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Posts Tagged ‘unità’

Zia Enza c'ha convocati, con carta e penna, attorno al tavolo del salotto, un luogo più misterioso del covo di Bin Laden (e dubito che i Navy Seals riuscirebbero ad espugnarlo con la stessa facilità). «Voglio fare testamento – ci ha detto – testamento biologico».
«Testamento? Tu?» è insorta zia Mariella, che è contraria per principio alla morte, e figuriamoci a una cosa prosaica come il testamento.
«Bi-o-lo-gi-co» ha scandito zia Enza.
«Ma sai cosa significa?» ha insistito la sorella, inalberata nemmeno fosse del consiglio dei vescovi.
«Certo che sì – ha fatto, piccata, zia Enza – per questo voglio farlo».
«Ma non è legale» ha tentato zia Mariella.
«Perché, le nomine dei sottosegretari invece… » ha ribattuto, incontrovertibile, zia Enza.
«E allora?» abbiamo chiesto all'unisono.
«Allora, ecco le mie volontà biologiche – ha detto la zia, con sovrannaturale serenità – . Lascio l'acqua a tutti, per annaffiarci i giardini e far crescere i pensieri, perché l'acqua è di tutti. La lascio in tutte le sue forme (e che qualcuno ci provi, a dire che sono sue e privatizzarle): lascio le nuvole a voialtri, per guardarle e restare capaci di meraviglia; lascio l'arcobaleno ai vecchi, la pioggia ai castagni e i ghiacciai agli orsi polari. Lascio il sole e il vento a chi ne farà energia pulita. Lascio la terra a tutti quelli che vogliono tornare. Lascio il cielo a chi crede solo alle divisioni di questa terra. Lascio il mare a chi ha bisogno di musica e coscienza, a chi deve fuggire e non ha altra strada se non le onde nere di notte, a chi non ha una riva a cui affacciarsi. Lascio il corpo come involucro del cuore, come forma intera dell'anima: non salvate mai il mio corpo, nuocendo alla bellezza della mia anima».
Abbiamo scritto tutto. Se non è legale, è certamente giusto.

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Tutti i retroscena della tournée di Brioscia che, come i Pooh, ha cominciato un tour – il Miciazze Fab Tour 2010 – per presentare la sua creatura, che nasce, si sa, svantaggiata: nascere libro nell'Italia di Bondi è come nascere neri nell'Alabama del 1930, come nascere contadini nella Russia del 1830, come nascere calabresi, o donne, in un secolo a piacere.
Ma noi ci segnaliamo per sprezzo del pericolo e incoscienza recidivante (e poi qui occorre distrarsi dopo la prestazione da black block del Parlamento senza vergogna di ieri).
In ordine cosparso (il mio preferito):

 

Il corteo con striscione

Esistono vari tipi di corteo: quello da casa, il più comodo, tutto in streaming, youtube e status di fb; quello semplice; quello con bandiera; quello con striscione. La vostra Brioscia ha scelto il più difficile: quello con bandiera e striscione.
La bandiera era quella dell'Unità – dal momento che la gloriosa “No Ponte” era stata dimenticata con tutta una serie di cose indispensabili (mutanda a banda larga, fondotinta color Carlo Conti, amuleto animista-calabro-pagano, santino del Che e di padre Pio) – rossa il giusto, e soprattutto diversa, nella spaventosa infestazione di bandiere del Pd che risalivano la piazza e le vie come una micosi biancorossoverde.
Lo striscione era quello, eterocromatico, di ArciEtero, associazione – appunto – di eterogenei a difesa degli omosessuali: un caso di ospitalità da corteo dovuto allo sconfinato, pericoloso senso dell'accoglienza di Francesca Fornario, di cui si dirà più oltre.
Ma la Brioscia ha scoperto – dopo quasi quattro ore di piazza, una ricerca affannosa di bandiera alternativa (cessata solo dopo aver commosso, con argomenti inverecondi, un venditore ambulante di “Unità”), uno scavalcamento coatto di transenna, vari cali glicemici, vuoti di memoria sulle playlist della sinistra (tenere a mente: Jovanotti è di sinistra, Daniele Silvestri è di sinistra, Lady Gaga è di sinistra), un tentativo di tarantella su un rap campano-pugliese con principi di infarto del miocardio e rottura rotulea – di non averci proprio il fisico, per l'opposizione. Opterà per il Pd, allora.

 

La shining

La shining è, con tutta evidenza, la femmina dello shining.
La shining si manifesta in situazioni estreme, quando nell'urgere degli accadimenti senti una luccicanza, però femmina. Nel senso che ti dici: questa potrebbe essere, anzi è una sorella. Mi è successa molte volte, in questi giorni. E quasi senza interruzione dentro il corteo, che era a sua volta dentro la Capitale, che era dentro un sole da Liberazione, che era dentro una speranza grande così.

 

La casa di Francesca Foster

La casa di Francesca è di centosei stanze, tutte piene di disegni, fumetti, personaggi dei fumetti parzialmente vivi che ti guardano quando ti volti ma tu non li becchi mai. A casa di Francesca si mangiano peperoncini raggiati, clementine soavi, cassate, torroni, ciambelle delle cuoche del paradiso, molto kamut, gnocchi dell'alleanza, tisane di resistenza umana.
La casa di Francesca è aperta a tutti gli amici immaginari, come casa Foster: infatti nel corridoio ho incontrato Blu che inseguiva scarabocchi, ed Edoardo che raccoglieva margheritine dipinte sul muro.
Francesca mi ha adottata, e anche io adesso vivo lì, in qualche modo.

 

Hal e Simone

Simone parla spesso con Hal, o Hal parla con Simone. Si dicono cose che solo loro sanno. Simone mette l'auricolare, e fa una domanda, e Hal risponde ripetendo sempre la domanda, come se fosse inglese, o Gasparri.
Poi Simone tocca lo schermo, e Hal ride perché gli fa il solletico.
Si vogliono bene.


Roma

Roma occasionalmente diventava d'oro puro. Con tutto il suo marmo, i suoi traslocatori, i suoi sampietrini larghi, i suoi happyhour, i suoi deputati (agh). Con tutti i suoi scontrini, i suoi gestori di bar, i suoi tassisti. Con tutto il suo Tevere color birra scura, e i suoi ultratevere, e la sua pietra rosa che appare solo fuggevolmente al crepuscolo e poi si trasforma in altro, ferro cenere o carne.
Con tutti i suoi retrobottega, i suoi panini col pomodoro troppo verde, i suoi gioielli di Cornelia, i suoi androni che sanno di broccoli, le sue idi di marzo.
E chi la finisce mai, Roma.

 

Enrico Ghezzi e le scarpe a pois

Sarà stata l'ansia da prestazione, sarà stato il digiuno coatto, la perdita di sonno, la Salerno-Reggio che ormai non è un'autostrada, è un'ordalia. Sarà stata la sindrome da Pelle d'asino, o da Cenerentola, o da Paperino. Ma Brioscia si sentiva leggermente fuori sincrono, quella mattina a Più liberi più libri: tale e quale a un Enrico Ghezzi che parla di Buñuel e spinterogeni. Come se la realtà si fosse spostata di una quindicina di centimetri. A destra.
Meno male che c'era Fiamma, la sempiterna Fiamma Lolli, che fece uno show straordinario, come un acquazzone di violaciocche, come una tempesta tropicale di fragole e sale grosso, come un tornado di confetti al liquore, come un'aurora boreale alla cannella, facendomi vergognare: il mio libro non era certamente all'altezza della sua performance. E per giunta senza orecchini (lei, non il libro)(ma si rifece la sera, Fiamma, con calendari maya pendenti che le arrivavano alle spalle, con tutte le profezie).
Meno male che c'erano tutti i miei avatar preferiti, che quasi voleva andarmene in giro e cliccare “mi piace, mi piace, mi piace” e forse l'ho pure fatto prima che l'editore m'immobilizzasse dietro una scrivania gelminica da cui spuntavano solo le teste, come in certi banchetti del lunapark (tre palle due euro) o in certe commissioni d'esame: “Vediamo, Mallamo, se ha studiato”. No che non ho studiato.
Davanti a me, sembrava l'home page di fb un lunedì mattina, ma più bella.
Accanto a me, in moto ondoso, Fiamma diceva cose spettacolari, parlava di compassione e letteratura, e di manuali di pesca e di caccia alle balene, e di colpo eravamo tutti a fiocinare Moby Dick, che passava al largo dei marmi dell'Eur con la coda di travertino.
Sopra di me, la telecamera di Antonio Allegri registrava scene da film. La Corazzata Potemkin, o forse Fantozzi – Il ritorno (dovrò fargli causa, quando tutto questo sarà su YouTube, lo so). Più su, gli dei, beffardi. Più su ancora, nell'iperuranio, le zie che spargevano sale e facevano scongiuri.
Dentro di me, la legge morale.
Sotto di me, le scarpe a pois. Almeno loro sapevano tutto.

 

 

Il giorno degli avatar spezzati

Quando li hanno trovati, non sapevano proprio cosa fossero. Li hanno ramazzati e chiusi nei sacchi, ma poi non sapevano nemmeno se buttarli nell'umido o nell'indifferenziato inorganico.
Sembravano fiori, ma anche gusci d'uovo, ma anche pietra calcarea, ma anche un qualche corallo. Sembravano baccelli, ma anche scatole cinesi, ma anche frammenti d'alveare, ma anche pelle di serpente. Sembravano porcellana, ma anche miele, ma anche foglie di felce, selci scheggiate, bottoni della nonna.
Erano avatar.
Li abbiamo spezzati con un gesto solo, di solito un abbraccio: Romana, Assunta, Eva, Angela, Lorenza, Chiara, Luca, Antonio, Nuvola, David, FrancescaRomana, Johnny (con bellissima figlia). E poi Naima ed Emanuela.
Che meraviglia, riconoscerci veri. E quanto siete dannatamente belli, da veri. Quanto siete imperdibili.
Mi piace mi piace mi piace mi…

(con Raffaele, Enzo, Giacomo, Monica, Ivan, Mariantonietta, Gaja, Enrico lo avevamo già fatto, il prendete e spezzatene tutti, e dunque è stato un normale ricongiungimento parentale).

 

Il bucatino ultracorpo

 

Non è un pranzo. E' un rapimento alieno. Un sequestro, un incontro ravvicinato. Tu entri là sotto, in una trattoria annidata nella Roma porosa e millenaria degli osti, di tovaglie di carta e avambracci e una lista scritta a penna. E lì, dalla lista, avremmo dovuto capirlo, stupidi che non siamo altro: c'era scritto “mezza porzione”. E l'abbiamo preso, invece, per un souvenir linguistico, un vezzo da filologi: oltre alle mezze stagioni, si sa che da un sacco di tempo non esistono più da nessuna parte le mezze porzioni. E invece.
La cameriera ci faceva gesti disperati, ma noi, persi nella crisi ipoglicemica delle tre del pomeriggio, dopo le obiettive difficoltà di tenere assieme una comitiva eterogenea dentro una Roma festiva, piovosa e furiosamente prandiale – che è come portare un circo a Gerusalemme, o il Pd al governo – non ce ne siamo accorti. E abbiamo ordinato. Porzioni intere.
Non tutti siamo ancora qui a raccontarlo.

 

Le luci sopra Salerno

Non so com'è Salerno, di sotto, ma di sopra sì. Almeno a Natale. Di sopra, diciamo dalla vita in su. Perché forse Salerno è come le sirene: mezza asfalto e mezza firmamento. Mezza zolfo e mezza limone. Così tralci di brina gocciolavano luce accanto a reti dorate, renne, pianeti. Asteroidi d'argento sopra i segnali arrugginiti, stelle galleggianti fino ai primi piani dei palazzi gialli.

 

Le luci sotto Salerno

Il tango, si sa, è una congrega clandestina. Ci raccogliamo come adepti, senza bisogno di dire nulla, cogli abiti rituali, le formule degl'incantesimi lungamente studiate. E da quei cerchi scuri che sono le milonghe si sprigionano luci, fuochi fatui, ardenze. Succede ogni volta, ma qualche volta di più.
A Salerno eravamo sul mare impietoso che sapeva di zolfo, e smaniava dietro i vetri. Dentro, fiorivano i limoni, e una specie di giugno teneva la ronda stretta stretta (musicalizzava un ragazzo giovanissimo, che prendeva il tango dal lato della forza, dell'energia ondosa del suo tremendo potere di lontananza e nostalgia).
Ne ho avuto sorrisi e rose, e magnifiche tande. Da fuori, si vedevano le stesse luci scure d'un acquario,o dello Stretto.

 

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 “Io sono finiana” ha annunciato senza mezzi termini zia Enza alla famiglia riunita per cena. Era così presa che ha persino rinunciato al suo ruolo preferito: somministratrice di polpette a tradimento, che è più o meno un agguato amoroso che lei, armata di zuppiera, ci tende quando siamo a tavola, cercando di imboccarci a nostra insaputa, mentre parliamo o respiriamo o cerchiamo di mangiare un'altra cosa. La zia percepisce esattamente, col suo istinto di predatrice familiare, quanto siamo indifesi, quando siamo a tavola: a volte ho il dubbio che siamo noi, il pasto.
Ma che dici?” ha esecrato zia Mariella, che comunque non è mai stata più a destra di Occhetto, massimo Veltroni, e continua a rimpiangere i tempi mitologici di Berlinguer e del nonno.
Io sono finiana, domani m'iscrivo” ha detto ancora zia Enza, dura e nera come la pietra lavica (anche se lei è biondo pechinese coi riccioli da Shirley Temple senescente).
A cosa t'iscrivi? Non è un partito!” ha sbottato zia Mariella, che già pensava a come sfiduciare quella traditrice, costringerla a dimettersi e, soprattutto, a mettere giù la zuppiera di polpette.
Certo che è un partito: si chiama Futuro in Libertà, e c'è pure Mike Bongiorno”.
Zia, Mike Bongiorno è morto” mi sono intromessa.
Ma che morto: ci sono un sacco di vivi che sono morti e nemmeno lo sanno, lascia stare” ha replicato lei col suo infallibile surrealismo magico. Cosa che in effetti è verissima: i nostri morti camminano nel corridoio coi vestiti della festa, e Mirigliani appare regolarmente in tivù, per non parlare di Donna Assunta, Little Tony o Silvana Pampanini.
E comunque m'iscrivo, perché lui ha bisogno di numeri” ha insistito zia Enza.
Quando ha aggiunto: “Ha bisogno di me” abbiamo capito tutti.
La zia continua a credere che Fini sia preciso al suo fidanzato perduto, che è una delle leggende familiari più indiscutibili, appena dopo quella della bisnonna Carmosina morta a 105 anni coi capelli tutti neri e le ali di colomba, e giusto prima di quella della cacciata del prete venuto a benedire la casa, al grido di “se mio padre non può entrare nella casa di dio perché è comunista, voi non potete entrare nella nostra”. Cosa che, obiettivamente, non fa una grinza.
Sorella – ha principiato zia Mariella, che quando la chiama col titolo vuol dire che è davvero arrabbiata – noi non ci mettiamo con quelli di destra, nemmeno se sono morti, o fidanzati”.
Lo scontro istituzionale era al culmine, e noi tenevamo il fiato sospeso: il ragù si stava raffreddando, e anche le braciole, le melanzane ripiene, i peperoni, la salsiccia con le patate e la caponatina.
Io m'iscrivo, e vado pure a votare”.
Tu non hai diritto al voto, scimunita”.
Ecco, sei come quelli del governo: quando hai torto cominci a insultare. Che vuoi fare, pubblicarmi su Libero o il Giornale?”.
Noi abbiamo pensato ai dossier di Feltri, chessò, una cosa del tipo: “Zia Enza dice di essere bionda naturale, ma abbiamo le prove che è ossigenata. Il suo parrucchiere ammette: la formula del biondo pechinese è segreta pure per me”.
Alla fine non c'era altro modo: zia Mariella ha posto la mozione di sfiducia e ci ha chiesto il voto.
Ci siamo astenuti.

 

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sì, siamo in un circo. nella parte delle bistecche lanciate alle tigri

Se dovessi acclarare che la Costituzione è stata sostituita nottetempo col regolamento del Monopoli;
se dovessi acclarare che – dopo le ministre Simpatia, Modella Domani, Cinema ed Eleganza – la nuova moda sono i ministri ventiquattrore, i ministri-lampo, e forse in futuro avremo pure i ministri retroattivi, o i ministri usa-e-getta che sono pure più ecologici;
se dovessi acclarare che le intercettazioni ledono la privacy di onesti cittadini che si sono fatti una posizione lavorando duramente dai gradini più bassi della (Onorata) società, fino da quand'erano picciotti;
se dovessi acclarare che la 'ndrangheta si è padanizzata, parla con lo sciusciù milanès, compra condomìni e sta preparando un suo padiglione all'Expo, sezione imprese italiane nel mondo, e magari vota pure per la Lega;
se dovessi acclarare che quattro sfigati pensionati, ormai annoiati dal tressette, avevano deciso di fondare la P3 solo per svagarsi un poco, anche perché d'estate le bocciofile chiudono;
se dovessi acclarare che la cricca sta approntando la sua manovra economica, con tanto di piani di edilizia, grandi opere anzi grandissime, ecoballe, ecomostri, cenette e cotillons;
se dovessi acclarare che per costruire un grattacielo nella Valle dei Templi occorre solo una ricevuta firmata dal portiere;
se dovessi acclarare che andremo tutti in pensione a novant'anni compiuti, direttamente dalla cassa integrazione senza passare dal via;
se dovessi acclarare tutto questo, io penso che resterei sconvolta. Ma poi mi dico che no, non è possibile che sia accaduto a mia insaputa, e senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse.
Mi dico che è fantascientifico almeno quanto il 2012, la laurea del figlio di Bossi o il Ponte sullo Stretto. Mi dico che simili cose non possono succedere, in un Paese appena appena normale. Vero? Vero? Vero?

Pezzullo uscito oggi sull'Unità, ma in gestazione mentale da un po'. In effetti, mancano un sacco di altri "se dovessi acclarare" (non sapete per una calabrese farcitrice come me quanto è difficile contenersi nello spazio di milleottocento battute: il mio horror vacui ha orrore), non tutti così politici.
Chessò: se dovessi acclarare che ho passato più di metà della mia vita a occuparmi di quisquilie, mentre i miracoli si appoggiavano ai nostri lampioni;
se dovessi acclarare che tutti i miei sforzi per essere migliore di mia madre, o anche solo diversa (e questo parallelismo tra diversa e migliore dice già tutto quello che io non posso dire, o verrei immediatamente incenerita dai caschi blu del Super Io);
se dovessi acclarare che la mia militanza nel partito del bello e del giusto è solo illusoria, transitoria, fallace e probabilmente fallimentare;
se dovessi acclarare che la parte migliore di me è già trascorsa;
se dovessi acclarare che le cose di cui ho più paura sono tremendamente vere;
se dovessi acclarare che la mancanza d'amore è quasi meglio dell'eccesso d'amore, e io ho rischiato di non sopravvivere a entrambi;
se dovessi acclarare che l'illusione non si può mangiare, è molto nutriente lo stesso ma io non so come fare a masticarla;
se dovessi acclarare che tutto quello in cui credo non crede per nulla in me;
se dovessi acclarare che non so come si acclara nulla, a partire da me…

continua fino all'infinito e oltre…)

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Quindici centimetri di meno, quindici chili di più ed è Masino sputato.
Questo è il primo dei pezzulli scritti per l'Unità, che in un momento di follia ha deciso di dedicarmi uno spazio quotidiano, per portare alla ribalta nazionale il mio cortile di zie, miciazze, vivi e morti. Ecco la versione non tagliata, per i miei due lettori.

La resistenza umana c’è ancora, c’è sempre, e possiamo leggerla a volontà nel Web, dove si twitta, si feisbucchia, si blogga ma soprattutto si resiste, si resiste, si resiste. Una voce dal profondo Sud calabro-siculo. Dove le brioches sono una prova dell’esistenza degli dèi e della speranza, quotidiana, fragrante, come appena sfornata.
 
Possiamo farcela.
La lunga estate calda comincia sotto pessimi auspici, ma possiamo farcela.
Il mio filosofo privato – il portiere Masino – me l’ha chiarito all’indomani della tragedia Nazionale dell’anno: la caduta degli Azzurri dall’altra parte del mondo (cosa su cui, peraltro, esisteva un’apposita profezia di zia Enza, la fattucchiera della mutua: non potevamo vincere  perché non siamo abituati a star appesi al contrario).
Masino non ha mai letto Vico, ma Vico avrebbe amato Masino, e forse pure imparato qualcosa su corsi e ricorsi storici. “S’aviva a chiudiri”, ha detto. Si doveva chiudere. Ovviamente il cerchio.
Masino ne ha viste troppe e ha una pazienza minerale: quando – nella sua guardiola confessionale – gli confido le mie ansie per la manovra economica, la Padania che progetta la bomba atomica, Napolitano con le tasche piene di stilografiche, la signora del quinto che lava il terrazzo con l’acido muriatico, lui mi risponde con una sola parola: “Spittassi”.
Che tecnicamente significa “aspetti”, ma con tutta una masinitudine taumaturgica che non si può spiegare per iscritto, e ha a che fare non con un’attesa passiva ma piuttosto con una speranza attiva e vigile.
Ora, i corsi e ricorsi e la masinitudine ci dicono con chiarezza che Lippi ha chiuso un qualche cerchio cosmico dalle parti del centrocampo, che la nuova Nazionale sorgerà magnifica azzurra e progressiva, che la Costituzione reggerà con la sua vecchia pellaccia (lo dice zia Enza, che tifa per la Costituzione come altri per l’Inter) e che la signora del quinto non m’ucciderà tutti i gerani.
Non è poco, per un’estate che comincia con l’elaborazione del lutto.
Spittassimo.

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