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Archive for gennaio 2010

il figliol prodigo, e il padre prodigo, di Pedro Cano

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   Il padre morto era seduto sulla mantegna laterale, e guardava giù. Il figlio stava in piedi sul praticabile più alto del palcoscenico, che poi era un traliccio del cantiere del Ponte, o la banchina d’una stazione isolana dove i treni passano in fila indiana, o la passerella d’un ministro o la panchina d’un invalido finto.
   Non che avesse proprio voluto chiamarlo: di solito il figlio lo chiamava in momenti privatissimi e incomprensibili. Quando scendeva dalla strada a spirale della sua casa romana, quando la luce s’inclinava impercettibilmente oltre il crinale dei colli, e i laghi salini di Ganzirri diventavano neri di colpo. Che poi lo sappiamo tutti: quando li chiamiamo di rado arrivano subito, e qualche volta non arrivano per niente e pensiamo pure d’essere soli. E in fondo la morte non è che una specie di solitudine da tutte e due le parti.
  Ma stavolta stava scritto lì, nel copione, nero su bianco: “Cinque discariche, cinque, qui attorno. Cinque discariche per gli inerti del Ponte – e lì la parola “inerti” diventava gigantesca, e si vedeva chiaramente che lui pensava che gli inerti siamo noi, sono i bravi cittadini di Messina sordi e ciechi a tutto, e probabilmente è così – cinque discariche. Una sul cimitero di Granatari… “. Il cimitero di Granatari.
Il padre stava da anni in quel cimitero, buono buono, senza pretendere nulla. Un morto savio, di poco spazio, contentandosi d’invecchiare senza fiori nel vialetto stento, dove il sole acceca fino al pomeriggio, i gatti scarni passano oltre e persino l’erba lascia perdere.

  D’altronde, ognuno l’aveva seppellito dove gli piaceva di più. Suo fratello, il poeta, lo teneva nella vecchia casa dove avevano vissuto assieme, lui e il padre morto, per un inverno lunghissimo, giocando a briscola nelle sale vuote, inseguendo pipistrelli e piangendo l’uno di nascosto all’altro lacrime fredde.
 Sua sorella aveva troppa fretta per tenerlo in un solo posto: lo teneva per lo più tra i giocattoli rotti delle gemelle, e ogni tanto sbuffava e pensava “devo riparare papà”, ma poi gliene mancava il tempo.
 
E sua madre, sua madre aveva un numero imprecisato di fotografie degli anni Cinquanta dalle quali non riusciva nemmeno a uscire, certe volte, e toccava stare lì ad aspettarla anche per ore, per aiutarla a togliersi il cappello a larga tesa e i tacchi alti e la malinconia.
    Così, quando il copione aveva detto chiaramente, nero su bianco: “il cimitero di Granatari, cancellato”, lui non aveva potuto trattenersi. Alla prima, una volta arrivato a quel punto lì, aveva alzato gli occhi e lo aveva visto, il padre morto, seduto sulla trave, in mezzo alle corde calate dalla graticcia, che lo guardava.
   “Papà, mi dispiace, ma è tutto vero!” aveva esclamato, e la gente aveva riso e applaudito, e anche il padre aveva riso un sorriso mezzo e aveva fatto cenno che sì, vabbè, lo sapeva, non ci si poteva far nulla. Non aveva parlato, perché – se ci avete fatto caso – non parlano mai. Sarà perché si esprimono direttamente, con varietà di luce e sentimento che comprendiamo immediatamente. Sarà perché la voce non potremmo sostenerla, ci polverizzerebbe il cuore subito.
 
E il figlio quasi piangeva, e aveva continuato a dirgli cose, del tutto perdute nel fracasso degli applausi, e il padre aveva risposto che sì, vabbè, e aveva fatto gesti stanchissimi e pochi, con le mani ossute e la vecchia faccia amata.
 Gli altri attori e il regista s’erano scandalizzati, e pure alcuni spettatori che lo conoscevano, e sapevano di Granatari e del morto che stava lì senza aspettarsi nulla. Ma a lui non importava: era riuscito a portarlo lì, suo padre, dove non c’era stato mai nessuno, e ora doveva parlargli, altroché.
 
Lo faceva ogni sera, arrivato a quel punto, quando sapeva che poteva guardare lì, in alto e dentro il sipario, che lui, il padre morto, stava lì e annuiva e gli sorrideva un poco ché sembrava  pure gli dicesse, quasi, finalmente, forse, “bravo”.

stasera ho visto M. in scena (davano Lavori in corso  al Vittorio Emanuele) parlare con suo padre, e c’è chi s’è scandalizzato, ma io avrei fatto lo stesso, l’avrei portato lì con me, nel cuore del mio mestiere, della mia arte, e ci avrei parlato davanti a tutta la città, quella visibile e quella invisibile, quella viva e quella defunta, quella che c’era e quella scomparsa, tutte quelle che avevano portato me lì, con le mie mosse e le mie voci, e lui lassù, appeso tra le funi, disincarnato e presente.

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pesci di pietra piangono lo Stretto perduto 

 Signore e signori, questo è un invito. A tuffarvi nell’estuario dei romanzi fiume, o meglio ancora a portare altra acqua da disperdere nel mare.
E’ aperto il sito "Microcenturie"
http://www.microcenturie.it/ (appunto, "estuario per romanzi fiume di breve corso"), inventato da quel geniaccio di Effe, blogger spretato e terrorista della Rete (avete presente una sorta di Greenpeace della letteratura? ecco), dalla finissima Zena, allevatrice di pesci di nebbia, dalla vulcanica Cronomoto, esploratrice di ucronie, il tutto amalgamato dalla websapienza del nuovo Asimov, l’Hari Seldon di isola virtuale. Lo scopo non è allineare in bella mostra belle scritture, ma raccogliere bicchieri di romanzi fiume e versarli dove ce n’è più bisogno: là fuori, in strada, tra la gente.
  Lo scopo è scrivere, ma soprattutto diffondere: copiare (a mano è assai bello, ma col copiaincolla è più veloce) e lasciare per strada, sulle panchine, sui sedili del treno, del bus, del tram, del taxi. Mettere in una bottiglia e abbandonare ai flutti dello stagno della villa comunale, dello Stretto, del porto, del lavandino della pensione.
Quindi scrivete, scrivete, scrivete ma soprattutto portate con voi, attraverso voi: il mondo ha sete di storie, anche se non lo sa. 

  Ah, io ho contribuito con questa microstoria qui sotto (ma ce ne sono già altre, strabellissime). Ma sono del parere che siano anche meglio romanzi fiume più piccoli, di tre righe al massimo. Romanzi a dorso di formica, appunto.
Lo so, la brevità è lunghissima a farsi. Ma poi scenderemo tutti in paradiso, prima o poi (che a salire all’inferno son bravi tutti).
Una raccomandazione speciale a Jacopo Masini, confezionatore squisito di romanzi illimitati in tre righe. Jacopo: c’è molto da fare, là fuori.

L’ULTIMA CASA

L’ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.

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al lavoro con attrezzi di altri su terre di altri

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La mia migliore amica di duecento anni fa era di Rosarno. Anche ora sta a Rosarno, nel cimitero comunale che è solo di poco migliore di certe strade comunali, coi vialetti sgretolati, l’erba secca e i morti che se ne vanno a stare fuori. Perché Rosarno è dappertutto, in una certa Calabria storta, che alza palazzine incompiute, abbevera gru e segue i lungomari giù giù fino alla discarica, dove i ragazzi si esercitano a prendere a pistolettate i barattoli, i gabbiani, gli angeli vecchi.

I capannoni sono coperti di lamiera che riflette il sole di ferro, lo sguardo degli dei e pure i cenni disperati del Cristo Redentore di Montalto, piantato lassù, in cima all’Aspromonte, ad assistere a ogni cosa, dai cieli al mare, alle forre, ai camminamenti di pietra dei latitanti e delle murene, all’antro di scilla dalla voce di cane, alle città sepolte sotto le città dove si nascondono i boss leggendari.

Tutto attorno si stendono aranceti e vigneti, e sopra e sotto si stendono chilometri di ingiustizie ad alta e bassa tecnologia, dalla selce scheggiata ai computer che muovono capitali invisibili lungo le vie segrete della finanza mondiale.

E’ un pianeta poroso e forato, attraversato da milioni di percorsi, alcuni dei quali non s’incrociano mai.

La mia amica non ha mai conosciuto alcuni concittadini segreti, padroni di ville, navi affondate, galeoni spagnoli, terreni senza nome svaniti dal catasto, conti cifrati in Svizzera, arsenali nascosti negli ovili. La mia amica non ha mai conosciuto i caporali, ma probabilmente li ha sfiorati passando in strada, o prendendo il caffè al bar. La mia amica conversava con le sorelle, con le commari di basilico, con le compagne di scuola che vivevano nell’altra Rosarno, quella domestica, piccola, mansueta. Quella cogli occhi nocciola, con la fronte sgombra, i riti di Natale, gli androni con le piante. Ora lei conversa con rondini, tramonti rugginosi, arance, e può vedere ogni cosa: le appare anche l’altra Rosarno.

Agli angoli, le ville delle vedove sono impenetrabili, con le telecamere che scrutano la strada sbrecciata e nemmeno i gatti sono padroni dei passaggi segreti. I gatti sono furbi e sanno stare lontani. Ma in Calabria tutti sanno stare lontani, anche quando sono vicini.

E nessuno sa che alla punta del muro si radunano i braccianti sconosciuti, gli operai a giornata, i manovali a casaccio. I camion passano e li prendono a gruppi di cinquanta che non è ancora giorno, e il cielo è viola scuro e il mare deserto per chilometri.  Li portano laggiù, lassù, laffuori, laddentro. Passando, loro guardano Rosarno, che non li guarda. Sui balconi delle palazzine le scope sono posate all’insù, per non sciuparsi. I rifiuti si mangiano la strada, l’erba si mangia i rifiuti e il cemento si mangia l’erba, e poi di nuovo.

Presto apriranno gli uffici della Regione, e un certo numero di forestali e braccianti regolarmente registrati saranno copiati in un altro elenco, e poi un altro e un altro. La giornata in ufficio certe volte non passa mai.

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