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Posts Tagged ‘trallerighe’

una non-pipa secondo Magritte

 C’avevo un fidanzato, duemila anni fa, che amava i giochi di parole. Divideva le persone in “allitteranti” e “non allitteranti”. No, non è questo l’unico motivo per cui l’ho lasciato, però non era uno degli ultimi.
In effetti io all’inizio lo trovavo affascinante, devo ammetterlo. Mi scriveva sms cifrati dei quali non capivo una cippa, se non che ci doveva aver messo ore, a pensarseli. Il che è già una bella prova d’amore, no?
No, in effetti. Ma io allora mica lo capivo.
E’ che venivo da una famiglia, anzi due, dove si diceva pane al pane e vino al vino. Poi, che si vivesse in un vortice di segni e presagi, dove ogni cosa stava per un’altra, era una faccenda diversa. Ma le parole non si discutevano, semmai si usavano. Come bicchieri, porte girevoli, forchette, tavoli, forcine, coltelli, per lo più coltelli. Le parole ci sono sempre servite per scambiarci cose, per pettinarci i capelli, per nasconderci dentro, per oltrepassarci, per dimenticarci, per tradire, per farci coraggio, per attraversare le strade, per scaldarci i piedi, per abbottonarci, per picchiare qualcuno.
 Parliamo per graffiare, per mordere, per accanirci. Parliamo per starci lontani.
Qualche volta parliamo per consolarci, ma accade di rado (nonno Basilio s’era pure inventato una lingua, e se la parlava da solo, per darsi conforto: era fatta di sillabe che duravano ore, e riempivano tutta la casa. Al mattino, certe volte ce n’erano così tante, tutte aggrovigliate sul pavimento, che mia nonna doveva buttarle fuori con la scopa): siamo gente di gesti, o di guerra, per lo più.
Parliamo per usare e piegare il mondo, e gli scongiuri, i sortilegi sono solo parte di questo potere, né più né meno d’un certificato d’invalidità civile, d’un libretto della pensione, d’una bolletta del gas.

 Così, ho dovuto scoprire tutta da sola la bellezza, l’ombra e l’inutilità delle parole. Mi ricordo pure quando avvenne: avevo undici anni e lessi, in un’antologia altrimenti inutile, “Vocali” di Arthur Rimbaud.
Fu come spaccare il cielo e scoprire che, dietro, c’erano altri mille mondi in fila. 
 Col fiato corto, andai dalla prof d’italiano e le dissi: “Per piacere, possiamo leggere “Vocali” di Rimbaud?”. Lei mi guardò e rispose: “Meglio questa”. E mi porse “Il 5 maggio”.
E’ chiaro che era prezzolata dall’Ufficio Soppressione Amore per la Poesia E Non Solo. E’ chiaro che aveva profondissime turbe sessuali, e non solo. E’ chiaro che aveva paura degli aggettivi: immaginava aggettivi nascosti nell’ombra che l’aspettavano per spalancare l’impermeabile, forse. Forse i periodi ipotetici le facevano telefonate piene di sospiri. Forse gli avverbi di modo – i miei preferiti, ma allora non lo sapevo – la toccavano sotto la gonna, quando passava, e lei doveva difendere la sua virtù. Forse pensava ch’avrebbe perso il paradiso. Certi paradisi somigliano sputati all’inferno, viene da pensare.
Insomma, è stata dura.

 Ed è stato uno dei motivi per cui lo scemo allitterante mi piaceva tanto: era uno dell’altro lato del mondo, uno che percepiva le parole come sono, ibridi mitologici, fenici, chimere metà cosa e metà idea. Macchine del tempo, trabocchetti, bauli col doppio fondo. Ne assaporava la consistenza propria e squisita, la capacità mimetica, il lato ludico, potente e mostruoso.
Però era scemo, presuntuoso e pure sessualmente inetto.
Ma io, agnella, non ne sapevo nulla, allora, di sessualità e metonimie, di libido e onomatopee, d’orgasmi e ossimori. Ignoravo le mie zone erogene: avverbi di modo, ablativi assoluti, ellissi, paronomasie, gerundi, litoti. Ignoravo le più comuni gioie orali: al primo reading di poesia assistetti che avevo vent’anni abbondanti, e mi imbarazzava, essere vergine. Non sapevo nulla neppure di contraccezione: non sapevo come ci si preserva dalle conseguenze emotive d’un aggettivo, d’una paratassi, d’uno hysteron proteron.

Ora, ammetto, ho una pellaccia, e per incantarmi ci vuol altro che un’allitterazione. Per esempio  zop. Di lui ho già parlato, e diffusamente, qui: vi ho messi tutti in guardia dai suoi folli esperimenti – sappiate che fuole tifentare patrone di web, sì – e dalle sue trovate pirotecniche.
Sappiate che, dopo, non c’è più scampo. Non ne uscirete più.
Ora, per esempio, vuole trasformarci tutti in stupratori.
Con me, ovviamente, c’è riuscito. Il futuro della letteratura, si sa, è nella perversione.

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BLU

nudo vestito di blu

Viene, l’ora blu.
Gli orologi si sincronizzano per batterla tutti assieme, con cento colpi. La senti arrivare da tutti gli angoli, turchina come un maremoto, e aspetti solo l’urto.
Non importa quanto tu sia ricco d’isole, di gente, di fiumi che ti percorrono in ogni direzione. Non importa quante cattedrali tu abbia visto, quanto tu sia indivisibile, quanto siano vaste le radici che t’inseguono sottoterra: sei travolto.
Quando quell’uomo col camice esce dalla porta blindata e scuote il capo, e poi distoglie gli occhi perché persino lui sente l’ora precipitarsi; quando sei l’ultimo della tua specie; quando sistemano l’ultima pietra del muro; quando hai la certezza assoluta che non ci sia niente, in ascolto; quando non era te che aspettavano. Ore blu, senza scampo.
Le ore blu non si combattono, non si rifiutano, non si possono eccepire. In genere non si raccontano: sono ore scontrose e aggressive, come certi animali che nascondono il muso. Sono pericolose.

Qualche scrittore le tiene da parte: in dispensa o in cantina – basta cercarle – c’è un grosso barattolo di vetro, pieno d’ore blu. Di qualcun altro, si capisce. Si devono conservare al buio, perché la luce le rovina, e maneggiare con cura. Una volta uno scrittore fu punto alla mano, da un’ora blu che aveva rubato e tenuto da parte per anni. L’aveva cresciuta a piume di pavone e grani d’incenso, e pensava di farne un capolavoro. Macché. Non riuscì più a comporre nemmeno una parola. Quando gli mettevano un foglio davanti sudava freddo, e riusciva a dire solo: preferirei di no.

Questo non vuol dire che non si possa rappresentare, un’ora blu. Qualche volta va in scena – e te n’accorgi perché è quell’alone, quella bolla, quel cerchio vagamente temporalesco che vi separa da tutto il resto – qualche volta qualcuno riesce a suonarla: ore blu sono con certezza in alcuni quartetti d’archi, in determinati accordi di bossa nova, in tutti i tanghi concepiti come una spirale, nel doppiofondo di molte canzoni.
E’ dubbio se gli dei possano maneggiare ore blu a loro piacimento. Qualcuno sostiene invece che amino accoppiarsi coi mortali per prendersi le loro, o averne in sorte.
Perché a volte nemmeno ti lasciano vivo, le ore blu.

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precipitazioni

Ve lo dicevo che finiva così.

Che un giorno, o una notte, avrebbero cominciato a piovere rose, e ad apparire arcangeli o ramarri, per annunciare salvezza o ferite (non riesco mai a distinguere).

Perché ogni gioia che s’annuncia ha un alone di dolore, da ogni ferita sgorgano fragole e il miele nasconde sempre il sale.

Tutto questo perché è uscito il secondo numero di sacripante!, e dovevo proprio annunciarvelo, in technicolor. C’è dentro una quantità di rose e cose, che nemmeno una cassetta di tempere, nemmeno un rimario mongelli, nemmeno il vocabolario degli angeli. Vabbé.

Insomma, leggetevelo, e poi – per cortesia – non ditemi niente. Che ho avuto una visita, stanotte, in cima alle scale. E ho la casa piena di petali scarlatti e affanni.

 

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CLASSIFICHE

 etimologia di una pipa

Comunicazione di servizio.
Consultavo il nuovo  dizionario etimologico online,
praticamente la versione Web del benemerito e molto reverendo Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (uno con questo nome non poteva che fare dell’etimologia la sua ossessione e il suo riscatto), e l’occhio mi cadde inopinatamente sulla "classifica dei termini più visualizzati".
Oh che bello, mi dico, guardiamo un poco cosa cerca, questo popolo inquieto di cliccomani.
Sapevo già che la cosa più cliccata nei motori di ricerca universali è "sex". Evvabbé. Normale. Il popolo del web si divide in parti uguali in guardoni e testoni (nel senso di gente che non fa che scrivere e scriversi, testualizzando febbrilmente quello che altri – diciamo – somatizzano). Ok, a volte coincidono, ma non spesso. E dunque.

Ma cosa cercheranno mai, mi dicevo sempre io – la biancaneWeb – gli animi gentili ed etimologici, avvezzi a occuparsi di cose come "procella", "bargello", "minareto", "pleiadi" (dal prezioso elenco – fornito a ogni schermata dal previdente Pianigiani in persona – degli ultimi termini cliccati)?
Non nascondo che la cosa mi riempiva di giusto orgoglio: da anni propugno la nascita quantomeno d’un partito della Libera Etimologia. Più che un partito: un’anonima etimologisti, una setta religiosa, un ramo della scienza, un club-service.
In vecchiaia mi sono convinta che l’etimologia è l’unica scienza esatta. Esatta come la poesia, come il punto di cottura del risotto, come le dosi degli ingredienti della cocacola, come la certezza d’essere corrisposti. Quindi esattamente vaga. La scienza perfetta. Quella dalle risposte che sono sempre miracoli.

Beh, mi ri-chiedo, ma di quali risposte saranno mai avidi, i naviganti verosimilmente testoni assillati da dubbi etimologici? Clicco la classifica ottorina e pianigiana dei termini più richiesti. Ebbene.

Il primo è "berlusco", il secondo è "cazzo".
Il terzo è "fica" e il quarto "amore".
Si impara sempre, dalle etimologie.

 
ps: berlusco, apprendo, viene dal latino BIS-LUSCUS, o BI-LUSCUS, ovvero "due volte losco".
Dunque, lo dico di nuovo: si impara sempre, dalle etimologie.

 

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 camera d'ascolto

Avete presente Queneau? A me causò crisi d’identità e disparità, da ragazza. Gli "Esercizi di stile" mi diedero gl’incubi: avevo sedici anni, il bigbang ormonale in corso e un senso tragico della vita.  Ora ho comunque un senso tragico della vita, ma almeno senza brufoli.

Dunque, lessi quel libro e piansi tre giorni. Perché di colpo tutta la letteratura (che a sedici anni è una religione) m’apparve un gioco perverso ai tuoi danni. Ora, almeno, lo so con certezza: la letteratura, come ogni altra cosa, è un gioco perverso ai tuoi danni. Ma reggo meglio ai colpi bassi.

Insomma, versai lacrime caldissime – nemmeno fosse la versione originale di “E tu” – sugli “Esercizi di stile” di questo signor Raymond Queneau, un tizio di Le Havre, un indeciso che non sapeva se appassionarsi “al delirio del matematico o alla ragione del poeta”, e per sicurezza li mischiava. Uno che cominciava col voler scrivere una “Enciclopedia delle scienze inesatte” (fisica evolutiva, antropologia spaziale, metabolismo storico, chirurgia morale, spropositologia, irrilevanza comparata, matenautica…) e finiva col dirigere l’Encyclopédie de la Pléiade, uno che voleva quadrare il cerchio e pure la botte, con tutta la moglie ubriaca dentro.
E il bello è che ci riusciva, l’infame.

Vi sconsiglio caldamente il suo “Esercizi di stile”: mette in crisi il vostro mondo di radicate certezze sulle conseguenze emotive degli aggettivi, sull’efficacia degli avverbi, sulla moralità delle congiunzioni.
Vi induce a dubitare di Leopardi, delle lettere d’amore, dei “Promessi sposi”, dei vostri diari d’adolescenza. Dei romanzi russi, dei romanzi sudamericani, dei romanzi francesi. Degli haiku, delle ottave, dei sonetti. Dio mio, perfino di Umberto Eco.

Dunque, vi sconsiglio anche l’omonimo blog, e il suo diabolico ideatore, zop, che diffonde il contagio degli esercizi di stile in rete, zona per giunta endemica, virale e promiscua quant’altre mai.
Io ormai sono contagiata: ho preso l’esercizidistilite, in forma acuta. E il blog di zop ne è, ahimé, la prova.

Stavolta m’è venuta una voglia di giallo. Proprio qui , sul collo. Non c’è niente da fare, è pericolosissimo.

Quindi, vi rinnovo l’allarme: NON andate nel blog di zop, NO e NO. E poi non dite che non vi avevo avvertiti.

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sacripante aereo 

Omeopatia.
eccola, la ricetta giusta.
Per cosa? Per vincere la persistente narcolessia del
mercato letterario (che, fortunati noi, non coincide
esattamente con l’insieme degli scrittori & delle
scritture possibili, però).
Il profondo sonno dei comitati editoriali, le
persistenti fasi non Rem degli editor, il coma di
terzo grado di taluni autori – che, mirabilia, pur in
quelle condizioni sono in grado di farsi
intervistare, firmare autografi, tenere corsi di
scrittura, vincere premi importanti, riscrivere l’Iliade, bloccare le
classifiche di Tuttolibri per mesi.

Dunque, urgeva una cura.
Pensa che ti ripensa, in sonno e in veglia
incessantemente, qualcuno ha avuto l’idea brillante:
omeopatia!
Una piccola dose di sonno, per ottenere una passabile
veglia. Di più, una encomiabile veglia.
Ed ecco il primo numero – minuscolo ma esclamativo, interamente dedicato alle tematiche del sonno e ai contrappunti della veglia – di sacripante! (www.sacripante.it)

Ovvero una rivista che risponde ma soprattutto
domanda molte cose. A partire da: eravamo proprio
necessari? No, ovviamente.
Converrete però che ciò che di confortante ha la
scrittura è di non essere certamente necessaria, ma
di essere praticamente indispensabile.
Ancora, sacripante! si chiede: ma chi diavolo siamo?
Ah, saperlo. Ce la mettiamo tutta, ma sappiamo di non
saperlo, bensì di cercarlo attivamente. Di più,
d’intravvederlo e perderlo e ricercarlo.
Rimpiattino? Caccia al tesoro? Anche.

Omeopatica, ludica, metamorfica, profondamente
blogghica (laddove per blogghica s’intende la
blobbità della scrittura, che di tutto s’impadronisce
e si nutre, tutto ingoia ed espelle a ritmo
vertiginoso: e provateci a inseguirla, ché va veloce
come la luce, come un codice binario, come la coda di un sogno).

sacripante! ve lo consiglio, insomma
(trascurabilmente, contiene un mio scritto molto
blogghico e sacripantico, ma questa è un’inezia:
ci sono cose assai più divertenti).

Ah, fate gli esercizi di scrittura non creativa, mi
raccomando, e accendete un cero a zio Fedor. Lui non
lo sapeva, ma era molto, molto sacripantico…

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