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Posts Tagged ‘sinistra’

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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GENNAIO

L’anno comincia con i migliori auspici: neve sul mare, Gigi D’Alessio e Napolitano che fanno il botto d’ascolti, Renzi che fa i selfie da Courmayeur.
Si apprende che nel jobs act ci sono norme estremamente innovative che ammettono il licenziamento a scacchiera (uno sì e uno no), il licenziamento Ebola o contagioso (si può estendere alla fabbrica accanto, o di fronte: a volte basta anche che il lavoratore licenziato parli o stringa la mano ad un altro lavoratore per contagiarlo), il licenziamento progressivo (si licenzia un poco alla volta, fino a quando il lavoratore non è completamente licenziato), il licenziamento potenziale (avviene all’atto dell’assunzione, ed è perfezionabile in qualsiasi momento), il licenziamento retroattivo (il lavoratore licenziato retroattivamente deve restituire tutti gli stipendi fin dalla data dell’assunzione).
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Napolitano si dimette, e comincia la corsa al Quirinale: i candidati sono sempre gli stessi. Romano Prodi, Giuliano Amato detto l’Immortale, Emma Bonino, Silvio Berlusconi. Le forze politiche si consultano per molti giorni, fino alla prima votazione, che avviene il 31: 11 voti Prodi, 1 voto Berlusconi (ma viene annullato perché la scheda è firmata Mariastella Gelmini), nessuno Amato e Bonino, un “fesso chi (e)legge”, 121 voti Trapattoni. Si continua a votare.

FEBBRAIO

Salvini comincia la discesa al Sud con un serrato programma politico: indossare le felpe “Caserta”, “Mergellina” e “Soverato”.
La riforma elettorale viene stravolta alla Camera: il monocameralismo non soddisfa pienamente le forze politiche. Eliminato il Senato, si trasforma la Camera in una Cameretta coi letti a castello, con soli 12 deputati. La cosa suscita ampie discussione tra le forze politiche e i media.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale. Dopo un lungo dibattito nel Pd sulle candidature di Veltroni e D’Alema il risultato è: Dino Zoff 15 voti, il grande ritorno, con 11 voti, di Rocco Siffredi, 1 voto Berlusconi, annullato perché firmato (Mariastella Gelmini).
Si continua a votare.

MARZO

Matteo Renzi annuncia che gli 80 euro saranno estesi, anzi confermati, anzi ridotti, anzi restituiti, a rate, nella bolletta Enel. Ma il ministro Padoan chiarisce che non saranno chiesti gli interessi. Almeno per il 2015.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: aumentano i consensi per Rocco Siffredi, che arriva a quota 47, Grillo annuncia che finalmente la Rete ha finito di votare per scegliere e i loro candidati sono Sandro Pertini, Caio Giulio Cesare e Homer Simpson. Si continua a votare.

APRILE

Dopo un resto d’inverno con monsoni alternati a tormente di neve, tempeste tropicali e siccità, la primavera conferma il mito che “non ci sono più le mezze stagioni”.
L’Alitalia viene ceduta alla Malaysia Airlines, e si tratta pure per Trenitalia, che negli ultimi mesi ha contato ben due rapidi di pendolari scomparsi tra la Campania e la Basilicata.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Comincia il processo per l’incendio a bordo della Norman Atlantic. Schettino: “Almeno io non portavo clandestini”. Continuano a esserci differenze tra le liste passeggeri italiane, greche e albanesi: risultano tuttora disperse 422 persone, ma l’elenco viene aggiornato di continuo.
Nulla di fatto per il Quirinale: Rocco Siffredi resta in testa con 50 voti, seguito da Sandro Pertini sul quale sono confluiti i voti della Lega, dieci voti per la new entry sostenuta da forze bipartisan Carminati, un voto per Berlusconi, stavolta non firmato ma annullato ugualmente per la presenza della sigla “MG” e una faccina che fa l’occhiolino. Si continua a votare.

MAGGIO

Apre l’Expo dedicato all’alimentazione. Grande successo riscuotono gli stand “Cenone calabrese” e “Mia nonna nutre il pianeta”.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Quirinale, un monito di Napolitano scuote il mondo politico: “Uaglio’, ma ci vogliamo muovere con quest’elezione, che io e Clio non possiamo più vivere con la roba dentro gli scatoloni e nemmeno possiamo fare il cambio estivo-invernale e questo spigato di lana mi fa caldo?”.
Si continua a votare.

GIUGNO

Il nuovo decreto Sbrocca Italia stabilisce norme a sostegno dei consumi: i contribuenti riceveranno in busta paga una parte dei propri risparmi bancari, ma tassati al 58 per cento. Chi non possiede risparmi viene ammesso d’ufficio a un mutuo agevolato con l’interesse dal 75 per cento.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: il premier Renzi in un appassionato discorso chiarisce la necessità che sia scelta una donna. Per la prima volta Rocco Siffredi (52 voti) viene superato da Belen (75 voti). Carminati segue con 23 voti. Un voto per Berlusconi, annullato perché nella scheda c’è scritto “Tanto sono sempre io”. Si continua a votare.

LUGLIO

Matteo Salvini scende al Sud per un giro di propaganda sulle spiagge. Non giova la felpa con scritto “Bagnino”.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Il Parlamento chiude per ferie e Napolitano deve accontentarsi di fare un bagno col salvagente a forma di papera nella vasca del Quirinale.

AGOSTO

Primi acquazzoni: allagamenti a Genova e Carrara. Il Bisagno s’ingrossa, travolge tutta la provincia e forma un delta paludoso che arriva fino in Val D’Aosta. Un’inchiesta accerta che le ultime venticinque messe in sicurezza erano state fatte col nastro adesivo usato e gli stecchini. Ugualmente il Tar dà ragione alle ditte precedenti, che cominciano la ventiseiesima messa in sicurezza. Il Bisagno viene usato come canale navigabile fino alla frontiera francese. Alle proteste dei contribuenti alluvionati che chiedono una proroga per il pagamento dell’Irpef viene risposto sottolineando che, per il momento, viene loro risparmiata (ma solo per il 2015) la tassa sulla navigabilità stradale.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.

SETTEMBRE

Il premier Renzi annuncia che presto annuncerà che siamo vicini all’annuncio della legge elettorale, il Matteorellum, in cui è previsto che solo i premier che non abbiano compiuto più di 40 anni, siano fiorentini e il cui nome inizi con la lettera M possano nominare le liste di candidati. “Ci deve essere subito un vincitore” dice Renzi. Intende uno solo. Lui.
Il punto è che ormai la procedura elettorale risulta eccessivamente lunga e farraginosa, e si lavora per snellirla. Il ministro Boschi annuncia soavemente la bozza di riforma per la realizzazione del nullicameralismo perfetto.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: Belen è in testa con 81 voti, seguita da Carminati i cui consensi continuano a crescere (67 voti), mentre la fazione dissidente dei Cinque Stelle (che sono arrivati al numero di 801 espulsioni) convoglia i suoi voti su Paperino. La Gelmini è ancora in vacanza, e quindi Berlusconi non prende alcun voto.
Si continua a votare.

OTTOBRE

La nuova tassa sulla casa passa col voto di fiducia. Prevede la tassazione straordinaria di tutti gli immobili di proprietà, inclusi cucce, casette per le api, casette di Barbie, alberghi del Monopoli, castelli in aria.
La Moretti salta due volte l’appuntamento con la manicure. Viene presentata un’interrogazione parlamentare.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: la novità maggiore è un voto per Berlusconi, stavolta valido (la Gelmini, dopo che gliele spieghi cinque, sei volte le cose le capisce).
Si continua a votare.

NOVEMBRE

Il premier Renzi annuncia che l’applicazione del jobs act in pochi mesi si è rivelata un successo: la percentuale dei licenziati è dell’85 per cento, su tutto il territorio nazionale, con punte massime del 94 per cento al Sud. L’obiettivo è raggiungere il 100 per cento prima della fine della legislatura. Confindustria applaude.
La Camusso lancia una grande manifestazione per il lavoro il 2 novembre: il lavoro viene commemorato in tutta Italia con affollatissime veglie di preghiera.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: dopo l’appello di Napolitano (che indossa sempre lo stesso spigato di lana da undici mesi) perché sia scelta una personalità integerrima, Papa Francesco prende 2891 voti (per l’entusiasmo votano pure i commessi, i giornalisti e la troupe di Gazebo), ma declina l’incarico sostenendo che siamo molto gentili, ma lui è capo di uno stato estero e poi c’ha proprio da fare. Scalfari nell’omelia domenicale si offre di sacrificarsi e assumere lui l’incarico. Si continua a votare.

DICEMBRE

La riforma elettorale e la riforma costituzionale vengono accorpate in un unico disegno di legge presto ribattezzato  “il riformatorio”: la costituzione prevede la figura del premierato a vita, l’illegittimità delle opposizioni, il potere di nomina da parte del premier per i membri della Camera dei segreti e dell’Ordine della Fenice. Il premier viene insignito del titolo di “Colui-che-non-deve-essere-nominato-ma-può-nominare-solo-lui”. La presidenza della Repubblica diventa un titolo onorifico anch’esso a vita. Napolitano può aprire di nuovo gli scatoloni, bestemmiando in napoletano.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
L’anno nuovo incontra l’anno vecchio e gli dice: “2015 stai sereno“.

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spinelli

 

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel carpale, perché io la sinistra la somatizzo sin da piccola, e soffro d’una quantità di cose. Ho il cuore spezzato in più punti, l’artrosi governativa, i calcoli biliari, la colite elettorale, la sindrome di Stoccolma (chiamata anche del Nazareno), lo strabismo da larghe intese, il gomito del distributore di volantini e il ginocchio della lavandaia di errori irreparabili. Ah, in periodo elettorale a volte ho pure la gravidanza isterica (aspetto una sinistra che poi non nasce mai).
Noi della sinistra minoritaria – a volte io sono così minoritaria che sono in minoranza pure quando parlo con me stessa – e testimoniale ce l’abbiamo, questa cosa di perdere. Di perdere con atroce eleganza, persino con savoir faire. Di perdere con superiorità morale, come fossimo sempre alle Termopili (siamo trecento, di solito, non uno di più).
Riusciamo, con doppio salto mortale carpiato, persino a perdere quando vinciamo, che è cosa che non riesce a nessuno, in natura (ho qualche dubbio solo sui dinosauri, che da tanti indizi, compreso il cannibalismo intraspecifico, mi sembrano di sinistra).

Ora, tutta questa rincorsa per dirti che sì, io trovavo abbastanza cretino addirittura aver detto, all’inizio, “no no, io mi candido ma non proseguirò”; “sì, sì, votatemi, che io sono visibile, ma poi farò andare avanti gli altri meno visibili”. Mi chiedevo: ma perché? Perché questa intellettuale fine e lucida, colta senza snobismi (ma mi dovrò ricredere su questo punto), questa teorica smagliante, deve fare un ragionamento così contorto? Ma non saranno un paio di contorsioni ad allontanarmi da un buon progetto di sinistra, quando mi pare di riconoscerne uno (sì, lo so, devo aggiungere alla lista sopra anche il delirium tremens intermittente), e sono disposta anche a passare sopra una cosa che mi sembra cretina, in mezzo a tante altre convincenti.
Tra quelle convincenti (che avevo elencato qui) metto pure la qualità dei candidati, il senso di condivisione e solidarietà, persino questa cosa del “vi guardiamo noi le spalle, perché alla fine non è importante sedere lì o star qui a pensare, siamo assieme, uniti e solidali”.

Poi, dopo le elezioni, ancora nel mezzo di quella sensazione di scampati al Titanic, quell’esaltante sensazione di dinosauro sopravvissuto al meteorite, al gioioso esplodere di tutte le sindromi davanti a una vittoria così davvero conquistata sul campo, voluta voto per voto, strappata con i denti, quelle voci: mah, Barbara non sa cosa farà… Mah, Barbara potrebbe accettare… Mah…
Come, Barbara potrebbe accettare? In che senso?
In senso pieno, vedo: con una letterina dall’estero, nemmeno fossi Piero Gobetti, cara Barbara, fai tu un doppio salto mortale e dici che no, ci hai ripensato, non puoi tradire la fiducia di chi ti ha scelta (io, cioè).
Barbara, mi dispiace irrompere nella tua finezza argomentativa come un elefante di Serse in un negozio ateniese di ceramiche a figure rosse, ma ti assicuro che io, che sono una di quei 78mila che ti hanno scelta, non mi offenderei affatto se tu facessi una delle più basilari cose di sinistra: rispettare un progetto, onorare un intendimento, perseguire una linea annunciata. Mi correggo, non sono cose di sinistra, sono cose umane delle più preziose: hanno a che fare con la serietà, il rigore, l’etica. Tutte cose che mi pareva vibrassero nel progetto termopilico e sindromico e minoritario che avevo scelto e si chiamava Tsipras e credevo che (a parte qualche piccola contorsione cretina) mi rispecchiasse, con tutti i miei cuori rotti e le mie cicatrici e le mie speranze croniche (una delle sindromi più irriducibili).
Forse, cara Barbara (che hai la stessa età della mia zia preferita, zia Mariella, calabrese, pagana e comunista, che piuttosto che mancare alla parola data si darebbe fuoco in cortile), sarebbe stato sopportabile (ma non lo garantisco) se tu quelle stesse cose che hai scritto le avessi dette dritta davanti a tutti, tutti gli altri candidati (persino quelli che si consideravano eletti, pensa un po’, ai quali, come ha scritto Marco Furfaro, non hai mandato nemmeno un sms), tutti quei poveracci come me che si erano riuniti in assemblea, tutti coi loro 21 grammi in subbuglio e tristezza, tutti quei prestatori d’opera e portatori d’acqua che si sono sentiti come me: traditi, scombussolati, pieni di coliti ulcerose e gravidanze isteriche.
Nella tua letterina gobettiana, cara Barbara, scrivi “che sono veramente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annunciato”: ci stai dando forse dei cretini? Pensi che viviamo a Cesano Boscone? Credi che abbiamo votato Tsipras perché ce ne ha parlato Barbara D’Urso? Dovresti saperlo, cara Barbara, che noi, noi trecento, siamo tra gli elettorati più informati, sensibili, addirittura ossessivo-compulsivi: il voto preterintenzionale esiste già abbastanza poco a sinistra (ho detto sinistra, quindi il Pd ovviamente non c’entra), per nulla qui alle Termopili.
Hai pure detto di esserti confrontata, e tanto, in questi travagliati giorni: immagino davanti allo specchio. Perché vedi, cara Barbara, l’immagine che mi rimandi, ora a cose fatte e letterine scritte, è quella della sinistra caricaturale che dipingono i disegnatori di Sallusti e Belpietro. La sinistra ombelicale, narcisista, autoreferenziale e autistica. La sinistra disperatamente aristocratica.

E sì, io ora ho un grosso problema: devo giustificarmi davanti alla cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici ai quali ho parlato di Tsipras – e di condivisione, e solidarietà, e progetto – fino a prenderli per sfinimento. Io mi sento in colpa, con loro, che sono una dozzina scarsa. Pensa come dovresti sentirti tu, con noi 78mila.
Siamo qui alle Termopili, se ci vuoi parlare. Di persona, magari.

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Alexis Tsipras

In realtà questa cosa dell’Europa a me m’ha sempre turbata. Da quando ero bambina e nell’istituto di suore psicolabili in cui m’avevano rinchiusa ogni tanto scattava la tremenda giornata del “disegna l’Europa”, e noi disegnavamo solo quello che dell’Europa conoscevamo, ovvero simboli, bandiere, loghi, nulla. Io già da allora avevo qualche difficoltà col Nulla: non sono attrezzata per il Nulla, sono calabrese e c’ho l’horror vacui semiautomatico e il complesso cosmico della farcia. Poi sono pure di sinistra, che è un’altra tipologia di horror vacui su cui non sto a intrattenervi, perché temo la conosciate pure voi, non calabresi compresi.

Insomma, a parte il fatto che l’Europa era un luogo imprecisato ma molto grande dove tutti erano fratelli e sventolavano bandiere, non è che avessimo capito nulla, noi piccole Gertrudi di provincia. Tanto che poi, quando l’Europa s’è fatta sul serio, c’è toccato dare un senso e un contenuto, anzi mille, a quelle tragiche giornate di vuoto creativo. Non bandiere e parole ma proprio facce, strade, paesi, leggi, addirittura monete. I “fondi europei”, anzitutto, misteriosi danari destinati a piovere su campi da coltivare scrupolosamente selezionati e indicati dai nostri governanti, poi quasi sempre – almeno quaggiù – “non spesi”, o “sprecati”, o “mannaggia richiesti in ritardo” e “mannaggia comu ‘ndi capimmu mali”, o fatti piovere su discariche, mari aperti, deserti o tasche compiacenti. E poi lui, l’euro, la moneta fratella e sorella che ci avrebbe resi più popolo che mai.

Amo la verisimiglianza, benché corretta da robuste dosi di surrealismo magico; saprei disegnarvi passabilmente un gatto, un tavolo, una matita, persino il senso di colpa, l’abbandono, la iancura o i baronti. Saprei disegnarvi una delusione elettorale (devo solo sceglierla nella mia sterminata collezione), vent’anni di berlusconismo coatto e mia cognata vista di spalle a un buffet nuziale (tanto per restare nell’horror), ma continuo ad avere difficoltà a disegnare l’Europa. Mi vengono in mente cose incongrue: Parlamenti indecifrabili; editti sulla pesca e le arance tarocco; cazziatoni continentali; banche centrali e periferiche; parole come “jawohl”; l’euro, la moneta fratella e sorella, che nelle mie mani e nel mio portafogli diventa traditora; bandi entusiasmanti e poi silenzi assordanti; cugini che partono per l’Erasmus; mappe geografiche che si ristrutturano (ognuno c’ha il suo mappamondo, dentro, e le distanze sapete bene che s’allungano e s’accorciano continuamente). Qui dietro passa il vicolo del mio albergo al Marais di Parigi; lì accanto c’è quello scoglio dell‘Algarve; entro in quel portone di Vienna pieno d’ombra; pago con una moneta che è la mia ma non proprio la mia, perché ha la faccia di Mozart, o una civetta con gli occhi di Atena, o un’arpa celtica. E lì si riattiva il mio vecchio senso – o addestramento conventuale, non so – per i simboli, e mi commuovo perfino perché ognuno è scemo a modo suo.
Insomma.
Pur portandomi dentro tutto questo caos emotivo e sostanziale disorientamento nei confronti dell’Europa, io voterò a queste elezioni.

Primo, perché io intendo non sprecare mai (MAI) il mio diritto di voto, dal condominio all’Europa all’Impero Galattico, nel caso (e vorrei vedere Salvini che campagna farà per uscire dall’universo). (ma della faccenda dell’astensione come scelta attiva e del gandhismo elettorale, che io vitupero, parleremo un’altra volta).

Secondo, perché l’Europa unita è un’idea bella davvero: io, l’arpa celtica e la civetta e le baguette e persino i wurstel coi crauti (ma solo ogni tanto: fresella col pomodoro vince dieci a uno). Il che non vuol dire che debbano piacermi gli ultimatum, lo strapotere delle banche e la monetizzazione delle nostre vite, il neoliberismo concentrazionario che, lo capisco, non è un problema europeo ma cosmico, però da qualche parte dobbiamo pure cominciare ad aggredirlo e rifiutarne le premesse.

Terzo, io sono per la nascita di un nuovo umanesimo (che fu, appunto, un fenomeno europeo), basato sulla condivisione ma anche sulla diversità, sulla cultura come fenomeno virale, sulla traduzione come meccanismo vitale di “trasferimento” tra lingue, culture, popoli, cercando le affinità e sorprendendosi a vicenda sulle differenze, solo per scambiarsi esperienze e farsi vicendevolmente intravvedere possibilità.

Quarto, sono per un‘Europa di sinistra. La sinistra quella vera, quella che difende i lavoratori e lo Stato sociale. Quella che è interessata a un progetto davvero umano, ecologico, sostenibile, non fondato sulla divinizzazione del consumo e la finanziarizzazione dei rapporti. E l’austerità che vorrei non è quella di chi taglia alla gente per dare alle banche, non è quella economica ma quella dei comportamenti, del rispetto delle risorse e non del loro spreco. Vorrei sobrietà, serietà, lungimiranza. Orrore del compromesso. Laicità. Sacralità dei diritti. Tutte cose che non vedo nella sinistra che in questo momento ci governa (assieme con la destra, quella stessa destra, o quantomeno una sua parte, che ha fatto strame dell’Italia negli ultimi vent’anni, e soprattutto, semplicemente, non condivide nemmeno un pezzetto delle idee che ho io e del senso che io do alle cose).

Quinto, ho terrore di chi urla, e di chi urla cose come “chiudiamo le frontiere” o “usciamo dall’euro” perché il suo vero desiderio è barricarsi nel fienile e sparare a tutto quello che si muove lì davanti. Non mi interessa l’euro come braccio armato dell’Europa malvagia: mi interessa l’euro come possibilità di realizzare quell’Europa fratella e sorella che forse è possibile e a me piacerebbe.
Ho il terrore di chi vuole sparare agli immigrati sui barconi: mio nonno, mille anni fa, era su un altro barcone, e piangeva guardando Ellis Island. Non mi risulta che gli Stati Uniti siano stati travolti dalla carica di nonni come il mio che scappavano con la miseria alle calcagna e la nostalgia ficcata nel cuore come un coltello. E adesso non mi dite: che fai, li ospiti tu a casa tua? Beh, l’Italia è tutta casa mia, risponderei (a parte certe zone della Padania, immagino, dove non mi rilascerebbero mai il passaporto perché sono calabrese e non ho nemmeno diamanti da scambiare), e sarei lieta di pagare le tasse anche per questo, per costruire politiche di accoglienza degne e anche, prima dell’accoglienza, di intervento nei Paesi da cui la gente vuole fuggire perché, semplicemente, non ci si può vivere.

Infine, io voto Tsipras.
Perché è l’unica formazione che dice le cose che vorrei sentire.
Perché è di sinistra.
Perché non propone di chiudere i battenti ma di rifondare l’Europa.
Perché Alexis Tsipras mi piace: è giovane, serio, persino austero dell’austerità che piace a me.
Poi, che io abbia un debole per la Grecia e i greci è una cosa solo mia, ma ci deve entrare il fatto che ogni trenta parole ne uso una greca, che vedo nasi e nomi greci tutto attorno a me, compreso il mio, che ho sempre sentito la fratellanza e sorellanza con quella terra magnifica e sfigata (come noi, ha costruito la sua stessa rovina mantenendo una classe politica corrotta, famelica, incompetente), che continuo a credere che “Graecia capta ferum victorem cepit”, e sarei felice se la riscossa dell’Europa, la sua possibilità d’essere davvero quell’utopistica e magnifica costruzione che le suore cercavano invano di farmi disegnare, passasse per il suo membro oggi più debole, estenuato, sottomesso.

Capovolgiamo l’Europa e pure la Storia: voglio un governo di umanisti e non di banchieri. Capo-vogliamo l’Europa, daccapo.
E alle elezioni europee dico Tsì (pras).

Ps: non è secondario che nelle liste Tsipras ci siano persone che voterei (e alcune le voterò) con entusiasmo: Franco Arminio, Tonino Perna, Barbara Spinelli, Ermanno Rea, Olga Nassis, Moni Ovadia, Ivano Marescotti.

Ps: vorrei tanto che la madre superiora mi leggesse. Lei mi stracciava tutti i disegni. 

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In esclusiva per voi, il menù del Cenone Milleproroghe

 

 

Terrina di larghe intese (decreto gambero, filetto di voltagabbana, trito del fare al più tardi possibile, bugie sgocciolate in sale di Palazzo Chigi)

Renziani in brodo di giuggiole

 D’Alema (avevi proprio) stufato con salsa di nomenklatura rossa, marroni (che due) e cuperli sottolio

Risotto Mario e Monti con doppio turno alla tedesca e Bocconi amari 

Coda di rospo (o di Brunetta) con crespelle soffiate di Santanchè

 Pesceslot in gioco d’azzardo su letto di condono fresco

 Oca in Biancofiore (o anche viceversa)

CostoLetta d’agnellone alfanato con pepe di cicchitto

 Quagliarelle flambé in titolo V della Costituzione tritato

 Decaduto stagionato su lettone di Putin, con tenere verdurine minorenni

 Porcellum inveterato allo spiedo di Consulta, con risus abundat in ore Calderoli, elettore gabbato e nominati in pastella reale

 Grillini in purezza con chicchi di piantagrane

 Casaleggio grigliato con scie chimiche e scaglie di sirena

 Macedonia parlamentare con usufrutta secca e gocce di vitalizio.

 

 (ce la danno) Da bere

 Napolitano invecchiato (bouquet di seconda legislatura, sentore di monarchia e legno, note di Quirinale perenne, tracce di viva e vibrante soddisfazione)

Costituzione evaporata alle mandorle amare

(annunciare il menù, poi ritirarlo a un quarto d’ora dalla cena, poi ripresentarlo diviso in due, poi ritirarlo, poi…)

 

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Lo Stato Attuale di Massari, 2007

Ebbene sì, abbiamo perso un’altra volta.

 Comincio a pensare che sia colpa mia, e che dovrei farmi togliere il malocchio, o forse dovrei farlo togliere alla mia generazione. Poi mi fermo e mi dico: ma quale sarà mai la mia generazione? Perché da un punto di vista strettamente anagrafico è quella che ha sostenuto il berlusconismo, che trema come una foglia davanti ai cambiamenti e si autodefinisce “moderata” mentre affila il machete per tenere i barbari, gli extracomunitari, Equitalia, i giovani e la giustizia sociale ben lontani dai suoi conti in banca, dai suoi quartieri residenziali e dalle sue rendite di posizione.
E invece io, che sono disorientata e fuori posto dalla nascita, mi riconosco in altre, e ben più diseredate, generazioni: quelle idealiste, molto precedenti o molto successive a me. Quelle sognatrici, perdenti, sconfitte. Nate per perdere, ma non per negoziare, come dice un altro di questa generazione mobile e piena di lividi, Paco Ignacio Taibo II.

 Insomma, la generazione di Pippo Civati. Sì, lui, il terzo incomodo. Il terso incomodo: sono commossa, oggi, per la pulizia, la nettezza, la lucidità con cui analizza quel che è accaduto ma soprattutto fa un piano per quel che potrebbe ancora accadere. Se solo lo volessimo.

Sì, abbiamo perso. Ma non ci siamo persi. Ci siamo trovati (e civati).
 Io ero orfana da molto tempo, e avevo trovato un tetto e una scodella di minestra da Sel (che poi è accanto a Sel che, in Parlamento, sta seduto Civati, e non è un fatto strettamente geografico)(lo dice lui, mica io: leggetelo)(e comunque si era capito).

Sì, non abbiamo vinto. Ma chi ha vinto non sa quello che si è perso.
Che poi dico “perso”, ma so bene – per tutti i motivi romantico-psichiatrici che vi avevo già raccontato – che in fondo, per quanto orrore mi faccia il Pd, il suo impresentabile gruppo dirigente, il suo cumulo di compromessi, il suo attendismo suicida ma anche omicida, il suo gattopardismo democristiano, io ci sono sempre stata. Sono sempre stata parte di quella sinistra fluida ma presente, oppositiva ma piena di senso del dovere, critica ma disciplinata. La sinistra che tutto ha perdonato, tutto ha sperato, tutto ha inghiottito, tutto ha condiviso. La sinistra che, come me, non aspetta altro che appassionarsi, mobilitarsi, costruire: esattamente quello che ha fatto – e qui è il miracolo, qui è la vittoria – Civati.

E arriviamo così al senso di brioscia (cioè io) per il popolo.
Forse, miei adorati, il problema è tutto mio. Io amo il popolo, ma non sopporto la gente. Il popolo è quello della Costituzione, delle rivolte di piazza, di se non ora quando. La gente è quella delle platee, del televoto, dei pullman coi cartelli preconfezionati e il set di pentole. Il popolo s’incazza, la gente applaude. Il popolo è elettore, la gente è cliente.

Forse la mia generazione (quella anagrafica, dico, quella che rinnego ma la Storia se ne frega di me, e pure l’anagrafe) è gente, e non sarà mai popolo.
Forse popolo e gente sono compresenti e a volte sovrapposti, e ci vuole grandissima lucidità, grandissima lungimiranza, grandissimo cuore e intelletto per capirlo e accettarlo.
Forse io sono una radical-chic, alla faccia delle mie buone intenzioni (che pure ci sono, e sono autentiche, lo giuro sul Manuale delle giovani marmotte). Forse anche dentro di me c’è popolo e gente, e io – malgrado le mie ambizioni intellettuali e le mie credenze mitologiche su me stessa – non so distinguerli.
 Forse i miei dubbi sono la parte migliore di me, quella davvero di sinistra (il popolo), e il mio aspirare alle certezze no (quella è la gente).

 Renzi non mi piace affatto, e mai mi piacque. Ho sempre pensato di lui che è come dovrebbe essere uno di sinistra secondo quelli di destra.
Il suo lato piacione mi fa una profonda antipatia, percepisco in lui una parte fumosa che mi insospettisce e una parte opportunista che mi fa orrore. Il suo cattolicesimo dichiarato non mi piace affatto: uno dei pregiudizi a cui sono più affezionata è che i cattolici non possono essere cattolici e guidare un partito di sinistra, che dev’essere luminosamente laico (su questo non negozio, potete insultarmi quanto volete)(vi lancerò solo una maledizione calabrese a vostra insaputa)(ho detto che non sono cattolica, mica che non sono pagana).

Ma ora il partito è suo, e spero ne faccia un buon uso. Io non voglio fare l’errore della gente, non credo nel “muoia Sansone con tutti i Filistei” (e solo gli dei sanno quanti ce n’è, di Filistei, nel Pd). Se Renzi saprà fare qualcosa di buono, che ci traghetti fuori da questa mortificante stagione di stagnanti intese e stabilità mortifera, lo riconoscerò, sia pure a malincuore (sono calabrese: tragediatura e vendicativa ma leale).

  Certo, al momento non mi sento di votare ancora Pd. Non questo Pd che non riconosce Civati come un degno rappresentante. Non questa gente in cui non riconosco il popolo (ma, l’ho già detto, questo forse è solo mio personale astigmatismo politico)(forse).
 Però Civati continua a piacermi. Ho letto i due post successivi alla sconfitta (li linko quaggiù: liggitavvilli), e mi hanno saziata più di un discorso di vittoria. Diciamo che è una diversamente vittoria.

Non ci siamo persi, ci siamo trovati e riconosciuti (non sapete con quanta gioia ho scoperto che avevano votato per Civati le persone che più stimo, le persone che nemmeno mi aspettavo votassero, le persone come me, critiche fino al disgusto ma sempre capaci di rispondere a un appello vero).

Ora il problema è cosa fare di noi.
Lo scopriremo solo vivendo. 

Hasta Quasi Siempre

Ps, leggetevi questi due post. Non è un invito: è un’intimidazione.

http://www.ciwati.it/2013/12/09/siamo-umani/

http://www.ciwati.it/2013/12/10/il-senso-di-un-inizio-la-ricognizione-riprende/

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quarto stato oggi

Cercavo la sinistra, stamattina.
Al mercato, la sinistra erano marito e moglie al loro banco di verdure, le  dita marroni tra cui sparivano i centesimi di quell’economia minima, fondamentale che girava, vestita male, sofferente, in mezzo alla gente, dieci centesimi di qui, otto di là, perché ci sono vite misurate in centesimi, uno sull’altro, dalle quattro del mattino alle otto di sera, e poi a letto.
Quell’economia piccola, smunta, guardava alla sinistra, ma mica la riconosceva: si guardavano senza conoscersi, senza poter fare nulla l’una per l’altra, forse senza nemmeno esistere, l’una per l’altra.

La sinistra era il garzone marocchino, la pensionata che toccava i cavolfiori uno per uno, il custode del parcheggio seduto sul bizzolo, ero io che stavo contemporaneamente in due piazze diverse: quella dei centesimi, dei cavolfiori, delle cassette di legno che oggi sono cassette domani sedili dopodomani legna per il forno, e quella che mi portavo in tasca, dentro l’aifòn, quella virtuale dove invece di passeggiare scriviamo, invece di comprare linkiamo invece di gridare ritwittiamo e mi chiedevo se fossero la stessa cosa, quelle due piazze, e dove mai si potessero incontrare, oltre che – fortuitamente e malamente – nella mia persona.

Mi chiedevo come e dove quella sinistra, quella scritta e proclamata, linkata e ritwittata, potesse mai incontrare i cavolfiori della pensionata, l’economia dei centesimi, le cassette di legno spostate dal garzone marocchino. Dove la sinistra materiale, quella dei prezzi, dei diritti, dei contratti, delle relazioni, diventasse la sinistra immateriale delle parole, e forse quella irreale delle votazioni a scrutinio segreto e dei segreti a scrutinio palese. La sinistra che non sa nemmeno di esistere e la sinistra che esiste in un modo che nessuno di noi comprende, per alzata di mano e coltello nello schiena. In mezzo noi, il corpo elettorale per metà incorporeo, dissolto nella nuvola di status, tweet, link, che tutti assieme fanno una voce incredibile ma anche nessuna voce, non più dell’uno vale uno che sottoscriviamo con la matita copiativa, nella cabina di legno durante quel rito povero, laico, spartano che è la democrazia esercitata, la democrazia applicata talmene capillare e minima che nemmeno noi la comprendiamo per intero.

Mi chiedevo come convertire una piazza nell’altra, scambiare link con cavolfiori e sguardi con diritti, e matite copiative con parole e scelte che ridiventano centesimi, legno, cavolfiori, banchi della frutta e verdura. E anche segretari di partito che dicono cose che condivido o quantomeno rispetto, e portavoce che portano voci sensate, meditate, limpide, nutrienti.

Non so se il Pd è morto, so che la sinistra non può morire. Ma non so esattamente come farla vivere, con questo suo corpo così bello, inafferrabile, mezzo piazza e mezzo parola, mezzo cavolfiore e mezzo matita, mezzo me mezzo chissà.

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