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Archive for dicembre 2008

lui sta arrivando
Siamo stati convocati, ecco tutto.

  Avevo fatto le cinque del mattino perché in qualche modo la notte m’impensieriva, o perché la parte di me che deve mettersi di traverso aveva bisogno di mettersi di traverso. Ma non ci credeva nemmeno lei. Tanto che, alle 9 in punto, la sveglia interiore m’ha svegliata, anche dolcemente. Il mattino era glorioso al punto giusto: invogliava. Chiamava con una sua logica gentile, infinitamente persuasiva.
  Mi sono alzata, senza fretta particolare: l’orologio misterioso, che pure in qualche modo riuscivo a occhieggiare, mi diceva che andava bene così.
Ho preso la nave giusta, che era lì non un momento prima né un momento dopo. Non ho detto niente a nessuno, perché non volevo essere attesa. No, in realtà non volevo cambiare i miei piani. Solo che non sapevo quali fossero, i miei piani.
Sono arrivata senza fretta, ho parcheggiato lontano dalle pozzanghere in discesa: un velo d’acqua correva a capofitto verso la riva, perché la città è un salto, un insieme di discese ripide fino al mare. Ho comperato i fiori: una stella di Natale, i singapore dal capo tentennante, rose rosse con qualcosa di accorato, due girasoli svettanti e un poco animali, come sempre i girasoli.
Il cancello era scostato, l’aria gocciolava, fredda, fino ai canali di scolo tra i vialetti. Ho camminato attraverso angeli con le trombe, rami caduti, frontoni in marmo bianco, nidi di gatti, fregi in bronzo vecchio, foto ossidate, petali marciti. Sono arrivata al lotto D della Confraternita di Santa Lucia, alla fila rivolta verso l’Aspromonte – che da qui non è nemmeno un presentimento, è un mito, una leggenda, un mostro addormentato.
  Era l’ora giusta, né un minuto prima né un minuto dopo.
Avevo appena piazzato, tra i fiori disposti geometricamente (i casablanca chiusi avvolti di nebbiolina, le margherite bianche con quella loro aria sempre un poco interrogativa, due orchidee, gialle, dietro il lumino), i miei pensieri in forma di rose rosse, girasoli, stella di Natale (c’è un dialetto dei fiori, non solo un linguaggio). Ed è arrivato lui.
Non mi sono voltata, ho sentito distintamente alle mie spalle i passi sull’impiantito luccicante di marmo e pioggia, e anche una cosa come uno stupore. S’è quasi fermato, ma poi m’ha raggiunta. Mio fratello.
  Eravamo stati convocati.
Senza dirci niente ci siamo baciati, poi ognuno è rimasto lì a pensare cose. Cose come i suoi capelli bianchi sulla tempia sinistra, che i miei non vedranno mai. Cose come certi lacci verdescuro, o viola, che ci legavano strette le lingue. Cose come un oscuro calore che rimbalzava da punti imprecisati: le foto, le lettere color bronzo, il portafiori, le guance, le mani nascoste che è sempre come nascondere l’anima, i rancori che facevano una piccola corazza, quasi impossibile da scorgere sotto i cappotti.
  Abbiamo risistemato i fiori, con una cura esagerata per gli angoli, le sporgenze. Io ho aggiunto acqua da una bottiglia, senza un vero motivo, o era solo per farla traboccare e farmela cadere addosso, e perché lui dicesse “faccio io”, senza alcun motivo, perché non serviva altra acqua, ma altri gesti sì.
Poi gli ho detto: andiamo dai nonni? E lui ha annuito, e siamo andati un poco barcollanti, con gli occhi lucidi o forse era tutta l’aria lucida, e le pietre, e certi tipi di passato che stavano a tutti gli angoli. Dai nonni non ci sono mai fiori: li hanno dimenticati tutti, e io ne provo un remoto dolore, come una vergogna.
Siamo usciti camminando dispari, e ci siamo salutati con un bacio solo, senza aggiungere altro.

Giornata strana, di appuntamenti tutti rispettati. Con i mandarini che comprava sempre lui, e i dolci che comprava lui, e lei gli diceva che erano troppi, probabilmente perché erano troppi, e lei lo sgridava ma lo amava per tutte queste eccedenze. Con la città che era quieta e luminosa, con le lacrime che fanno una specie di bozzolo caldo, a un certo punto, un nido. Con lo Stretto perfettamente azzurro, la pioggia nitida e perpendicolare, le cose tutte al loro posto.
Di solito sto malissimo, l’8 dicembre. La memoria del corpo diventa lancinante, il corpo si ricorda tutti i grandi dolori, li rivive, anno dopo anno. E invece quella convocazione m’ha salvata, ha sciolto via ogni sale. Grazie.

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