello profondo di cui nemmeno si percepisce il bisbiglio.
Non è attingibile, invece, in alcun modo la sua riserva di libertà, che G. cela in luoghi esclusivamente a lui noti, lasciando solo che riverberi, come il tramonto da questo lato dell’isola.

I nostri blog, intanto, si fanno lievi tracce di fumo, come gli incendi sulle colline lontanissime: i corpi di rado riassumono le scritture. Le voci, forse. La sua è roca, sinuosa, proveniente da luoghi remoti. Il suo blog spesso m’è sembrato una sciarpa di seta, o di quelle lane impalpabili tessute d’aria. I lembi s’agitano pianissimo al vento. Lui è bravo a restarne lontano, così di corda e di cotone com’è.

Non ho il coraggio d’invitarlo a cena: la sua cortesia mi rende difficile leggere, nei suoi occhi, la mia scrittura, il mio insieme ingombrante di segni, l’ansia che spinge e si dilata negli aggettivi, occupa lo spazio interlineare, gocciola nelle brocche degli avverbi, nel mio modo d’allargare le dita e le vocali, mentre parlo. Anch’io sono vestita di bianco, ma è un vecchio trucco ottico: è più impenetrabile del nero. 

Non mi somiglio talmente che mi viene da piangere. Incontrare gli altri è sempre misurarsi, e trovarsi della misura sbagliata.

Dedicato a G., che sa. E in margine alla discussione su corpi e scritture, su blogger e incontri, su scrivere e fare, in corso da Giocatore qui  e qui.

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stelle a capofitto

Agosto ha una trafittura nel fianco.
Sono le ombre lunghe come spade che raggiungono il bagnasciuga, è la sdraio girata a nord, zitta e blu nel crepuscolo, è un morso di vento. La voce di vetro dello scacciaspiriti appeso sotto l’arco non smette di dirlo, di brina e instabile com’è, e che si muove a ogni alito, a ogni passaggio.
San Lorenzo arriva con la faretra piena di frecce, e ciascuna fa sbocciare un fiore di ghiaccio.

Ci sono state altre notti, in cui le stelle erano d’oro puro, gialle e vicine, la spina dorsale della terra scottava, e noi ci appoggiavamo per lungo, punto su punto, vertebre e sassi. Allora i fuochi ardevano sull’arenile, ogni dieci passi, per divinità oscure di cui percepivamo solo gli occhi distanti e rossi nella notte. Niente poteva impensierirci, nemmeno i desideri che si tuffavano a capofitto – con una coda ardente – dal bordo del cielo. Allungavamo la mano e ne prendevamo uno, o molti, e non ci curavamo se scompariva in una fiammata. Inesauribili, eravamo.

Non era meno eterna d’adesso, la notte d’allora. Ciascuna si dilatava talmente da riempire per intero lo spazio, fino a che il nostro profilo in ascolto toccava le punte delle stelle, e stavamo così, noi e il tempo e il cielo, stretti da non poterci muovere, immensi.
Ora quella stessa latitudine è stretta e profonda come un pozzo. Il tempo ha solo cambiato di forma, è una spada o un cunicolo, ci trapassa per intero, fino al centro della terra. Le stelle sono un poco più lontane, piccole come punti e bianche.
Quando cadono a mazzi, siamo troppo distanti.

Perché è più facile pensare che non sia il maestrale ad allontanarci le stelle, ma siamo noi stessi, più distanti e vecchi, e come da nord.

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ANNA

io nello specchio del mio desiderio

Anna.
Un nome interminabile: da anni ci stipo dentro cose, e c’è ancora posto. Da anni ci giro attorno, e non ne vedo i confini. Meridiani e paralleli vertiginosi vorticano dentro e fuori la sua superficie liscia.

C’è sicuramente un prato, e una scampagnata di almeno ottant’anni fa, quando mia nonna Anna saliva – piena di grazia – verso la gloria primaverile d’un mezzogiorno, ad una latitudine incalcolabile, più a Est dell’Occidente, più indietro della guerra, più avanti dello Stretto, nella Calabria remota e retroversa, la cuccia millenaria dell’animale che dorme nell’acqua bassa, voltandosi ogni tanto nel sonno, come nel 1908.
Nonna Anna aveva un vestito di mussolina bianca, denti abbaglianti, una smemoratezza divina sulle tempie attraversate da vene azzurre. Non sapeva niente, non aveva visto se non l’orizzonte breve del paese, il circolo arancio del sole che cadeva dalla stessa parte ogni sera.

Nonna Anna aveva i vestiti neri di vedova, poi, e una treccia che girava tre volte attorno alla testa, sopra gli occhi che ormai erano pieni d’acqua celeste.
Una volta le incontrai entrambe, Nonna Anna giovane e Nonna Anna vecchia, e altre ancora, Anne della catena ininterrotta: eravamo al cimitero, lei cambiava l’acqua e disponeva i fiori su una tomba. Era chiaramente un incantesimo: quei gesti servivano a tenere il mondo al suo posto. Io vedevo lei, e poi me stessa sulla sua tomba, a ripetere i gesti e l’incantesimo, e insieme vedevo lei passeggiare al braccio mio e di se stessa, prima e dopo, sul prato fuori dal paese e nel cimitero cittadino sorvegliato da cipressi e angeli di pietra. Vedevo gli incantesimi che si ripetevano, come le sillabe, senza fine: non capivo dove finiva il mio nome e cominciava il loro.

Ci ho fatto cadere centinaia di cose, in quel nome. Qualche volta ho scucito un punto, un po’ dell’imbottitura è uscita fuori, l’ho rammendato malamente, ci ho fatto una bruciatura. C’è una macchia di sangue, in un angolo,e faccio sempre in modo che non si noti, ma io so che c’è: se mi guardano, lo spingo indietro, parlo a voce alta, muovo le mani per distrarre gli altri, tenerli lontani da quell’odore di ferro che io sento così bene.

La mia amica del cuore, da ragazzina, si chiamava Anna Patrizia, ma la chiamavano solo Patrizia: Anna era tutto il resto, ed era il nostro patto, il nostro segreto.
Ci incontravamo a metà di quel nome, ben celate agli occhi del mondo, e tutto poteva accadere. In realtà, avevamo solo il battito dei nostri cuori, lì dentro, ma lo prendevamo per il ritmo della terra, lo sentivamo come un suggerimento, una profezia, una scrittura diretta a noi due. Passavamo il tempo – distese all’ombra del nostro nome – a decidere cosa non saremmo state. Non saremmo mai state decorative, ragionevoli, tattiche. Non saremmo mai state azzurre, vigili, misericordiose. Non saremmo mai state caute, diplomatiche, longitudinali. Spostavamo col pensiero gli oggetti dentro il nostro nome, e credevamo che fosse un potere vero. Ma non funzionò mai più, da nessun’altra parte: la chiave non apriva alcuna porta, e il corridoio ci riportava sempre a noi stesse.

Ho spalancato le finestre, di quel nome. Alcune danno su luoghi appropriati, fruttuosi, confacenti. Altre sono cieche. Alcune sono solo dipinte sul muro, ma non sono quelle che amo di meno.

La mia migliore amica, ora, si chiama Anna. E’ la cosa più profonda che condividiamo: un pezzo d’anima – che, come tutti sanno, è un corpo – della stessa sostanza del nostro nome. Qualcosa come un tocco, alla cieca, con invisibili polpastrelli. Uno sguardo senza essere visti, l’odore di una città, il sentimento del mare, il linguaggio segreto dei semi, lo strazio dei compassi necessari, l’esattezza e le lacrime. Sono tutte cose che ingombrano il nostro nome, e se non stai attento puoi dar loro un calcio, entrando. Ma sta’ tranquillo: molte cose sono impalpabili, quasi tutte sono infrangibili.
A volte io trovo qualcosa, camminando al buio in un corridoio, e le dico: "Questo è mio o tuo?", e lei dice: "Tutti e due", ed è così. Allora apro un cassetto a caso, del nostro nome, e lo metto lì, dove potrò trovarlo più tardi, o lo troverà lei, prima o dopo.

Non lo nego: a volte avrei preferito un nome di consistenza cremosa, soleggiato, senza intercapedini. Un nome dove non c’è niente da scoprire, solo qualche ninnolo da spolverare.
Un nome al quale non rischi di bussare e sentire la tua stessa voce che chiede: "Chi è?".
Ma poi mi volto, sorrido, e busso, e mi sento chiedere: "Chi è?", e rispondo – in coro – "Anna".

ps: per l’esimio fuoridaidenti, che aveva chiesto il nome di madame brioche. E per me stessa, poiché mi riconosco ormai irreversibilmente in quelle sillabe: è l’unico nome che non ho scelto, ma mi appartiene per antica occupazione di suolo e d’acque.

L’immagine, quel Klimt di sfarzo orientale ma come ammalato d’un languore tutto europeo, e pure innervato d’una remota arguzia, è Anna come mi piacerebbe che fosse. In uno dei sottoscala del nome, in fondo, ciascuno di noi conserva la propria immagine e somiglianza, per quanto dissimile appaia o sia.

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cantiere fermo

Ci sono una quantità di gru, attorno ai laghi.
Al tramonto girano lentissimamente i becchi, fanno oscillare nell’aria arancione i loro carichi, allungano a dismisura i colli di traversine e ferro smaltato. Gli operai, a quell’ora, sono andati via, e le gru restano da sole a custodire dall’alto le baracche e i recinti di lamiera. Allora si chiamano, voltando le teste aeree al di sopra dei laghi e dei canali, con muggiti bassi che si confondono coi rumori profondi della sera.
Solo occasionalmente qualcuno alza lo sguardo e le vede intente ad abbeverarsi dal cielo, ma non può capirne lo scoramento.
Sono costrette, durante l’interminabile giorno, a servire il cantiere e le sue opere feroci.
Attorno ai laghi si costruiscono ville, condomini, casette a schiera. Attici, terrazze, mansarde, porticati. Dappertutto si sopraeleva, si sottopassa, si ristruttura. Si amplia, si fonde, s’aggiunge, si dilata. Ma soprattutto si sottrae.
Per ogni mattone che si posa, qualcosa viene cancellato irrimediabilmente. Cadono pezzi interi di tempo – stipiti attorno a cui s’era attorcigliato un rampicante, vasi con qualcosa di tombale che marcavano gli angoli, sentieri di ghiaia rimescolata da innumerevoli passi, giardini, filari di viti americane dal grembo sterile, cespugli d’oleandri d’un rosa velenoso, gelsomini dalle voci sottili, acacie, piante di fico con le vene cariche di miele, battenti e parapetti, archi di ferro che segnavano attraversamenti, pozzi, passaggi. I disegni misteriosi dei campi, i loro nomi coltivati attentamente negli anni, le linee di confine tracciate come una scrittura per occhi di giganti o di dei.
Le macchine li divorano con mascelle d’acciaio, trivellando la terra fino alle ossa perché non ricordi se non il frastuono, e riemerga tutta nuova, coperta di maiolica luccicante. Le macchine distribuiscono la democrazia edile e ortogonale che fa piazza pulita di qualsiasi altra cosa.
La sera, poi, si stende scomoda e desertica su cento terrazze di piastrelle, tutte uguali. Splendono all’unisono, cieche, annullando il profilo rosso del tramonto, delle gru.

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