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Archive for ottobre 2007

navigare a letto (Chagall)

   La mia casa è un’ellisse con due centri. Oddio, ho visto ellissi più ellittiche di lei, che è abbondante di verande e ha gli armadi così gonfi che sporgono fuori. Non ha pavimenti diritti, spigoli, angoli vuoti: è una casa sovrabbondante e affaticata, dove ogni cosa è poggiata sopra altre cose, e non si sa mai bene cosa contenga e cosa sia contenuto, in una confusione di rami e radici che piglia noi per primi. I libri si arrampicano sulle pareti, figliano incontrollati nel cesto della biancheria, mettono foglie nuove nelle stagioni più impensate, e io mi sbaglio e li annaffio, pensando che siano ficus, amarante o spatifilli lanceolati dal cuore orientale (no le kentie no, non ci sono mai piaciute: mia madre diceva che erano piante rassegnate e si sentivano oggetti, e non le poteva vedere. Aveva ragione).
  Insomma, i due centri sono i fuochi della cucina e il letto grande. Io ho provato a ridisporla, a spostare i confini, a fabbricare un nuovo centro in mezzo ai divani, che mi sembravano un luogo ideale, così capsule e davanzale come sono. Con tutti quei cuscini, i tappeti che gli scondinzolano davanti, le finestre che spalancano ogni bendiddio (lune, soli, navi bianche, nuvole catafratte, allodole, fantasmi, velieri, cisterne, impalcature, piogge che avanzano, o indietreggiano, dal Continente, stormi, scialuppe, triremi, rondoni di mare, navi da crociera grandi quanto interi isolati). Con tutti i libri, quelli degli scaffali e quelli girovaghi, che non si scambiano tra loro una sola parola. Con la lampada disegnata a mongolfiere.

  L’altro giorno ho stabilito un tinello per decreto: nella mia qualità di capofamiglia e capobranco, per sanmichele e sangiorgio, io ti nomino tinello. Avevo in mente certi mobili di legno vecchio, un tavolo rotondo, un divano d’un verde granuloso: la mia vecchissima casa era un sacco, e portava il cuore in fondo, in quel tinello rotondo che non affacciava su niente, su case basse coperte di incannucciato e catrame, su un cortile sbieco e desolato, su un miraggio di palazzi lontani che, come gemelli, si accendevano e si spegnevano alla stessa ora del nostro, copiavano ogni nostra mossa.
 Però, niente. Il tinello non ha funzionato: la gatta lo diserta, a parte qualche grattata sdegnosa al divano. Noialtri pure, e nemmeno possiamo sfogarci grattando. Io sprimaccio i cuscini, medito un poco, in piedi, passo un dito sul tavolino (sì, c’è polvere), e poi me ne vado. A letto.
   Il letto è il cuore della casa.
 La gente verticale non sa cosa si perde: noi a letto mangiamo, dormiamo, dichiariamo amore e guerra. Parliamo al telefono, ci contempliamo l’ombelico, guardiamo alternativamente – e qualche volta pure contemporaneamente – la tivvù e lo Stretto, che sono sempre accesi e cambiano in continuazione. A volte sullo Stretto ci sono film drammatici, in bianco e nero: lei bacia lui tra corone di fulmini, il parapetto della nave oscilla, bianco come l’orlo del mondo. Il mare nero preme e ondeggia, e sta per inghiottirli. Jingle.
 La tv, in compenso, trasmette voli di gabbiani senza peso,e qualche volta levita fino al soffitto.

  Ma forse è un acquario, sì la camera da letto è un acquario dove nuotiamo in tutte le direzioni, specie di notte quando il sonno la riempie per intero, e i vestiti si agitano come alghe, e i sogni.
Il mare di fuori si riversa un poco dentro, le posidonie agitano il loro saluto carico d’ossigeno, le navi vengono a muggire dietro la porta, e noi ci parliamo come dentro una bolla, in cui siamo tutti uno dentro l’altro, dormendo e sognandoci, dormendo ed escludendoci vicendevolmente, paralleli nel letto, con la micia distesa sui piedi, al modo elastico dei gatti che diventano lunghi anche due o tre metri.
  Il letto allora, qualche volta, si stacca dalla banchina e comincia a navigare molto piano per tutte le acque: film drammatici, telegiornali, scatole di cioccolatini, fogli a matita, nostalgie fitte come plaid scozzesi. Sul letto possiamo piangere, cucire, farci la ceretta, scrivere un diario, aggrapparci al parapetto per guardare la costa che sfila veloce e lenta, col telefilm del pomeriggio, gli spot meravigliosi, i cartoni animati (il mio preferito è "Gli amici immaginari di Casa Foster", quello di mio figlio "I fantagenitori", la gatta adora il Meteo sulla Sicilia: sospetto che senta un’affinità remota con la natura triangolare e magica dell’isola).

   In questi giorni lo Stretto era guasto: trasmetteva solo uno sfarfallìo lattiginoso. Nessun canale. Manopole inservibili. Sigillato davanti e dietro, sopra e sotto: avevamo solo un presente piuttosto fastidioso, un monoscopio color nebbia dove non si vedeva nulla, nemmeno il futuro. Parlavamo, e dalla bocca ci usciva nebbia, caglio, manna. Non potevamo prendere appuntamenti e pure i ricordi ci venivano male, così lontani com’eravamo dal sole, dall’ombra e dalle stelle.
Ieri, qualcuno ha drizzato l’antenna: il cielo s’è sgomberato, lo schermo è diventato d’un azzurro diafano che lasciava trasparire ogni cosa, anche sottile, anche inesistente. Siamo tornati a letto, che ha steso le ali ed è ripartito subito.

sono stati giorni d’uno scirocco che fasciava la testa: andavamo davvero in giro come sonnambuli, sigillati in noi stessi.  Io, poi, piena di mummie di Cappuccini stavo davvero diventando pazza. Forse era novembre che si stava covando come un uovo gigantesco,  con le sue sorprese di marmo triste. Ma ieri, quando cominciavamo a non crederci più, il cielo è ricomparso al suo posto. Le nuvole, la Calabria, tutto. Anche io.

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  Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
  Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
 Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
  Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.


  I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
  I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.

  La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
  La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
  La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.

  E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
  Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.

 La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
 Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto – è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
 In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.

 La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
  Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
 La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
 Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, – lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece – con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.

sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d’ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d’affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.

non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.

ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.

ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l’opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.

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guardami (Muriel Laporte)

  Il mio gatto ci somatizza.
La mattina, quando mette in scena la mia sindrome d’abbandono, lo sento appena sveglia: miagola con autentica disperazione dietro la porta della cucina. Mi chiede “verrai a liberarmi?", "verrai a mettermi da mangiare?”, "ma soprattutto “tornerai da me?”.
  Io vorrei che dormisse ai miei piedi, come faceva quell’altro: abbiamo da quarant’anni lo stesso gatto, un siamese bianco con gli occhi blu, ed è irrilevante che sia nato e sia morto un po’ di volte, è sempre lo stesso, un’emanazione di noi e della casa. Qualche volta ha pure lo stesso nome, ma non sempre: prende e lascia i nomi come cambia il pelo, che a volte è lanoso e soffice a volte ispido e diritto come le setole bianche degli angeli giovani (solo per un breve periodo avemmo una tigre grigia e biscazziera dal comportamento eccentrico, che si perdette nelle vigne e che ancora rimpiangiamo). Ma la notte è un suo territorio eccitante che non è disposto a condividere: forse preferisce stare a tu per tu con la casa e i suoi passaggi segreti. So che passa misteriosamente dentro i muri, cammina sui cornicioni e miagola alla luna. S’avvolge nelle coperte, insegue le mollette (che qui hanno un moto proprio, come le monete, le forbici, le penne che funzionano e soprattutto i libri), s’affila le unghie e l’immaginazione contro le poltrone, i muri ruvidi della veranda e gl’infissi di legno tenero. Qualche volta cammina troppo – portato dalla natura duplice dei gatti, indolenti ed esploratori, scettici e curiosi, predatori e filosofi – e arriva nella vecchia casa dei miei, persino in quella ancora più vecchia, che io non posso ricordare ma che conosco lo stesso (mia madre sosteneva ci fosse un cimitero sotto il soggiorno, e per precauzione lo chiudeva a chiave, di notte: solo lei poteva pensare di trattenere così i fantasmi, che invece poi ci trovavamo seduti a tavola o appollaiati sull’armadio, e bisognava cacciarli col battipanni) o nella casa al mare che abbiamo venduto cinque anni fa: me ne accorgo, di queste crisi di nostalgia, perché torna sporco di sabbia, di graffi, di terra vecchia del giardino delle vipere.

  Ma noi tutti siamo malati di nostalgie persistenti: mia madre le pativa come dolori al fegato, o visioni di trapassati sul balcone del bucato, a mio fratello venivano i brufoli, mio padre perdeva a scacchi, le zie facevano seccare il basilico e non si parlavano per mesi (tra loro e col basilico). Io tutte queste cose, e anche altre, come mangiarmi le unghie, piangere in macchina, avere dolori immaginari che risultano nelle radiografie, fare sogni veritieri. Il gatto visita le case perdute, e poi dorme per ore sullo zerbino, esausto. 

   E’ anche un gatto pastore, quando crede d’essere un cane, o un capofamiglia: cerca di spingerci tutti nella stessa stanza, meglio se sul sofà o sul letto (noi tendiamo a viverci, a letto: ci mangiamo, ci leggiamo, ci studiamo, ci guardiamo lo Stretto e la tivù), e poi si mette sulla soglia, soddisfatto e acciambellato. Somatizza il nostro bisogno di chiuderci, fare cerchio, stare soli sulla zattera, difenderci dal mondo e dai lupi.

  E’ un gatto anoressico e grasso, che rifiuta il filetto di vitello e ama mangiare calabroni (hanno fatto un nido nell’incannucciato della veranda, e si nutrono di gelsomini stellati e sale dello Stretto). Esprime il suo affetto mordendoci e poi leccando le ferite (questo l’ha preso da mia madre, o forse da me), tendendoci agguati nel corridoio, miagolando discorsi lunghissimi con una certa querimonia. Io gli rispondo per le rime, e possiamo andare avanti anche per ore, senza che nessuno dei due convinca l’altro.

Io, lo amo.

ps: ho deciso di fare un catalogo degli animali domestici. Credo che si possa partire dal gatto, che è la presenza più importante e umana. I pesci ran-cuore erano qui, e in effetti hanno molto a che fare con il gatto: lui può passare anche ore, a guardarli nuotare in cerchio. Indoviniamo pensieri contrastanti nella sua bella testa bicolore, e li riconosciamo come nostri, sempre divisi tra amore e violenza. O forse uniti.

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sì, sì, discutete (Guttuso)

Certo che sì. Certo che ho votato per il Piddì.
Fuori dal seggio, la palazzina scrostata d’un patronato, c’era una scritta a spray, nuovissima: Poveri Deficienti. Eppure m’ha fatto piacere: nella città sonnambula e fascista non si vedevano scritte politiche dal millenovecentosettanta.
Ho fatto la fila nelle scale, in un forte odore di pipì di gatto e lite condominiale: l’autunno (che chiamiamo così solo per convenzione, visto che ogni giorno ha un paio d’ore d’autunno, cinque o sei d’estate, un accenno d’inverno e qualcosa di primaverile, e non dite mai più che non esistono le mezze stagioni perché la verità è che esistono tutte le stagioni, ma tutte assieme) entrava di sbieco dai finestroni, illuminando questo popolo controverso, estivo autunnale primaverile e parecchio invernale.
Ormai non ci sono più le mezze stagioni: non si trova un borghese a cercarlo con l’Istat, ma poveri ce n’è d’un sacco di tipi differenti. Contribuenti, pure. Ed evasori. Anche nella stessa persona. Precari, moltissimi. Fissi senza stipendio, anche. Pensionati senza aver lavorato, specializzati senza specialità, generici senza genere. Operai forestali in giacca e cravatta. Criminali comuni e associativi. Sindacalisti distaccati, anzi assenti. Assenteisti molto presenti.
Al mio turno, m’hanno consegnato centoquindici schede, con simboli di tutti i colori. Perché la democrazia è poter scegliere, che diamine.
Sono entrata nella cabina, che poi si fa per dire, cabina. Non ci sono più le mezze cabine. La mia era una scrivania in disuso, con le mandibole di metallo e i vetri fumè. Mi sono seduta, per guardare con calma le centoquindici schede. C’era di tutto. Ulivisti, riformisti, dadaisti. Esclusivisti, populisti, assolutisti. Socialisti, ecologisti. Arrivisti. Il nostro sindaco disarcionato (il nostro nostro, non il Wuòlter nazionale, sindaco di tutti e volemose bene), con lo sguardo mesto e democristiano, quello che ha ordinato la costruzione di tre anfiteatri per distribuire alle masse pescestocco e libertà di parola. Traversine del tram e gladiatori da notte bianca.
Non esistono più i mezzi partiti, signora mia. Ce n’è uno solo, un blob fumante con la faccia di Veltroni, di Fassino, di RosyBindi, di RosaLuxembourg, di Rossella O’ Hara, di Pantagruele Mastella, di tua sorella. Una balena bianca gigantesca, una Moby Prince Dick, un Titanic fiero all’ormeggio.
Ho letto e riletto le schede. Le ho contate sulle dita di una mano, le ho fatte passare per la cruna d’un ago (no, non ci passavano).
Non ci sono più le mezze democrazie. Qui si deve scegliere sul serio. Bianco o nero. Niente percentuali, partitini, coefficienti di carico, cuvée millesimati. Un solo lìder, meglio se maximo.
Allora ho scelto.
Ho preso una fetta di salame Sant’Angelo, un lampostil rosso. Ho scritto: “E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, poi, a maiuscole: “Vi siete mangiati tutto, mangiatevi anche questa”.
In un’elezione davvero democratica non può mancare il partito della fetta di salame.

Più leggera, sono uscita dal seggio.
M’ha accolto la primavera, con un sbotto di grandine sui rampicanti tropicali e il fumo degl’incendi sulle alture cittadine. Le caldarroste scricchiolavano accanto al carretto dei gelati.
Ah, le mezze stagioni.

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Il Che che c'è

angeli carnivori a banchetto col Che (Chagall)

   E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Maria (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).
 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente”, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

 

   In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.
 


l'angelo elicottero porta in cielo il che (Chagall)

 

   Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – fanno quarant’anni giusti oggi: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

l'ala caduta (Durer)

 

  “Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare miti senza perdere il passato.

lezione d'anatomia, da Mantegna

   E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

 l'ala caduta (Durer)

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: "eccheccazzo, il Che detestava l’alcol". In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

Aggiungo una cosa: il bel post di atvardi,  qui , sulle foto dei morti e il peso dell’anima. Qual è il peso dell’anima (no, 21 grammi no)?

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una coppa di storia nell'altopiano (La corda sensibile, Magritte)

  La storia veniva da molto, molto lontano.
Mia madre giura che l’avesse portata il merciaio, sulla spalla dispara a forza di trascinare la cassetta di legno piena di nastro colorato a metro, agorai e allume di rocca. Ne lasciava un pezzo in ogni paese, e la storia ricresceva: bastava metterla nell’acqua, portarsela appresso alla fontana, legarla con un nodo doppio alla cintura dei pantaloni, appenderla assieme con le pentole d’alluminio all’albero custode sul retro della casa. La storia stava lì, e minuscoli pezzetti cadevano a terra, come sassolini o molliche, e gli uccelli andavano a beccarli, e se li portavano in volo verso altri paesi, altri alberi, altri cieli tagliati dalle nuvole diritte dell’autunno.
  La storia cadeva, penetrava nella terra, un poco alla volta, come smemorata, cogli occhi chiusi dei semi, che poi però nel buio ricordano tutto, e sviluppano gigantesche memorie di sotto e di sopra, scatenando radici e rami e autentiche tempeste di foglie. La storia cadeva, e poteva restare anche mesi o anni, intere stagioni, nello stesso posto, fino a che gli animali, gli angeli o gli uomini tornavano a spostarla, a portarsela addosso, tra le ali, nel becco, sulla punta delle parole.
  Quella storia era tutta sporca, quando arrivò da noi: gesso, sale, bucce di castagna. Mia madre, a ogni buon conto, se la portò nella casa di città, assieme al macinino del caffè che cigolava come i castagni, alle manine di bronzo senza portone e alla malinconia. 
 

   Le storie vengono ripetute e ripetute, e cambiano un poco forma ma non troppo: ogni volta se ne stacca un infinitesimo pezzetto, che se cade nel terreno diventa la stessa o un’altra storia. O se vola col vento, e persino se cade nelle praterie fertili del mare, dove crescono navi e pesci e soprattutto storie.
 La storia mia madre la raccontò a mio padre, alle mie zie, a me e a mio fratello, e a tutti i figli non nati, covati però allo stesso modo. Ai suoi colleghi, alle sue amiche e ai suoi nemici. A dio, durante le conversazioni dell’alba, quando solo loro – dio e mia madre – erano svegli nell’universo, a parte la gatta che li spiava zitta dalla fessura della porta e quando scivolava via si portava un poco di storia attaccata al pelo bianco e nero. Poi, tanto, non andava mai a cuccia – dico la gatta, non dio. Dormiva sui sofà, dentro i letti o in certi nascondigli solo a lei noti: la casa le apriva apposta passaggi, sollevava le zampe di mattoni e creava nidi e cavità dentro l’albero degli infissi, nei muri, sopra le porte. Nel loro modo misterioso, la gatta e la casa condividevano segreti, e forse pure parti di storia, che la casa custodiva coi suoi tesori: unghie, gocce d’ambra, palline di stucco, anelli rotolati nelle commessure del parquet, tappi a corona, rumori. Certe volte, gli operai trovavano la storia schiodando le assi, e se la portavano al cantiere e poi a casa, sporca d’intonaco. A volte, però, la lasciavano nel secchio del cemento, con la cazzuola e l’acqua per l’impastatrice.

  La storia, in effetti, amava soprattutto l’acqua: poteva viaggiare per chilometri e paesi, attaccata a una goccia d’acqua che, rovesciato, proiettava il mondo intero. La storia viaggiava appiccicata al minuscolo mappamondo d’acqua, attraversando strati alti e bassi dell’atmosfera, il cui mormorìo saliva in colonne fino al bordo nero del vuoto.
Le gocce a volte si rapprendevano in nuvole artistiche, che erano a forma di storia e la gente se le indicava e riconosceva le figure, che piovevano tali e quali alle gocce, originando altre storie che cadevano nella terra svegliando storie addormentate, storie cogli occhi spalancati dentro le pozzanghere, storie distese sui vetri, e falde di storie che correvano molti metri sottoterra, tra i filoni di roccia, dove s’alimentavano e crescevano e finivano per sgorgare delle fontane, e le persone e gli animali andavano a bere storie e se le portavano nell’umido della bocca, nell’immagine un poco lucente dell’acqua quando c’attraversa dalla gola all’anima, con tutta quella storia dentro.

 In effetti, volevo raccontarvi una storia, ma ora non so più quale.
D’altronde, le storie vivono fino a che non sono del tutto consumate, e poi spariscono, in un taccuino, in un quaderno, in un libro. In un blog.
(leggevo di questo ciùk palaniùk che mi faceva spontanea antipatia senza averlo mai letto – ma l’antipatia motivata non vale – solo per quel fàiting club che m’aveva scombussolata, al cinema – diffido sempre di chi mi sgomenta, e lo so che non dovrei, ma ho geni calabro-aspromontani, che posso farci – e lui diceva una cosa del genere: una storia cammina fino a che non è stata davvero raccontata tutta tutta, e poi sparisce. Io penso, però, che nessuna storia si crea e nessuna si distrugge ma si trasforma parecchio, e lascia cadere ovunque pezzetti, semi, bioccoli che possono diventare quella, altre o nessuna storia. Che è sempre un’altra storia).

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