Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘morire non è un’opzione contemplata’ Category

che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

Annunci

Read Full Post »

mamma

La colpa è tutta di Nanni Moretti.
Io ero lì, tranquilla (insomma), a lavorare. Sì, è vero: avevo il cuore già perciato (per non parlanti la koinè meridionale: perciato vuol dire bucato, ma con un surplus di dolore, di forza cruda nel fare quel buco, di spargimento di sangue) per la faccenda di Andrea Cisternino, il fotografo italiano che s’era messo in mente di proteggere cani e gatti in Ucraina, dove nessuno protegge nemmeno gli uomini, e una banda di degenerati ha incendiato il suo Rifugio Italia, facendo bruciare vivi 75 tra cani e gatti, creature indifese che avevano appena preso a fidarsi degli uomini (sbagliatissimo, dalla prima selce scheggiata in qui). Insomma, il mio cuore, molto facilmente perciabile, era appunto più perciato del solito, quando mi capita tra le mani tutto un lunghissimo pezzo dell’Ansa sul nuovo film di Moretti, regista che io ho in somma antipatia da quando mi ricordo, praticamente dalla collina di “Ecce Bombo” (unica scena che salvo perché l’ho vissuta per circa quindici anni, ogni estate nel rifugio cistercense di Bagnara dove i miei mi rinchiudevano a fare a tu per tu con un’alba che non arrivava mai, e restavamo eccebombati per sempre).

Mia madre” parla di sua madre, ma voi lo sapete che con la parola “madre” non ci sono possessivi che tengano: la madre è sempre lei, unica, imprescindibile e variamente incarnata o disincarnata. Così, lì in redazione, dove l’unica cosa viva (a parte me, e spesso nemmeno) è una stenta piantina di edera presa solo per la sua tenacia calabrese e fuori luogo, lì in redazione, sopraffatta dal chiacchiericcio delle televisioni, dai ronzii delle macchine che presto siederanno alla scrivania al nostro posto (anzi, talora è già così: per copincollare non occorre strettamente un cervello, o ne basta uno di leghista o di computer ottuso), dai colleghi che parlano di calcio, di fantacalcio o di scommesse sul calcio, lì mi sono trovata a leggere di sua (mia, nostra, vostra, loro) madre, ricoverata e terminale con due figli inetti accanto, al capezzale estremo dove chiunque è inetto. Ricoverata e indisciplinata, come tutte le donne (le madri) che non si rassegnano eppure non possono gestire la ribellione alla dittatura dei farmaci, delle flebo, delle visite, della vita così come viene spogliata, numerata e resa inerme dall’ospedale.

Leggevo che lui nel film c’è ma non è solo lui (bella scoperta: nei libri gli autori sono tutto, dalle virgole agli avverbi di modo, mica nel cinema è diverso): lui è un pezzetto di Margherita Buy, l’unica donna alla quale riconosco più nevrosi di me, lui è anche lui proprio, quell’odioso figuro col naso a becco e la voce nasalmorettiana che sembra dica sempre “D’Alema, dici qualcosa di sinistra” (“Nanni, fai qualcosa di cinema”), lui è anche la madre in quel letto ultimo, spaesata come tutte le madri sottratte al loro mondo, immensa come tutte le madri che tanto il mondo lo portano dove vogliono loro, e non noi.

Mi sono ritrovata all’ospedale di Reggio Calabria, dieci anni fa, impegnata nello stesso pellegrinaggio senza frutto, nella stessa finzione di cura, nella stessa attesa inconfessabile. Inetta come tutti, nevrotica come tutti, ferita e incapace come tutti. E oggi, col cuore ancora perciato (ché i cuori non si richiudono mai e portano tutti i segni delle ferite, tutti i buchi ai quali puoi appendere ciondoli, palline di Natale e lacrime rapprese), ho una voglia di vedere mia madre così pressante e irragionevole che sto male. Vorrei fare cose senza senso: scavare il cielo con le mani, rompere il terreno fino al magma, fare qualcosa di fisico per avvicinarmi a lei, perché quest’assenza così protratta, così assoluta, non è da lei. Mia (tua, sua, nostra, vostra, loro) madre era una donna onnipresente, persino oppressiva. Volitiva, caparbia, irriducibile. Rocciosa, in qualche modo. Eppure nebulosa, caliginosa, traboccante di sogni, presentimenti, premonizioni così rarefatte da essere incomprensibili. Mia madre è una figura geometrica che non riuscirò mai a definire (una cosa come il “geoide”, la forma della Terra, che non è uguale a nulla se non a se stessa: come mia, tua, sua, nostra, vostra, loro madre), un’equazione che non torna. Mia madre la voglio così tanto, adesso, che mi manca il respiro per la rabbia, per il furore che questa cosa assurda, la morte, s’è inventata.
La morte non ce l’ha, una madre.

(insomma, anche stavolta la colpa è di Moretti, Poi non dite che non ve lo avevo detto)
(ps: nella foto, mia madre sorpresa in un raro momento in cui non odiava, o amava con eccesso di furore, la vita)

Read Full Post »

No, dico, come faremo adesso noi?
Noi che conosciamo la strada maestra di Macondo, che ricordiamo quali fiori dilaniavano di nostalgia il patio in cui s’affacciava Fermina Daza, che sappiamo esattamente a quanto ammontava il debito della candida Eréndira con la sua nonna snaturata, che non riusciamo a dimenticare il sogno che fece Santiago Nasar la notte prima della sua morte annunciata, che non possiamo sentire l’odore di mandorle amare senza sentirci stringere alla gola dal destino di tutti gli amori contrastati.

Noi che tutte queste cose pensavamo di portarcele davanti al plotone d’esecuzione, ma ce n’erano molte, troppe ancora prive di nome, tanto che per citarle ci toccava indicarle con la mano, o sperare d’incontrare un Gabo che le nominasse per noi: amore, solitudine, morte, bellezza, guerra, magia, naufragio, lutto, coltello, perdono.

Oggi è il primo giorno del mondo senza Gabriel García Márquez: lo sentite il leggero rumore di marmitta che fanno milioni di malinconie? La sentite Ursula Buendía vagare per casa, bella come una colomba, leggera come il fumo del braciere, aspettando che arrivi lui, Gabo, zingaro e condottiero, cesellatore di pesciolini d’oro, contrabbandiere e naufrago, patriarca e fuggiasco, cercatore di galeoni nel deserto?Lo sentite l’odore della paura che viene dal plotone d’esecuzione, davanti al quale siamo invincibili: abbiamo un libro, anzi tanti, all’altezza del cuore.

Oggi accoglieremo Gabo nella famiglia, quella che ci abita in casa, solo parzialmente visibile: Jane Austen gli farà posto sul sofà, nonna Carmosina gli farà assaggiare il sugo, Chopin, se riusciamo a farlo scendere dall’armadio, gli dedicherà una sonata, il Che gli dirà qualcosa in un castillano tonante e poi tornerà a leggere Goethe, gli anfibi slacciati e un fremito d’asma nel respiro, papà proverà a offrirgli un caffè, miscela arabica, Italo Calvino gli rilascerà il passaporto per Eufemia, che è quasi come Macondo, ma più piccola, e anche lì ci si scambia la memoria a ogni solstizio ed equinozio. Mamma e Wisława Szymborska, colleghe di poesia (ma in una delle due s’esprimeva solo nella vita, nel corpo, nei gesti, nella pericolosità sociale), gli regaleranno la frutta del loro orto e le uova delle loro galline dalle uova d’oro. Lui ringrazierà un poco imbarazzato, cortese come un gentiluomo del sud, leonino e canuto come un generale buono e disarmato solo delle armi inefficaci, e in cambio chiederà un posto per le sue cose, che si sa, i morti viaggiano con milioni di cose, solo parzialmente invisibili: portici, nostalgie, gardenie, fazzoletti, ossa, nidi di formiche, nuvole, telegrammi. E poi con lui vengono José Arcadio e Florentino, Amaranta e Remedios la Bella, Aureliano e Santiago, e bisognerà trovargli posto.
“Il posto c’è già, comare”, mi rammenta Melquíades prima di tornare al laboratorio dove con zio Remo e zio Michele tenta di trovare una pietra filosofale che possa competere con la parmigiana di zia Enza o con il capitolo finale di “Cent’anni di solitudine”.

Entrano tutti, oggi, che è il primo giorno in cui non potremo mai più aspettarci il miracolo d’un nuovo libro che ci racconti il mondo come vorremmo, come dovrebbe, come potrebbe, come è senza che lo sappiamo. Entrano tutti seguendo il passo incerto di Gabo, capitano di illusioni, pastore di mondi, vendemmiatore di cuori.
Si siede nel tinello, tira fuori un foglio bianco, lo liscia, scrive con caratteri grandi, infantili, vividi: “È la vita, non la morte, a non avere confini”.

 

Adiós Gabo, mi lasci col cuore spezzato e bucato, e sto a riempirlo da ieri sera con altre cose che mi hai lasciato tu, perché il cuore è come i tuoi pesciolini d’oro, si disfa e si rifà, e brilla e poi si squaglia di nuovo. 

 

Read Full Post »