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Archive for luglio 2007

Lo Stretto naviga (Dalì - The Ship)

  Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d’acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
  Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl’incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
  Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
  Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
  Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
   Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
  Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
  Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
  Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde – torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti – ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
  Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

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matrimonio a parigi secondo chagall

  E io che mi pensavo. Io che sì, d’accordo, m’ero comprata l’abitino glam glam (che poi tanto si può sempre riciclare per il tango) e le scarpine di raso nero, ma la borsilla no (in vernacolo sarebbe la buzzitta, che s’accoppia di solito alla cappottina, ma qui entriamo diritti nella leggenda), avevo quella di mia mamma, una bustina nera con una minuscola tartarughina di smalto. Dentro, c’è ancora il menù d’una cena sociale di sette anni fa: continuo a portarmelo dietro, come tutto il passato trasparente, il bagaglio vasto e immateriale, pesantissimo e invisibile che ci segue ovunque.
Dritta sui miei tacchi di nove centimetri, fresca di messimpiega, stringendo la bustina dei ricordi, ho trattenuto per un attimo il respiro, sulla soglia dell’albergone imbandierato specializzato in matrimoni. Alla calabrese, si capisce.
Il matrimonio calabrese è una cerimonia complicata e durevole. Comincia di solito un paio d’anni prima, quando i due decidono il passo, e tocca informare le rispettive famiglie. Seguono una media di una novantina tra cene, pranzi domenicali e/o susseguenti pomeriggi con pasticcini nel salotto buono, visite al paesello e doverosi omaggi alle parenti anziane – di solito prozie remote, comari di basilico e cugine collaterali. Quando tutti sanno, e hanno manifestato il loro benestare, si può procedere con l’organizzazione.
  Zia Maria, di solito, fa da furiere, assessore all’annona e ministro degli esteri. Presidia scelta di bomboniere, disposizione di posti in sala e rapporti con il clero. Ieri sera gli ultimi due invitati scomodi sono stati adeguatamente posizionati – nella mappa da risiko dei tavoli da otto – all’ultimo minuto utile, giusto alla fine degli antipasti. "Zia, ce l’hai fatta anche stavolta" le abbiamo detto noi cugine anziane, che sappiamo tutto delle campagne di russia che ha sostenuto da sola, dritta sui suoi tacchi quadrati, sulla sua ossatura minerale e sulle sue invincibili convinzioni.
I vicini di casa C. sono stati smistati – con un doppio avvitamento e un carpiato – al tavolo delle comari di sotto (Franca di sopra e Pina di sotto sono i confini umani della comunità, e qualche volta toccherà scriverne) senza colpo ferire.
  La zia s’era già distinta nella formazione del tavolo delle scorie tossiche, il tavolo degli indesiderabili che nessuno vuole vicino: mia cognata la scorpionessa, il cugino con l’alito di capra morta, il compare di Bagaladi aromatizzato alla naftalina, il nipote complessato. Al termine di lunghe e complesse trattative – che il medio oriente sarebbe un gioco da ragazzi, in confronto – la zia li ha sistemati tutti. Tenendo nel giusto conto età, aspetto, censo, grado di parentela, generosità nel regalo e propensione al malocchio. Che tanto poi si sa che nessuno sta seduto più di cinque minuti, e tutti vanno al tavolo di tutti (tranne il nipote complessato, il compare antitarme e il marito della nipote che vuol parlare di Voltaire con chiunque gli stia vicino sennò mette il muso).

  Io ho mangiato di tutto: gamberetti, fonduta, kebab, zuppa, sushi e molta molta maionese. Era un matrimonio calabro-global, e la farcia era, giustamente, planetaria. Sushi corretto al pescespada, fonduta col pecorino di latitanza, kebab al pesce azzurro. Gnocco fritto con pecorino e miele d’aspromonte. Astici. Ricotta fritta. Anelli di calamaro. Frittelle di fiori di zucca. Torta fredda di salmone. Filetti di salmone. Tartine di salmone. Salmone.
 Non fraintendete. La nostra ossessione per l’abbondanza è antica e rituale. Tiene lontani i malispiriti, l’insicurezza, il malocchio. E poi, ci sono intere culture basate sull’ossessione per il vuoto, e onestamente non c’è partita.
Commare Abbondanza era seduta in prima fila (dove militavano, nell’ordine, una donna cannone, un sergente Garcia, una primavera esplosa, un allevamento di coleotteri), muoveva la bacchetta magica a caso e faceva spuntare cascate di strass nei luoghi più impensabili: l’abito lungo di zia Enza nubile, la mia cintura, i sandali palafitticoli di una piacente invitata, dove erano montati bersagli per freccette luminosi. Interi corpetti erano incrostati di pietre dure, fossili, conchiglie, stalattiti e stalagmiti. C’erano scarpe a forma di biga di Ben Hur, volants leopardati, borsette di scarabeo stercorario. Molto beige, molto oro. Grande esposizione di piedi. Qualche tatuaggio. Nessun piercing (evvabè, dateci tempo).
E camerieri concentratissimi in guanti bianchi che servivano patè di zucchine e pomodorini, risottino allo zafferano e frutti di mare. E cestelli di ghiaccio, un gran numero di cestelli di ghiaccio: era un "Live Earth" matrimoniale, dove c’era di tutto, dalle Alpi all’Antartide.
L’orchestrina parimenti suonava ogni cosa, da "Besame mucho" a Capossela. Global-calabri pure loro.

  La sposa era mia cugina bella in seconda (la bella titolare vive al Nord, ma ancora si ricordano le sue leggendarie visite estive), quella che somiglia a Nicole Kidman ma più alta. Solo lei poteva portare quell’abito a scollatura totale e gonna interminabile. E i tacchi bassi.
Gli sposi volavano di tavolo in tavolo, mentre avveniva di tutto: io e il mio compagno – protagonisti, al momento, di "Quattro funerali e un matrimonio" ­ – scattavamo istantanee della serie "la sai betoven?" al pianoforte a coda, facevamo marameo da lontano a mia cognata e dissertavamo sui Dico col parroco (che la zia ha piazzato al nostro tavolo, con misteriosi intendimenti pedagogici)(io insistevo: "padre, noi viviamo nel peccato, e siamo felici", lui trasaliva e versava più ghiaccio nel bicchiere). Mia cognata s’è cambiata pure d’abito, tra il primo e il secondo tempo: per lei è sempre Sanremo. Poi, in compenso, una volta assestasi tra i pannelli di lamè, ha dato prova della sua consueta fame da brontosauro. Intanto i bambini cadevano addormentati nel mezzo del salone, zia Enza era piegata dal peso del monumentale crocifisso di strass che portava al collo ("Zia, hai paura dei vampiri?" le ho chiesto, e lei: "Certo che no, se ne vedo uno lo mordo io". I vampiri sono avvisati) e nessuno dava confidenza al dentice a terrazze servito con coreografia flambè.
Diciamo che eravamo già tutti proiettati verso il buffet di dolci.
Commare Abbondanza dà il meglio di sé, sui dolci. Dobbiamo scongiurare, dopotutto, lo spettro d’una ventina di secoli in cui il pane col miele era il massimo, e tutti i dolci poveri che ci siamo dovuti inventare in tutto quel tempo: le ‘nsudde spaccadenti, il torrone di cemento armato, le ‘nnacatole fritte nello sciroppo, le collure di pasqua farcite di uova, le colombelle cogli occhi di mandorla e i sogni di zucchero.
Niente di tutto ciò, ieri.
Trenta metri di buffet, con torte paradiso, babà alla frutta, sacher-global profumata di zagara, tiramisù, un intero lago di cigni tutto di panna, bignè e profiterol: guardando quella crema azzurra che fingeva le onde, quei cigni indomiti e cotonati, devo ammettere che mi sono commossa. Ho pensato a tutto ciò che di cotonato e laccato e artificialmente colorato c’è in noi, al magnifico kitsch che glassa le nostre vite, e che pure non cancella quest’assurda fiducia, o speranza da cigni di panna che vanno verso l’argine di cioccolato, ad ali aperte e fari spenti nella notte.
  E poi c’era lei. Sì, lei. La mia torta preferita.
Ora voi direte "aaagh", ma vi giuro che è buonissima. La torta panna e peperoncino. Che infatti non è una torta, è una metafora. La metafora si taglia a fette, e dentro sembra una cosa innocua: due strati di pandispagna, due di panna spessa e bianca, con impercettibili pezzettini rossi. Quando la mangi senti solo la panna, e continui per qualche secondo a chiederti dove hai sbagliato, o cosa voleva dire, o come puoi farti fregare sempre e credere a qualunque cosa, anche a panna e peperoncino. Poi ti fermi con la forchettina a mezz’aria, perché è allora, quando hai perso la speranza, che arriva il peperoncino. Nella bocca tutta dolce, tutta risaputa, si sparge e si solleva un solleticore, una polvere di stelle, un brillìo di fuochi artificiali che non è esattamente un sapore. Il piccante non è un sapore, sappiatelo: è una sensazione tattile. Un inganno dei sensi, come ogni volta che mastichiamo una metafora. Inseguiamo un sapore, un simulacro, un’immagine, e invece è un’altra cosa, come un suono, come una pioggia sottile.
Come un matrimonio calabro in una notte di luglio.

Sì, sono sopravvissuta, anzi mi sono proprio divertita. E rassicurata: l’abbondanza serve a rassicurare. Che saremo ancora qui al prossimo matrimonio, che dureremo anche noi, anche questo cerchio irregolare di somiglianze e dissonanze, di amori e rancori che chiamiamo famiglia. Gli sposi erano deliziosi, comunque. E l’età media sotto i 35. E pure la bomboniera era un oggetto comprensibile, anzi utile: un vaso di cristallo. Se penso agli oggetti che ho collezionato, nel tempo: veneri di milo con gli orologi nella pancia, cucchiaini per mancini masochisti, pastorelle di capodimonte disegnate da pedofili. E non posso dimenticare la lumaca di trenta centimetri in  polietilene rivestito di paillettes fosforescenti. Roba da superquark. Ma forse tutti i matrimoni, sono roba da superquark.

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nel cortile del condominio (George Grosz)

  I feroci condomini sono di pattuglia sin dal mattino presto.
S’aggirano entro i vialetti, tra le siepi di gelsomino e pitosforo, lungo le cancellate di ferro battuto. Forse nemmeno dormono, contentandosi di cullare il fucile a canne mozze sul dondolo del terrazzo grande, appisolandosi per un istante o due in faccia al plenilunio spettacolare che non sta lasciando più i nostri cieli.
 Dormono per alcuni secondi, fino a che il peso del sonno gli fa cadere di lato la testa, e allora drizzano il collo di scatto, e si guardano attorno, ostili. Poi s’assestano sul cuscino con le frange, e riprendono a fare la guardia. Il pitbull di nome Pasquale gli dorme sui piedi, un filo di bava che cola dal muso scontroso. Talvolta si sveglia anche lui, e abbaia a lungo contro il cielo, le stelle e il lago, che di notte è perfettamente immobile e marcisce lentissimo sotto la superficie salata, insaporendo le cozze.
  Il mattino arriva salutato da salve d’uccelli e miracoli sullo Stretto: la luce sorge tutta assieme, da sotto in su, e le palazzine rosa del condominio sono fenicotteri di mattoni che scendono ad abbeverarsi, tra il supermercato che alza con fragore le sue trentotto saracinesche e la fila di cassonetti spalancati dove abitano le mosche luccicanti.
 I condomini fanno la prima ronda entro le otto, otto e mezzo, controllando col decimetro tutti i palmi di proprietà, contando le bouganvillee e verificando la tenuta dei cancelli. Qualche volta li oliano, con lo stesso olio del fucile: il cancello scatta come un grilletto, avanti e indietro. Mitragliano tutti i vicini, poi passano ad attaccare quelli del condominio di fronte, che li beffano ogni anno, con qualche lavoro di trivella ad agosto, con apparecchiature misteriose che disturbano i segnali della parabola, con sacchi di spazzatura di misura irregolare. Quando hanno sparato a tutti, sono pronti a uscire.
  Scendono nel parcheggio e lo percorrono tutto, fino al cortile delle autoclavi, dove i gelsomini stellati e tropicali tracimano, anticipando ogni anno la fioritura. Li guardano con gli occhi stretti, i condomini, perché sono cespugli anarchici che non tengono in alcun conto l’ordine e la proprietà. Meditano sempre di sradicarli, e sostituirli con una rete d’acciaio elettrificata, verde. Ma cazzo quanto costa.
  Misurano i posti auto disposti per lungo, aiutandosi con le mani e con la memoria – non c’è mai giustizia nei metri quadri, accidenti – e poi passano alla zona a spina di pesce, verificano che gli specchietti siano correttamente allineati, e i copertoni non escano dalla striscia di biacca dipinta sul selciato, pronti a gridare: sconfinamento! Qualche volta beccano uno nuovo, o un visitatore, o un vero abusivo capitato per caso che ignora tutte le leggi della ripartizione dello spazio sociale, la geometria censuaria e decimale e bizantina che regola la dimensione delle vite. Allora i condomini erga omnes respirano pesante e scendono in guerra: sparano col mortaio regolamenti, strappano la sicura di circolari che scoppiano con grande fragore, muovendo le foglie della palma perenne. Qualche volta caricano la mitraglietta coi verbali delle assemblee condominiali. Non fanno prigionieri. Nelle case ombrose, sotto le pergole di legno attorno a cui s’attorciglia la vite americana, dietro le tende di tessuto, i vetri camera e gli infissi anodizzati, le mogli preparano le gocce per la pressione, in un bicchierino di carta. Sorridono il loro particolare sorriso silenzioso delle mogli.
 I condomini intanto si sbracciano, disegnano con un dito sul muro mappe catastali di alta precisione, e un po’ d’intonaco si sbreccia e cade, e questo è un segno molto chiaro. I condomini non smettono fino a che il cancello non s’è chiuso dietro l’estraneo, e la proprietà è salva. Allora tornano in casa, a spiare per l’ultima volta tra le fessure della tapparella, mentre un silenzio di calce secca riempie di nuovo il cortile che si prepara al mezzogiorno.
 Le lucertole passano rapide, saettando tra le siepi, entro camminamenti nascosti tra la precisione dei confini e i punti millesimali del condominio che farebbero morire di disperazione i condomini, se solo potessero controllarli tutti. Buchi dei mattoni forati, passaggi celati nel cuore dell’oleandro (la pianta preferita dai condomini: rosa e velenosa, come un sorriso di buon vicinato), cancelletti dai denti larghi: tutto cospira contro le recinzioni con cui i condomini consacrano il loro inalienabile diritto alla proprietà, alla sicurezza, alla felicità.
  Piazzano sui muri cocci aguzzi di bottiglia, filo spinato, lance appuntite che spartiscono l’azzurro implacabile del giorno. Sistemano negli angoli i fili senzienti dell’antifurto, le fibre occhiute che moltiplicano i loro sguardi, la loro vigilanza, il loro febbrile possesso, che – dicevano i romani –
va dalla terra al cielo e forse pure oltre: qualche volta guardano dritto nella luna, che è così vasta e gialla, in queste sere, da poggiarsi in bilico sul pilone, con un rumore sgonfio di mongolfiera, e pensano a tutta quella proprietà indivisa, tutto quel terreno da recintare, tutti quei crateri sprecati. Allora sospirano e muovono il piede, e il pitbull grugnisce, nel sonno.

Sono ufficialmente in vacanza, in una casa del condominio  ingannevolmente rosa che sorge a ridosso del lago (il lago sterile e salino che alimenta le cozze cittadine, e le zanzare universali). In soli due giorni, a parte la lavatrice esplosa, la caldaia terminale e i tafani che mi terrorizzano il gatto, ho avuto un quadro chiaro di tremila anni di diritto di proprietà ex iure Quiritium. Ma ho due alberi, due pini marittimi di rara bellezza che annuiscono sempre spargendo la loro remota fragranza mediterranea, e una terrazza dalla quale vedo molte cose. Magari, fra due mesi avrò pure capito dove parcheggiare.

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