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Posts Tagged ‘separazioni’


Mi raccontavano della cara salma di Lou Reed che ieri è stata esposta al Teatro Antico di Taormina, suo coevo, in mezzo ad accordi di laminore settima stantìi e loop mannari sguinzagliati tra la folla attonita, che era lì convenuta a walkare ondewallsaid al più presto possibile: quelli del 1960 che lo avevano lambito, quelli del 1950 che lo avevano preso come uno scontro frontale, quelli del 1980 che lo avevano sentito solo nelle cassette, quelli del 1990 che lo hanno trovato su Youtube, come se fosse stato sempre lì (ma l'universo non è forse il YouTube di dio?).
  E invece, niente: da quel palco dove spesso vengono esposte opere liriche mummificate dentro sfarzosi costumi, orchestre di ottoni e attori di princisbecco, la cara salma di Lou non ha mosso un muscolo o una benda, non ha compiuto miracoli (spesso dall'aldilà son soliti farne, i cari estinti molto venerati), non è asceso nel cielo marino ornato di lune e stelle del sud. Semmai loro, il pubblico speranzoso, si sono trovati con un po' di musica inutile e ricordi ancora più inutili, e hanno lasciato lentamente la cavea, i cuscini pagati a peso d'oro, le stelle meridionali particolarmente persistenti, a differenza dei cantanti rock, fuori dal cimitero di YouTube.
Dunque, è chiaro che Lou è morto, anche se a sua insaputa (ma ho il sospetto che, a differenza di tanti altri morti contumaci, lui lo sappia benissimo), il che ci riporta alla nostra antica fissazione: la conta dei vivi e dei morti (come già si disse qui).

Sono indiscutibilmente morti, come si disse (e grazie al contributo degli amici):
   Gabriel García Márquez, Ralph Fiennes, Meg Ryan, Salinger, Juliette Binoche, Gheddafi, Mirigliani, Buttiglione, Moira Orfei, Silvana Pampanini, Maurizio Costanzo. Salman Rushdie (una prece). Loredana Bertè, Pippo Baudo. Eugenio Scalfari. E' morto Andreotti, ma c'è il dubbio che sia mai stato vivo. Biologicamente vivo, intendo.

Sono incontestabilmente vivi: Marlon Brando, Einstein, Caravaggio, James Stewart, Totò, Che Guevara, Leonardo, mia trisnonna Carmosina, Jane Austen, Osvaldo Pugliese, Alda Merini, Giovanni Jervis, Lucio Battisti, Tina Modotti, Frida Kahlo, Pasolini. John Lennon, Antonio Gramsci, Georges Perec (ma non diteglielo che si vede da fuori: si diverte come una matto a catalogare la morte, e a scriverne le istruzioni per l'uso), Italo Calvino. So per certo che Chopin è vivo, perché abita in soffitta solo con un pianoforte, e non ci fa dormire con le sue malinconie notturne in do minore.
Emily Dickinson ha aperto un blog di cucina, e le sue ricette hanno il potere di risanare. Peppinuzzu Garibaldi vive in Aspromonte, dove non c'è bisogno dell'incognito né della storia. Mia zia Lisabetta ogni tanto lo incontra, e lo saluta col saluto muto della gente di montagna. Gente eterna, in un certo senso, come certa gente di mare.

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il figliol prodigo, e il padre prodigo, di Pedro Cano

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   Il padre morto era seduto sulla mantegna laterale, e guardava giù. Il figlio stava in piedi sul praticabile più alto del palcoscenico, che poi era un traliccio del cantiere del Ponte, o la banchina d’una stazione isolana dove i treni passano in fila indiana, o la passerella d’un ministro o la panchina d’un invalido finto.
   Non che avesse proprio voluto chiamarlo: di solito il figlio lo chiamava in momenti privatissimi e incomprensibili. Quando scendeva dalla strada a spirale della sua casa romana, quando la luce s’inclinava impercettibilmente oltre il crinale dei colli, e i laghi salini di Ganzirri diventavano neri di colpo. Che poi lo sappiamo tutti: quando li chiamiamo di rado arrivano subito, e qualche volta non arrivano per niente e pensiamo pure d’essere soli. E in fondo la morte non è che una specie di solitudine da tutte e due le parti.
  Ma stavolta stava scritto lì, nel copione, nero su bianco: “Cinque discariche, cinque, qui attorno. Cinque discariche per gli inerti del Ponte – e lì la parola “inerti” diventava gigantesca, e si vedeva chiaramente che lui pensava che gli inerti siamo noi, sono i bravi cittadini di Messina sordi e ciechi a tutto, e probabilmente è così – cinque discariche. Una sul cimitero di Granatari… “. Il cimitero di Granatari.
Il padre stava da anni in quel cimitero, buono buono, senza pretendere nulla. Un morto savio, di poco spazio, contentandosi d’invecchiare senza fiori nel vialetto stento, dove il sole acceca fino al pomeriggio, i gatti scarni passano oltre e persino l’erba lascia perdere.

  D’altronde, ognuno l’aveva seppellito dove gli piaceva di più. Suo fratello, il poeta, lo teneva nella vecchia casa dove avevano vissuto assieme, lui e il padre morto, per un inverno lunghissimo, giocando a briscola nelle sale vuote, inseguendo pipistrelli e piangendo l’uno di nascosto all’altro lacrime fredde.
 Sua sorella aveva troppa fretta per tenerlo in un solo posto: lo teneva per lo più tra i giocattoli rotti delle gemelle, e ogni tanto sbuffava e pensava “devo riparare papà”, ma poi gliene mancava il tempo.
 
E sua madre, sua madre aveva un numero imprecisato di fotografie degli anni Cinquanta dalle quali non riusciva nemmeno a uscire, certe volte, e toccava stare lì ad aspettarla anche per ore, per aiutarla a togliersi il cappello a larga tesa e i tacchi alti e la malinconia.
    Così, quando il copione aveva detto chiaramente, nero su bianco: “il cimitero di Granatari, cancellato”, lui non aveva potuto trattenersi. Alla prima, una volta arrivato a quel punto lì, aveva alzato gli occhi e lo aveva visto, il padre morto, seduto sulla trave, in mezzo alle corde calate dalla graticcia, che lo guardava.
   “Papà, mi dispiace, ma è tutto vero!” aveva esclamato, e la gente aveva riso e applaudito, e anche il padre aveva riso un sorriso mezzo e aveva fatto cenno che sì, vabbè, lo sapeva, non ci si poteva far nulla. Non aveva parlato, perché – se ci avete fatto caso – non parlano mai. Sarà perché si esprimono direttamente, con varietà di luce e sentimento che comprendiamo immediatamente. Sarà perché la voce non potremmo sostenerla, ci polverizzerebbe il cuore subito.
 
E il figlio quasi piangeva, e aveva continuato a dirgli cose, del tutto perdute nel fracasso degli applausi, e il padre aveva risposto che sì, vabbè, e aveva fatto gesti stanchissimi e pochi, con le mani ossute e la vecchia faccia amata.
 Gli altri attori e il regista s’erano scandalizzati, e pure alcuni spettatori che lo conoscevano, e sapevano di Granatari e del morto che stava lì senza aspettarsi nulla. Ma a lui non importava: era riuscito a portarlo lì, suo padre, dove non c’era stato mai nessuno, e ora doveva parlargli, altroché.
 
Lo faceva ogni sera, arrivato a quel punto, quando sapeva che poteva guardare lì, in alto e dentro il sipario, che lui, il padre morto, stava lì e annuiva e gli sorrideva un poco ché sembrava  pure gli dicesse, quasi, finalmente, forse, “bravo”.

stasera ho visto M. in scena (davano Lavori in corso  al Vittorio Emanuele) parlare con suo padre, e c’è chi s’è scandalizzato, ma io avrei fatto lo stesso, l’avrei portato lì con me, nel cuore del mio mestiere, della mia arte, e ci avrei parlato davanti a tutta la città, quella visibile e quella invisibile, quella viva e quella defunta, quella che c’era e quella scomparsa, tutte quelle che avevano portato me lì, con le mie mosse e le mie voci, e lui lassù, appeso tra le funi, disincarnato e presente.

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la casa delle zie tra i mondi

Alla cena di Natale eravamo centotré, inclusi gli animali domestici (le miciazze, gli acari, mia cognata e lo iorksciair terriè del Cinese), i morti, i finto viventi e i vicini derelitti. Ché a Natale non si chiude la porta in faccia a nessuno, e le zie hanno una specie di mensa caritas almeno fino all’epifania, che non ti puoi affacciare nel loro giardino e dire: “commare c’avrei un languorino” che loro t’ammollano una porzione di lasagne, uova come viene viene, un petrale benedetto e un sorso di nocino solforoso.

Tanto, le zie cucinano ininterrottamente dal 19, ma non so di quale mese preciso.

E’ che a Natale, finalmente, ci parliamo. Ovviamente, ciascuno con le parole che può e che ha. Zia Vanda, per lo più, si esprime in petrali: tira la pasta con duecento uova e fiordifarina, li farcisce di fichi secchi, mandorle, vino cotto, amore feroce, nocciole, pensieri, scorza d’arancia, preghiere, li cuoce in forno a temperature sconosciute, li glassa di bianco e di rosa, con la granella colorata e i diavolini d’argento. Zia Mariella amministra la giustizia, divide i pani e i pesci e probabilmente li moltiplica: i pacchetti per i nipoti degenerati, per i bisnipoti ingrati, per le cugine amorose, per la vicine commari, per i nemici e per gli alleati. Zia Enza pulisce i carciofi – che è come fare il confessore o lo psicanalista – e impasta polpette che poi distribuisce così, girando attorno al tavolo col vassoio e imboccando gli ospiti, ed è ovviamente una comunione familiare, in cui si viene compresi e assolti, quali che siano i tuoi peccati o i tuoi pensieri.

I morti vengono sempre, e hanno sempre fame: mio padre, che è uomo retorico e aristotelico, fa discorsi, mia madre sta in disparte con lo scialle e la faccia assorta (non sopporta la morte, e si considera ancora offesa personalmente), altre file di sedie sullo sfondo ospitano non so bene chi, cugini col cappello e bisnonni leggendari e anche ospiti di passaggio, che non hanno fatto in tempo a raggiungere altre tavole, o forse sono stati catturati dal cerchio inossidabile che stringe tutti noi. Mangiano pensieri, briciole, sguardi che cadono di lato, desideri.

Mia cognata pure, mangia tutto e ne chiede ancora. Puoi darle ogni cosa, gamberi caponata benzina verde chiavi inglesi da sedici. Con la bocca stretta dipinta di vermiglio, la pelliccia di Crudelia Demon che non si toglie neanche a tavola (è segretamente convinta che vogliamo derubarla, non si persuade che mio fratello gliel’abbiamo regalato senza nulla a pretendere e avremmo qualche difficoltà a riaccettarlo indietro) e la borsetta di pelle umana appesa alla sedia, mia cognata mangia fino all’alba del giorno dopo, fermandosi solo per aprire i regali (quest’anno le ho regalato il “Galateo” di Monsignor Della Casa, con un biglietto del tipo: “Cara M., come sai detesto i regali inutili. So che questo ti sarà utilissimo. Con stima e simpatia”) e tentare di assaggiare il polistirolo delle imbottiture.

Ogni tanto scendono le vicine-commari, che fanno parte della famiglia almeno quanto la moglie di mio cugino, o anche molto di più: Franca di sopra, Teresa la cartomante, Nuccia di sotto, la fidanzata del prete, Rina senza uomo, Milleunanotte.

I cugini sono molti: trentotto si chiamano Stefano, venticinque Michele. Stefano è il nostro santo preferito, dopo il nonno, Togliatti, Padre Pio e Che Guevara. I nostri Stefani sono molto belli, di solito: hanno polsi sottili, chiome abbondanti e voci musicali. Portano i segni della famiglia: le sopracciglia unite, i denti luccicanti, le ossa piene di presentimento.

Mangiamo tutti ogni cosa: i pesci, i pani, le polpette. Il capitone, i tortellini, il babà alla panna. Mangiamo il fatto di essere così vicini, così identici da non poterci quasi sopportare. Mangiamo la distanza che di solito ci separa e qualche volta ci salva. Mangiamo il mistero di amarci nonostante e soprattutto. Mangiamo il fatto di essere così pochi, così tanti, così circondati dal buio, così caparbi a volerci.  

Mia trisnonna Carmosina appare verso mezzanotte, scendendo come una colomba di centocinque anni dal soffitto, bianca come lo zucchero o gli angeli, in posa benedicente.

Prendiamo la sua benedizione e la spezziamo e la mangiamo. Per tutto l’anno.  

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l'uomo, quando cade

  Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli ho risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze ( ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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lui sta arrivando
Siamo stati convocati, ecco tutto.

  Avevo fatto le cinque del mattino perché in qualche modo la notte m’impensieriva, o perché la parte di me che deve mettersi di traverso aveva bisogno di mettersi di traverso. Ma non ci credeva nemmeno lei. Tanto che, alle 9 in punto, la sveglia interiore m’ha svegliata, anche dolcemente. Il mattino era glorioso al punto giusto: invogliava. Chiamava con una sua logica gentile, infinitamente persuasiva.
  Mi sono alzata, senza fretta particolare: l’orologio misterioso, che pure in qualche modo riuscivo a occhieggiare, mi diceva che andava bene così.
Ho preso la nave giusta, che era lì non un momento prima né un momento dopo. Non ho detto niente a nessuno, perché non volevo essere attesa. No, in realtà non volevo cambiare i miei piani. Solo che non sapevo quali fossero, i miei piani.
Sono arrivata senza fretta, ho parcheggiato lontano dalle pozzanghere in discesa: un velo d’acqua correva a capofitto verso la riva, perché la città è un salto, un insieme di discese ripide fino al mare. Ho comperato i fiori: una stella di Natale, i singapore dal capo tentennante, rose rosse con qualcosa di accorato, due girasoli svettanti e un poco animali, come sempre i girasoli.
Il cancello era scostato, l’aria gocciolava, fredda, fino ai canali di scolo tra i vialetti. Ho camminato attraverso angeli con le trombe, rami caduti, frontoni in marmo bianco, nidi di gatti, fregi in bronzo vecchio, foto ossidate, petali marciti. Sono arrivata al lotto D della Confraternita di Santa Lucia, alla fila rivolta verso l’Aspromonte – che da qui non è nemmeno un presentimento, è un mito, una leggenda, un mostro addormentato.
  Era l’ora giusta, né un minuto prima né un minuto dopo.
Avevo appena piazzato, tra i fiori disposti geometricamente (i casablanca chiusi avvolti di nebbiolina, le margherite bianche con quella loro aria sempre un poco interrogativa, due orchidee, gialle, dietro il lumino), i miei pensieri in forma di rose rosse, girasoli, stella di Natale (c’è un dialetto dei fiori, non solo un linguaggio). Ed è arrivato lui.
Non mi sono voltata, ho sentito distintamente alle mie spalle i passi sull’impiantito luccicante di marmo e pioggia, e anche una cosa come uno stupore. S’è quasi fermato, ma poi m’ha raggiunta. Mio fratello.
  Eravamo stati convocati.
Senza dirci niente ci siamo baciati, poi ognuno è rimasto lì a pensare cose. Cose come i suoi capelli bianchi sulla tempia sinistra, che i miei non vedranno mai. Cose come certi lacci verdescuro, o viola, che ci legavano strette le lingue. Cose come un oscuro calore che rimbalzava da punti imprecisati: le foto, le lettere color bronzo, il portafiori, le guance, le mani nascoste che è sempre come nascondere l’anima, i rancori che facevano una piccola corazza, quasi impossibile da scorgere sotto i cappotti.
  Abbiamo risistemato i fiori, con una cura esagerata per gli angoli, le sporgenze. Io ho aggiunto acqua da una bottiglia, senza un vero motivo, o era solo per farla traboccare e farmela cadere addosso, e perché lui dicesse “faccio io”, senza alcun motivo, perché non serviva altra acqua, ma altri gesti sì.
Poi gli ho detto: andiamo dai nonni? E lui ha annuito, e siamo andati un poco barcollanti, con gli occhi lucidi o forse era tutta l’aria lucida, e le pietre, e certi tipi di passato che stavano a tutti gli angoli. Dai nonni non ci sono mai fiori: li hanno dimenticati tutti, e io ne provo un remoto dolore, come una vergogna.
Siamo usciti camminando dispari, e ci siamo salutati con un bacio solo, senza aggiungere altro.

Giornata strana, di appuntamenti tutti rispettati. Con i mandarini che comprava sempre lui, e i dolci che comprava lui, e lei gli diceva che erano troppi, probabilmente perché erano troppi, e lei lo sgridava ma lo amava per tutte queste eccedenze. Con la città che era quieta e luminosa, con le lacrime che fanno una specie di bozzolo caldo, a un certo punto, un nido. Con lo Stretto perfettamente azzurro, la pioggia nitida e perpendicolare, le cose tutte al loro posto.
Di solito sto malissimo, l’8 dicembre. La memoria del corpo diventa lancinante, il corpo si ricorda tutti i grandi dolori, li rivive, anno dopo anno. E invece quella convocazione m’ha salvata, ha sciolto via ogni sale. Grazie.

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i carciofi sono rose, ma consapevoli

  Mamma, ho fatto i carciofi ripieni.
Sì, li ho scelti come dicevi tu: violetta, ma spinosi. Protesi, ma chiusi. D’un verde soprannaturale, un verde carne di mostro. Sono fiori animali, i carciofi. Non si limitano a essere, loro si comportano. Basta vedere l’aria che prendono quando li metti in una boccia di vetro con l’acqua.
 Sì, mamma, tu riempivi la casa di fiori-non fiori: i carciofi, il prezzemolo, le zucche, le patate americane che fiorivano a cascata sopra le librerie. Poi, quando ti regalavo le rose, sbuffavi e le facevi morire. “Sono già morte” dicevi tu, ma era la tua natura assassina che parlava. E comunque era vero: arrivavano congelate dall’Olanda, stecchite.
 Le uniche rose che ti piacevano erano quelle rubate, selvatiche, prepotenti peggio dei carciofi. Allora potevi farle sopravvivere per mesi, nutrendole solo del tuo sguardo succulento (ma era un incantesimo, e io non sentivo le parole).
Avevano colori inverosimili, d’altronde. Nero albicocca, viola temporale, azzurro pesca. Verde carciofo.
 “Sono pieni d’acqua amara” dicevi, e li sbucciavi col coltellino, i carciofi, poi li tuffavi in una tiana d’acqua e limoni tagliati. L’acqua diventava marrone scuro. Io pure, mamma, certe volte diventavo marrone scuro: mi lasciavi a macerare nella mia propria acqua di rancore, e aggiungevi pure il limone. Io ero adolescente, e le acque scure m’erano familiari. No, non era dolore. Era un dolore del corpo, piuttosto, di quelli che identificavo come malattie mortali, ogni giorno una diversa. E tu ogni giorno facevi la magia, e mi guarivi.
 In realtà era il mio corpo che sfuggiva al tuo, e non se ne dava pace. Mi chiamava altrove, e non poteva perdonarselo. Mi voleva bella, pronta per altri futuri, e non si rassegnava. Nemmeno tu, mamma.
  Così tu sbucciavi veloce, un giro dopo l’altro, e tuffavi nell’acqua acida, dove restavamo in silenzio anche per mesi e per anni. Ma prima mi avevi mostrato una cosa che dovevo sapere: il cuore era un inganno. C’era tanta di quella paglia, attorno.
 “Guarda, si fa così”: afferravi un cucchiaino e col manico scavavi in un attimo il cuore del carciofo. Lo facevi sempre, con tutti i cuori. Ma tu toglievi la paglia, io lo so. E poi le cicatrici si chiudevano, e tutti a dire: mmmmmh che delizia questo cuore. Era un cuore scavato e rosolato, spremuto dell’acqua amara.
Non servono a niente, i cuori con tutta la paglia e l’amaro. Il tuo, quando moristi, era così puro e netto che si rifiutò d’accettare la morte per quasi una notte. Avevi passato una vita a togliergli paglia e acqua, paglia e acqua. E noi vedevamo solo il gesto delle tue mani abili, e pensavamo che tu fossi spietata. Sì, lo eri. Come lo sono gli angeli, i demoni, le gardenie, i carciofi.
 Poi ti voltavi, e preparavi la mollica consata: mollica di pane vero, che macinavi da sola, usando i resti del pane. Ti mancava, fare il pane. La pasta, la croce sulla forma prima d’infornarla. E non usavi mai il coltello: “Il pane si spezza con le mani”. E’ fatto apposta. E’ l’alimento più umano, perché sazia prima lo spirito, il gesto.
 Io non taglio mai il pane, e tutti mi guardano male, ma io so quello che faccio, e il pane poi è contento.
Mollica, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, olio. La farcia.
Tu scavavi e poi farcivi. Aprivi e chiudevi le ferite, con le stesse mani.
Foglia per foglia, e poi abbondante nel cuore scavato: per farcire ci vuole un vero senso dell’abbondanza, che è solo un’altra forma dell’amore. Farcivi furiosamente, come a stipare in quel cuore tutto quello che avremmo potuto perdere, quello che avremmo dovuto conservare, e non separarcene mai più.
  Ho farcito tutti i carciofi, ci ho messo dentro la tua furia amorosa che faceva il vuoto per fare il pieno. Mollica, formaggio, prezzemolo. Tre anni di malattia, quella Pasqua sul terrazzo, guardando lo Stretto con un’intensità da far tremolare l’aria e muovere i gelsomini chiusi. Ci ho messo tutte le volte che ho preso il traghetto, compresa l’ultima col cuore che mi raschiava la gola, (la paglia era già venuta via, restava la prima pelle). E tutte le volte che l’avevo preso, sì, ma per fuggire da te, dal tuo coltello, dalla tua acqua amara. Prezzemolo, aglio, olio. Ti lasciavo nelle tiane d’acqua marrone, nella penombra della casa che s’era fatta stanca. La paglia accumulata negli angoli con gli anni s’era schiacciata, adattata. Non la vedevamo neanche più.
  Li ho fatti cuocere nel loro stesso vapore, per un sacco di tempo non calcolabile. “Ci vuole il tempo che ci vuole” dicevi tu, ma non era reticenza. Era che non glielo potevi spiegare, come facevi tu a misurare il tempo. I carciofi cuocciono il tempo di un’adolescenza. Il tempo d’un vaso impastato di dolore. Il tempo d’una rosa selvatica rubata all’inferno. Il tempo d’un traghetto in un giorno di scirocco. Il tempo americano nella pendola e il tempo spagnolo del coltello. Il tempo delle mollette, del soffritto, del rammendo. Il tempo della distanza.
Mi tocco il cuore, oggi, mamma. E’ ripieno.

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la dispensa immaginaria della spesa immaginaria: serve per vivere

  Sono andata a fare la spesa. Era uno dei supermercati dell’anima: certi luoghi di pellegrinaggio dove torno a contemplare le olive aspromontane, le uova di quaglia, il formaggio greco con la scritta in greco, mio padre che spinge il carrello carico di roba inutile, tra cui un set completo di cacciaviti e trenta prese scart, mia madre che compra diciotto bottiglie di tisana di rosa canina e fiori d’arancio (ma non le berrà mai: lei fa come me, compra le idee, il garbo, la promessa delle cose, e volete dire davvero che quella non sazia più di tutto?). Ho incrociato me stessa al liceo, che scopriva le orecchiette pugliesi al dente: a casa mia la pasta si mangiava insopportabile e scotta, come la faceva mia nonna che metteva a bollire la vita anche per ore, nel tentativo d’ammorbidirla. La pasta scuoceva, la vita mai. Poi c’ero io negli anni dell’ospedale, quando mi rifugiavo al supermercato tra un turno e l’altro, e compravo salviette bagnate, cuscini da collo, cioccolata disperata, molti fazzolettini di carta e spray disinfettanti. Il cuore mi batteva così forte che a volte bloccava le ruote del carrello, e l’angoscia pulsava come una porta meccanica, come un jingle, come un registratore di cassa.
  Prendo tre di tutto, per sicurezza: tre amori, tre morti, tre chili d’uva spina. Cartelle dal dorso duro, per quando mi verrà voglia d’archiviare le foto e le lettere (in che ordine? lo stesso dei corridoi: prima patatine fritte, volani, macchine per l’arcobaleno, portarotoli, yogurt alla paprika, libri su padrepio, cerette, poi caffè e zucchero di canna, mozzarelle, pepato fresco o stagionato, poi carni rosse e bianche, d’angelo di sirena di manzo argentino di grifone, e quattro tipi di pane, con la giuggulena, coi sesami, col rancore, col coltello), molta frutta e verdura, perché in un’altra vita, la prossima, voglio mangiarne cinque porzioni al giorno.
  Compro tre chili di zucchine, tre mazzi di carote, sei melanzane violetta, peperoni rossi e gialli, per il colore (mia madre faceva le teglie e stendeva il bucato secondo i colori: ha fatto anche una figlia bruna e un figlio biondo per lo stesso motivo, solo che non ci volevano stare, distesi nella teglia a strati alternati, ed è venuto un pasticcio). Un sacco di patate nuove, col loro aspetto di cera fresca. Tutte le clementine che trovo. Tarocchi – arance e carte: leggo il futuro negli spicchi, mangio impiccati e temperanze, spruzzo gli amanti col succo acidulo e li divoro, a volte taglio la polpa al vivo, e la buccia è un unico nastro arancione, che collega il passato col futuro, e noi ci camminiamo sopra, dondolando. I broccoli, certo: so tante cose sui broccoli che non ho bisogno di mangiarli. So che si deve mettere un pezzetto di pane bagnato nell’aceto sul coperchio, prima di cuocerli. So che mia madre faceva cuocere la pasta nella loro stessa acqua, che era verde, e aveva proprietà misteriose. Resuscitava i morti, rimescolava i pensieri. Battezzava le case. Oppure si possono saltare coll’olio, l’aglio e il peperoncino, e poi affogare nel vino. Né rosso né bianco: il vino nero, ci vuole. Allora i broccoli cominciano a dire cose, cose. Cose di rami, di radici. Cose zitte. Cose con certi occhi.
Io forse non ci faccio niente, con queste verdure. Le tengo lì.
Come i cinquanta pacchi di pasta, i rotoli d’alluminio, pellicola e carta da forno. I pacchi di sale, grosso e fino, la salsa delle bottiglie, l’olio. Il riso, e ora pure l’orzo, il farro, il grano. I fichi secchi, le noci. Provviste per la guerra.
  Le facciamo sempre così, tante, tantissime, dieci sacchi, mille bottiglie, tremila quintali, perché la paura della guerra, della fame che aveva mia madre ci metteremo centocinquant’anni, per finirla tutta.
Ma la cuociamo al dente, però. Tiene meglio il sugo.

L’ho sempre sospettato, ma ora lo so. Io faccio una spesa immaginaria (anche se la pago in euri veri), per tutta la famiglia, anche quella morta e lontana, anche quella finta, anche quella che non so, non c’è, non vuole. Devo dare da mangiare a un sacco di bocche, non tutte mie (ma anche mie). E allora compro, compro. Non mi sazio mai, di non saziarmi. Immagino le ricette che potrei fare, le leggo pure e qualche volte le ricopio, le attacco sul frigorifero coi magneti a forma di panini, caffettiere, pacchi di riso. Saziano anche loro. La mia amica dice che "è la farcia", calabra e irrimediabile. Non lo so. La farcia è la superficie delle cose. E non si finisce mai. Mai.  

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