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Archive for ottobre 2009

lacrime vere

    Caro Pd,
io oggi non verrò a votare per nessuno dei tuoi, e non dire che non lo sapevi. Non dire nemmeno che ti dispiace, perché le bugie non le sopporto e tu dovresti saperlo. Ma mi accorgo ora che tu di me non sai niente, e forse non hai mai saputo niente.
Sei talmente vago, distratto, indifferente. Racconti bugie. Ti dimentichi di andare a votare, e quando noialtri, addolorati, ti chiediamo: ma come mai, ma come hai potuto, ma dov’eri? Tu dici che hai la giustificazione firmata dal preside, e avevi le coliche, la cefalea, le mestruazioni dolorose.
   Tu qualche volta voti pure contro te stesso, bi-inetto che non sei altro.
Tu di dimentichi di dire la tua quando gli Altri – sai, quelli che diciamo sempre che non ci somigliano ma tanto non è poi così vero, o almeno io non gli somiglio ma tu forse sì, tu sì – fanno le loro cose, annunciano i loro Ponti a Campata in Aria, i loro Tagli alle tasse, ai precari, alla giustizia, alla cultura, alla sanità, alla scuola, agli immigrati (in faccia).
Quando gli Altri annunciano che cambieranno la Costituzione e pure la Precessione degli Equinozi, che va a sinistra e non si capisce perché.

   Io ho cercato di comprenderti. Ti ho giustificato con tutti: è buono, ma aveva le coliche. Capisce tutto, anche se non parla. E’ intelligente, anche se non si applica.

   Io ho cercato di volere bene a tutti – sai, mio nonno, che era un comunista di quelli col fazzolettone, di quelli che firmavano con la croce e credevano in Lenin come nel Padreterno o nella vendetta, diceva che la differenza è solo questa: noi comunisti vogliamo tutto per tutti, e comprendiamo tutti, anche se loro non lo sanno e nemmeno lo vogliono – pure se a volte mi portavi in casa gente impossibile. E io li facevo sedere a tavola, e gli parlavo con gentilezza. E li giustificavo tutti, come si fa con certi parenti: sì, zio Massimo è un po’ velenoso e anche arrogante, ma è tanto tanto intelligente; sì, è stato completamente inutile alla causa, ma ha tanta buona volontà. Sì, zio Uòlta è un po’ patetico e inefficace, ma ha tanti buoni sentimenti. Sì, zio Cicciobello è piacione e inutile, ma vuoi mettere come viene in fotografia? Sì, zio Dario è davvero striminzito, ma guarda come s’impegna. S’è pure messo il cappello da capostazione e i calzini turchesi, dai.

   Ma ora non ne posso davvero più. Io continuo a fare le solite cose: credo nelle differenze ma non nelle disuguaglianze; credo nella riservatezza ma non nella segretezza; credo nella trasparenza ma non nel voyeurismo (infatti non guardo il Grande Fratello, ma non sono sicura che lui non guardi me…). Credo nei simboli, ma non in luogo dei gesti. Credo nelle idee, ma solo se scendono sulla terra e camminano, e votano contro lo scudo fiscale e liquidano, quando ne hanno l’opportunità e senza perdere tempo, la pratica Ponte sullo Stretto e il conflitto d’interesse. Credo nel rispetto, nel dialogo, non butto le carte per terra e non m’importa se due omosessuali si baciano. Ce ne fosse di più, di gente che si bacia per strada (no, non Marrazzo con Brendona, però).
Credo nella verità, che non è semplicemente il contrario di una bugia, e qualche volta può essere persino il contrario di un’altra verità: e allora si chiama politica, e si combatte con altri mezzi. Non mezzucci.
   Sono cose che pensavo tu sapessi, e che condividessimo. Ma mi accorgo che io non ti conosco, e che tu non ti curi di me. Salvo chiamarmi, oggi, e dirmi: ho bisogno di te, vieni.
Sì, io sono di quelli che non resistono, quando si dice loro: c’è bisogno di te. E’ una delle differenze con gli Altri, come diceva il nonno.
Ma tu te ne approfitti, e non mi vuoi bene.

   E allora, che mi vuoi portare a fare ‘n coppa al gazebo, se poi non mi vuoi bene?

Addio per sempre

ps: non mi scrivere e non mi telefonare, che per te non ci sono più.

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La città brutta ora ha pure preteso vittime: lo sapevamo già che cresce ogni giorno, che vuole moltissimo spazio, che si mangia la terra il mare l’aria. Ora si mangia pure le persone.
  La città brutta s’era accomodata a Giampilieri, dove già il nome chiama i padroni: Giovanni Pilifero era un vecchio proprietario di vigne, frutteti, campi e quella macchia folta ed estrema che qui cercano di scacciare a forza d’incendi, ogni estate. La collina stremata e domata era diventata bruna, asciutta, cattiva. Le strappavano gli alberi, uno a uno. La disossavano per allargare le case, case miserrime di ballatoi, doppivetri e alluminio anodizzato che s’affacciava sul letto asciutto, tutto ossa, del torrente.
Il torrente non c’era più: l’avevano fatto fuggire sottoterra, dove ruggiva di rabbia tra gli argini di cemento.
   Ma tutta la città poggia, trasversale, sui torrenti ingabbiati, cancellati, negati. Al loro posto ci sono strade, fiumi di palazzine, argini di gres porcellanato adornati di parabole, schermati da avvolgibili, salutati dall’alto dalle gru fameliche che scrivono cose nel cielo.
Tutta la città poggia, trasversale, su passaparola, aiutini, condoni. Su occhi chiusi, sanatorie, aggiustamenti.
   La città di carta bollata traccia una mappa alla quale la città di cemento si adegua, strada per strada, versante per versante. E sono brutte e cieche tutte e due.
La città strozza le vie di fuga, distorce il cammino naturale delle acque, le fa ristagnare nei colatoi segreti sotto l’asfalto. La città rimbocca le aiuole col cemento, sbarra il passo alle radici e taglia le chiome con le cesoie. La città scava i suoi colli coi cucchiai delle ruspe, per piazzare i cubi di calcestruzzo, le vernici epossidiche, il catrame.
   La città è rivolta verso il mare perché non può farne a meno, ma non impara mai niente, dal mare. Il suo sogno malato è piastrellarlo tutto, fino all’altra sponda misteriosa, che oggi è blu domani è color drago dopodomani sparisce nella nebbia salata, poi ritorna e si siede sui davanzali. La città brutta aspetta il Ponte per vedere cemento anche quando guarda in alto, per vivere dentro la sua ombra e appoggiare tiranti alle sue zampe enormi. Agganciare terrazze, sopraelevazioni, nuove cubature.
  La città brutta vuole sacrifici umani ogni giorno, con le sue vertebre anodizzate e bianche dentro il letto dei torrenti, sul bagnasciuga, in mezzo ai vapori dello Stretto. Scaccia arbusti, gatti, idee. Demolisce pensiline e magnolie. Mangia bellezza e bouganville. Mangia persone.
   Quando cadde tutta, cento e un anno fa, fece lo stesso rumore di pietra spezzata, produsse lo stesso fango, fece venire alla luce i privilegi miserabili su cui poggiavano gli incerti pilastri. La città aveva spalle di pietra ma piedi d’argilla. Malte corrotte, mattoni asciutti, per risparmiare. Travi appese nel vuoto, pietre lisce raccolte dai torrenti. Facciate imponenti appena appoggiate ai tramezzi di fiammifero e stucco. Sindaci corrotti, opposizioni asciutte. Progetti appesi nel vuoto. Facce lisce.
Non imparò niente, la città, o poco.
   Oggi ha ricostruito la sua trama d’ingiustizia, ma più brutta ancora. Con la menzogna del cemento armato, del ferro che spunta dai pilastri e s’infila dentro i letti asciutti dei torrenti.
E lo rifarà, lo rifarà.

Oggi ci sono stati i funerali di Stato. Quale Stato, poi. Uno stato in luogo perenne. Un Quarto Stato da cui nessuno esce, se non per diventare vittima della "natura matrigna". Uno stato di catatonia. Uno stato delle cose immutabile: la terra, la città che covano i loro periodici cataclismi, con la complicità assassina di vicerè, palazzinari, predoni. (nelle foto: un’alluvione del 1954 in un altro villaggio messinese, Larderia, e Giampilieri oggi: lo stato in luogo).

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