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Archive for giugno 2014

Yara Gambirasio

Sì, se mai dovessi commettere qualche delitto efferato, per cortesia non chiedete di me ai miei vicini: non sanno quasi nulla di me, come io di loro, e immagino che quel che vedono non sia rassicurante (come capita a me con loro, effettivamente). Sono scorbutica, bizzarra, tendenzialmente rissosa e mostruosamente vendicativa. Allevo gatti, anche non miei (da vecchia voglio fare la gattara), ho opinioni tutte mie sulla proprietà condivisa (che per me non è solo l’androne, il terrazzo e il vano ascensore: riterrei da condividere – e quindi rispettare e proteggere – il buio, il silenzio, l’aria, lo spazio, la luce, il panorama, l’umanità del viversi vicino), ritengo condomini anche la colonia felina che abita negli anfratti dei nostri millesimi, le piante ornamentali, gli alberi di là dal muro di cinta. Trovo innocue le molliche di pane e spaventosi i Suv e i loro cuccioli, le Smart. A volte provo franchi istinti omicidi, è vero, davanti a parcheggi sbruffoni, sgocciolamenti insani, cacche diffuse, abbandono d’immondizie, furti di posta (l’Italia condominiale e veniale, dispettosa e acerrima, tutta una lite meschina). Persino di fronte a babbi natale impiccati, luminarie contundenti, estrinsecazioni da mezzanino in  stile rococò-savastano.

Probabilmente pure io, sorpresa dai microfoni di Studio aperto, non potrei balbettare altro che “Era una brava persona, salutava sempre” se mi chiedessero dell’affumicatore a mezzo scappamento; del maniaco del bricolage che ha una relazione con la sua sparachiodi; del feticista di doberman; della lucidatrice di maniglie; del guardone da parcheggio; del misuratore di fiancate; del concimatore ad uranio impoverito; della friggitrice col grasso di balena; degli scambisti della posta. Tutte bravissime persone (me compresa, ovviamente) che non mi sembrano per nulla normali, viste da vicino (visto da vicino nessuno è normale), e che non sfigurerebbero in una puntata di Criminal Minds, e credo neppure al bar di Star Trek.

Tutta questa premessa per dirvi che io sono terrorizzata, in questi giorni. No, non perché vivo in un Paese in cui si può essere aggrediti e uccisi da un folle per strada: questo credo capiti ovunque c’è un folle che supera la sua personale asticciola, e non c’è rimedio, sociale o politico o psichiatrico, se non dopo che l’esplosione è avvenuta.

Nemmeno perché vivo in un Paese in cui un uomo è talmente ottuso e disumano da credere che l’unico modo per essere libero sia uccidere moglie e figlioletti, invece di fare una cosa normale come divorziare o meno pulita ma ancora plausibile come mettere le mutande in valigia e fuggire. Queste cose accadono, e accadranno fino a che esisteranno imbecilli disumani, in tutto il sistema solare: la stupidità è un moltiplicatore esponenziale della crudeltà, e la stupidità è la cosa più diffusa in natura dopo l’idrogeno.

Meno rassegnata mi sento di fronte a un caso come quello di Yara Gambirasio: la ragazzina lasciata morire in un campo e trovata solo mesi dopo (ma come, non avevano battuto la zona palmo a palmo?); il cui assassino è stato scovato dopo un’analisi del dna di tutta la popolazione del Nord, passando per padre illegittimo e madre omissiva e sorella inconsapevole (che, vi ricordo, non sono colpevoli e non meritavano questa pubblica gogna); la risoluzione del cui caso è stata annunciata urbi et orbi da un ministro dell’Interno oco giulivo in preda ad annuntiatio praecox, tanto da attirarsi le critiche risentite dei magistrati (per tacere del marocchino che ha perso tre anni di vita appresso a un’accusa enorme dovuta alla superficialità degli investigatori e all’asineria di un traduttore).

Meno rassegnata e persuasa ancora sono dal fatto che – puoi essere vittima o carnefice, sospettato o “annunciato speciale” – ci sarà comunque qualcuno che andrà a saccheggiare la tua pagina facebook, cercando di trarre un profilo da Fbi dalle minchiate che, come tutti, avevi condiviso (il velo di Pirlo, la pubblicità della RedBull, gli spaghetti alle vongole, il gattino col fiocco celeste).
Ecco, mi chiedo perché il signor Zuckerberg, che ha fatto una questione personale – e anche una discreta frantumazione di maroni – della privacy, per cui siamo costretti a chiedere a noi stessi se noi stessi abbiamo diritto ad accedere ai dati di noi stessi (per tacere del fatto che, qualche anno fa, a me chiese addirittura la carta d’identità, per provare che “Mangino Brioches” era una persona reale e non un amico immaginario di casa Foster), non si occupi di questo dettaglio, e oggi si trovino praticamente in ogni gallery e su ogni giornale foto di Yara e del suo presunto assassino targate “facebook”, come se fosse il database della Criminalpol.

Per nulla rassegnata sono poi all’ulteriore mietitura di cazzate di cui scrivevo sopra: “Signora, che tipo era la sua vicina?”.
Una brava persona, salutava sempre.

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spinelli

 

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel carpale, perché io la sinistra la somatizzo sin da piccola, e soffro d’una quantità di cose. Ho il cuore spezzato in più punti, l’artrosi governativa, i calcoli biliari, la colite elettorale, la sindrome di Stoccolma (chiamata anche del Nazareno), lo strabismo da larghe intese, il gomito del distributore di volantini e il ginocchio della lavandaia di errori irreparabili. Ah, in periodo elettorale a volte ho pure la gravidanza isterica (aspetto una sinistra che poi non nasce mai).
Noi della sinistra minoritaria – a volte io sono così minoritaria che sono in minoranza pure quando parlo con me stessa – e testimoniale ce l’abbiamo, questa cosa di perdere. Di perdere con atroce eleganza, persino con savoir faire. Di perdere con superiorità morale, come fossimo sempre alle Termopili (siamo trecento, di solito, non uno di più).
Riusciamo, con doppio salto mortale carpiato, persino a perdere quando vinciamo, che è cosa che non riesce a nessuno, in natura (ho qualche dubbio solo sui dinosauri, che da tanti indizi, compreso il cannibalismo intraspecifico, mi sembrano di sinistra).

Ora, tutta questa rincorsa per dirti che sì, io trovavo abbastanza cretino addirittura aver detto, all’inizio, “no no, io mi candido ma non proseguirò”; “sì, sì, votatemi, che io sono visibile, ma poi farò andare avanti gli altri meno visibili”. Mi chiedevo: ma perché? Perché questa intellettuale fine e lucida, colta senza snobismi (ma mi dovrò ricredere su questo punto), questa teorica smagliante, deve fare un ragionamento così contorto? Ma non saranno un paio di contorsioni ad allontanarmi da un buon progetto di sinistra, quando mi pare di riconoscerne uno (sì, lo so, devo aggiungere alla lista sopra anche il delirium tremens intermittente), e sono disposta anche a passare sopra una cosa che mi sembra cretina, in mezzo a tante altre convincenti.
Tra quelle convincenti (che avevo elencato qui) metto pure la qualità dei candidati, il senso di condivisione e solidarietà, persino questa cosa del “vi guardiamo noi le spalle, perché alla fine non è importante sedere lì o star qui a pensare, siamo assieme, uniti e solidali”.

Poi, dopo le elezioni, ancora nel mezzo di quella sensazione di scampati al Titanic, quell’esaltante sensazione di dinosauro sopravvissuto al meteorite, al gioioso esplodere di tutte le sindromi davanti a una vittoria così davvero conquistata sul campo, voluta voto per voto, strappata con i denti, quelle voci: mah, Barbara non sa cosa farà… Mah, Barbara potrebbe accettare… Mah…
Come, Barbara potrebbe accettare? In che senso?
In senso pieno, vedo: con una letterina dall’estero, nemmeno fossi Piero Gobetti, cara Barbara, fai tu un doppio salto mortale e dici che no, ci hai ripensato, non puoi tradire la fiducia di chi ti ha scelta (io, cioè).
Barbara, mi dispiace irrompere nella tua finezza argomentativa come un elefante di Serse in un negozio ateniese di ceramiche a figure rosse, ma ti assicuro che io, che sono una di quei 78mila che ti hanno scelta, non mi offenderei affatto se tu facessi una delle più basilari cose di sinistra: rispettare un progetto, onorare un intendimento, perseguire una linea annunciata. Mi correggo, non sono cose di sinistra, sono cose umane delle più preziose: hanno a che fare con la serietà, il rigore, l’etica. Tutte cose che mi pareva vibrassero nel progetto termopilico e sindromico e minoritario che avevo scelto e si chiamava Tsipras e credevo che (a parte qualche piccola contorsione cretina) mi rispecchiasse, con tutti i miei cuori rotti e le mie cicatrici e le mie speranze croniche (una delle sindromi più irriducibili).
Forse, cara Barbara (che hai la stessa età della mia zia preferita, zia Mariella, calabrese, pagana e comunista, che piuttosto che mancare alla parola data si darebbe fuoco in cortile), sarebbe stato sopportabile (ma non lo garantisco) se tu quelle stesse cose che hai scritto le avessi dette dritta davanti a tutti, tutti gli altri candidati (persino quelli che si consideravano eletti, pensa un po’, ai quali, come ha scritto Marco Furfaro, non hai mandato nemmeno un sms), tutti quei poveracci come me che si erano riuniti in assemblea, tutti coi loro 21 grammi in subbuglio e tristezza, tutti quei prestatori d’opera e portatori d’acqua che si sono sentiti come me: traditi, scombussolati, pieni di coliti ulcerose e gravidanze isteriche.
Nella tua letterina gobettiana, cara Barbara, scrivi “che sono veramente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annunciato”: ci stai dando forse dei cretini? Pensi che viviamo a Cesano Boscone? Credi che abbiamo votato Tsipras perché ce ne ha parlato Barbara D’Urso? Dovresti saperlo, cara Barbara, che noi, noi trecento, siamo tra gli elettorati più informati, sensibili, addirittura ossessivo-compulsivi: il voto preterintenzionale esiste già abbastanza poco a sinistra (ho detto sinistra, quindi il Pd ovviamente non c’entra), per nulla qui alle Termopili.
Hai pure detto di esserti confrontata, e tanto, in questi travagliati giorni: immagino davanti allo specchio. Perché vedi, cara Barbara, l’immagine che mi rimandi, ora a cose fatte e letterine scritte, è quella della sinistra caricaturale che dipingono i disegnatori di Sallusti e Belpietro. La sinistra ombelicale, narcisista, autoreferenziale e autistica. La sinistra disperatamente aristocratica.

E sì, io ora ho un grosso problema: devo giustificarmi davanti alla cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici ai quali ho parlato di Tsipras – e di condivisione, e solidarietà, e progetto – fino a prenderli per sfinimento. Io mi sento in colpa, con loro, che sono una dozzina scarsa. Pensa come dovresti sentirti tu, con noi 78mila.
Siamo qui alle Termopili, se ci vuoi parlare. Di persona, magari.

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l'albero da lontano

Non so voi, ma io quell’albero non riesco a togliermelo dalla mente. E sì che in questi giorni noialtri ne abbiamo, di distrazioni: Grillo con la corona di spine, Renzi con la corona d’alloro, l’Europa ancora più indecifrabile di prima, visto che i neobarbari sono anche più contenti di mostrare l’elmo con le corna. E poi questo maggio piovoso e nevrastenico che pure ci ha portato le sue cose di sempre: albicocche, spighe di lavanda, promesse indefinibili, festival letterari (ce n’è uno ogni due province, e a volte due per ogni provincia, e io non so cosa pensarne, visto che rifiuto l’idea che i libri debbano essere allettanti solo se c’è costruito sopra un qualche evento o spettacolo o happyhour ma probabilmente sbaglio io).

E niente, quell’albero è sempre lì.

C’è appeso il corpo caro e vilipeso delle donne. Il corpo sconfinato delle donne: dall’India alla Calabria, alle Americhe. Il corpo materno come pane (prendete e mangiatene tutti vale da sempre, per le donne). Il corpo spossessato eppure infinito, non soggetto a proprietà né a poteri ma proprio per questo rivendicato di continuo, bottino di guerra, tesoro sepolto: un corpo magico, assoluto, grande quanto il pianeta, dove camminano gli uomini e le bestie (a volte indistinguibili tra loro) e se getti un seme cresce qualcosa, come da sempre.

Non so se a voi fa male pure, ma a volte a me questo corpo terrestre e millenario mi duole proprio. Mi fa male come se fosse pieno di coltellate e offese, perché è così. Io provo una specie di vergogna tumultuosa a guardare quei corpicini vestiti di verde e di rosso (che bei vestiti, penso incongruamente, che principesse scalze, penso follemente), che nemmeno vedo bene, pur nelle migliaia di versioni della foto dell’albero: quelle con la folla attonita, quella con la folla che scatta foto (e lì c’è chi pensa: sciacalli, e io invece penso: quanti alberi non abbiamo mai visto perché s’affrettavano a nasconderceli?), quella piena d’un silenzio che dilaga fino a qui, come fosse latte, e sgorga a fiotti dal monitor e non so come fermarlo.

Sento rumori impossibili: il cigolio della corda mossa appena dal vento, qualche parola in una lingua che non conosco. Mi sento debole, sconfitta, perseguitata.

Io che sono una fiera donna occidentale produttrice di reddito e titolare di diritti, io che non consentirei ad alcun uomo di mancarmi di rispetto. Ma lo consento a intere nazioni, a quanto pare.

Quel corpo sconfitto e appeso, quell’evidenza d’un odio antico, selvatico, implacabile (e io, nel fondo della mia anima meridionale e selvatica credo di riconoscerlo, di saperne l’eco da chissà quale lontananza non troppo lontana: è un urlo che risuona ancora, spesso, qui attorno nell’Occidente sterilizzato e light) mi turbano assai.

Non ho mai visto un albero di mango, ma ho visto molti frutti d’odio. Questi, lo ammetto, sono tra i più sconvolgenti.

Mi chiedo, qui alla mia scrivania – mentre una parte del mio corpo partecipa di quella tragedia, il mio corpo collettivo e smisurato soffre dei suoi dolori inestirpabili e planetari – cosa devo fare, cosa posso fare.

L’albero è zitto. 

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