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Archive for dicembre 2010

L’anno nuovo cominciava sempre il giorno prima, almeno, e qualche volta anche due giorni prima. Quando si compravano le munizioni.
Quelli del secondo piano scambiavano informazioni e tiravano sul prezzo con l’ambulante, su “candele romane”, “venti di guerra” e “tuoni di mezzanotte”. Non erano trattabili, ovviamente, il “razzo lucifero” e la “bomba kamikaze”.
 Emiliano Zapata, ovvero il cugino Bartolo, portava in giro le sue cartuccere da trecento pezzi fino dall’antivigilia di Natale, e li vendeva negli angoli, senza porto d’armi: “barrage 120” con botto e scenografia, razzi “Soviet” a decollo verticale e un assortimento di “supermagnum” con minimo tre grammi di polvere da sparo, che sennò nemmeno si sente.
 I cugini più grandi non dicevano niente, e assaporavano il peso pieno delle “cipolle”, 125 grammi precisi di esplosivo a basso potenziale confezionato nella plastica (che oramai il cartone pressato non lo voleva più nessuno) e con la miccia legata stretta ad almeno dieci giri, gialla e compressa come una tigre che aspetta nell’ombra.
Loro non avevano il permesso, ancora, d’aprire la vetrina delle armi, dove riposavano, a canna in su, i fucili di famiglia. E pochissimi di loro sapevano altre cose, cose di armi seppellite nella terra fresca, brune e abrase e deposte come delicati semi di guerra.
  E poi, tutti cercavano i modi più propri, per arrivare a mezzanotte: spilli, capretto ripieno di capretto, rancori familiari sott’olio e sotto sale, litigi aggrovigliati negli angoli e intermittenti come luci, roncole, biglietti amari scritti con inchiostro selvatico e succo di prugna, sgarbi, fiati pesanti. In tasca, nel cuore, appesa alla cintura o alla fondina, chiunque aveva almeno un’arma, un segreto, un modo.
Si sorridevano, lungo la tavolata, con i canini luccicanti.
E sì che c’erano anche olive ripiene, giambotta di melanzane, pauro murato nel sale, lenticchie rosse e un’eternità di fichi secchi mandorlati.
  Alle undici e trentacinque passò la barca a prenderli, come ogni anno.
Si sistemarono ondeggiando, i giubbotti stretti e abbottonati al collo, i cappelli calati fino agli occhi: visti così, nella barca, non si sapeva proprio chi erano i vecchi e chi i nuovi. Erano tutti giovani, eccitati dall’odore d’olio e di ferro. Erano tutti vecchi, e l’avevano fatto mille volte, come ogni cosa.
  Nel centro dello Stretto l’aria era così pulita che le sponde si toccavano la fronte, casa per casa. Le navi traghetto erano immobili, i fianchi larghi fermi e ancorati, e pure loro aspettavano. La luna s’era assentata brevemente, o osservava da dietro il velo, gli occhi come fessure.
  Eccoli.
Tutti e due, l’anno nuovo e l’anno vecchio. Pure loro difficili da distinguere, nel nero della notte. Volavano vicini, le grandi ali di falco spalancate, i becchi appuntiti sulla faccia d’angelo. I corpi pieni di nervi si tendevano, e non si capiva bene quale fosse dei due quello così vecchio da dover morire proprio quella notte lì, precipitando nel mare liscio e freddo e piatto come uno specchio.
  Quando furono proprio nel centro dello Stretto, la mezzanotte partì come un’onda dai due lati opposti, dall’altopiano dell’Aspromonte che vegliava basso e coperto di nuvole e dal corpo di selce dell’isola triangolare, o forse dai suoi vulcani sprofondati. Un’onda nera che fece un rumore impressionante, coperto – per fortuna, come avveniva ogni anno – da un clamore d’esplosioni.
  Dalle sponde, dalla barca cominciarono a tirare sui falchi in volo: doppiette, canne mozze, fucili caricati a lupara. E anche mortaretti, mezzebotte, track con tronetto. Razzi cinesi, a cuore rosso, o giallo a colpo forte, mortai a sei colpi con base in legno. Raudi, mephisto e colibrì a scoppiettìo. Zeus a detonazione forte e cobra con la miccia. Una magnum sparò un colpo isolato, un kalashnikov di vecchia fabbricazione disegnò in cielo peonie, pesci , uova di drago. Un tintinnìo di bossoli si poteva sentire appena, dietro e sotto i boati.
  Una delle due sagome in volo s’impennò di colpo, chiuse le ali muovendo un’aria torbida e precipitò a cerchi larghi, lenti nello Stretto.
L’altro non si voltò nemmeno, un attimo dopo era sparito.

auguri a tutti noi, che siamo in volo di notte, e ci tirano sempre addosso, quei bastardi. 

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Tutti i retroscena della tournée di Brioscia che, come i Pooh, ha cominciato un tour – il Miciazze Fab Tour 2010 – per presentare la sua creatura, che nasce, si sa, svantaggiata: nascere libro nell'Italia di Bondi è come nascere neri nell'Alabama del 1930, come nascere contadini nella Russia del 1830, come nascere calabresi, o donne, in un secolo a piacere.
Ma noi ci segnaliamo per sprezzo del pericolo e incoscienza recidivante (e poi qui occorre distrarsi dopo la prestazione da black block del Parlamento senza vergogna di ieri).
In ordine cosparso (il mio preferito):

 

Il corteo con striscione

Esistono vari tipi di corteo: quello da casa, il più comodo, tutto in streaming, youtube e status di fb; quello semplice; quello con bandiera; quello con striscione. La vostra Brioscia ha scelto il più difficile: quello con bandiera e striscione.
La bandiera era quella dell'Unità – dal momento che la gloriosa “No Ponte” era stata dimenticata con tutta una serie di cose indispensabili (mutanda a banda larga, fondotinta color Carlo Conti, amuleto animista-calabro-pagano, santino del Che e di padre Pio) – rossa il giusto, e soprattutto diversa, nella spaventosa infestazione di bandiere del Pd che risalivano la piazza e le vie come una micosi biancorossoverde.
Lo striscione era quello, eterocromatico, di ArciEtero, associazione – appunto – di eterogenei a difesa degli omosessuali: un caso di ospitalità da corteo dovuto allo sconfinato, pericoloso senso dell'accoglienza di Francesca Fornario, di cui si dirà più oltre.
Ma la Brioscia ha scoperto – dopo quasi quattro ore di piazza, una ricerca affannosa di bandiera alternativa (cessata solo dopo aver commosso, con argomenti inverecondi, un venditore ambulante di “Unità”), uno scavalcamento coatto di transenna, vari cali glicemici, vuoti di memoria sulle playlist della sinistra (tenere a mente: Jovanotti è di sinistra, Daniele Silvestri è di sinistra, Lady Gaga è di sinistra), un tentativo di tarantella su un rap campano-pugliese con principi di infarto del miocardio e rottura rotulea – di non averci proprio il fisico, per l'opposizione. Opterà per il Pd, allora.

 

La shining

La shining è, con tutta evidenza, la femmina dello shining.
La shining si manifesta in situazioni estreme, quando nell'urgere degli accadimenti senti una luccicanza, però femmina. Nel senso che ti dici: questa potrebbe essere, anzi è una sorella. Mi è successa molte volte, in questi giorni. E quasi senza interruzione dentro il corteo, che era a sua volta dentro la Capitale, che era dentro un sole da Liberazione, che era dentro una speranza grande così.

 

La casa di Francesca Foster

La casa di Francesca è di centosei stanze, tutte piene di disegni, fumetti, personaggi dei fumetti parzialmente vivi che ti guardano quando ti volti ma tu non li becchi mai. A casa di Francesca si mangiano peperoncini raggiati, clementine soavi, cassate, torroni, ciambelle delle cuoche del paradiso, molto kamut, gnocchi dell'alleanza, tisane di resistenza umana.
La casa di Francesca è aperta a tutti gli amici immaginari, come casa Foster: infatti nel corridoio ho incontrato Blu che inseguiva scarabocchi, ed Edoardo che raccoglieva margheritine dipinte sul muro.
Francesca mi ha adottata, e anche io adesso vivo lì, in qualche modo.

 

Hal e Simone

Simone parla spesso con Hal, o Hal parla con Simone. Si dicono cose che solo loro sanno. Simone mette l'auricolare, e fa una domanda, e Hal risponde ripetendo sempre la domanda, come se fosse inglese, o Gasparri.
Poi Simone tocca lo schermo, e Hal ride perché gli fa il solletico.
Si vogliono bene.


Roma

Roma occasionalmente diventava d'oro puro. Con tutto il suo marmo, i suoi traslocatori, i suoi sampietrini larghi, i suoi happyhour, i suoi deputati (agh). Con tutti i suoi scontrini, i suoi gestori di bar, i suoi tassisti. Con tutto il suo Tevere color birra scura, e i suoi ultratevere, e la sua pietra rosa che appare solo fuggevolmente al crepuscolo e poi si trasforma in altro, ferro cenere o carne.
Con tutti i suoi retrobottega, i suoi panini col pomodoro troppo verde, i suoi gioielli di Cornelia, i suoi androni che sanno di broccoli, le sue idi di marzo.
E chi la finisce mai, Roma.

 

Enrico Ghezzi e le scarpe a pois

Sarà stata l'ansia da prestazione, sarà stato il digiuno coatto, la perdita di sonno, la Salerno-Reggio che ormai non è un'autostrada, è un'ordalia. Sarà stata la sindrome da Pelle d'asino, o da Cenerentola, o da Paperino. Ma Brioscia si sentiva leggermente fuori sincrono, quella mattina a Più liberi più libri: tale e quale a un Enrico Ghezzi che parla di Buñuel e spinterogeni. Come se la realtà si fosse spostata di una quindicina di centimetri. A destra.
Meno male che c'era Fiamma, la sempiterna Fiamma Lolli, che fece uno show straordinario, come un acquazzone di violaciocche, come una tempesta tropicale di fragole e sale grosso, come un tornado di confetti al liquore, come un'aurora boreale alla cannella, facendomi vergognare: il mio libro non era certamente all'altezza della sua performance. E per giunta senza orecchini (lei, non il libro)(ma si rifece la sera, Fiamma, con calendari maya pendenti che le arrivavano alle spalle, con tutte le profezie).
Meno male che c'erano tutti i miei avatar preferiti, che quasi voleva andarmene in giro e cliccare “mi piace, mi piace, mi piace” e forse l'ho pure fatto prima che l'editore m'immobilizzasse dietro una scrivania gelminica da cui spuntavano solo le teste, come in certi banchetti del lunapark (tre palle due euro) o in certe commissioni d'esame: “Vediamo, Mallamo, se ha studiato”. No che non ho studiato.
Davanti a me, sembrava l'home page di fb un lunedì mattina, ma più bella.
Accanto a me, in moto ondoso, Fiamma diceva cose spettacolari, parlava di compassione e letteratura, e di manuali di pesca e di caccia alle balene, e di colpo eravamo tutti a fiocinare Moby Dick, che passava al largo dei marmi dell'Eur con la coda di travertino.
Sopra di me, la telecamera di Antonio Allegri registrava scene da film. La Corazzata Potemkin, o forse Fantozzi – Il ritorno (dovrò fargli causa, quando tutto questo sarà su YouTube, lo so). Più su, gli dei, beffardi. Più su ancora, nell'iperuranio, le zie che spargevano sale e facevano scongiuri.
Dentro di me, la legge morale.
Sotto di me, le scarpe a pois. Almeno loro sapevano tutto.

 

 

Il giorno degli avatar spezzati

Quando li hanno trovati, non sapevano proprio cosa fossero. Li hanno ramazzati e chiusi nei sacchi, ma poi non sapevano nemmeno se buttarli nell'umido o nell'indifferenziato inorganico.
Sembravano fiori, ma anche gusci d'uovo, ma anche pietra calcarea, ma anche un qualche corallo. Sembravano baccelli, ma anche scatole cinesi, ma anche frammenti d'alveare, ma anche pelle di serpente. Sembravano porcellana, ma anche miele, ma anche foglie di felce, selci scheggiate, bottoni della nonna.
Erano avatar.
Li abbiamo spezzati con un gesto solo, di solito un abbraccio: Romana, Assunta, Eva, Angela, Lorenza, Chiara, Luca, Antonio, Nuvola, David, FrancescaRomana, Johnny (con bellissima figlia). E poi Naima ed Emanuela.
Che meraviglia, riconoscerci veri. E quanto siete dannatamente belli, da veri. Quanto siete imperdibili.
Mi piace mi piace mi piace mi…

(con Raffaele, Enzo, Giacomo, Monica, Ivan, Mariantonietta, Gaja, Enrico lo avevamo già fatto, il prendete e spezzatene tutti, e dunque è stato un normale ricongiungimento parentale).

 

Il bucatino ultracorpo

 

Non è un pranzo. E' un rapimento alieno. Un sequestro, un incontro ravvicinato. Tu entri là sotto, in una trattoria annidata nella Roma porosa e millenaria degli osti, di tovaglie di carta e avambracci e una lista scritta a penna. E lì, dalla lista, avremmo dovuto capirlo, stupidi che non siamo altro: c'era scritto “mezza porzione”. E l'abbiamo preso, invece, per un souvenir linguistico, un vezzo da filologi: oltre alle mezze stagioni, si sa che da un sacco di tempo non esistono più da nessuna parte le mezze porzioni. E invece.
La cameriera ci faceva gesti disperati, ma noi, persi nella crisi ipoglicemica delle tre del pomeriggio, dopo le obiettive difficoltà di tenere assieme una comitiva eterogenea dentro una Roma festiva, piovosa e furiosamente prandiale – che è come portare un circo a Gerusalemme, o il Pd al governo – non ce ne siamo accorti. E abbiamo ordinato. Porzioni intere.
Non tutti siamo ancora qui a raccontarlo.

 

Le luci sopra Salerno

Non so com'è Salerno, di sotto, ma di sopra sì. Almeno a Natale. Di sopra, diciamo dalla vita in su. Perché forse Salerno è come le sirene: mezza asfalto e mezza firmamento. Mezza zolfo e mezza limone. Così tralci di brina gocciolavano luce accanto a reti dorate, renne, pianeti. Asteroidi d'argento sopra i segnali arrugginiti, stelle galleggianti fino ai primi piani dei palazzi gialli.

 

Le luci sotto Salerno

Il tango, si sa, è una congrega clandestina. Ci raccogliamo come adepti, senza bisogno di dire nulla, cogli abiti rituali, le formule degl'incantesimi lungamente studiate. E da quei cerchi scuri che sono le milonghe si sprigionano luci, fuochi fatui, ardenze. Succede ogni volta, ma qualche volta di più.
A Salerno eravamo sul mare impietoso che sapeva di zolfo, e smaniava dietro i vetri. Dentro, fiorivano i limoni, e una specie di giugno teneva la ronda stretta stretta (musicalizzava un ragazzo giovanissimo, che prendeva il tango dal lato della forza, dell'energia ondosa del suo tremendo potere di lontananza e nostalgia).
Ne ho avuto sorrisi e rose, e magnifiche tande. Da fuori, si vedevano le stesse luci scure d'un acquario,o dello Stretto.

 

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