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Archive for settembre 2006

al mercato delle parole, sull'isola (la Vucciria di Guttuso)

 Io mi spello, e il mondo diventa buccia.

Maria, che è spagnola atlantica, scrive in una lingua che non è la sua. O forse che è esattamente la sua.
Usa parole che non hanno complici, parole che trova sole e sfavillanti per strada, ci gira attorno per capirne la forma, le raccoglie e poi le compone come si compongono collane di pietre, giardini di sabbia, collezioni di oggetti dissimili.
 Usa parole che devono sorprenderla come lampi improvvisi, strappi arancio in cieli cobalto, flash di magnesio, come a noi di madrelingua e matrignalingua non può capitare: le nostre parole sono piuttosto reti a strascico, ognuna se ne porta dietro altri milioni. Le nostre parole sono abiti, le sue sono semmai pelli appena conciate, o non conciate affatto, ancora calde di un altro corpo: vestita così, come una principessa preistorica, ora Maria, la sua lingua, se ne va in giro per l’Italia in un libretto grigio degli Untitled, i pescatori di perle nel mare dei blog.
 Ci sta bene, sopra quei fuochi, quel grigio detitolato, e quella sola parola: "Sicilia".
Sì, perché Maria ha scritto un libro non sulla ma dalla Sicilia: più che l’isola stratificata che noi sappiamo – e in bocca ci dà subito sentori di mandorle amare, polvere da sparo, gelsomino, cenere e gelsi color sangue, e pure sa di camilleritudini guaste e sciascianesimi, di bufalinismi e consolismi che galleggiano appena su un ricco brodo antico di cielodalcamismi e sofismi – è un luogo dove accadono solo le parole, parole appena nate e che deflagrano, parole così vicine alle cose da darti una lieve vertigine, un trasalimento, un sentimento scabroso, come se le sorprendessi nude.

 Maria ha davvero attraversato la Sicilia, in un viaggio che non le invidio, perché è uno di quei viaggi solitari che sono sempre pericolosamente interiori (ho sempre pensato che bisogna essere almeno in due per reggere l’opera di scavo e frantoio che fanno i viaggi), e si è tolta con calma, col suo coltellino da viaggiatrice, una per una, le parole da dentro, le parole italiane nuove come miracoli, con lunghi nastri multicolori e luci e disegni sul guscio che noi non possiamo vedere.
 Ha fatto chilometri da Palermo ad Agrigento e ha incontrato nomi di assoluta evidenza, nella pietra porosa di Ortigia, nel profilo seghettato delle palme di Monreale, nell’angolo disegnato tra il tavolino di un bar di Erice, un cornicione, un passo, una voce. Maria di tutto ciò non parla, o parla solo di questo, non so bene.
 Non so come la Sicilia abbia attraversato Maria, questa Sicilia che io ho sotto gli occhi e la lingua ogni giorno, tanto da assorbirla, tanto da cancellarla.
Che poi ogni viaggio è, in fondo, un esercizio di lontananza (ma mi viene in mente che anche ogni libro potrebbe esserlo), e su un’isola ancora di più: Maria si esercita febbrilmente, perché sta viaggiando lontano da un amore – "come una variante del lutto" – e lontano dall’oceano, lontano da ogni forma rassicurante di grammatica, sintassi, uso comune. E misura queste distanze col suo personale sistema metrico (o ogni stile è un personale sistema metrico?), con le sue parole-bilancia e le sue parole-metro e le sue parole-bicchiere. E le sue parole-palmi, le sue parole-dita, le sue parole-bastoncini e rametti e tessuti.
Come le devono sembrare grandi, certe parole, o piccolissime.
Un po’ le invidio questa possibilità di percepirle così assolute (che etimologicamente vuol dire "sciolte, senza legami"), così piene di se stesse fino all’orlo: io ne vedo soprattutto l’ombra che proiettano sulle altre parole, i bordi, i vuoti, la possibilità di sporgerle oltre il confine, metterle in oscillazione e farle quasi significare altro.
La lingua italiana di Maria mi castiga, vi confesso: mi sembra pura ed essenziale come non riuscirà mai ad essere, la mia. Con le sue asperità che assaporo, la sua bellezza un poco spaventosa – come le gole dell’Alcantara, i garofali che si aprono nelle acque dello Stretto, la campagna gialla e feroce dell’entroterra.
 Insomma, tutto questo perché sono letteralmente incantata, dal libro di Maria (e collateralmente dall’intera seconda terna delle signore di Untitled: comincio a sentirmi del tutto presa da questo meccanismo: non avevo mai letto una casa editrice, piuttosto e prima che dei libri)(i loro appunti dalla sala macchine sono, al momento, una delle opere meglio riuscite, e ve li consiglio spassionatamente), e me lo sto portando in giro, proprio nella borsa – che i libri sono pure un poco talismani, ma anche metri pieghevoli, ombrelli, boccali, sassi, bilance, parafulmini, fiori.

 Non ho mai visto Maria: la immagino bella, con una bellezza trattenuta invano, e un poco ferita, con qualcosa di rosso profondo. C’è una sua foto, in una delle pagine untitled, che eludo sempre. A volte vorrei guardarla, ma poi resisto: mi piace pensarla come una delle sue parole, così imprevedibili e originarie, e tenermi il privilegio di immaginarla senza la complicità di un’immagine, senza la collusione del corpo, senza parentele e usi e malleverie del linguaggio.
Vorrei sentirla come lei sente una delle parole che non le appartengono, non ancora: un’esplosione nel cielo, una piccola guerra, una piccola dose di tempesta in fiore.

…sa dio con quale corpo mi tengo adesso in piedi…

Maria Carrazoni, Sicilia , Untitl.Ed

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scambi di forme, tra pere e vele (secondo Felice Casorati)

 "No – m’ha fatto l’impiegato della banca, quello affabile – ma non le sembra che staremmo meglio, se esistessero solo i baratti?"
Intanto mi consegnava un pezzo di carta in cambio di un pezzo di carta, e sorrideva con mezza faccia.
 Io ho scambiato il suo sorriso mezzo con uno quasi intero, e ho aggiunto un gesto vago con la mano: avevo messo lo smalto rosso sangue di bue, il mio preferito. Il rosso ha luccicato per un attimo nella penombra verdina della banca, e ha attirato lo sguardo dell’impiegata a fianco, che aveva sul tavolo un piccolo cactus nel quale aveva infilato un rametto di confetti: ho scambiato il mio rosso con quell’immagine – non capita spesso una metafora così spontaneamente riuscita, confetti che spuntano dal cactus, e allo sportello della tua banca, per giunta – e sono uscita facendo ondeggiare la gonna. Ne ho avuto in cambio un saluto della guardia giurata, sotto i baffi a manubrio.
 Per strada ad ogni istante ci scambiavamo tutti qualcosa: uno sguardo riflesso nella vetrina, un passo d’anticipo, precedenze ai semafori, insulti dal finestrino. Ho scambiato un poco della musica dall’auto a fianco: una canzone vecchissima che s’è presa un pezzo del mio passato, se l’è portato per aria, verso la piazza dove la città ha scambiato il pavé con le lastre di pietra nera, i chioschi liberty con le pensiline geometriche e le palme con gli ulivi. La gente si mescolava di continuo, in direzione nord-sud e viceversa, attraversando le linee del tram: la città mescola i villaggi col centro, apre le dorsali dei colli come dita sul litorale, e scambia di continuo la campagna salina col mare verde.

 
 Intanto, dappertutto settembre scambiava la sua polvere estiva giallo oro col rame dell’autunno. Monete invisibili che piovevano fin dal mattino, sulla città e sullo Stretto, dove le navi bianche scambiavano di continuo le sponde, avanti e indietro: cambiavano di posto genti, merci, nuvole, auto, direzioni.
Le bagnarote venivano a vendere il sale, una volta: lo nascondevano sotto le gonne, lo portavano di frodo, viaggiando incredibilmente zitte sui traghetti delle compagnie private. Il contrabbando di sale era solo uno degli scambi tra l’isola e il continente, che si scambiano di continuo due mari, le nuvole che dormono contro l’altipiano, l’ombra sghemba del vulcano, i fuochi sulle sponde, incendi arrampicati o scongiuri di San Giovanni che fossero, e soprattutto la gente. Gente achea, gente sicana, gente araba e normanna: l’isola era un punto di scambio tra Oriente e Occidente, e lo è ancora. Ogni notte la marea porta barconi carichi e versa sulla battigia altri pezzi di popoli, che precipitano da subito in scambi complessi, dolorosi, epocali. Vendevano anche pesce, le bagnarote, per lo più spatole, dette anche pesci-bandiera, pesci-falce, pesci-sciabola, perché di continuo ci sono scambi tra le cose e le forme, tra le cose e i nomi. 


  I pesci migrano dal Tirreno allo Ionio, scambiano rotte, fondi sabbiosi e fangosi, piccoli crostacei di cui sono ghiotti. I pescatori scambiano reti con carichi, attese con gesti, lunghe urla con scie di schiuma. Ogni sei ore, la rema montante si scambia di posto con la rema scendente. In alcuni punti precisi si formano i garofali, i fiori d’acqua, vortici dove gli scambi avvengono in modo vertiginoso, e qualche volta si può restare presi nel discorso ininterrotto delle correnti: Scilla e Cariddi discutono da sempre, scambiandosi voci mostruose da una sponda all’altra, relitti, nuotatori dispersi, alghe, pesci ciechi di profondità, leggende.
 Sono entrata dal pescivendolo, infatti. Ho scambiato due minuti di conversazione con due vaschette d’insalata di mare e due cotolette di pescespada. Nella bottega accanto ho scambiato una moneta per un pane col sesamo. Nel parcheggio, una mezzora con un tagliandino colorato.
 Sul marciapiede m’aspettava il mio ex marito, per scambiarci nostro figlio, nel baratto silenzioso con cui passa, più volte al giorno, da un mondo all’altro. Lui aveva scambiato figurine e una merenda, a scuola. Un foglio bianco coi segni storti della sua prima equazione, una domanda con una serie di dubbi. Aveva scambiato storielle segrete di bambino con una paura che si portava stretta nel petto, e che ha condiviso e scambiato, e ancora scambiato: chissà cosa ne resterà, alla fine di quella catena di scambi. Niente, anche. Scambiamo un sacco di cose con niente. E non è detto che siano i peggiori, quegli scambi.

Ci siamo presi per mano, e ci siamo scambiati un bacio.

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la donna è uno sciame d'elettroni cromatici (Seurat)

 La donna divisa ha una vita faticosa.
Abita troppe case per curarsi del disordine, ma il suo intimo bisogno d’armonia ne soffre. D’altronde, c’è sempre un passaggio, un valico – tra un luogo e l’altro – e necessariamente è un punto caotico, in cui s’accumulano le cose. La donna divisa deve sempre scavalcare un mucchio di direzioni e strade in frantumi, quando passa da un mondo all’altro. Solleva un capo della gonna, con gesto pieno di grazia, e fa un balzo coi suoi piccoli piedi.
 E’ minuta, la donna divisa, e sembra impossibile che lo sia, quando di solito le sue mani si trovano a molti chilometri dal suo volto, nella casa di qua dallo Stretto, per esempio. E’ una casa affaccendata, piena di elettrodomestici che ronzano, di libri da sfogliare che crescono negli angoli – ogni autunno mettono nuovi capitoli maturi, che a volte vengono giù e bisogna raccoglierli – di oggetti riuniti amorosamente: la donna divisa crede di raccogliere se stessa, quando mette assieme gli oggetti, ma sa che è un’impresa impossibile. E intanto il suo corpo si moltiplica, da un capo all’altro dello Stretto, da un anno all’altro, persino tra i fogli e sullo schermo: la donna dissemina se stessa con generosità, estendendo il suo vasto corpo fino ai margini della pagina, e poi oltre.

 Spesso, la sua mano destra è nell’altra città, compone con cura le corolle bianche nel portafiori di bronzo, poi tocca il marmo e la foto di maiolica, menzognera e felice. Non conosce molte altre preghiere che non siano quel breve calore imposto alla fibra refrattaria del marmo. Nel piccolo cimitero gli angeli vegliano assorti, immersi in pensieri di pietra.
 Intanto, le sue gambe sottili percorrono le strade aperte, da questa parte del mare – la parte dell’alba miracolosa e delle nuvole blu cobalto. La città inghiotte i suoi passi, li rumina nella pancia d’asfalto e bitume, e lei corre per arrivare a fare ogni cosa, perché le strade cambiano dimensione ogni giorno e non c’è luogo che disti la stessa distanza.
 Lo scolaro – che oggi ha cominciato un altro anno – tiene per sé il braccio sinistro della donna, intero. Lo vuole attorno alle spalle, per decidersi a varcare la soglia e non sentirsi solo, lì dentro. Vuole il polso sottile con l’orologino di metallo, per guardare l’ora della campanella. E’ piccolo, lui, ma conosce già il tempo diviso, che scorre diseguale tra i mondi.
 Guardando orologi contraddittori, anche la donna divisa avanza: è a casa delle zie, a una certa ora, in Aspromonte, a chiudere le bottiglie di salsa di pomodoro – si fa ogni anno, è l’augurio e lo scongiuro per l’inverno, dentro ci sono una quantità di gesti necessari, spezie, affetti, cipolla, lavoro, basilico, rancori sottilmente affettati, sale, tenerezze.
Cinque minuti prima è seduta alla scrivania, a rosicchiarsi un’unghia e cercare un aggettivo. Intanto sta rifacendo i letti, comprando l’acqua e il pane, leggendo il libro di un’amica spagnola che le apre piccole bruciature felici sulla pelle. Quando il capufficio la chiama, lei risponde: “sì?” e si gira leggermente sulla sedia, voltando le spalle alla spiaggia deserta dove ha steso l’anima sulla stuoia di spugna, per tutta la mattina. E’ la spiaggia del Faro, che è inclinato nella luce nero turchina di settembre e beve già dall’autunno. L’estate della donna divisa a volte dura fino all’inverno, o viceversa.

 Sovente si trova nel passato, la donna divisa: all’angolo del marciapiede si guarda camminare, dieci o quindici anni prima, e vorrebbe dirsi qualcosa ma non può, perché la voce è da qualche altra parte, dal momento che non si viaggia mai interi, nel passato. Se si specchia nelle vetrine, vede i pezzi che le mancano, che ha lasciato più avanti o più indietro, o che non le hanno ancora restituito: c’è qualcuno che possiede da anni pezzi della donna divisa, e nemmeno lo sa, o non se ne cura. Sì, certo, i pezzi ricrescono, attorno ai polsi la corteccia gira ogni anno un giro nuovo, ma restano i nodi dei rami tagliati, restano i vuoti, restano gli arti fantasma che nei giorni di scirocco s’agitano per conto loro.
 Le labbra della donna divisa spesso indugiano su altre labbra, per fortuna, e lei chiude gli occhi, dovunque si trova, per raccogliersi tutta in quel tocco: sono i trucchi della donna divisa, la sua resistenza. Come le fotografie: la donna divisa ne porta dovunque, anche se lo sappiamo tutti che sono bugiarde, pezzi di pezzi, pezzi di corpo dentro pezzi di tempo, e dividono ancora di più. Ma lei spesso indugia sugli album, o attacca le foto al muro con le puntine.

 Intanto raccoglie i panni stesi, e chiude una mail con un punto interrogativo, o forse era uno sguardo, o un panino al prosciutto. Ascolta con attenzione la musica, che però è come il tempo, un coltello, e divide il cuore con solchi profondissimi.
Deve anche comprare i pomodori, quelli cuore di bue che palpitano nella mano, perché vuole regalarli all’amica con la quale, da mesi, baratta solitudini profumate, spille di strass, insalate di pomodoro, conversazioni, collezioni di pietre, carezze al cuscino.
La donna divisa va al mercato dei pomodori, al mercato delle solitudini, al mercato delle pietre, al mercato delle carezze.
Non compra mai tutto quello che le serve. Qualcosa resta sempre fuori.
A volte lei pensa che è la vita, a essere divisa, e per restare interi bisogna seguirla cosi com’è, da ogni parte.

Questo perché ci sono giorni che dovrei essere tre o quattro, e nemmeno basterebbe. Vorrei cinque, ventisette, duecentootto, trentamila vite. E mi sentirei ancora più scema e divisa.

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la realtà come non è raccontabile (David Hockney)

 Mia madre voleva che fossi Oriana Fallaci, ma più casalinga.
Mio padre voleva che fossi Oriana Fallaci, ma più diplomatica.
Le mie zie volevano che fossi Oriana Fallaci, ma più cotonata.
Mio fratello voleva che fossi Oriana Fallaci, possibilmente morta, fucilata da qualche parte del Terzo Mondo.
 Capirete, è stato difficile convincerli tutti.
No, perché io non l’ho mai potuta soffrire, a parte una piccola – trascurabile – cottarella infantile, quando scoprii che potevo fare il giro del mondo solo con una bic e lei sembrava un buon esempio.
 Oltre al fatto che metteva l’eye-liner con la tuta militare e gli anfibi, e questa cosa aveva molto fascino, per me (adesso, mi rendo conto, le ragazzine sono tutte vestite come Rambo e Morticia assieme, e la cosa può passare inosservata).

 A casa mia, ricordo, c’erano pochissimi libri, per lo più “Selezione del Reader’s Digest”, che – come tutti sanno – sono libri falsi. Nel senso che non sono propriamente libri, piuttosto simulazioni, raccolte di riassunti, antologie di incipit. E con una copertina di cartone fintapelle che stava bene nella libreria di qualunque soggiorno.
 Così avevamo: una collezione quasi completa di “Selezione”; “Lolita” di Nabokov, che fu il primo libro vero che lessi, a otto anni, ricavandone una sensazione bruciante, e ancora oggi non so se per gli ormoni o per la scrittura, ma sospetto per tutti e due; “Miti greci”, raccolta fondamentalmente dannunziana di ritratti mitologici, che mi consegnò, forse per sempre, un’immagine della classicità assolutamente arcaica e decadente (e le conseguenze le pago ancora adesso); “Scandalo al sole”, proprio quello del film, che però prima era un romanzo ma questo non lo sa quasi nessuno, perché non ho mai incontrato nessuno che lo avesse letto, sicché anche questo potrebbe essere uno dei miei libri immaginari, che credo fermamente di aver letto ma che non esistono (ma qui si aprirebbe la vecchia questione: è proprio necessario che sia stato scritto, un libro? Quanti libri non scritti, non propriamente scritti fondano la nostra vita intima?)(comunque, nello specifico il libro in questione aveva un tale concentrato di speranze a lungo termine, delusioni precoci e ingiustizie redente che si prestava benissimo a sostituire Cenerentola per tutta l’adolescenza e probabilmente oltre); “Un uomo”, appunto di Oriana Fallaci.
Un libro che mi scandalizzò, ma allora non capivo perché. L’ho capito qualche anno fa, quando la Signora si autointervistò dandosi del Lei. Ecco perché. C’era qualcosa di sottilmente masturbatorio, certamente narcisista e pericolosamente dissociato, in quel modo di presentarsi, di scandagliare la vita, di presupporla tutta intera. Nell’illusione, magnifica e progressiva, che i media erano i nostri occhi e le nostre orecchie, e avremmo potuto ascoltare il pianeta che gemeva, o mormorava nel sonno, o urlava a voce piena. 
 

 Mio padre ci credeva ciecamente, a questa cosa: credeva nei giornali come altri nei miracoli. Ne comprava dieci al giorno, seguiva tutti i telegiornali, piantava antenne con la soddisfazione con cui si può piantare una siepe, o un albero da frutto. Lui credeva nei fatti, nel racconto dei fatti, nell’imparzialità della macchina fotografica.
 Per fortuna, mia madre credeva solo nei segni, in ciò che non accade, nei presentimenti. Però le piacevano moltissimo le donne incazzate, le donne che aprono le porte chiuse, le donne che non si accontentano di un “no”.
E poi, tutti e due credevano fermamente nella volontà, nel successo, nel mangiare le cose a mozzicate.
Oriana, per mia disgrazia, era un’eroina per entrambi.
Ne parlavano come di una di famiglia: Oriana ha detto, Oriana ha fatto, Oriana è andata, Oriana ha intervistato. Lei era quella che c’era riuscita, era veramente “moderna”.
 Così, quando, con abile mossa, dribblai la mia futilissima laurea in filologia classica per fare la giornalista, tutti furono contenti. Mio padre chiuse persino un occhio sul fatto che non ero diventata avvocato, e magari maschio, nel frattempo.
 Solo che c’era un problema. Io non credevo ai fatti. Forse ho fatto questo mestiere solo per dimostrare che avevo ragione: i fatti non esistono, l’informazione è l’oppio dei popoli e il pianeta non lo sta a sentire nessuno, ma tanto racconta balle.
 Intanto, Oriana s’era trasformata in una santona patchwork tosco-manhattaniana, con una forte propensione al delirio solipsistico e la crescente convinzione che l’attacco alle Due Torri l’avessero fatto per colpire il suo bovindo.

 Ci ha fatti litigare ancora, negli ultimi anni, quando comunque i miei avevano perso ogni speranza di fare di me quantomeno una Lilli Gruber (ma mia madre, segretamente, coltivava il desiderio di vedermi Donna Letizia)(io pure).
Però oggi mi colpisce, che sia morta. Lei non lo sa, quanti frammenti del mio mondo si portava appiccicati addosso.

 

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la pazza, ritratta da Ford Maddox Brown, alcuni secoli fa

 La pazza di Ortigia è sensibile alla luna.
La luna di settembre è sensibile a Ortigia, alla pazza, alla musica, all’autunno.
Sull’isola dell’isola, Ortigia di pietra forata, si raccoglie tutta la città, di notte. S’inclina, la città, e scivola verso la sua isola ovale, un occhio di pietra perennemente socchiuso incontro al mare, che qui è già africano. Di giorno il mare è uno specchio ustore, una colata di metalli, un sistema di schegge; di notte diventa un respiro nero che circonda da ogni lato Ortigia, la pazza, i palazzi. La città sprofonda in se stessa, nel suo occhio chiuso, nel suo grembo di roccia marina – i palazzi sono profondi cunicoli di pietra porosa, ornati da riccioli di ferro battuto e leoni rampanti col naso mangiato dalla salsedine: il mare risale i camminamenti, i vicoli, i passaggi, riempie del suo odore di pozzo mediterraneo la pancia barocca di Siracusa, le stanze a grappoli, gli anditi, i portici nascosti, i cortili quadrati che chiudono palme, ringhiere, gelsomini, balaustre: la pietra vegetale fa crescere Ortigia come un fiore, una pianta calcarea di bellezza oscura e incomparabile.

 La pazza dicono abiti in uno dei palazzi, il più bello.
Difeso da cancellate, circondato da tappeti di pietra che disegnano aiuole, mappe lunari, eserciti, il palazzo racchiude la pazza come una perla barocca, suscettibile alla luce. La luna di settembre, che è insaziabile, cade sulla città di pietra con una forza sorda di scirocco che stordisce. Precipita nei cortili, nei pozzi, nei vicoli, prolifera lungo tutta la piazza del duomo, che diventa giallo notte, arancio notte, bianco notte per tutti i riquadri del lastrico, tutte le cornici delle finestre, tutti i frontoni delle chiese.
 La notte è una cupola marina e vegetale e calcarea nella quale fermentano i secoli, i palazzi, gli alberi – infatti Ortigia tollera solo palme, grosse palme carnose che non temono la siccità e la luce spaventosa dei soli, della luna e della pietra gialla.
Un patto misterioso lega le vite, a Ortigia: la pietra è carne, come le foglie, mentre i muri sono corteccia, il legno è mare secco, il ferro è acqua, la carne è calcare, pomice, ossidiana, marmo, roccia. La pietra è viva, respira esalando vapori di salnitro, dalle radici dei palazzi che – nel buio – comunicano col mare, da cui assorbono succhi salati, spingendoli verso l’alto, verso i pinnacoli traforati che il sole colpisce da ogni lato.
 La pazza vive all’incrocio di queste forze, e ne soffre. Assorbe la luna dalla balaustra del palazzo, inala le particelle di luce che si staccano come intonaco dal giorno. Il mare la ferisce col suo alluminio, con le sue frecce dalle punte di bronzo: la pazza sanguina, ma continua a guardare il mare, a sentirlo salire dal pozzo, dall’acqua, dal vapore della pietra nella controra. La pazza si prepara per quell’unica notte: il vestito di seta nero, lungo, il ventaglio di bambù, un fiore d’ibisco nei capelli neri. La cipria, le perle, il rossetto.

 La pazza è bellissima.
Scende dalla scalinata barocca con appropriata lentezza, muovendo il ventaglio: è diretta alla piazza del duomo, dove hanno tracciato un cerchio, e ballano per tutta la notte, la notte di Ortigia piena di luna. Le coppie abbracciate sono immerse nella musica, se ne intravvedono solo i profili, mentre i violini s’infilano appuntiti nel buio, e il contrabbasso disegna ombre sulla facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, tra le colonne tortili e la balconata di ferro a petto d’oca. Tutto attorno sono seduti greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, aragonesi, catalani. I secoli escono a camminare nelle vie notturne, spinti fuori dal mare: sbucano gli spiriti dai pertugi delle pietre, dalle cavità sotterranee d’acqua dolce, dalla marna tenera nella quale sono scavate le cripte d’Ortigia. La sua natura d’alveare e di necropoli marina si rovescia in fuori, sotto il potere della luna.
 La pazza cammina con lo strascico di seta sull’impiantito di pietra refrattaria. Una scia di sangue la segue, sottile, confusa col sale calcareo della notte, col suo lieve sapore di ferro e di pozzo. La pazza splende come la pietra, che di notte perde la sua qualità gialla, la sua capacità di mimetizzarsi nella calce del sole, di evaporare lentamente fino a sera.
 Passando davanti al Duomo, la pazza china il capo e agita il ventaglio, in ossequio alle divinità che stanno un po’ dentro e un po’ fuori, appollaiate sulle colonne, con occhi d’uccello: i santi martiri, le fattucchiere, le ninfe. Santa Lucia, Artemide, la Gorgone. Atena dallo scudo d’oro, Aretusa, Maometto. Tra il marmo gelido della Madonna della neve, i leoni di bronzo, gli occhi d’argento di Santa Lucia, il minio del mosaico, l’intaglio del rosone normanno, lo spigolo dorico del capitello. Tutti lì, gli dei, appesi come pipistrelli, in silenzio perfetto. Salutano la pazza con un cenno invisibile: il nume passa come un tuono in mezzo alla piazza, fa volare via i gabbiani grigi, o le civette.

 La pazza è arrivata, adesso, ed esita ai bordi del cerchio, aprendo tutto il ventaglio. La luna calante preme contro la pietra, con energia malsana che Ortigia assorbe per intero. La musica s’infila dove può, aprendosi varchi tra la pietra, lo scirocco, i tiranni seduti in fila con le braccia conserte, gli dei che volano e gracidano, l’acqua. Le coppie ballano, e intorno tutti le guardano, e ora guardano anche la pazza, che balla da sola col ventaglio e la luna calante. La pazza è il centro di Ortigia, adesso, e la notte le ruota lentamente attorno con rumore di macina. La pazza muove i fianchi, tale e quale al dipinto del tempio estinto: la pazza è la dea dei serpenti, è la vergine, è la schiava, è la monaca, è la regina aragonese. La pazza è Ortigia, folle di luna e di pietra.
 La pazza è viva da secoli, a spiare il mare che scende e sale, la città che scende e sale, cambia i ponti, permane dentro i confini dei nomi greci, si siede a semicerchio nel teatro, si ascolta mormorare nelle Latomie. La pazza sente le preghiere che s’intersecano con la pietra: le preghiere sono d’acqua o di metallo, di marmo o di legno, qualche volta sono di carne. A volte sono così fitte che oscurano il cielo, e sembra la cenere del vulcano vicino, che ogni tanto invade tutta la terra, che – si sa – è grande quanto l’isola ed è triangolare e poggia su una tartaruga che poggia su una balena che nuota nel mare di lacrime della pazza, affacciata alla balaustra che guarda il mare e si ferisce gli occhi, e li porta su un vassoio, davanti a sé, come Santa Lucia.
 La pazza danza per tenere Ortigia al suo posto, una luna d’acqua e pietra porosa nel mezzo del mare. La pazza danza per stupirci, perché Ortigia mangia stupore, passi, sudore, alghe, notti, lacrime. La pazza danza perché ha solo quella notte, e attorno c’è il buio e l’ora della morte. La pazza danza perché qualcuno deve farlo.

 Alla fine della sua danza, la pazza raccoglie il ventaglio e torna al palazzo. Il portone si chiude dietro di lei, con un rumore sordo.

 In effetti, sabato notte sono stata a Ortigia a ballare il tango: avevano chiuso una parte della piazza, con un cerchio di tavoli e un cerchio, più largo e più stretto, di musica. Il bandoneon a volte diventava elettrico, si fulminava lentamente contro le facciate di pietra. Ho ballato molto, con gusto, guardando in faccia Ortigia, e tutte le facce che ci guardavano ballare, passando. A un certo punto, in pista è entrata una donna con un ventaglio: si muoveva ondeggiando, senza guardare nessuno. Ha ballato per un poco, l’abito lungo, un fiore tra gli abbondanti capelli neri, poi se n’è andata. "E’ qui ogni anno" m’hanno detto, e nessuno sa chi sia. Viene solo a fare quel ballo, da sola, col ventaglio, in mezzo agli innumerevoli cerchi della piazza e d’Ortigia. Abbiamo passato il resto della notte, io e le mie amiche (era una spedizione di sole donne, piene di scarpe e intenzioni), a fantasticare sulla casa di quella donna – di certo un palazzo barocco della piazza – e sul suo nome, e la sua età. Questo è il succo dei nostri discorsi, diciamo.

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bacio tra nuvole: acqua e pietra. (la battaglia delle Argonne di Magritte)

 Facevamo quel gioco: che cos’è? Ed erano vascelli, ippopotami, pagliacci armati d’ascia, ballerini di tango, carote, dirigibili.
Nel cielo passava qualsiasi cosa, e noi scommettevamo sulla forma delle nuvole, distese sulla spiaggia dove l’isola curva e finisce come sull’orlo del mondo. Insieme eravamo una specie di stella, le teste vicine e braccia e gambe larghe sui ciottoli neri. Io sentivo nettamente la sua attitudine carnivora di stella marina, conoscevo i suoi denti piccoli e bianchi e la fame del suo cuore cavo. Però le nuvole erano la nostra tregua – oltre ad essere uno dei modi in cui gli dèi amavano parlarci, o forse noi parlavamo a noi stesse.
 Non sapevamo leggere le nuvole come facevano le zie – loro leggevano ogni cosa: ragnatele, starnuti, venature del legno, davanzali, capelli, palmi delle mani – ma eravamo brave lo stesso: leggere è immaginare, diceva lei, che delle cose vedeva soprattutto gli spazi vuoti, quello che non erano, quello che avrebbero potuto essere, quello che stavano per diventare. Come la forma delle nuvole.
 Verso sera passavano i galeoni color porpora: immense nuvole naviglio che veleggiavano lontano, di tramonto in tramonto. C’era un fervore, un disordine di navi di sopra e di sotto, nel cielo e nel mare, dentro e fuori di noi, e non capivamo più quali avremmo voluto per andare via.
 Lei, poi, se ne andò davvero. Viaggiò a lungo e confusamente, valicò innumerevoli paesi. Dappertutto, mi diceva – ma la sua voce si faceva sempre più rara, e il suo viso nelle foto cambiava, prendeva tutte le forme – c’erano nuvole diverse, perché si parlavano altre lingue tra terre e cieli. Ma lei, ormai, inseguiva ansiosamente solo se stessa, quello che non era, quello che avrebbe potuto essere.
 Non so più sotto quale cielo sia, adesso. C’è un momento in cui devi rinunciare agli altri, in cui la loro forma nel cielo cambia, e diventano una cosa diversa. Li segui per un poco, ti dici che è una forma nuova ma la capisci, e invece no: si sfiocca, sconfina in qualcosa d’incomprensibile che ti castiga il cuore, perché non hai un nome, per quella.

 Distesa sulla spiaggia, da sola, sono una mezza stella, forse nemmeno.
Sono le nuvole a guardarci, e scommettere sulla nostra forma.

Questo per una serie di ragioni.
Anzitutto perché settembre è un capodanno dell’anima, e si fa la conta di chi c’è e chi non c’è, e lei non c’è da molto tempo. Del non esserci delle nuvole, che non pesa ma impoverisce.

 E poi perché questi giorni sono pieni di cielo: il cielo è così basso che tocca terra, satura tutte le stanze, mi raggiunge nei corridoi, si stende a terra nello sgabuzzino, nell’androne, nel cantinato. Inciampo nel cielo blu-arancio-nero-turchino-indaco-celeste di settembre, che tappezza i marciapiedi e le strade, e non posso non fare i conti con le nuvole.
 Le nuvole, si sa, sono soprattutto
interiori.
Sono mondi che ci passano dentro, e noi escogitiamo una forma e un nome, perché è sempre così: ogni cosa, e gli altri soprattutto, sono mondi volanti ai quali ci viene chiesto di trovare il nome, la forma, l’intenzione. Poi loro cambiano, ma noi a volte no. Nei nostri cieli interiori c’è un viavai di nuvole antiche, defunte come certe costellazioni di cui continuiamo a vedere la luce estinta solo per il volere capriccioso dello spazio e del tempo (che poi sono la stessa cosa). Nuvole di pietra, nuvole di legno, nuvole di piombo. Siamo collezionisti di nuvole come siamo collezionisti di sguardi, di mani, di parole: roba pesantissima, senza peso, definitiva, effimera, inafferrabile, perenne.

 Inoltre, ho appena scoperto un posto (sì, lo so, è famosissimo, ma io sono tarda e ci arrivo sempre dopo) dove si tratta solo di nuvole: la Società per l’apprezzamento delle nuvole. Sono un gruppo di sognatori che combattono "la banalità del cielo tutto-azzurro" e sostengono con fermezza la necessità delle nuvole nella nostra vita. Come dar loro torto.
(naturalmente le studiano, le dipingono, le fotografano – guardate 
qui questo settembre imperiale – ma soprattutto ne apprezzano la natura imprendibile, casuale, mutevole, la natura di non-segni che diventano segni, segni decisivi per leggersi dentro, leggere le scritture interiori nei cieli che siamo).

Infine, il mio sogno è sempre stato quello di scrivere una mappa delle nuvole.
O forse ogni scrittura è un tentativo di mappa delle nuvole?

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Il Capodanno di settembre secondo Dalì

 Come faccio a trattenere questo cielo? Come posso catturarlo, farlo restare? Datemi un mestolo, una boccetta, un coltello cavo. Una pagina, una tazza di ceramica, un sogno.
L’ho percorso tutto, correndo fino alla punta del Faro e poi indietro, col naso in su, e non bastava mai. Io non bastavo mai. Siamo troppo piccoli per un cielo intero, lo so.
E’ che era Capodanno. Nel calendario dell’anima Capodanno cade di settembre, da sempre.

 “Saluta il mese, quando ti svegli” mi raccomandava mia nonna fattucchiera. E io mi alzo ancora adesso, dell’età incerta che si ha al risveglio, e lo saluto : “Benvenuto mese” bisogna dirgli. E lui s’accomoda, tirandosi la coda dei giorni mentre si siede.
Ma il calendario scorre differente, e ci sono mesi che cominciano quando non te l’aspetti, e altri che non finiscono mai. Equinozi, solstizi, domeniche e festività. Ci sono domeniche che succedono nel mezzo delle settimane, così torpide e gialline. E settimane fatte solo di giovedì, le mie preferite (il mio giovedì è il sabato dell’anima, la domenica è un lunedì mattina, il mercoledì è domenica sera, di solito. Martedì non conta, forse nemmeno c’è, nel mio calendario). Il sabato capita di rado, perché non lo amiamo particolarmente, qui: è arrogante e veloce, e non lascia mai niente di sé. Invece venerdì è umile, quasi come novembre. Ma è anche corto, dura due o tre ore, e sono solo di sera.
Agosto è imperiale, ogni volta. Ma non dura mai allo stesso modo. Una volta non venne affatto, anche se lo aspettavano tutti. Il mio compleanno, quella volta, non cadde mai. Passammo da luglio a settembre, ed era un anno sostanzialmente blu. 
 

 Quest’anno, l’estate è durata almeno sei o otto mesi, non so.
C’è stato di sicuro luglio, due volte, e poi marzo, giugno, ancora luglio e un agosto sterminato, che è ricominciato almeno tre volte. Io lo so perché.
Avevo cambiato casa, ed era tutto fuori posto: rumori, ombre, angoli. Il letto era puntato verso la città, con le spalle alla spiaggia. La terrazza dava sul lago salino. Le scale non prendevano la luna. La casa era un pozzo, in mezzo ad altre case: assorbiva più tempo e più luce di quanto non avesse da darne.
Gli oggetti non sapevano decidersi: stavano un po’ qua e un po’ là, un po’ in città, un po’ a ottobre, un po’ al mare, un po’ a luglio, un po’ a maggio. Li cercavo, ed erano rotolati nel mese prima, o tre mesi dopo, o in una casa futura che adesso non vedo ancora, o nella casa vecchia, la casa di prima sullo Stretto, la casa fantasma che mi segue come un angelo custode di mattoni trasparenti.
 Sapevo che ci voleva settembre, per mettere tutto a posto. E non arrivava mai. Ogni giorno mi mettevo ad aspettarlo, scrutavo il cielo, guardavo da ogni parte: la Calabria tacita e azzurra, le nuvole magistrali dell’altopiano, l’imboccatura dello Stretto che ad agosto è vasta e accesa, larga abbastanza da farci passare una città (e ci sono di certo città marine che se ne vanno in giro, d’estate, come isole). Ma lo sapevo che non ce n’era traccia: era quasi sempre luglio, marzo o l’interminabile agosto.

 Infine, quando non lo aspettavo più e m’ero quasi rassegnata a restare prigioniera d’un mese d’ininterrotti compleanni e tramonti arancioni, eccolo. Il mio Capodanno.

 Settembre tardivo s’è manifestato con un cielo inverosimile.
Un turchino nero nitido che fa male agli occhi e ai ricordi.
Non c’è più nemmeno una piccolissima traccia d’agosto. E’ come se dietro l’azzurro ci sia tutta l’ombra che quest’estate interminabile c’aveva negato: rifulge anche lei, con un carico per il cuore quasi insopportabile.
Il cielo, per giunta, s’è fatto dilagante, arriva fino in fondo, dietro la Calabria che s’è spostata un poco avanti, e infatti lo Stretto è vicino e veloce, con una trasparenza che ti fa leggere ogni cosa: dietro l’aria fine c’è tutto il tempo accumulato, gli oggetti rotolati via, le pietre, l’oro perso dell’estate.
 Tizzoni bruciati, pelle di serpente, speranze rattrappite, flaconi vuoti, palloni sgonfi, musiche ammaccate, stelle cadute, ruote di bici bucate, sandali rotti, ricordi stropicciati, bicchieri sporchi, baci usati, bucce di cocomero: a settembre non ci sono più, perché è un mese essenziale, un mese di ritorni.

 Ombra, matite, fichidindia: sì, l’anima è tornata a casa.

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