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Immagine 017
E chi se lo poteva immaginare che anche Torino, la compassata, ortogonale, positivista Torino, la moderata, composta, sabauda Torino potesse non bastare mai, scatenare bulimie come una Roma, una Firenze, una Napoli (buonanima, prima che finisse seppellita nei suoi stessi rifiuti, corpo vivente dell'Italia marcita di bugie e malaffare, vittima sacrificale e orribile metafora del governo morto che cammina). Chi se lo poteva immaginare, il mal di Torino, un male tricolore come una piccola coccarda all'altezza del cuore, proprio sotto il Po che è un confine vivo della città rettilinea.

  Invece questa Brioscia ha preso bauli e cappelliere e c'è tornata, nemmeno un mese dopo, a vedere se i parmigiani cagliavano bene, se il monsone passava puntuale e se era vero che pure lì esistono tigli infiammati che cantano forte al crepuscolo, come quaggiù (solo che qui il crepuscolo viene molto molto prima, secondo il paradosso e la beffa della luce del Sud).

 

La casa biancodorata

 

La casa biancodorata ha muri a volta, una profusione di gessi e ante verniciate, libri leggiadri appoggiati con noncuranza negli angoli, un baldacchino diritto sulla linea dei sogni. Ha cornici, tendaggi e lampade. Niente va perso, nella casa biancodorata: i suoi mille specchi conservano ogni gesto.
  La casa biancodorata, soprattutto, sorge proprio sopra i forni del Paradiso, dove ogni cosa viene tradotta in fior di farina: focacce, pensieri, tortine, ricordi, pandolci, dubbi, grissini (quelli torinesi che sembrano tutti fassino ma più tormentato). Onestamente, una Brioscia si sente davvero a casa.

 

La mappa di Torino (o l'ortoagonia)

 

  Nel centro di Torino, lo sanno tutti, non si perde neanche un bambino. Ma una Brioscia sì. Perché, vedete, Torino è troppo rettilinea e uniforme. Come un cubo di Rubik, ma con più negozi. E se c'è una cosa incompatibile con una Brioscia, cresciuta in certe strade storte che riportano solo indietro, o dove comunque non volevi andare (non consapevolmente, almeno), è un cubo di Rubik.
  Anche perché un luogo tutto ortogonale è, in realtà, solo una diversa specie di labirinto. Basta non capire la direzione (e non c'è direzione che non sia perfettamente equivalente), e sei già altrove.
  La Brioscia ha passato tre giorni cercando di capire quale altrove fosse, in quella selva di altrove confezionati per angoli retti. Poi, quando incontrava un torinese, o anche un mezzo torinese (ché Torino si può apprendere, ho visto, e praticare come da autoctoni, mentre ci sono città irriducibili, che non ti faranno entrare mai davvero nella loro mappa intima), lo guardava affascinato per la sua capacità di calcolare a mente gli incroci e spostarsi economicamente verso la meta.
  Forse ci sono città in cui non ci si può muovere, senza una meta. O forse non sono città, sono vite.


Parlapà!

 

Tecnicamente vuol dire “non parlare”, nel senso di “ma non mi dire!”, con tanto di esclamativo e allitterazione e francesizzamento sabaudo.
In effetti, è roba da non credersi.
 Io non ci volevo credere a cose come il tonno di coniglio, o i tajarin trombette e lavanda. Non ero preparata, al roastbeef di fassone. Non avevo strumenti, per sostenere la mocetta, o la borragine dentro ai ravioli.
 Quando mi sono seduta – e ci avevano apparecchiato nel separè guardato a vista dalle bottiglie, la vera stanza degli spiriti dove è possibile ogni commercio metafisico (perché Torino la positivista e rettinlinea ha tutto un rovescio oscuro e infernotto, tutto un camminamento incappucciato e ipogeo) – ho capito subito che ero circondata e dovevo arrendermi. Ci vuole un coraggio da leoni, ad arrendersi.
  Mi sono arresa alla misticanza, alla carne lavorata al coltello. Mi sono arresa alle macchine meravigliose esposte, anzi composte, in sala (una calcolatrice meccanica e caparbia, un'affettatrice luccicante che sembrava disegnata da pininfarina, severissimi sifoni del seltz). Mi sono arresa alla religione dello chef, che crede nelle materie prime come altri in San Gennaro, e loro, come San Gennaro, ricambiano la fiducia. Mi sono arresa alla famiglia dello chef, nebbioli barberine figli coltelli fassone mauretti cervelle davidi barbareschi dolcetti scherzetti e baroli.
  Ho persino chiesto che mi assumessero, o al limite che mi adottassero. Forse mi chiamano a ottobre. Parla pa.

 

Il bunet

 

  Dio era stanco, sabato sera. Aveva lavorato come un mulo tutta la settimana, e non era nemmeno troppo contento: alcune cose mica gli erano riuscite bene. Chessò, la pace nel mondo, gli scarafaggi, Calderoli. Le istruzioni per i videoregistratori, l'olio di ricino, gli scorfani, Gasparri, le suocere. Mia cognata.
  Era nervoso, e anche affamato: la Creazione è un lavoro faticosissimo, e nemmeno ben pagato, oggi come oggi. In frigo, poi, non c'era niente. Rovistando la cucina aveva trovato soltanto latte, zucchero, cacao (una grande ispirazione, quella dannata bacca: quasi meglio di quell'altra idea, il sesso). Un pugno di nocciole (belle anche quelle: le aveva piazzate un po' a caso, in Piemonte come in Sicilia, ma funzionavano benissimo. Altro che gli uomini), un pacco di biscotti strani, con un nome che nemmeno si ricordava: amarelli, amaranci, amaretti. Non era mai stato bravo con le parole, a parte quelle che gli erano venute in mente così, sette giorni prima, mentre giocava a lanciare elettroni piatti sul pelo dell'acqua e farli rimbalzare: fiat lux!
 Ma mica gli era ricapitato (quando riprovava: fiat lux! fiat lux! succedevano altre cose, tipo aprivano fabbriche d'automobili e s'alzavano Lingotti e occasionalmente nascevano pure Lapi con gli occhiali da sole e la evve moscia, ma niente di paragonabile).
 Solo che lui non sapeva cucinare. Al massimo due uova, e quasi sempre si bruciacchiavano e doveva buttare la padella (che non era antiaderente: gli sarebbe venuto in mente solo qualche millennio dopo).
  Insomma, decise di chiedere aiuto: non lo aveva fatto per la Cordigliera delle Ande, per l'Antartide o per l'ornitorinco, ma a tavola che diamine, l'orgoglio si può pure mettere da parte.
Chiamò l'unico che poteva aiutarlo: lo chef del Parlapà.
“Dai chef, ti prego, sono stanchissimo, non sai che settimana ho avuto”
“Ma guarda che ho gente, è sabato sera…”
“Via, se mi aiuti ti creo l'Amarone. No, l'Armagnac. Anzi, il Rum Agricolo. Naomi Campbell. L'amicizia. Quello che vuoi”.
“Oh ma dai, sei sempre il solito. Non voglio niente, ti ho detto: non lo sai che ogni cuoco è un po' dio e gli basta? Sta lì, che ti vengo a portare una cosa che ho inventato io oggi”.

Ecco, era il bunet. Quel bunet.

 

(continua)

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