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Posts Tagged ‘Renzi’

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

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o-SALVATAGGIO-ITALIA-facebook

GENNAIO

L’anno comincia con i migliori auspici: neve sul mare, Gigi D’Alessio e Napolitano che fanno il botto d’ascolti, Renzi che fa i selfie da Courmayeur.
Si apprende che nel jobs act ci sono norme estremamente innovative che ammettono il licenziamento a scacchiera (uno sì e uno no), il licenziamento Ebola o contagioso (si può estendere alla fabbrica accanto, o di fronte: a volte basta anche che il lavoratore licenziato parli o stringa la mano ad un altro lavoratore per contagiarlo), il licenziamento progressivo (si licenzia un poco alla volta, fino a quando il lavoratore non è completamente licenziato), il licenziamento potenziale (avviene all’atto dell’assunzione, ed è perfezionabile in qualsiasi momento), il licenziamento retroattivo (il lavoratore licenziato retroattivamente deve restituire tutti gli stipendi fin dalla data dell’assunzione).
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Napolitano si dimette, e comincia la corsa al Quirinale: i candidati sono sempre gli stessi. Romano Prodi, Giuliano Amato detto l’Immortale, Emma Bonino, Silvio Berlusconi. Le forze politiche si consultano per molti giorni, fino alla prima votazione, che avviene il 31: 11 voti Prodi, 1 voto Berlusconi (ma viene annullato perché la scheda è firmata Mariastella Gelmini), nessuno Amato e Bonino, un “fesso chi (e)legge”, 121 voti Trapattoni. Si continua a votare.

FEBBRAIO

Salvini comincia la discesa al Sud con un serrato programma politico: indossare le felpe “Caserta”, “Mergellina” e “Soverato”.
La riforma elettorale viene stravolta alla Camera: il monocameralismo non soddisfa pienamente le forze politiche. Eliminato il Senato, si trasforma la Camera in una Cameretta coi letti a castello, con soli 12 deputati. La cosa suscita ampie discussione tra le forze politiche e i media.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale. Dopo un lungo dibattito nel Pd sulle candidature di Veltroni e D’Alema il risultato è: Dino Zoff 15 voti, il grande ritorno, con 11 voti, di Rocco Siffredi, 1 voto Berlusconi, annullato perché firmato (Mariastella Gelmini).
Si continua a votare.

MARZO

Matteo Renzi annuncia che gli 80 euro saranno estesi, anzi confermati, anzi ridotti, anzi restituiti, a rate, nella bolletta Enel. Ma il ministro Padoan chiarisce che non saranno chiesti gli interessi. Almeno per il 2015.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: aumentano i consensi per Rocco Siffredi, che arriva a quota 47, Grillo annuncia che finalmente la Rete ha finito di votare per scegliere e i loro candidati sono Sandro Pertini, Caio Giulio Cesare e Homer Simpson. Si continua a votare.

APRILE

Dopo un resto d’inverno con monsoni alternati a tormente di neve, tempeste tropicali e siccità, la primavera conferma il mito che “non ci sono più le mezze stagioni”.
L’Alitalia viene ceduta alla Malaysia Airlines, e si tratta pure per Trenitalia, che negli ultimi mesi ha contato ben due rapidi di pendolari scomparsi tra la Campania e la Basilicata.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Comincia il processo per l’incendio a bordo della Norman Atlantic. Schettino: “Almeno io non portavo clandestini”. Continuano a esserci differenze tra le liste passeggeri italiane, greche e albanesi: risultano tuttora disperse 422 persone, ma l’elenco viene aggiornato di continuo.
Nulla di fatto per il Quirinale: Rocco Siffredi resta in testa con 50 voti, seguito da Sandro Pertini sul quale sono confluiti i voti della Lega, dieci voti per la new entry sostenuta da forze bipartisan Carminati, un voto per Berlusconi, stavolta non firmato ma annullato ugualmente per la presenza della sigla “MG” e una faccina che fa l’occhiolino. Si continua a votare.

MAGGIO

Apre l’Expo dedicato all’alimentazione. Grande successo riscuotono gli stand “Cenone calabrese” e “Mia nonna nutre il pianeta”.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Quirinale, un monito di Napolitano scuote il mondo politico: “Uaglio’, ma ci vogliamo muovere con quest’elezione, che io e Clio non possiamo più vivere con la roba dentro gli scatoloni e nemmeno possiamo fare il cambio estivo-invernale e questo spigato di lana mi fa caldo?”.
Si continua a votare.

GIUGNO

Il nuovo decreto Sbrocca Italia stabilisce norme a sostegno dei consumi: i contribuenti riceveranno in busta paga una parte dei propri risparmi bancari, ma tassati al 58 per cento. Chi non possiede risparmi viene ammesso d’ufficio a un mutuo agevolato con l’interesse dal 75 per cento.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: il premier Renzi in un appassionato discorso chiarisce la necessità che sia scelta una donna. Per la prima volta Rocco Siffredi (52 voti) viene superato da Belen (75 voti). Carminati segue con 23 voti. Un voto per Berlusconi, annullato perché nella scheda c’è scritto “Tanto sono sempre io”. Si continua a votare.

LUGLIO

Matteo Salvini scende al Sud per un giro di propaganda sulle spiagge. Non giova la felpa con scritto “Bagnino”.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Il Parlamento chiude per ferie e Napolitano deve accontentarsi di fare un bagno col salvagente a forma di papera nella vasca del Quirinale.

AGOSTO

Primi acquazzoni: allagamenti a Genova e Carrara. Il Bisagno s’ingrossa, travolge tutta la provincia e forma un delta paludoso che arriva fino in Val D’Aosta. Un’inchiesta accerta che le ultime venticinque messe in sicurezza erano state fatte col nastro adesivo usato e gli stecchini. Ugualmente il Tar dà ragione alle ditte precedenti, che cominciano la ventiseiesima messa in sicurezza. Il Bisagno viene usato come canale navigabile fino alla frontiera francese. Alle proteste dei contribuenti alluvionati che chiedono una proroga per il pagamento dell’Irpef viene risposto sottolineando che, per il momento, viene loro risparmiata (ma solo per il 2015) la tassa sulla navigabilità stradale.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.

SETTEMBRE

Il premier Renzi annuncia che presto annuncerà che siamo vicini all’annuncio della legge elettorale, il Matteorellum, in cui è previsto che solo i premier che non abbiano compiuto più di 40 anni, siano fiorentini e il cui nome inizi con la lettera M possano nominare le liste di candidati. “Ci deve essere subito un vincitore” dice Renzi. Intende uno solo. Lui.
Il punto è che ormai la procedura elettorale risulta eccessivamente lunga e farraginosa, e si lavora per snellirla. Il ministro Boschi annuncia soavemente la bozza di riforma per la realizzazione del nullicameralismo perfetto.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: Belen è in testa con 81 voti, seguita da Carminati i cui consensi continuano a crescere (67 voti), mentre la fazione dissidente dei Cinque Stelle (che sono arrivati al numero di 801 espulsioni) convoglia i suoi voti su Paperino. La Gelmini è ancora in vacanza, e quindi Berlusconi non prende alcun voto.
Si continua a votare.

OTTOBRE

La nuova tassa sulla casa passa col voto di fiducia. Prevede la tassazione straordinaria di tutti gli immobili di proprietà, inclusi cucce, casette per le api, casette di Barbie, alberghi del Monopoli, castelli in aria.
La Moretti salta due volte l’appuntamento con la manicure. Viene presentata un’interrogazione parlamentare.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: la novità maggiore è un voto per Berlusconi, stavolta valido (la Gelmini, dopo che gliele spieghi cinque, sei volte le cose le capisce).
Si continua a votare.

NOVEMBRE

Il premier Renzi annuncia che l’applicazione del jobs act in pochi mesi si è rivelata un successo: la percentuale dei licenziati è dell’85 per cento, su tutto il territorio nazionale, con punte massime del 94 per cento al Sud. L’obiettivo è raggiungere il 100 per cento prima della fine della legislatura. Confindustria applaude.
La Camusso lancia una grande manifestazione per il lavoro il 2 novembre: il lavoro viene commemorato in tutta Italia con affollatissime veglie di preghiera.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
Nulla di fatto per il Quirinale: dopo l’appello di Napolitano (che indossa sempre lo stesso spigato di lana da undici mesi) perché sia scelta una personalità integerrima, Papa Francesco prende 2891 voti (per l’entusiasmo votano pure i commessi, i giornalisti e la troupe di Gazebo), ma declina l’incarico sostenendo che siamo molto gentili, ma lui è capo di uno stato estero e poi c’ha proprio da fare. Scalfari nell’omelia domenicale si offre di sacrificarsi e assumere lui l’incarico. Si continua a votare.

DICEMBRE

La riforma elettorale e la riforma costituzionale vengono accorpate in un unico disegno di legge presto ribattezzato  “il riformatorio”: la costituzione prevede la figura del premierato a vita, l’illegittimità delle opposizioni, il potere di nomina da parte del premier per i membri della Camera dei segreti e dell’Ordine della Fenice. Il premier viene insignito del titolo di “Colui-che-non-deve-essere-nominato-ma-può-nominare-solo-lui”. La presidenza della Repubblica diventa un titolo onorifico anch’esso a vita. Napolitano può aprire di nuovo gli scatoloni, bestemmiando in napoletano.
La sinistra del Pd minaccia una scissione.
L’anno nuovo incontra l’anno vecchio e gli dice: “2015 stai sereno“.

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Nell’ambito del corso di laurea in Giurisprudenza Creativa, specializzazione in Metafisica costituzionale, abbiamo realizzato una serie di proposte da avanzare al Governo Renzi per risolvere definitivamente il problema della legge elettorale.

 

  1. Dal sistema bicamerale al sistema nullicamerale.

    Due Camere sono troppe, ma anche con una non si scherza affatto, dunque la soluzione potrebbe essere il nullicameralismo perfetto. Dopo il Senato, l’abolizione della Camera dei Deputati porterebbe innegabili vantaggi e un sostanziale risparmio economico.
    Nel sistema nullicamerale perfetto risultano superflui anche i collegi, i seggi elettorali e persino le matite copiative; il risparmio calcolato sarebbe pari a tre Pil al prezzo di uno.

  2. Il sistema figli di Putin.

    Facendo deviare lungo la Salerno-Reggio il percorso degli oleodotti che raggiungono la Crimea, e proseguendo sulla dorsale appenninica fino alle soglie della Padania potremmo attirare su di noi l’attenzione del Grande Fratello Vladimir: un paio di rivolte nelle città principali garantirebbero l’intervento (pacifico) di qualche migliaio di soldati russi che, senza colpo ferire e senza aggravio per il nostro Erario, risolverebbero per molto tempo il problema della governabilità. Sbarramento in aeroporto e autostrade, collegi di rieducazione per cittadini.

 

  1. Sistema Pompei o sistema misto Etna-Vesuvio.

    Spostando le Camere dentro l’area archeologica di Pompei prima o poi crollerebbero da sole, con innegabile risparmio per il Paese. Si potrebbero poi allestire appositi tour per i visitatori (Transatlantico, Scranno del Decaduto, Banchi dei Pianisti, Bouvette di Star Trek, Banchi di Destra e Sinistra – di cui però da anni e anni si sono perdute le differenze specifiche, che toccherà agli archeologi ricostruire – , Gruppo Misto).

    Un correttivo importante potrebbe essere il sistema Etna: spostare le Camere nella Valle del Bove, a Catania, garantirebbe una soluzione, con metodi del tutto naturali, ecologici ed eco-compatibili, al problema del bicameralismo.

    I fautori del sistema misto Etna-Vesuvio propugnano invece la dislocazione del Senato nel Catanese e della Camera dei Deputati appena sotto il Vesuvio: ovviamente ciò allungherebbe sensibilmente i tempi, in considerazione della ridotta attività del Vesuvio (ma non sarebbe mai tanto ridotta quanto quella del Parlamento).
    E’ allo studio un sistema tripartito con il coinvolgimento dello Stromboli, ma i fautori del maggioritario oppongono lo sbarramento ai vulcani di minoranza.

 

  1. Sistema de-elettorale.

    I più recenti studi del settore hanno permesso di accertare che, nelle democrazie moderne, il problema fondamentale è rappresentato dalla volontà degli elettori. E’ ora di intervenire su questo delicato punto, magari per primi in tutto il mondo, in linea con l’interventismo moderno del nostro amato Governo Renzi.
    Nel sistema de-elettorale al raggiungimento della maggiore età il cittadino diviene de-elettore: gli viene consegnata una tessera de-elettorale esibendo la quale è possibile de-eleggere qualsiasi cosa o persona. Un sottosegretario imbarazzante? Può essere de-eletto. Un premier che non ci convince più? Può (anzi qualcuno sostiene che deve) essere de-eletto. Un sindaco che transita ad altro, ambizioso incarico (senza passare per elezioni, per carità: solo de-elezioni)? De-eleggiamolo con entusiasmo.
    Si può de-eleggere chiunque, in qualunque momento: lo scopo è giungere alla perfetta de-elezione e allo status di perfetto de-elettore che elimini una volta per tutte il fastidioso obbligo di esprimere una volontà, anzi di avercela.

    In futuro, un premier potrà vantarsi di essere stato de-eletto anche cinque o sei volte. Qualcuno ha già cominciato, per portarsi avanti.

 

Le proposte ci sono. Ora la scelta non sta a voi. Come sempre. 

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votantonio

Allo scopo di evitare le mortificanti polemiche che stanno accompagnando il sussulto, anzi lo spasmo, del Pd per lasciarsi alle spalle la stagione paludolettica e marciare (o marcire) compatto verso il Sol dell’Avvenir, abbiamo preparato una bozza di legge elettorale che supera i problemi posti dall’Italicum e che non potrà che soddisfare le esigenze di tutti, ma proprio tutti, nessuno escluso (o al limite escluso sotto il 5 per cento).

MATTEORELLUM

(altrimenti detto: chi mi piglia pe’ spagnola, chi mi piglia pe’ frangesa)

Un sistema accuratamente sproporzionale, che democraticamente favorisce le forze di Letta e di governo, gli alleati i cui leader abbiano il cognome che comincia per B e abbiano avuto almeno una condanna definitiva per un reato fiscale grave, i partiti il cui segretario abbia partecipato almeno una volta alla “Ruota della fortuna”.

Il sistema sarà innominale puro, con doppio turbo, eliminazione all’italiana e golden gol. L’innominale, che ha il vantaggio di risolvere l’annosa querelle sulle liste di nominati, permette di conoscere i nomi dei candidati solo dopo l’eventuale elezione, e a volte nemmeno allora, a discrezione dei capi della coalizione, del partito o del clan, che potranno riservarsi di comunicare l’identità degli eletti in un momento qualsiasi della legislatura, ma anche no.
L’innominale può trasformarsi in innominabile, secondo la natura degli eletti (pensiamo a illustri precedenti quali Dell’Utri, Cosentino, Verdini, Previti e tanti altri che, appunto, non nominiamo).

Secondo il doppio turbo, ma anche singolo, la coalizione o il partito che abbia ottenuto almeno il 35% dei consensi avrà un premio a percentuale variabile, fino al 53% (democraticamente, e per ragioni di uniformità, la stessa praticata dalle banche e dalle finanziarie per un prestito alle famiglie o alle imprese). Se nessuna delle forze in competizione riuscisse a ottenere il 35 per cento la prima volta, si continuerebbe a tirare in porta fino al raggiungimento della maggioranza (o dell’accordo).
Nel caso in cui nessuno dovesse arrivare primo, è previsto un terzo turno, con voto segreto, anzi segretario, per consentire finalmente una corretta regolamentazione dell’antico e mai adeguatamente normato istituto dell’inciucio.

Le spreferenze consentono di ovviare a uno dei problemi più fastidiosi insiti nei sistemi elettorali, che da anni la politica cerca di risolvere o superare, ma sin qui adoperando soluzioni poco efficaci: la volontà degli elettori. Un elemento nocivo e dannoso per la Repubblica, che – sostenuto da una Costituzione chiaramente antiquata – pone enormi ostacoli alla piena e democratica realizzazione degli intenti dei partiti.

La spreferenza è il sistema più semplice che consente di trasformare qualunque espressione di consenso nell’espressione del consenso opposto.
Facciamo un esempio: spreferire la sinistra consente di votare la sinistra aumentando il consenso di Berlusconi. Spreferire il NCD consente di votare Alfano aumentando il consenso di Berlusconi. Spreferire il Movimento 5 Stelle consente di votare Grillo aumentando il consenso di Berlusconi. Spreferire Forza Italia consente di votare direttamente Berlusconi (tanto lui non ci fa caso, fidatevi).

Le circoscrizioni, chiamate anche circonvenzioni (d’incapaci), saranno uguali al numero dei designati dai partiti più 3.14 oppure, per le Regioni a statuto speciale, anche 6.28. Ci saranno tanti seggi quante sono le circoscrizioni, meno uno: gli eletti dovranno correre in cerchio e, al segnale convenuto, sedersi tutti. Chi resterà in piedi confluirà nel listone unico nazionale, dove è previsto l’innovativo sistema europeo dell’ambarabaciccicoccò (testato personalmente, per competenza, dal segretario del Pd Renzi e dal suo staff).

Lo scappellamento resta a destra. Gli antani e alfani pure.

Il quoziente (o QI) viene abbassato allo 0,1 %, secondo il modello Gasparri-Calderoli ma anche Comi-Fassina, per rendere davvero universale il suffragio (e ricomprendervi, per esempio, la maggior parte degli elettori della Lega: in un’ottica di pacificazione specie-specifica e darwiniana non sarà più possibile invocare la non appartenenza alla razza umana per ottenere l’annullamento di voti validi o firme false).

Le liste-civetta e le liste-oca saranno possibili solo su presentazione di apposite referenze (diploma in igiene dentale, certificato di residenza all’Olgettina, master di perfezionamento in burlesque, attestato di partecipazione a cene eleganti). 

Gli sbarramenti saranno modellati su quelli in vigore tra Malta e Lampedusa: il partito che non dovesse raggiungere la percentuale di materia grigia di Alfano (la soglia, dopo le polemiche di questi giorni, è stata abbassata, come si può vedere, fino al limite minimo della misurabilità) sarà respinto in mare.

Solo chi dovesse appellarsi allo status di rifugiato politico presso un altro partito potrebbe essere accolto negli appositi Cie (Coalizioni di indistinguibilità ed eterodirezione) che saranno creati presso i Gruppi parlamentari. Per tutti gli altri è previsto il nuovo reato di clandestinità politica: basta con i piccoli partiti che vengono a togliere le maggioranze ai partiti grossi.

Lo scopo del Matteorellum, come si vede, è oltrepassare le vetuste contrapposizioni ideologiche e l’obsoleta distinzione tra maggioranze e minoranze e mirare al PUAH, Partito Unico Ad Honorem, che consenta, in un futuro che speriamo non troppo remoto, anche il superamento definitivo dell’istituto antidemocratico e antieconomico delle elezioni.

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In esclusiva per voi, il menù del Cenone Milleproroghe

 

 

Terrina di larghe intese (decreto gambero, filetto di voltagabbana, trito del fare al più tardi possibile, bugie sgocciolate in sale di Palazzo Chigi)

Renziani in brodo di giuggiole

 D’Alema (avevi proprio) stufato con salsa di nomenklatura rossa, marroni (che due) e cuperli sottolio

Risotto Mario e Monti con doppio turno alla tedesca e Bocconi amari 

Coda di rospo (o di Brunetta) con crespelle soffiate di Santanchè

 Pesceslot in gioco d’azzardo su letto di condono fresco

 Oca in Biancofiore (o anche viceversa)

CostoLetta d’agnellone alfanato con pepe di cicchitto

 Quagliarelle flambé in titolo V della Costituzione tritato

 Decaduto stagionato su lettone di Putin, con tenere verdurine minorenni

 Porcellum inveterato allo spiedo di Consulta, con risus abundat in ore Calderoli, elettore gabbato e nominati in pastella reale

 Grillini in purezza con chicchi di piantagrane

 Casaleggio grigliato con scie chimiche e scaglie di sirena

 Macedonia parlamentare con usufrutta secca e gocce di vitalizio.

 

 (ce la danno) Da bere

 Napolitano invecchiato (bouquet di seconda legislatura, sentore di monarchia e legno, note di Quirinale perenne, tracce di viva e vibrante soddisfazione)

Costituzione evaporata alle mandorle amare

(annunciare il menù, poi ritirarlo a un quarto d’ora dalla cena, poi ripresentarlo diviso in due, poi ritirarlo, poi…)

 

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Lo Stato Attuale di Massari, 2007

Ebbene sì, abbiamo perso un’altra volta.

 Comincio a pensare che sia colpa mia, e che dovrei farmi togliere il malocchio, o forse dovrei farlo togliere alla mia generazione. Poi mi fermo e mi dico: ma quale sarà mai la mia generazione? Perché da un punto di vista strettamente anagrafico è quella che ha sostenuto il berlusconismo, che trema come una foglia davanti ai cambiamenti e si autodefinisce “moderata” mentre affila il machete per tenere i barbari, gli extracomunitari, Equitalia, i giovani e la giustizia sociale ben lontani dai suoi conti in banca, dai suoi quartieri residenziali e dalle sue rendite di posizione.
E invece io, che sono disorientata e fuori posto dalla nascita, mi riconosco in altre, e ben più diseredate, generazioni: quelle idealiste, molto precedenti o molto successive a me. Quelle sognatrici, perdenti, sconfitte. Nate per perdere, ma non per negoziare, come dice un altro di questa generazione mobile e piena di lividi, Paco Ignacio Taibo II.

 Insomma, la generazione di Pippo Civati. Sì, lui, il terzo incomodo. Il terso incomodo: sono commossa, oggi, per la pulizia, la nettezza, la lucidità con cui analizza quel che è accaduto ma soprattutto fa un piano per quel che potrebbe ancora accadere. Se solo lo volessimo.

Sì, abbiamo perso. Ma non ci siamo persi. Ci siamo trovati (e civati).
 Io ero orfana da molto tempo, e avevo trovato un tetto e una scodella di minestra da Sel (che poi è accanto a Sel che, in Parlamento, sta seduto Civati, e non è un fatto strettamente geografico)(lo dice lui, mica io: leggetelo)(e comunque si era capito).

Sì, non abbiamo vinto. Ma chi ha vinto non sa quello che si è perso.
Che poi dico “perso”, ma so bene – per tutti i motivi romantico-psichiatrici che vi avevo già raccontato – che in fondo, per quanto orrore mi faccia il Pd, il suo impresentabile gruppo dirigente, il suo cumulo di compromessi, il suo attendismo suicida ma anche omicida, il suo gattopardismo democristiano, io ci sono sempre stata. Sono sempre stata parte di quella sinistra fluida ma presente, oppositiva ma piena di senso del dovere, critica ma disciplinata. La sinistra che tutto ha perdonato, tutto ha sperato, tutto ha inghiottito, tutto ha condiviso. La sinistra che, come me, non aspetta altro che appassionarsi, mobilitarsi, costruire: esattamente quello che ha fatto – e qui è il miracolo, qui è la vittoria – Civati.

E arriviamo così al senso di brioscia (cioè io) per il popolo.
Forse, miei adorati, il problema è tutto mio. Io amo il popolo, ma non sopporto la gente. Il popolo è quello della Costituzione, delle rivolte di piazza, di se non ora quando. La gente è quella delle platee, del televoto, dei pullman coi cartelli preconfezionati e il set di pentole. Il popolo s’incazza, la gente applaude. Il popolo è elettore, la gente è cliente.

Forse la mia generazione (quella anagrafica, dico, quella che rinnego ma la Storia se ne frega di me, e pure l’anagrafe) è gente, e non sarà mai popolo.
Forse popolo e gente sono compresenti e a volte sovrapposti, e ci vuole grandissima lucidità, grandissima lungimiranza, grandissimo cuore e intelletto per capirlo e accettarlo.
Forse io sono una radical-chic, alla faccia delle mie buone intenzioni (che pure ci sono, e sono autentiche, lo giuro sul Manuale delle giovani marmotte). Forse anche dentro di me c’è popolo e gente, e io – malgrado le mie ambizioni intellettuali e le mie credenze mitologiche su me stessa – non so distinguerli.
 Forse i miei dubbi sono la parte migliore di me, quella davvero di sinistra (il popolo), e il mio aspirare alle certezze no (quella è la gente).

 Renzi non mi piace affatto, e mai mi piacque. Ho sempre pensato di lui che è come dovrebbe essere uno di sinistra secondo quelli di destra.
Il suo lato piacione mi fa una profonda antipatia, percepisco in lui una parte fumosa che mi insospettisce e una parte opportunista che mi fa orrore. Il suo cattolicesimo dichiarato non mi piace affatto: uno dei pregiudizi a cui sono più affezionata è che i cattolici non possono essere cattolici e guidare un partito di sinistra, che dev’essere luminosamente laico (su questo non negozio, potete insultarmi quanto volete)(vi lancerò solo una maledizione calabrese a vostra insaputa)(ho detto che non sono cattolica, mica che non sono pagana).

Ma ora il partito è suo, e spero ne faccia un buon uso. Io non voglio fare l’errore della gente, non credo nel “muoia Sansone con tutti i Filistei” (e solo gli dei sanno quanti ce n’è, di Filistei, nel Pd). Se Renzi saprà fare qualcosa di buono, che ci traghetti fuori da questa mortificante stagione di stagnanti intese e stabilità mortifera, lo riconoscerò, sia pure a malincuore (sono calabrese: tragediatura e vendicativa ma leale).

  Certo, al momento non mi sento di votare ancora Pd. Non questo Pd che non riconosce Civati come un degno rappresentante. Non questa gente in cui non riconosco il popolo (ma, l’ho già detto, questo forse è solo mio personale astigmatismo politico)(forse).
 Però Civati continua a piacermi. Ho letto i due post successivi alla sconfitta (li linko quaggiù: liggitavvilli), e mi hanno saziata più di un discorso di vittoria. Diciamo che è una diversamente vittoria.

Non ci siamo persi, ci siamo trovati e riconosciuti (non sapete con quanta gioia ho scoperto che avevano votato per Civati le persone che più stimo, le persone che nemmeno mi aspettavo votassero, le persone come me, critiche fino al disgusto ma sempre capaci di rispondere a un appello vero).

Ora il problema è cosa fare di noi.
Lo scopriremo solo vivendo. 

Hasta Quasi Siempre

Ps, leggetevi questi due post. Non è un invito: è un’intimidazione.

http://www.ciwati.it/2013/12/09/siamo-umani/

http://www.ciwati.it/2013/12/10/il-senso-di-un-inizio-la-ricognizione-riprende/

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