Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘referendum’

italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

Annunci

Read Full Post »

 

 

Cominciò l’Isola, che si era sempre sentita isolata. Facemmo il referendum, e ci staccammo dalla Penisola, come persino la natura in fondo aveva sempre suggerito. Poi noi dell’Est – che siamo magnogreci – ci staccammo da quelli dell’Ovest – che sono piuttosto punici, altroché. 

Ma i magnogreci mica sono tutti fratelli: rivendicammo la Messenia come nostra madre, e ci separammo da quei corinzi e calcidesi che non avevano nulla a che fare con noi. Diventammo la libera Repubblica di Messene. Questo fino a quando i quartieri del porto rivendicarono la Falce, i pescatori rivendicarono i laghi salati e tutti gli altri rivendicarono i colli (uno ciascuno, più o meno).

Creammo le Sette Repubbliche, municipalità evolute tra cui esistevano rapporti magnifici e commerci sereni, Peccato che in ciascuna presto i Quartieri del Sud – che sono sempre stati esposti allo scirocco, si sa – non sopportarono di condividere proprio tutto coi Quartieri del Nord, che sono tutta un’altra cosa e non la pensano uguale neppure sui tombini. Fu un bel periodo di pace: si passava tranquillamente da una strada all’altra col passaporto, e il sistema dei baratti aiutava moltissimo (che cambiare moneta ogni volta era onestamente complicato).

Questo fino a quando la Corporazione dei Muratori cominciò a sperimentare l’idea dei muri. Belli, eh, solidi e con deliziose torrette merlate da cui si vedeva tutto lo Stretto e, laggiù, la Penisola (che a sua volta si componeva, all’epoca, di 247 tra repubbliche e federazioni laboriose e pacifiche). A volte ci salutavamo con la mano, da una torretta all’altra. Eravamo proprio felici.

Ora siamo tutti impegnati a rendere più sicuro il condominio: la nuova muraglia ci dà un senso di tranquillità, e presto dichiareremo la nostra indipendenza dal Quartiere Castellaccio (dove comunque si sono già costituiti in libere democrazie elettive i condomini Arcipeschieri, Casazza e Gravitelli).

Poi saremo liberi di organizzarci: che quelli della Palazzina A a volte esagerano, quelli della Palazzina C si sono sempre fatti i fatti loro e in fondo la Portineria e i Garage sono talmente lontani che tanto vale entrare in territorio straniero. Vi dirò la verità: sto pensando di aderire al PP, il Partito del Piano: non sarebbe più semplice – e a dirla tutta anche giusto – che ciascun piano del palazzo fosse autonomo e libero di autoregolamentarsi?

E poi si vedrà: in fondo la mia stanza è bellissima, ha un fornello, un terrazzo di piante aromatiche e pomodorini, una vista meravigliosa e un pc velocissimo: ho bisogno di altro, per dichiarare la mia indipendenza al mondo?

 

Read Full Post »