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Posts Tagged ‘tentativi’

arco, indubbiamente

 Che poi li vedi come passano, tutti col naso in su. E si girano, pure, quando m’hanno oltrepassato. Che una volta uno ha sbandato ed è finito contro un albero, e me lo sono ritrovato appollaiato addosso, costernato e senza peso, a guardare in giù, stavolta, verso la macchia d’olio, sangue e catrame. E poi se n’è volato via, lento, con le spalle curve e un senso di spreco e rimpianto che sarebbe stato una cosa amara nella bocca, se avesse ancora avuto una bocca e un senso dell’amaro.

 Loro mi guardano perché credono che io sia una soglia. Che sotto il mio arco di ferro e di ruggine si compiano quei miracoli di distanza e trasformazione che loro non sanno fare. Che davvero esista una cosa come il quarantacinquesimo parallelo, e tutte le altre linee che attraversano e dividono la terra, che è sferica come la sorte, e rotola e in ogni punto è perfettamente uguale, invece.

 Prendi quei due. La donna con una bellezza stanchissima negli angoli del viso, e l’uomo richiuso. Quelli sull’auto scura, che avanza veloce e posso quasi sentire – nel silenzio tra loro – quel respiro di bufera, di sciame, di temporale che viene dai loro pensieri. Lei è protesa verso di lui, e fugge e gli sta immobile accanto; lui vorrebbe fermarsi, e la trascina verso di sé e l’abbandona a ogni svolta. Quello che li lega io non so comprenderlo, perché non vado oltre il ferro dei miei legamenti, e l’abbraccio d’asfalto, pietrisco e roccia viva delle mie fondamenta. Ma posso sentire l’avanzare d’incendio, i vortici che si portano dentro.

 Così come sento – ma è una bruciatura costante e superficiale – uno sguardo lontanissimo che viene da lì, dall’area di servizio. Quello sì che è un luogo in cui i destini possono rimescolarsi e compiersi, e lo fanno – nei percorsi traccianti degli sguardi, dei gesti di cui loro nemmeno s’accorgono, e che io vedo da qui, come scie luminose di pneumatici sulle strade bagnate di notte.
Lì c’è un uomo che mi guarda, che percorre ogni giorno tutto il mio arco di ferro. Sento il suo desiderio, non diversamente da una grandine, da una canicola.
Spinge con tutte le sue forze contro di me, perché vorrebbe oltrepassarmi e fare in modo che io lo tocchi, col potere fasullo del quarantacinquesimo parallelo, del ferro e della distanza.
Io, che se potessi mi schioderei da qui e li lascerei da soli, a fare da soli, senza linee né soglie né speranze piene di ruggini.
 M’è pure venuto vicino, una volta. Dai, passa, passa: glielo urlavo come cinquecento rondini, come una scarica di fulmini, come un motore a ventotto cilindri, come un’impastatrice con la bocca piena. Come un uomo. Non ce l’ha fatta.

 Anche stanotte, non ce l’ha fatta. Ed è tornato a guardarmi, a bussare con le nocche su tutta la mia superficie. E loro nemmeno, nemmeno quei due ce l’hanno fatta.

 E tutti a pensare che io, io possa farcela, a cambiarli.
Non sanno che sono loro. Che ogni volta che mi guardano, e passano, convertono una molecola infinitesimale del mio ferro in ruggine, in vapore, in sublimato di ferro e desiderio e distanza. Che ogni volta sono un po’ meno solido, un po’ meno reale, un po’ più vicino alla soglia di miracolo e trasformazione che loro vorrebbero che io fossi.
 Sono loro che – quando passano – mi cambiano.

Vabbé, lo ammetto. Sono recidiva. Ma mica potevo sottrarmi. Effe qui ha raccontato una storia. Partiva da un punto, il parallelo 45 (facciamo finta, ché mica esistono i punti, i paralleli e le storie che partono o arrivano in un punto). E allora, nei commenti, shemale e flounder hanno raccontato altri punti. Adesso, con questo, siamo a quattro punti. Ma la media inglese non la so.

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FERRO

il ferro mangia gli spaghetti

 Non gli piaceva, quell’uomo.
Se gli capitava d’incontrarlo, nelle fughe a mezzo della piazza, tra i vicoli, allo scantonare della strada, passando veloce alla punta del muro, dove gli uomini s’appoggiavano col tacco e stavano a conversare, le braccia conserte e gli occhi nascosti, si sentiva tutto sottosopra.
 “M’è passata la serpe, qui” diceva alla vecchia strofinandosi il petto, una volta a casa. Lei serrava le labbra, e con indecifrabile amore gli tracciava un segno, una croce storta, un sortilegio che metteva in fuga la serpe. Il petto scarno e bianco dell’orfano si sollevava in un sospiro. Poi era la solita sera, la luce poca che si cagliava, come i fiati e l’odore spesso di cavolo, di notte, di legno e pane vecchio.
Qualche volta lo guardava, poi, quel nipote. Dormiva smemorato come gli innocenti, la fronte chiara e liscia, le palpebre trasparenti attraverso cui pulsavano vene e sogni sottili. Non era usa alla pietà, la vecchia, ma nel suo cuore scardinato allora passava un vento, una serpe, e doveva andarsene strofinandosi il petto.

 “Ma come si chiama, quello?” le aveva chiesto un giorno il bambino. L’uomo era passato, enorme e sofferente, il collo di toro schiacciato nel colletto, le guance d’un rosso irsuto, gli occhi spremuti in fuori da qualche malanimo o da una malattia del profondo. Ansimava, o respirava come se soffocasse ad ogni passo, ma quando il bambino era uscito sull’uscio, richiamato dalla nota bassa di quell’ansito, s’era fermato in perfetto silenzio e l’aveva guardato spalancando gli occhi. “Tu… tu…” gli aveva detto puntando il dito, con un odio e un terrore nello sguardo ch’avevano fatto fuggire l’orfano dentro casa, pieno di serpi, singhiozzando forte.
 Era dovuta uscire la vecchia sul bizzolo, con la faccia – lei sì – di veleno, a cacciare via quell’uomo, lontano verso la bocca dell’inferno. “Andatevene via, Ferro” gl’aveva sussurrato, facendo il segno ben alto nell’aria, tra loro. Poi c’erano volute un sacco di croci storte, per mandare via anche le serpi, una per una.
 La notte era stata di purgatorio e d’anime in pena: la vecchia aveva vegliato il bambino, e l’uomo aveva vegliato se stesso, tastandosi il petto.

 Ma tanto, la verità prima o poi arriva, strisciando come una serpe. E hai voglia a fare incantesimi.
Così fu il figlio del follatore, il bambino crudele che crocifiggeva le lucertole, a dirglielo. Giocavano un gioco complicato in mezzo alla polvere, sul curvone. Novembre era basso e carico d’acqua, di piombo e di castagne, e loro si contendevano il mondo intero e due ricci pieni. L’orfano aveva vinto, e all’altro era spiaciuto. Così glielo disse: “Il Ferro ha ammazzato tua madre”. Poi si voltò e fuggì, una smorfia o un sorriso nell’aria fredda color vinaccia.

 L’orfano tornò a casa, pallido, strofinandosi il petto.
“Chi è il Ferro?” chiese a bruciapelo alla vecchia, che tanto da tutto il giorno scopava presentimenti dalle tavole del pavimento.
“Chi è il Ferro?” ripetè, la voce sottile rotta in un belato.
La vecchia si masticava la voce e il cuore, per non parlare. Dietro alla schiena faceva il segno, la croce storta, una volta e due e cento, ma la serpe non scompariva.
“Chi è il Ferro?” disse ancora forse, o forse no, ma lei lo sentì lo stesso, perché quella domanda l’aveva sentita per sette anni, ogni giorno e ogni notte, strisciare nel petto come una serpe, pendere come una croce storta, sibilare dentro al novembre d’ogni sera.

 La vecchia fece ancora il segno, nell’aria, dritto davanti a sé, e lo disse.
“Il Ferro è tuo nonno”.

ok, vabbé. Ho partecipato – inguaribile come sono – alla nobile impresa di dar corpo alle ombre (e gli hombre) pensata da Herzog qui. Una delle ombre che m’erano rimaste a mezzo era questa, il figlio di Teresita, uccisa dall’amore feroce del padre, il Ferro, nell’immaginazione incandescente e amara di Corrado Alvaro, un Marquez delle Calabrie troppo dimenticato. Abbiate pietà (che tanto ognuno ha le ombre – e gli hombre – che si merita).

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SCIROCCO E LEVANTE

era sicuramente scirocco e levante

 La trovò nel pollaio, in un giorno di scirocco e levante che pesava come il piombo.
Lo scirocco uno lo sente prima di alzarsi, a letto con gli occhi chiusi: le cose si fanno più pesanti, specialmente il corpo, e ogni cosa costa fatica doppia, specialmente pensare.
Così, mentre non pensava a niente e si muoveva pianissimo – anche il tempo funziona molto lentamente, quando è scirocco e levante, e i giorni possono durare settimane intere – la scoprì in un angolo del pollaio, piena di paglia e cacca di gallina.

 La riconobbe subito, perché c’aveva confidenza, e sapeva pure che ogni tanto se ne trovano, da qualche parte. Non che ne avesse viste mai, questo no, ma non poteva essere un’altra cosa, e poi l’aria era di gomma e il futuro quasi del tutto finito, perché era scirocco e levante.
La prese con delicatezza – era come un uovo, ma più grande e con la forma sbagliata – facendo attenzione a non romperla, la pulì un poco e la guardò. Era opaca, piena di piccole macchie, d’un colore di quelli che esistono solo nei giorni di scirocco e levante: un azzurro arancione spento, come quando speranze o farfalle finiscono contro un muro. D’altronde, il cielo pure sembrava tutto sbagliato, arancione azzurro cupo, con nuvole insistenti controvento che sbattevano tra loro come assi, o litigi.
L’acqua era sorda, i rumori cavi e non c’era proprio niente che brillasse, fino all’orlo del mondo.
 Così lei si rassegnò, e se la portò a casa, dentro il fazzoletto – era bianco spento, perché era scirocco e levante, e comunque aveva i bordi neri, perché c’era un lutto da finire ancora per un sacco di tempo.

 Il fatto è che a casa non sapeva proprio dove metterla: nel sottoscala, dove tenevano i sacchi di carbone e le giare dell’olio, e l’aria sapeva d’alloro, le pareva male, e poi c’era buio; sul comò l’avrebbero vista tutti, e poi non era mica un regalo di nozze, altroché. Non se la sentiva di chiuderla in un cassetto, o, peggio, di metterla in un angolo della madia, vicino al pane. Così la piazzò sul tavolino dell’angolo, in mezzo alle foto dei morti col lumino e il mazzolino di fiori finti. Spostò un poco la nonna vecchia, che s’era addormentata mentre le facevano il ritratto ed era venuta con gli occhi chiusi e i mezziguanti, e anche il fratellino piccolo, quello che era così piccolo che l’avevano dovuto fotografare da morto, dentro la cassa, con la cuffietta coi pizzi che gli teneva chiusa la bocca e lo sguardo finto. Lì ci stava bene, però.

 Molto più tardi, alla fontana, quando incontrò le altre che riempivano gli orci – ma l’acqua era zitta e limacciosa e non c’era niente da fare, finché non metteva a maestro – lo disse.

Con la mano davanti alla bocca, parlando un poco piano ma non tanto – che poi comunque i suoni cadevano subito per terra, perché erano pure loro troppo pesanti, e si dovevano trascinare i piedi in mezzo a rumori di tutti i tipi e parole tutte ammaccate – lo disse, con gli occhi bassi e un sorriso che era una piega, solo da un lato.
 “Oggi ho trovato una piccola morte”.

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AVVERSITA' DEGLI AGRUMI

naufragio di mandarini col mal di terra

Virosi
Tristezza
Impietratura
Cristacortis
Maculatura anulare

Parassiti vegetali
Mal secco
Gommosi del colletto
Marciume pedale
Marciume delle radici
Cancro gommoso
Carie del legno
Marciume radicale lanoso
Marciume radicale fibroso
Allupatura
Mal di terra dei mandarini
Fusaggini

Parassiti animali
Tripide degli agrumi
Camicetta verde
Mosca bianca
Mosca fioccosa
Afide verde
Afide bruno
Afide del cotone
Cocciniglia cotonosa-solcata
Cocciniglia mezzo grano di pepe
Cocciniglia del fico
Cocciniglia a virgola
Cocciniglia grigia (o Parlatoria pergadei)
Cocciniglia rossa forte
Cotonello
Oziorrinco
Tignola della zagara
Tortricide dei germogli

Acaro delle meraviglie
Acaro rugginoso
Ragnetto rosso
Tenuipalpidi

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La Maculatura anulare colpisce solo la mano sinistra?
La Tristezza giunge in autunno coi venti del nord?
S’impietriscono gli agrumi che guardano in faccia la Gorgone?
La Cristacortis è apostolica e romana?
Si potrà morire di Mal secco il martedì grasso?
L’Allupatura si combatte con le pallottole d’argento?
Il Mal di terra lo hanno tutti quelli che, di sera, camminano lungo i pontili sognando di tornare in mare? E i naufragi, avvengono quando il legno delle navi viene da alberi col mal di terra?
La Carie del legno affligge la barbabietola da zucchero?
Il Marciume lanoso è delle nature troppo docili?
C’è del Marciume in Danimarca?
La Tristezza cammina sui viali facendo scricchiolare le foglie?
La Camicetta verde discrimina gli agrumi del Sud?
L’Acaro delle meraviglie che posto ha nella favola di Alice? Ci sono acari tra i fiori e le picche? Ci sono acari dentro lo specchio? Si chiamano iraca, per caso?
E’ l’acaro rugginoso a dare il colore alle foglie d’ottobre? O è suo quel rumore di cancello che fa il tramonto?
I tenuipalpidi sbattono le ciglia senza rumore?
Bartleby aveva la Gommosi del colletto bianco?
Dove sarà possibile trovare la Mosca bianca? O è solo una leggenda che le arance raccontano alle clementine per tenerle buone?
La Tristezza dà succo amaro e troppi semi?
La Cocciniglia a virgola può cambiare la sintassi d’una pianta? E d’una vita?
Quali insalate d’arance amare condirà la Cocciniglia mezzo grano di pepe?
La Tristezza ha la buccia verde?
La Tignola della zagara fa sciogliere i fidanzamenti? E ciò si può davvero definire un male?
L’Oziorrinco è il padre dei vizi preistorici?
La Cocciniglia del fico piange gocce di miele?
La Mosca fioccosa ama decorare il salone delle feste?
La Cocciniglia rossa forte dà alla testa?
La Tristezza mangia limoni col sale, e per questo ha la bocca aspra?
Il Tortricide dei germogli combattè alla Guerra di Troia? Poi tornò a sterminare la famiglia? Gli dei potranno mai perdonarlo?
Il Marciume pedale rende i cicli infelici?
L’Allupatura divampa con la luna piena?
La Tristezza è un seme senza polpa? O una polpa senza semi?
La Parlatoria zittisce il raccolto?
Il Mal secco è amico del Mal sottile? Quale dolore ossuto si confidano a vicenda, camminando vicini, al crepuscolo?
Le Fusaggini sono stupide come dicono?
Il Mal di terra prende solo quelli che hanno la testa per aria?
La Tristezza può attaccare anche la bossanova? Un Fa Maggiore è utile, in questi casi?

Elenco tratto dalla nota ministeriale sulle avversità in agricoltura.

C’è allarme, da queste parti, tra gli agricoltori, perché dalla Spagna si sta diffondendo la pericolosa "tristezza degli agrumi". Perdono le foglie, la voglia, il concentrato citrigno di fiducia – quel modo di darsi e ritrarsi, quel modo meridionale di mescolare il dolce all’aspro – che son soliti portare. Perdono la capacità di misurare in metri rotondi – come diceva Neruda, nel suo "Libro delle domande" – la distanza rettilinea del sole. Come faremo a misurare le distanze del cuore, con gli agrumi tristi?

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FIUME-MARE

una persona-mare prova a camminare trafitta dal vento e dall'impossibile

Le persone-fiume vanno da qualche parte. Per quanti ripensamenti in forma di curve, anse, meandri e canali possano avere, le persone-fiume si dirigono. La foce – che può essere un delta aperto come una mano con dita d’isola o un estuario che non ha ritegno a mescolarsi, poggiato sulla faccia di grandi massi – li chiama in qualsiasi punto, come un compito, un desiderio, una missione o una qualunque delle cose ineluttabili che tirano l’anima verso un destino.

Le persone-mare raramente hanno un centro. Lasciano talora alle spalle molte cose, sprofondate in azioni laboriose cui collaborano acque e venti, per raccogliersi ansimanti presso i propri orli, le sponde irregolari dove i fondali riaffiorano e si fanno spiaggia, luogo d’incontro, scambio e incertezze per eccellenza. Qualche volta si dice alle persone-mare che sono inesatte, contraddittorie, dissimili: è tutto vero. Non si tratta mai, però, di forme d’ambiguità. Semmai, di compresenza.
Le priorità, per le persone-mare, sono troppe, e finiscono per essere nessuna: non c’è mare che non sia potenzialmente illimitato, e il suo discorso con le sponde è ininterrotto racconto. La stessa modulazione infinita, fondata sulla ripetizione – o sulla variazione –  che si raccoglie nel mare chiuso delle conchiglie. 

Soffrono d’inquietudini, certo, le persone-fiume. Guardano le golene – fiumi fantasma che scorrono appena attorno, appena prima, appena dopo il fiume, con argini trasparenti e letti asciutti che tracciano i territori immaginari dell’ira, del finimondo e dell’alluvione – assaporano i ghiaioni, segnano di vene lente le terre più distese – gli occhi talmente pieni di cielo da ereditarne l’azzurro polvere, sotto le palpebre terrose. Ma il più del tempo infondono leggende di mansuetudine, controllo e convivenza.

Le persone-mare sono considerate invece interrogative e impazienti, e non è una fama del tutto meritata. Le loro turbolenze ricorrenti, il loro temperamento salino e iodato, i loro moti lunatici sono molto più regolari, e necessari, di quanto non sembri.
Dopotutto, consentono a intere civiltà di fiorire con limoni e azulejos ai loro margini. Se soffrono per l’ininterrotta circolazione di insidie sopra e sotto la loro instabile superficie, questo non si comprende del tutto: di certo amano i fari, i pontili, e persino le insenature.
A volte, quando nessuno le vede, cantano con voce infantile, al mattino presto, sugli scogli più vicini.

Scritto su spunto del Giocatore, che sta giocando con fiumi e mari.  

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IL TRENO

il treno era lì

Lo trovammo per caso, in un giorno tropicale.
Non era bosco e non era paese, lì: era un intrico indecifrabile di alberi e fiori carnivori, interrotti continuamente da un precipitare di scimmie e uccelli spaventosi.
Ci andavamo per cacciare, ma anche perché credevamo alla pura ipotesi che un tesoro fosse stato lasciato dai conquistatori, alcuni millenni fa o l’altroieri, ben protetto dalla foresta vergine.
Forse non era nemmeno foresta, e quelle non erano scimmie – i conquistatori però erano di certo conquistatori – e l’ipotesi del tesoro era solo un altro dei trucchi della canicola, ma per noi cacciatori non era essenziale.

Lo trovammo quasi subito, mentre inseguivamo una fuga di salamandre dorate, o forse erano arance selvatiche che ritoccavano d’oro l’impenetrabile verde. I machete, o i coltelli, erano sciabole d’esecuzione con cui decapitavamo tutto quello che si parava davanti a noi: per lo più felci primordiali e gemme di fiori dalla testa di leone, che sanguinavano abbondantemente. Le zanzare ci seguivano in una fitta nuvola che colmava l’intero ambito del cielo, che da quelle parti si fa stretto come una palpebra chiusa.

Lo trovammo, dunque.
Qualcuno aveva lasciato lì un treno.
Un treno intero, completo, d’un nero nitido e ferroso che persino gli uccelli avevano risparmiato. Una ghiera imperiale schermava il muso immobile della locomotiva, che era un’immensa caldaia cilindrica dalla quale ci guardava un fanale di vetro giallo. Per un poco nessuno parlò, e tacquero persino gli stridi degli animali che s’azzuffavano invisibili: il nostro stupore saliva tremolando come una nebbia, o lo scirocco.

Il treno aveva una cabina, con leve, spie di funzionamento, manometri inspiegabili e un focolare di rame – ch’aveva preso un colore verde profondo, come la foresta che s’affacciava dall’oblò ma rispettava, dentro, lo spazio irreale e ferroviario dove ristagnava un vago odore di carbone.
Era rimasta d’oro, invece, la campana della locomotiva, dietro il fumaiolo, collegata con un filo, o molti, a qualche leva invisibile tra gli occhi della cabina.
Il treno aveva certamente un sistema di stantuffi, valvole e cilindri – ma erano come l’anima, non potevamo vederli anche se sentivamo la loro presenza persino nel folto della foresta, come un tremore sotterraneo, una persuasione di movimento, una volontà solo provvisoriamente ferma.
Il treno aveva ruote a raggi collegate da bielle perfettamente allineate, e lì – lo sentivamo persino noi – era incisa la formula del movimento e della velocità. Le ruote affondavano di mezzo metro nella palude vegetale del bosco, dove non si sarebbe mai potuta tracciare una linea ferrata, o anche solo una linea.
Il treno aveva due carrozze, con ferramenta nere e lamiere d’un verde che non avevamo mai visto, e che fu subito chiaro ch’era un verde vagone.

Dentro non c’era niente, anzi c’era solo il treno.
Il suo spazio ferroso, intransigente, aveva tenuto fuori la foresta e le intemperanze degli uccelli, che planavano attoniti sugli alberi attorno e sopra ma evitavano il tetto delle carrozze.
Salimmo, fervidi e cauti come credenti: il treno nemmeno ci respinse, piuttosto ci ignorò. Esplorammo il pavimento rivestito d’assi – un legno che non marciva disegnava nervature irregolari sotto le punte dei piedi – i sedili coi poggiatesta che facevano pensare alla bottega del barbiere, i tavolini smerlati coperti da una fitta polvere di carbone, o di dimenticanza.

Oppressi dal segreto impenetrabile e dalla destinazione sconosciuta, tornammo alla locomotiva. Qualcosa ci circondava, ma non sapevamo dire cosa. Qualcosa che mancava eppure c’era, come una promessa e una delusione nell’aria, qualcosa di irraggiungibile ed imminente.

Continuammo a guardare il treno, che continuava a tacere.
Infine il più giovane di noi ce lo disse: "Questo treno fa odore di lontano".

Avvertenza: trattatsi di retroracconto, visto che Effe, qui, aveva disegnato una linea ferrata senza treno. Ora, questo è un treno senza linea ferrata. La vita è fatta di combinazioni distanti, incombinabili. E di un altrove irraggiungibile e immanente, come sanno quelli di sacripante, che è appena uscito ed è già… altrove, come un treno spaesato o una linea senza mano.

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CRETE

manipolazione del dolore 

La figlia si siede davanti alla madre, e insieme cominciano a dar forma al dolore. Lo plasmano, lo impastano, lo modellano, traendolo a piccoli pezzi dall’aria attorno.
Ogni tanto una delle due dice qualcosa, l’aria diventa più densa.
Fuori, lo scirocco devasta le palme, batte con le dita sulle
persiane, ma nessuno può rispondere. Gli occhi dentro gli occhi, le mani rapide, madre e figlia lavorano il dolore, che prende consistenza di malta, di terracotta, di creta.

La stanza vortica in alto, nella luce nera. I gabbiani cambiano rotta e colore, come per tormento o difesa, le navi oscillano sui fianchi, avanti e indietro. La madre e la figlia sono lente e veloci, strappano i pezzi di dolore e li aggiungono all’impasto, mormorando qualcosa, che forse
però è il mormorìo del vento, che pure ha ali vigorose e non teme nulla.

Quel giorno c’era la stessa luce, rammenta la figlia – forse ad alta voce – con quel sole insostenibile fisso negli occhi. Stacca un altro pezzo di dolore, lo strofina forte, da una mano all’altra, affonda le dita nella pasta del dolore.

La madre dice qualcos’altro, o forse era un lamento, o sono lacrime. Cadono nel dolore, che le assorbe velocemente. Le mani lavorano. Il dolore è morbido ed elastico, e prende il calore delle mani. Aumenta di volume, lievita e spande il suo odore argilloso.

La madre e la figlia girano la ruota col piede, e il dolore gira e cambia forma, prende tutte le forme tra le mani umide. Una alza i bordi- da una vita alza i bordi – l’altra modella una curva – sono sempre curve strette, dove bisogna chinarsi e stringere i denti. A volte si correggono l’un l’altra, e il dolore gira e cambia.

Il giorno diventa grigio e pieno di schiuma, la città intera gira su se stessa, con lunghi fili sottili stesi nel vento, fino a che lo scirocco non tramonta nella terra e nel mare. La notte, infine, è perfettamente immobile e verticale.

 
La madre e la figlia dormono. Al centro della stanza il dolore è un vaso ancora umido, perfetto.

per Erica, che sa tutto.

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