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Archive for luglio 2006

un'altra montagna inospitale, secondo Wyeth

 Che già io non ci volevo andare in montagna, la nostra montagna indecisa, brusca, color stoppia e fatica. Io non volevo lasciarmi alle spalle il mare, il bordo di sassi dell’isola che sprofonda nell’acqua, e dall’acqua trae le forme del cielo, delle case e della vita.

 Mi sembra tutto più irrimediabile, in montagna, tutto perenne, tutto impossibile da spostare. Il mare mi garantisce una sovrana, furiosa instabilità che condividiamo in segreto, una memoria circolante, una coscienza variabile eppure estrema di cui ho bisogno. Mi restituisce ammaestramenti rapidi, comprensione per le mie contraddizioni, le mie dissimiglianze, la mia impazienza impossibile da domare. Il mare comprende la mia ansia iodata, il mio temperamento salino, le mie domande levigate, e tante, come ciottoli.

 La montagna mi spaventa per il suo ruminare ininterrotto, millenario, la sua difficoltà d’apprendimento, la sua scarsa adattabilità. Mi disturbano le sue leggende di chiusura, conservazione, rodimento. Mi disorienta la sua mancanza di spreco.

 Amo il mare perché non finisce di raccontare; non c’è mare che non sia potenzialmente illimitato. La montagna mette giganteschi punti fermi che nemmeno i secoli possono spostare: il suo discorso nudo ristà sotto sole e neve, identico a se stesso. La libertà che devi sognare è verso l’alto, o nello spalancarsi improvviso di vallate che non aprono, ma limitano e contengono i cieli. Viceversa, la libertà nel mare è dentro e appena sopra la superficie e tutto attorno, nell’aria intrisa di speciale tristezza salata, al tramonto, o nell’alba di ferro che comincia dal basso. Il mare possiede la sua linea d’orizzonte d’un blu fitto e illusorio, tenace come tutti i convincimenti.

 

 La montagna sfregiata mi fa più paura ancora, mi stringe alla gola: io non le volevo vedere, le lingue di mattoni che entravano nel bosco, le palazzine drizzate tra le felci, l’asfalto e l’alluminio anodizzato che si mangiano i paesi, strada per strada. Non volevo vedere i cancelli di filo spinato, i cerchi bruciati degli incendi, le discariche abusive allargate sotto il sole. Non volevo vedere la rassegnazione delle contrade, la fatica dei dossi, la condanna della ripetizione.

Però, siccome sono un animale contraddittorio, ci sono andata.

E gli dei del mare m’hanno seguita, con le dita e gli occhi lunghi degli dei, e m’hanno punita e ben mi sta, ecco.

 Insomma, sono andata per due giorni a Montalbano Elicona, borgo del Valdemone (uno dei tre valli in cui si divide la Sicilia una e trina, il più bello a pronunciarsi), paese arrampicato e controverso, metà di cemento e metà di muri a secco,  metà d’infissi e metà di balconcini di ferro, metà d’antenne e metà di trazzere, metà di sopravvivenza e metà di cinismo. Stavo oltre il paese, in un albergo a quattro stelle, nel bel mezzo del nulla, un luogo di pietre finte e fiaccole al neon e ulivi addomesticati. Un albergo sterile, pieno di fantasmi asciutti e bianchi come tovaglie di lino, stoviglie luccicanti e porte scorrevoli. Un posto interamente cavo, dove i rumori, invece d’addensarsi e accumularsi, insaporire le camere, colorire piano piano i legni e l’impiantito, risuonavano dappertutto, in uno spaventoso vuoto di memoria. Di Federico II non c’era nemmeno la leggenda arrampicata a qualche pergolato: era un puro nome sbatacchiato dal vento contro la facciata di pietra bugiarda.

 

 Io ero ostentatamente vestita da città di mare: sandaletti di perline, gonnella, toppino, unghie smaltate, un cavalluccio marino d’oro alla caviglia. Io e il borgo, avevo deciso, ci saremmo ignorati. Io e la montagna non ci saremmo nemmeno incontrate: non avevamo nulla da dirci. Sapevo che, tutto attorno, erano distesi nomi molto belli (Malvagna, Malabotta, Portella Croce Mancina, Floresta), ma non avevo la forza, la determinazione e la volontà di saggiarne la consistenza, di sperimentarne addosso la verità, il grado d’avvolgenza, la portata. Non in questa vita, almeno.

E invece.

 

 “Andiamo a comprare le provole e il pane con le nocciole, sì sì andiamo…” e la Brioche cittadina e marinara, la Brioche che diffida delle compagnie estemporanee e delle direzioni che non stabilisce lei, la Brioche che però si vergogna del suo lato selvatico e delle sue ossessioni, si trovò chiusa in un’auto a due sportelli, nei sedili dietro, dentro un mezzogiorno perfettamente a picco sulla montagna. Lei non lo sapeva, ma la compagnia tutta, in preda a febbre bucolica, era diretta alle Rocche dell’Argimusco, scritture di roccia lasciate dal vento, dalla neve e dall’acqua, e che noi uomini, animali ermeneutici, non finiamo d’interpretare: la roccia-aquila  , la roccia-volto , la roccia angelo-orante . Ci indichiamo i lati, determinati a scorgere significati umani, come se dio – o la natura, la sua parte femminile e visibile – si dilettasse, di tanto in tanto, a scrivere a parole nostre.

 Ma la Brioche, che non crede alle scritture non intenzionali, ed è persuasa che dio sia analfabeta, soprattutto a parole nostre, si rifiutava. Specie quando si rese conto che le Rocche, quelli, non volevano solo vederle da lontano, e apprezzarne la natura ambigua di segni e parole di pietra. No no, loro volevano tutto: la sabbia vulcanica rovente che si sollevava come una nebbia nera, la carrareccia segnata da cardi e cacca di capra, le nuvole di tafani e insetti preistorici che si disponevano al banchetto.

 La compagnia bacchica, in preda al furore agreste, avanzava a capo scoperto, bruciata, punta, fustigata, battuta dalla canicola, mentre persino le pecore stavano acquattate sotto le rocce, dentro l’ombra. La Brioche camminava, coperta di nerofumo, o insetti di specie sconosciuta, in mezzo alle felci alte quanto gli uomini, mentre i cardi le tagliavano la pelle, e la terra del vulcano le entrava nella biancheria intima.

 “Oh che bello” si sdilinquivano i compagni camminando, strisciando, trascinandosi nel sentiero atroce che non s’avvicinava mai alle Rocche ma entrava diritto nel mezzogiorno metafisico della montagna, nel suo vapore irreale attraversato dal ronzare nero degli insetti e dall’odore acre delle fatte di vacca. Brioche, di colpo, smise di seguirli: la sua parte di zia calabrese si ribellò, e volle invertire il corso del destino e della maledetta scampagnata.

 Si legò in capo lo scaldacuore nero, a mo’ di Mena Malavoglia, o di zia Lisa dopo che l’era morto il marito ammazzato a lupara. Strappò una felce millenaria, dopo un breve corpo a corpo, che lei affrontò a denti digrignati, invocando zia Maria, quella che veste i morti e non ha paura dei quadrivi. Così pronta per la sua lotta con la montagna affrontò il ritorno, da sola in mezzo agli insetti che ora erano così fitti da non lasciar vedere la vampa del sole riflessa dalla sabbia vulcanica, i cerchi di calura che s’alzavano dal suolo. Sventolando la sua felce, mormorando maledizioni che si spezzavano tra i denti, quelle imparate da zia Cuncia, che amministra i santi e i diavoli, Brioche era piuttosto Pane Duro, nipote delle zie. Fece tutto il percorso all’indietro, mentre i compagni baccanti si facevano bruciare dall’immaginazione e dal sole sotto le Rocche, le quali, per parte loro, tacevano ostinatamente, continuando a mostrare le loro parole finte, rotte, incoerenti.

 

La trovarono molto dopo, immersa nella canicola e nel furore, il capo coperto di nero, la felce e le maledizioni: la Brioche calabra, la Brioche-Erinni, la Brioche-Menade non l’avevano mai vista davvero. La montagna non disse nulla, la lasciò passare, diretta all’aria chiusa dell’albergo, climatizzato a 23 gradi, impermeabilizzato contro il caldo, la montagna, i ricordi.

 

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il bouffet secondo Botero

 Le tessere del mosaico in fondo alla piscina, le pietruzze allineate nella rosa dei venti del lastrico, i gelsi neri adagiati sulle foglie, le stelle appese a grappolo, come i gelsomini e le bouganvillee. E poi il tango: allo stesso modo, particelle una accanto all’altra, che componevano passi leggeri sull’impiantito, gesti nell’aria – circolari, perché il tango è rotondo e contiene, rettilinei, perché il tango è diritto e cammina.

 La serata perfetta non voleva nemmeno un’unghia di luna: brillava di luce propria, delle luci dello Stretto, dei lustrini e degli occhi, del verdeacqua chiaro della piscina, dei calici dove le bollicine – anche loro – si disponevano pazienti, circolari e rettilinee, in fili minuti. Le fiaccole al limone e citronella ardevano piano ai bordi della pista, e altri fuochi ardevano dentro la pista, sommessi. Tutto attorno, la notte dei gelsi e delle parole – che, si sa, si fermano sempre fuori dal cerchio, perché dentro il cerchio, e dentro l’abbraccio, non servono.
A., l’ospite squisita ch’aveva apparecchiato offerte di fragole, crema gialla e gelsi neri, si muoveva tra noi morbida, con un disegno di piccole luci, una accanto all’altra, sull’abito nero.
E. era al centro d’una piccola guerra: i suoi passi rossi ed eleganti, uno accanto all’altro, erano contesi da R. e da V., che si combattevano di traspiè, guardandosi in cagnesco. 
Farolit  aveva una cornice di volants rossi attorno allo sguardo, uno sguardo sapiente e ambrato che veniva da lontano, come la luce d’un faro: solo guardandola, i ballerini potevano orientarsi, e cercare altre rotte.
T., invece, che veniva dal Nuovo Mondo, era curioso d’altre luci, portava ovunque i suoi occhi di mandorla e i suoi passi curiosi, che cercavano i tanghi fin al centro delle Rose dei Venti disegnate a mosaico sull’impiantito di cotto.
Cenerentola si sentiva felice, e non avrebbe saputo dire se era per la notte, i gelsi, l’aria di limone, l’acqua che mormorava appena, i passi che le riuscivano quasi tutti, allineati sul pavimento: il tango è una marea, certe volte, e per ragioni misteriose si ritira o copre tutta la spiaggia, trascina via ogni cosa oppure te ne restituisce mille di colpo. Era una notte che risanava, restituiva con ricchezza: perle di fondale, pietre a forma di stella, passi antichi che si disegnavano nuovi – l’ocho cortado era davvero una storia interrotta e un pentimento che riscoprivamo lì e ora, il “Pepito Avellaneda” disegnava una sequenza di domande, una di fronte all’altra, nei pivot che ci contrapponevano, ci univano, lo “specchio con vuelo” specchiava fino alle radici la notte, le stelle, lo Stretto, gli occhi fitti di spillo dei gelsi neri.
Juan contava i passi disseminati sulle piastrelle di cotto: il suo istinto di capitano gli suggeriva percorsi, rotte, ritorni. La sua anima era canyengue, ieri notte, che pure era una notte lenta, in cui persino le milonghe prendevano una cadenza trasognata, lunghe file di bollicine, circolari e diritte, che affioravano in superficie.
C. aveva orecchini di piccolissimi brillanti che scomponevano le altre luci e le addizionavano: come la musica, come la notte, come i tanghi che scivolavano sui bordi di pietra, si fermavano sulle poltrone di midollino, sotto le siepi di pitosforo, negli orli dei voleos che ardevano brevi e fiammanti.

 Il tango greco, a una certa ora, si sostituì alla luna, con la sua luce di miele selvatico: ballammo tutti certi passi dorati e lenti che brillavano prima di spegnersi, certi passi dal succo nero, aspro e dolce, come i gelsi che ci aspettavano sulle foglie.
Certe notti il tango è semplice. Di più: è necessario.

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la spiaggia della mia infanzia: i nomi affastellati secondo Guttuso

 L’uomo del cocco aveva tre o quattrocento anni. Era vecchio, secco, nero: aveva addosso il sole di un numero indefinito di estati tutte uguali. Le portava nella pelle conciata a fuoco, negli occhi piccoli e stretti, nelle mani raggrinzite. Però portava anche una divisa bianca da comandante, il berretto colla visiera, mostrine imprecisabili. In divisa, percorreva tutti i giorni le spiagge, tenendo sulla spalla sinistra una bacinella di plastica bianca, piena di ghiaccio e bustine di cocco. Cinque pezzi per bustina. Se eri fortunato, ti capitava il fondo della noce di cocco, un pezzo rotondo che valeva per due.
 Il cocco era buonissimo: dolce e ruvido, con la buccia scura e la polpa bianca, e il rumore che faceva quando ne staccavi un pezzo coi denti. L’estate aveva la polpa dolce e fresca nella buccia nera e rasposa, e faceva quel rumore contro i denti, staccandosi per non tornare più, staccandosi per farsi masticare tutta, diventare poco a poco un truciolato tiepido, rotto, fibroso.
 Noi aspettavamo l’uomo del cocco, e l’uomo del cocco non si discuteva: porgevamo le monete e prendevamo la bustina, che lui c’allungava con un paio di pinze, senza toccare nulla con le sue mani d’estate nera, senza guardare nessuno coi suoi occhi imprendibili.  Poi si metteva i soldi in tasca, nella sua tasca di capitano di spiagge, e continuava a camminare – i pantaloni lunghi blu, le scarpe chiuse – sulla tolda di sabbia, gridando: "A nuci ru coccu… a nuci ru coccu". Ma dopo qualche passo, quando era più lontano, a volte gridava, con la sua voce d’estate rasposa: "A nuci ru coddu… a nuci ru coddu". Che in reggitano vuol dire, più o meno: "rompiti il collo".
 Non lo diceva a nessuno in particolare: lo diceva al sole pieno di chiodi, alla sabbia, a noialtri, al cocco, all’estate. Lo diceva a quella vita nera e rasposa in divisa bianca, che diventava un truciolato rotto e fibroso sotto le suole, nel tragitto infinito per le spiagge, avanti e indietro sulla sabbia, sotto il sole chiodato, attraverso la polpa dolce e bianca degli altri.

 A un certo punto il capitano del cocco si modernizzò: sostituì la ciotola moplen con una borsafrigo, azzurra e blu, che stava bene con la divisa. La portava a tracolla, diritto, col berretto con la visiera, i pantaloni lunghi e la giacca da comandante. La apriva lento, se gli chiedevi il cocco, prendeva la bustina con le pinze e la porgeva senza mai guardare nessuno negli occhi. Solo, dentro quell’estate nera che non finiva mai. E ricominciava, avanti e indietro: "A nuci ru coddu…".
 Il suo richiamo ci serviva come ci servivano il mare, le porte di legno verniciato delle cabine, la cenere profumata dei platani del lido, l’odore di catrame dei treni, i sassi, le palme, i panini col pomodoro, le peruzze piccole. Ci serviva a tenere l’estate al suo posto.

 Ora c’è suo figlio, in spiaggia. Non gli somiglia, ma dev’essere lui per forza. E’ nero e interminabile, con lo sguardo lontanissimo, la borsafrigo, una voce rasposa. Però lo dice in italiano stretto: "Cocco, cocco fresco", ed ha i calzoncini corti e una canottiera rossa, dove c’è scritto: "Carmelo, cocco fresco Sicilia e Calabria".

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l'abitare furioso dei paesini secondo Guttuso

 Li ho contati.
Ci sono trentasette cantieri aperti, nel paesino di pescatori dove passiamo l’estate. Cantieri per modo di dire: due operai, un vecchio cassone per i detriti, un’impastatrice piccola e un numero imprecisabile di secchi. Cantieri interminabili, durano trenta o quaranta mesi, cinque o sei anni, generazioni intere. Cantieri capricciosi: lavorano a singhiozzo, solo di mattina, solo di pomeriggio, solo nei festivi, solo nei giorni multipli di tre, solo negli equinozi. Si potrebbe leggere il futuro, le rotte degli uccelli e le probabilità del superenalotto, se si riuscisse a capire la periodicità di questi cantieri.
 Quello che è certo è che ce n’è sempre almeno uno che funziona, alle otto del mattino, poco sotto le nostre finestre. Le mattine cominciano tutte col canto della scavatrice, col ricamo del martello pneumatico, col sogno di mattoni e calce delle contrade vecchie.
 Il paesino cresce su se stesso a un ritmo vertiginoso. Le strade restano strette strette, delimitate dagli usci delle case, senza marciapiedi perché in paese non si passeggia, si abita soltanto. Si abita dappertutto, furiosamente.
I cantieri, a testa bassa, disegnano i percorsi delle case nuove scavate dentro le vecchie, in un’ondata di tramezzi, intonaci e soffittature che percorre il paese da un capo all’altro, estate dopo estate.
 Le abitazioni estive prendono il posto di quelle invernali: gli studenti lasciano i loro stendini e i guanciali ingialliti ai turisti, che poi sono solo compaesani pallidi che stanno a tre chilometri da lì ma la chiamano, ostinati, città. Le abitazioni estive spalancano i loro anditi ombrosi, pieni di bicchieri scompagnati e tavolini malfermi, guardano di sottecchi la gente nuova che sperimenta l’antica arte dell’adattamento. Tiriamo fili, copriamo divani sfondati, ripariamo prese elettriche e drizziamo gazebi di plastica: cerchiamo di abitare, a nostra volta, come possiamo.
 I luoghi resistono, perché sono fitti d’intenzioni opposte: l’intendimento di baita dei miei padroni di casa è perfettamente leggibile nelle appliques tirolesi, nelle sedie di legno di foresta, nei sottobicchieri di sughero, nei cuscini coi volants. Le mie ossessioni mediterranee sollevano al vento i lembi dei teli colorati, passano da un piatto di ceramica all’altro, si fermano sull’amaca, o nel sospiro di basilico e gelsomino della sera. Le intenzioni degli operai del cantiere che solo tre anni fa era al posto di questa casa sono visibili nella pendenza del tegolato, nella striscia di catrame che interrompe il muro a calce, nei tubi di grondaia, nelle fughe delle mattonelle cementate di bianco.
 Le case sono il risultato di lotte, contese, aggiustamenti.
Si riempiono di sottovasi, quaderni usati, stecche d’ombrellone, mestoli. Si riempiono di sonni diversi, umidità notturne, rumori degli altri cantieri.
Il paese si costruisce di continuo, demolendosi. Abitiamo macerie, e le chiamiamo, ostinati, vita.

Ahimé, sono incastrata in una falso paesino di pescatori che adesso fanno gli impiegati lsu-lpu e, nel tempo libero, i capomastri. L’aspirazione è avere una casa, "buttare la soletta", ancorarsi, abitare, abitare, abitare. Forse è troppo recente la memoria dell’isola che si scrolla le case di dosso, agitandosi nel sonno. Forse, da qualche parte sotto i pilastri di fondazione, sotto gli impiantiti, sotto il piano di calpestìo c’è l’eco degli incendi, dei pirati saraceni, degli eserciti borbonici. Ci sono le frane con gli occhi socchiusi, tutto attorno alle colline. Ci sono le mareggiate che divorano gli assiti e morsicano le pensiline. C’è la siccità nella sua veste di fiamma, seduta su una seggiola di paglia secca. Forse siamo noi, e le nostre case perenni, il sogno dell’isola.

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il calcio è antico e futurista

 Il Mondiale Nonna Cuncia l’ha vinto con due punte: Padre Pio e Santa Rita.
Le aveva schierate da giorni, in effetti, sopra il televisore ventiquattro pollici, e non mancava di raccomandarsi ogni sera, quando se n’andava in ritiro con la Bibbia e il telecomando. L’avevano delusa, questo è vero, nel 2002, ma allora Padre Pio bisognava capirlo, ch’era appena arrivato e non s’era ambientato. "Mancava l’amalgama", diceva Nonna Cuncia, e poi quegl’infedeli dei coreani… "mussulmani" diceva con sdegno Nonna Cuncia, e noi a dirle "Nonna, in Corea sono cristiani, o al massimo buddisti", e lei: "Buddisti come Baggio, no? Ecco, appunto…", scuoteva la testa e mormorava fitto una preghiera, o uno scongiuro. Tutti e due, probabilmente.
Quest’anno, però, s’aspettava grandi cose, glielo andava dicendo fino dalle qualificazioni, e prometteva che non avrebbe chiesto niente a Sant’Antonio, perché mica era una causa persa, come il matrimonio della cugina Rina.
"La squadra c’è" andava ripetendo nonna Cuncia, e indicava la tivvù, e non si capiva se parlasse dei calciatori o dei santi. Tutti e due, probabilmente.
"Quest’anno vincono pure ai rigori" ripeteva, con l’aria di chi la sa lunga. "No, i rigori no", esclamavamo noi correndo a toccare ferri di cavallo, statue della Madonna di Lourdes, magliette della Reggina Calcio e collane di peperoncino. "Nonna, ai rigori noi perdiamo sempre…". "Perdiamo con gli uomini sbagliati" diceva lei, guardando fisso una foto, forse di Padre Pio, forse di Lippi. Di tutti e due, probabilmente. 
Che poi le partite erano facili, "sono facili, mi sono raccomandata personalmente con Santa Rita, guardate qua" c’aveva detto quand’era uscito il calendario. Ecco cosa si dicevano, la nonna e Santa Rita, quando le sentivamo parlare fitto, di sera tardi, col sottofondo di Sky.
"Facili, nonna?", "Facili, facili… quandomai hanno giocato a calcio in Africa? e che, gli americani pure sanno di pallone?" diceva. "Ma nonna, però i cechi…""Appunto, sunnu ciechi…" e abbassava la voce: "E Santa Lucia non ndi’ voli sapiri…". Santa Lucia se ne stava lì, cogli occhi bassi sul vassoio. Non partecipava, bisogna ammetterlo.
Mica come la Madunnuzza di Schiavonea, che proteggeva Gattuso personalmente: "Lo guarda ventiquattr’ore al giorno, lo so per certo" ci diceva la nonna, con l’aria di chi è bene informato dei fatti. Lei aveva conoscenze molto, molto in alto.

 Il giorno della finale s’è piazzata nella poltrona grande, con la boccetta d’acqua benedetta di Lourdes in mano: "Ora nessuno può farci niente". Nemmeno davanti al rigore di Zidane, alla traversa di Toni, ai fari spenti nella notte di Totti, ai morsi nelle caviglie di Henry. Nemmeno davanti ai supplementari: "Ora viene il bello", c’ha detto, mentre noi provavamo le facce della disperazione, perché il tempo passava, la cera squagghiava e il santo, il santo non camminava per niente.
La nonna era serena: "State tranquilli, nessuno ce lo fa, questo sgarbo, quest’anno. Non ci ‘ttocca: hanno capito che devono riparare". E indicava il cielo, o forse le statuette fosforescenti: le sue punte erano in forma smagliante, quella notte.

Ieri, quand’hanno fatto vedere lo striscione più bello, "E ora ridateci la Gioconda", le ho chiesto: "Nonna, tu che sai tutto, che dici: torna in Italia la Gioconda?".
Lei c’ha pensato e m’ha fatto: "E a che ruolo gioca?".

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la partita immaginaria che non smettiamo di giocare (Guttuso)

Il campo era un cantiere, con la terra ruvida come polvere di cemento e pali storti in cima ai quali, di tanto in tanto, si posava un gabbiano, guardando solenne la discarica luccicante distesa al sole o, più in là, la striscia d’olio nero del mare.
La biacca disegnava i confini, continuamente calpestati dal pubblico, che quel giorno era di venti persone. Per lo più amici e parenti – e qualche malospirito che sperava almeno di menare le mani, perché tanto il Torre Lapillo non aveva alcuna speranza di passare il turno.

Quelli del Lapillo erano in nove, e si guardavano spaesati. Specie il portiere, un biondino con modi trasparenti che sperava in cuor suo di non giocare mai più.
Avevano perso ventotto partite di seguito, con una malasorte perfida che li seguiva con ostinazione, di campo in campo, come una canzone. Ora cominciavano a perdere pure i giocatori, perché la sfortuna s’attacca addosso, certe volte, come l’odore di petrolio di quei pomeriggi di fine campionato.

Michele, l’arcangelo, li guardava dall’alto, poco oltre la striscia rossa della raffineria. Soprattutto, seguiva la testa bionda e i pensieri confusi del portierino.

Roccaforzata non aveva granché bisogno di quella vittoria: viaggiava come un treno in cima alla classifica, mietendo gol sui campi d’erba stenta e gonfiando il petto nella maglia rossoceleste. I giocatori erano ragazzoni magnifici, con denti scintillanti, capigliature folte e un senso del calcio che somigliava molto alla guerra civile. S’erano fatti strada in quel campionato schiacciando come lattine vuote gli avversari, stringendoli con tackle, sputi e insulti pittoreschi che piacevano anche più dei tiri in porta.

"Ma quanti cazzo siete?" chiese l’arbitro, realizzando che quelli del Lapillo erano nove, anzi otto e un portiere indeciso, e di fronte avevano almeno quattordici magliette rossocelesti che brillavano come incendi tra i rifiuti. "Così non potete giocare" aggiunse, poco convinto, guardando di sbieco i giocatori del Roccaforzata, che per risposta gli mostravano i canini.

Michele scese senza che nessuno lo vedesse, e si piantò lì davanti: "Gioco io, con loro" fece, indicando i nove, così rassegnati e sparuti che sembravano anche di meno. "E chi cazzo sei tu?" gli fece, più per dovere che per altro, il biondino, che aveva un’attitudine diffidente nelle narici strette.
"Uno che gioca" rispose, tranquillo, Michele chiudendo la questione.

Non c’è nessuno che ricordi molto, di quella partita.
Si videro di sicuro certi cross spioventi e uno o due pallonetti che terrorizzarono pure i gabbiani. I rossocelesti divampavano sul campo, ma la palla gli spariva davanti, come fosse un effetto di luce sul metallo d’un capannone.
Torre Lapillo segnò uno, poi due, poi diciassette gol, e quelli del Roccaforzata inghiottivano saliva e stupore, e raddoppiavano la furia senza capire come facessero, quegli avversari sghembi come pulcini.
L’arbitro fischiava senza senso, cercando anche lui la palla che spariva in mezzo alle mischie di stinchi e alla terra secca che copriva di polvere ogni cosa.

Alla fine, mancavano dieci secondi, l’arbitro decretò il rigore, e nessuno, a bordo campo – dove i venti spettatori erano diventati almeno duecento, perché la voce era volata, e tutti volevano vederla, quella partita stregata – obiettò nulla: la polvere dorata di quella domenica li zittiva, grattando nella gola.

Michele si fermò, calmo,a dodici passi dal portiere. Sorrise come un angelo, e tirò.

 Questo perché non ci si può esimere, né mancare all’appuntamento con la Storia. ero troppo piccola per Città del Messico, ma ieri c’ero anch’io.
C’ero quando Gennaro "Ringhio" diventava dodici, quindici, diciotto Gennari, quando Capitan Pizza Cannavaro faceva scintillare l’elmo e lo sguardo acheo, quando – e qui me lo ricordo, come nell”82 – un terzino sinistro s’inventava goleador, quando Del Piero Uliveto cadeva in un buco temporale e per un attimo ce lo ritrovavamo Pinturicchio, il tempo di segnare un gol di fino e di pennello, quasi tagliato dal rasoio del fischio finale dell’arbitro (un messicano, perché la Storia procede per circoli chiusi, si sa).
 C’ero anch’io quando soffrivamo e soffrivamo, di palo di traversa di contropiede di fuorigioco, perché siamo il popolo che ha inventato il melodramma, non solo la pizza. E, comunque, nei forni c’abbiamo sempre messo solo le pizze, noialtri. Invece loro, così ariani e civili e dominanti, loro…
 C’ero anch’io, a pensare come sarebbe stato un altro Mondiale con te, papà, che mangiavi insalata di limoni con l’olio e l’aceto e camminavi a passi lunghi nel corridoio durante i supplementari, perché non ce la facevi, sennò, e lei mi chiamava di nascosto: tuo padre è in ritiro da ieri, non mi parla e non mi risponde, e le dovevo rispondere: tranquilla, glielo ha consigliato il mister, e lei rideva e diceva che comunque ti aveva stirato i calzini portafortuna, e andava anche lei nel corridoio, di nascosto dietro la porta a vetri, ad ascoltarti quando urlavi da bordocampo, ed era preoccupata: non è che stavolta s’infortuna? mi chiedeva, e io: tranquilla, è allenato e ha cuore. Non era vero, non eri allenato, ma avevi cuore, e le partite le vincevamo così, io e tu e lei e tutti gli altri, anche quando le dovevamo perdere, anche quando le perdevamo davvero, così le vincevamo, noialtri.

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