Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘quousqueblog’

le sette peccatesse tropicalesse danzano come muse ("Concerto" di Casorati)

Premessa, nonché avvertenza: trattasi di famigerato post di sant’antonio, ovvero catena alla quale, per imprecisati motivi a cui la genetica non è estranea ma nemmeno l’apprendimento, non riesco a sottrarmi. La colpa, nel caso, è di atvardi, altrimenti detto sensasenso, altrimenti detto L’uomo nella mezzina: andateci e ditegli il fatto suo (e approfittatene per leggervi qualche post, magari: vale la pena, vale il peccato). Ma si sa, in questi casi le colpe sono bibliche: Strahad generò atvardi e atvardi generò brioche eccetera. E vorrebbero persino che io continuassi la catena di colpe ed espiazioni (in caso, sapete ormai tutti che mi riescono molto meglio le seconde che ho detto), investendo di una nominèscion tre blogger nel mio mirino. Ora, io storicamente non azzecco un’elezione manco per sbaglio, manco per statistica, manco per stocastica: scelgo sempre chi perde – Inter, sinistra, donne, ecc. ecc. – quindi non m’aspetto di scegliere felicemente nemmeno stavolta – nel senso che probabilmente rifiuteranno, e mi toglieranno pure il saluto –  designando fuoridaidenti (che c’ha un che di sulfureo, non possiamo negarlo), Giocatore (che invece c’ha un che di biblico) e demetrio (che ha tutti e due). Vorrei nominare pure Herr Effe, che secondo me coi peccati se la cava egregiamente, ma non so se le blogstar c’hanno l’elettorato passivo.

Infine, il tema sarebbe "i sette peccati capitali", ma io ho pensato che i miei sono tropicali (sì, come quelli dell’omonima – e introvabile – sceneggiatura di Manuel Puig : non l’ho mai letta, ma non importa. E’ uno di quei casi in cui un titolo contiene tutti i mondi necessari e sufficienti). E ho pensato anche che dovrebbero essercene molti di più, di peccati mortali. E anche peccati immortali, di quelli che vale la pena. Magari la prossima catena è questa: posta il tuo peccato capitale, baby. Vabbè. La smetto di cincischiare, e vi lascio. Peccato. 

1) ACCIDIA

Si sveglia nel centro della notte, che è un centro spostato, tra l’ultima fila di lampioni e la linea del bagnasciuga: non è mai abbastanza notte, quando il mare ti luccica indietro ogni chiarore. Stelle, incendi, finestre inquiete, falò, superstrada.
Lei ci mette alcuni secondi a tornare al suo posto. La stanza c’è, i ricordi pure, persino i vestiti sulla poltroncina sembrano i soliti.
“Che hai?” fa lui, che invece vortica ancora altrove, e ha gli occhi sottili come passerelle.
“Niente” fa lei, ed è una verità, in fondo.

2) GOLA

Lei teneva un pacchetto di caramelle tra le cosce. Lui pescava a caso, ma quelle al limone erano le sue preferite. Era capace di succhiarle per ore.
Poi, dormivano.

3) LUSSURIA

L’aveva baciato, almeno mille volte. E lo toccava, lo circondava con le braccia e sfregava il viso contro i peli del petto, che erano folti e ricciuti. Sapeva di rosmarino, pelle conciata, legno di cedro. Era coriaceo, ma anche morbido al tatto. Lei lo sfiorava con attenzione, il fiato sospeso, la peluria del braccio irta, un allarme diffuso tra i punti sensibili – capezzoli, nuca, lobi, ventre, anima.
Poi lo rimetteva sulla gruccia e lo ricacciava in fondo all’armadio.
“Non fa abbastanza freddo, cazzo” diceva ogni volta, a denti stretti.

4) IRA

Avevano cominciato per telefono, a sussurrargli minacce rosso sangue, e lui non c’aveva dato peso. Poi aveva trovato i proiettili sul davanzale: calibro sette e sessantacinque da otto grammi. Li aveva contati, sei, li aveva messi in una busta, e la busta in un cassetto.
Dopo due mesi s’era presentato uno, con gli occhi bassi e il cappello in mano, e gl’aveva chiesto soldi per gli amici carcerati. Lui aveva risposto che non aveva amici carcerati. Quello, uscendo, aveva sbattuto la porta. Era caduto un vetro.
Quindici giorni dopo, avevano abbattuto tutti gli ulivi della proprietà, di notte. Nessuno aveva visto niente, nessuno aveva sentito un rumore di bosco che cade.
Un mese dopo trovò sul bizzolo una latta di benzina e un accendino, verde. Lui se lo mise in tasca, e regalò la benzina a uno degli operai.
Un altro mese, e gli rubarono gli attrezzi e le macchine: il cantiere rimase un buco spalancato. Qualcuno, la notte dopo, rubò anche i fili di rame dell’elettricità, ma forse non c’entrava niente. I ladri di rame sono una razza a parte. Lui, con una lampada, andava di notte a guardare le pozzanghere e i mattoni rotti.
Intanto le banche gli avevano bloccato i soldi, e gli amici quando lo incontravano cambiavano strada.
Un mercoledì gli fecero trovare due teste di capretto mozzate sul cofano dell’auto.
La notte che la sua casa bruciò – tutta, fino alla punta dei comignoli, fino alle radici di cemento conficcate nella pancia dell’isola – accorsero da ogni parte, ma lui non volle che spegnessero il fuoco.
“Sono stato io” ammise alla fine, quando l’alba di ferro cominciò a spuntare dal mare. “Fanculo” aggiunse, e sembrava sereno.

5) AVARIZIA

L’uomo rantola piano, nel vapore del luminal. Ha gli occhi spalancati, e perfettamente ciechi. La bocca trema da un lato, dove la bava s’è incrostata. Il bip dei monitor è quieto, persistente. Il respiro lo insegue, con una nota bassa, esausta. Il condizionatore non funziona, e l’estate batte dita di catrame sulla parete di vetrocemento.
La donna, seduta accanto al letto, sta leggendo l’oroscopo, sul giornale.

6) SUPERBIA

Tiene gli occhi bassi, quando scantona per la via. Lascia come un vuoto nell’aria, e il suo profumo. La odiano tutte, per questo: gli uomini s’accorgono che manca loro qualcosa, quando passa lei. Forse il mese di giugno che si porta nei capelli, il burro del suo incarnato, quella promessa di albicocche, o di granati, o di guerra civile. Si copre il seno, le mani, le caviglie, ma è tutto inutile: splende attraverso gli abiti e i muri, direttamente nell’immaginazione.
La sua finestra è un occhio di fuoco, forse è l’ombelico del mondo. Gli scuri sono chiusi, le tende doppie e tirate, ma tanto è inutile. Lei brucia appena dietro, come un piccolo sole nero.
Certuni le lasciano, di notte, regali dietro l’uscio. Diamanti, topi morti, gardenie. Merletto, bambole, proiettili. Pianoforti, castagne, rose rosse. Non li prende mai: la serva li butta ogni mattina nello sdirrupo.
Certuni si mettono sotto il balcone, ad aspettarla. Ma è inutile. Non s’affaccerà mai, a guardarci.

7) INVIDIA

L’occhio cattivo si disegna nell’acqua al primo tentativo.
La goccia d’olio si fa cadere lungo il mignolo. Si prende dal cucchiaio, l’olio. E la goccia cade lenta nel piatto, che dev’essere bianco e pieno d’acqua pura.
Attorno al piatto ci sono le parole, respirate strette e mezze ingoiate. Attorno alle parole ci sono le donne, attorno alle donne la stanza, attorno alla stanza la casa, attorno alla casa il paese. Ancora attorno la vita, piena d’occhi cattivi che volano nell’aria.
Nell’acqua e nell’olio si vedono tutti.

Read Full Post »

Genova vista da Genova

 Un grande acquario. Grandissimo, a Genova.
Li han messi tutti lì, i blog e i piccoli editori, e la gente passava a guardare e toccare e li vedeva oltre il vetro, che tacevano immersi in silenzi pieni di bollicine oppure filavano leggeri, proiettando ombre di squalo sul fondo della vasca, o inarcando dorsi e sorrisi da delfino, in cerchi a pelo d’acqua, spruzzando gioiosi dallo sfiatatoio, o allargando bracci di corallo, che è una pietra senziente, una pietra animale che sogna d’essere un gioiello che sogna d’essere una donna che sogna d’essere una stella, e stelle marine – anche blog stellamarina, c’erano, nelle vasche, il nome scientifico è blogstars webbensis – stelle polari arricciate color ghiaccio, inavvicinabili, e stelle di carne, e stelle di cartone, e stelle di stelle, precipitate da qualche firmamento e sommerse da popolazioni di sardine, ma anche, all’opposto, stelle salite in cieli di carta – c’era un editore che lo diceva, un pesce persico lacustre e palustre e d’acqua dolce, anche se si fingeva pesce d’oceano, e diceva che no, le stelle marine restano marine e forse nemmeno esistono, e per favore non confondiamo le acque coi cieli, e i laghi coi mari, e che quando sente la parola “blog” a lui gli s’arricciano le pinne, e va nuotare nei fondali delle Biblioteche ad assorbire odore di manoscritti del Mar Morto (ecco, ci sono anche pesci del Mar Morto, pesci salini ciechi e senza carne) – e c’erano piccolissimi piraña con oro sporco sul corpo, e pesci picasso disegnati a mirò, e magnifici scorfani incompresi da tutti, e un pulsare di tulle nella vasca delle meduse, e  placidi  anemoni di mare in forma di papavero – e qualcuno ha detto narké, che è narcosi e narcisismo, e voleva dire anestesia ma tutti abbiamo capito sinestesia, e siamo stati d’accordo, coi nostri lunghi sensi ottici e tattili e tattici diffusi come impulsi nell’acqua – pesci blogger della Fossa delle Marianne, pesci debolmente luminosi, pesci che avvertono l’odore d’una goccia di sangue a chilometri di distanza, pesci-counter e pesci-link e pesci-feed e pesci-roll e pesci nemo – Nettuno o Nessuno , che sono pur sempre storie di mare che Genova, città di sartie e cordami e ponteggi, se le racconta di continuo – e riccinascosti dagli aculei disposti a diadema, e  flounder dai gilet pieni di bottoni, perline, frammenti di specchio, mercanzia di mare della Genova dei banchi e del consolato della seta, Genova di mercanzie e scambi – e qualcuno ha pensato che i blog sono Eufemia, la città dove ci si scambia la memoria, dove “a ogni parola che uno dice, come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”, gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie” – e pesci zop che tiravano dadi e giravano carte e giocavano battaglie navali, e ogni volta il finale cambiava, il galeone s’inabissava e spargeva il suo contenuto di dobloni di cioccolata e bandiere di Jolly Rogers, oppure risaliva in cielo in forma di nube e ripioveva giù nell’acqua, addosso alle mante vestite da sera, alla ritrosìa materna dello squalo nutrice, al battito enigmatico dei cavallucci marini, a pesci Nero+  di ardesia lavorata a fuoco, a bellissimi pesci senza nome, Untitled  si leggeva nel loro manto grigio e setoso, scritto in rune o ideogrammi, che portavano figli e uova e movimenti sinuosi in giro per i fondali, e ne raccoglievano plancton, nutrimenti marini e terrestri, che ritrasformavano in stelle, impulsi, segni, onde, che raggiungevano il  Bigo, il fascio di bracci di carico che moltiplica la natura di naviglio, l’ininterrotta supposizione mediterranea della città, e si sollevavano in alto sull’ascensore panoramico da cui si vedeva Genova medievale e futurista e risorgimentale e colombiana e resistente e portuale e aristocratica e superba fino alle ossa di porfido sprofondate nel basamento liquido del mar ligure, consunte e resistenti, calviniane e sanguinete, e contiane e fossatiane – Bella Signora nostra che appari e scompari, vedi come poco sappiamo di te – e c’era chi proponeva: i blog sono un porto – il porto più grande segnalato da girandole piene di vento, facciate dipinte a colori, affacci d’ansia e torri costiere e immaginazioni che si scontrano: chi viene dal mare vedrà le dune e le alture e bisacce e acqua dolce e mura di calce, chi viene da terra vedrà pinnacoli e maniche a vento e carene e gru e polene protese – e c’era chi giurava: i blog sono un bicchiere  mezzo pieno, per qualcuno mezzo pieno d’acqua, per qualcuno mezzo pieno di polvere d’oro, e c’era chi ribatte
va: i blog sono un immenso rorschach, guardate e riconoscetevi, e la gente guardava, attraverso Genova e pagine e memorie e riconosceva nick e vedeva in trasparenza i nomi, gli  scialli , i ventagli, gli incagli, i ritagli, i giochi e i  giocatori, i  disturbi postraumatici delle amarezze, gli amaretti, i dolcetti, gli scherzetti, gli intelletti , gli effetti ma anche gli  affetti .
Ah, non dimentichiamo i bianchetti (cotti a piastra e serviti su un letto di patate schiacciate, nell’Osteria del Vico Palla) e ovviamente la  focaccia , per piacere.

 Tutto questo per dire che sono stata a Genova, ho visto l’Acquario e Inedita, ho visto amici indispensabili e altri che non vedevo da una vita (tutta la vita, in effetti), ho visto psichiatri ballare la pizzica e editori (alcuni) ballare da soli, ho comprato un numero spropositato di libri e uno l’ho ricevuto in regalo (e ha a che fare con gli occhi dell’anima , per giunta), ho sentito un bellissimo elogio della distanza e ho mangiato cose molto buone. Ho pure conosciuto un oste di nome Walter, e non dirò altro (ma chi c’era, sa di cosa parlo)(giusto per confermare la diffusa opinione che i blogger si parlino addosso come iniziati che non finiscono da nessuna parte). 

Read Full Post »

IL TEMPO CHE HO

stanza ingombra di tempo

 M’ha detto – ma forse non l’ha detto – : dammi tutto il tempo che hai. E io l’ho cercato dappertutto. Nelle tasche era briciole di biscotti, monetine, biglietti pieni di numeri, maiuscole, punti esclamativi, nomi sconosciuti. Sugli scaffali era rilegato in quinterni, cucito a mano o a macchina, incollato alle copertine di carta dura o morbida, trattato con inchiostri diversi. Ogni tanto era disposto in forma di rosa tra una pagina e l’altra, asciutta e sbiadita, pallida eppure tenace.

 Dappertutto era posato sui mobili, sotto le sedie, sotto il tappeto del salotto: era in bioccoli, acari, polveri. Era in minio, oro zecchino, piombo sordo. Era in legno di faggio, terracotta, lana e cotone. Era – di certo – una foglia di cenere in una bolla d’aria, nella pancia del bicchiere da cognac di vetro riciclato. Era anche nelle bottiglie, infatti: le uve s’erano perdute in zucchero e alcol, avevano meditato e fermentato e s’erano caricate di sfumature sanguigne, porpora, rubino.

 Non finiva di trasformarsi, d’altronde, in cucina: le farine perdevano memoria della macina, le olive del frantoio, il sale dell’acqua di mare. La mela diventava simbolo, il vitello vittima, il pane corpo.

 Mi scappava dalle mani, così irraggiungibile, contiguo e diverso.
Lo cucivo a punto stretto nelle vesti, rifacevo l’orlo di continuo, lo rimisuravo – gli spilli tra le labbra strette, lo specchio spalancato, come sempre, a inghiottirci tutti e due, me e lui. E poi lo sprimacciavo, e cambiavo le federe, e lisciavo la sovracoperta imbottita.

 Poi mi ci coricavo sopra e dentro, e sognavo di lui. Sognavo di trovarlo, di raggiungerlo, finalmente. Ma proprio in quel momento ero già sveglia, ero già dopo.

perché io sono tendenzialmente  pandemica e virale, e non c’è catena di testi e sant’antoni che non m’allacci subito. quindi ho scritto il mio tempo, in questo contenitore di tempi immaginato da  Salto del Canale e diretto a  Ineditablog. ma il tempo è orizzontale o verticale? io sospetto tutti e due. qui nel blog, per dire, il tempo è lungo la linea dei link, che confina con l’orizzonte, e anche sopra e sotto, giù nel pozzo e su su fino alla soffitta del post, che puoi modificare quanto vuoi, truccare, acconciare, fargli la plastica al naso e al seno, liposuggerlo, e anche condirlo con sugo di peperoni e rosmarino, cuocerlo nei commenti a fuoco lento (la cucina è scuola di tempo, come l’alchimia, l’amore e la scrittura), rosolarlo, immaginarlo daccapo, e di nuovo e ancora.  

Read Full Post »

FERMATI

allo specchio

Batteva nelle tempie, batteva.
Così: uno-due, uno-due. Carmosina credeva d’essere uscita pazza. Che non bastava che Pietro se lo fossero portato, nel vestito buono e dentro la cassa lucida, di noce. Le dita chiuse, la bocca molle, il suo peso gigantesco d’uomo fermo come la pietra.
Uno-due, uno-due, dentro la testa, giorno e notte.
Non era il cuore e non era il presentimento. Non era nemmeno lo scirocco, ché da quando Pietro era morto soffiava una tramontana che faceva lagrimare gli occhi e allontanava il mare oltre il bordo del mondo. Allora – ed era raro – la montagna prendeva il sopravvento, curva coi suoi uncini e malvagia da mille anni. Ti strappava i vestiti e ti rendeva difficile persino il dolore, colle sue unghiate.

Uno-due, uno-due, uno-due.

Non era il rumore solito del mondo, c’era qualcosa fuori posto, che sporgeva e batteva, come gli assiti malfermi del paese chino sotto la tramontana. Uno-due, e Carmosina si ripassava in mente tutte le cose ch’aveva fatto.
Sì, aveva coperto gli specchi. La morte non doveva trovarsi bella e rimanere, per la pace di dio. La morte doveva fare il suo lavoro e poi andarsene. Poteva restarsene seduta sulle sue piume per tutto il tempo, mentre le donne piangevano e si strappavano i capelli attorno alla cassa spalancata, e gli uomini sedevano zitti nella stanza del lutto degli uomini, con le sedie contro le pareti e gli sguardi fissi. Poteva starsene a lisciarsi i capelli, la morte, mentre le donne raccomandavano a Pietro di incontrare, lassù, questo e quello, e dirgliele, le cose che erano successe in terra, che i morti – si sa – non sanno più niente e soffrono quanto noi.
Ma poi se ne doveva andare, dietro al corteo, con l’abito di cretonne che sfiorava la strada e il medaglione nero che batteva sul petto secco, se ne doveva andare pure lei.

Uno-due, uno-due, uno-due.

Aveva messo i pugni di sale alle finestre, perché il diavolo si bruciasse i piedi, a entrare. Aveva vestito il morto da sola, sollevando le sue carni di gigante e tenendo stretta coi denti la pietà. Gl’aveva chiuso la bocca legando una pezza di lino bianco, perché ai morti, tutti, viene quell’espressione di stupore, che non ci vogliono credere nemmeno loro, e sono pochi quelli che si rassegnano. Gl’aveva tolto la fede – di quello era sicura, perché quel battito non era l’oro che voleva uscire, e poi la fede se l’era messa al collo, e pesava e scottava come il ghiaccio sulla pelle dei seni. Aveva tolto con cura la croce dal rosario che gl’aveva intrecciato alle dita – che poi le dita dei morti non s’intrecciano più, con niente, restano pallide, svogliate e prive di tocco da dentro, che la morte comincia dalle mani, certe volte, se le prende subito, diventano di cera quando ancora tutto il resto sembra come prima, come qui.

Uno-due uno-due uno-due.

E si dannava, Carmosina. Perché era il rumore sconnesso di quando la terra non gira giusta sui cardini, l’equinozio arriva cigolando, l’olio sedimenta nelle bottiglie e il carbone non brucia. Cercava un appiglio nel cielo, guardando con occhi di falco femmina la strada stellata che la tramontana faceva luccicare, vicina a un palmo. Cercava un appiglio dentro se stessa, nella colata di granito e mele cotogne che era la sua anima, o il suo corpo, che è uguale. Non c’era niente, niente se non quel battito, uno-due uno-due uno-due.

Non dormì e non sognò, e nell’ora di nessuno, attorno alle tre, quando fuori la solitudine della terra era spaventosa e i morti nelle loro celle di pietra erano i più soli di tutti, lo capì di colpo.
Corse al cimitero, dove il battito era fortissimo e faceva pure muovere il cancello, i cipressi, la fiamma dei lumini. Uno-due uno-due uno-due.
Pure le stelle s’accendevano e si spegnevano secondo quel ritmo fuori posto, come alla fine del mondo. E il punto preciso era la tomba di Pietro, l’ossario sprofondato dove l’umidità era una corona di foglie e fango. Uno-due uno-due, Carmosina s’avvicinò alla cassa e quasi cadde, che il rumore spostava l’aria, faceva tremare il lastrico di pietra.
Uno-due uno-due uno-due.
Un attimo prima d’urlare Carmosina si ricordò: non gl’aveva preso l’orologio. Il suo tempo,da qualche parte nel taschino, continuava, e non doveva.

L’alba salì in un arco perfetto, tre ore dopo: Carmosina, tra le mani insanguinate e strappate, stringeva un orologio. Fermo, finalmente.

liberamente as-tratto da una frase del romanzo di Demetrio Paolin "Il pasto grigio", Untitled Editori : "e l’orologio, che scandiva le ore di un defunto", che ha già ispirato Herr Effe qui , e chissà quanto figlierà ancora. Le parole sono anche semi, altroché.

Read Full Post »

pittura marginale

Stai attento, non ti sporgere dal bordo.
Scrivi dentro ai margini.
Non camminare sull’orlo.
Imbastisci e poi fai l’orlo, a doppio filo.
Ritaglia il bordo.
Segui il profilo.

 Ma non c’è niente da fare: i bordi si prendono tutto lo spazio, lo sguardo si spinge oltre il bordo, e il passo anche, e i confini, i confini si spostano di continuo in avanti, come i desideri, col loro orlo tagliente. Dalle ferite – che sono fatte di margini, carni divise, labbra – sgorgano sangue, fragole, bemolli. Sogni singoli e doppi, valigie di cartone, scialli e ventagli, numeri decimali.
Le ferite aprono nuovi margini, che poi si chiudono.
I passi aprono nuovi confini, che poi separano ciò che hanno unito.
Lo sguardo, e le parole, sono ferite e passi.
E hanno magnifiche ombre, che sono un profilo pieno di buio, tutte margine.

 Di questo, ma anche di molto molto altro, parlano – stavolta – i margini di sacripante!, scritture metamorfiche e inimmarginabili che si sporgono sempre dal bordo (sono inquiete, di notte ululano e mormorano e sussurrano e mugolano, e ci inquietano sempre un poco, di là dal recinto).
Potete guardarle da sotto, appese come germogli, prede o lampade di carta. Potete guardarle da sopra, sbilanciate quasi a cadere di sotto, nel mare, dove le onde disegnano altri profili, bordi di schiuma, orli che dividono l’indivisibile acqua.

Read Full Post »

ETERACLITO

biblioteca

 Qui si parlava – dottamente – di Babele, che è il posto dove vanno le parole quando muoiono, o quando nascono. Si parlava di Borges, che è il portinaio del paradiso delle parole, e delle sue profezie mascherate da enciclopedie, o viceversa.
Si parlava di Rete, che ad alcuni piace per i nodi, ad altri per i buchi: in effetti, la Rete è – assieme – ciò che tiene e ciò che passa attraverso, ciò che resta impigliato e ciò che trascina. E mai la stessa acqua passa sotto gli stessi ponti.
Si parlava di una cosa bellissima pure a dirsi (sentite che retrogusto di cioccolato modicano?): eterotopia.

L’eterotopia è un luogo reale che costituisce una sorta di contro-luogo: un’utopia effettivamente realizzata, nella quale il luogo reale viene al contempo rappresentato, contestato e sovvertito.

 Ah, c’è un’altra parola che mi sembrava brillasse: eteroclito.
C’è chi nasce con gli occhi azzurri, chi con i fianchi rotondi, e chi con una magnifica etimologia: eteroclito ha tutte queste cose. Viene da hetero e klinein: declinare altrimenti, inclinarsi in un altro modo, lungo un altro versante. O inclinarsi – magari – verso l’alto, direzione Babele. Chi può dirlo.

 In questa sterminata Biblioteca di Babele  dove gli scaffali cambiano continuamente di posto, i libri non scritti si scrivono, o viceversa, i libri scritti si spostano, s’inclinano, declinano, perclinano in un altro modo.
Essì, perché qui siamo dentro la Biblioteca. Guardate: ciascuno di noi la scrive da dentro, perché ci sono tanti centri quanti sono gli scriventi, e ciascuno è una sorta di Aleph, dove è ricompreso ciascuno degli altri, ed è ricompreso – perché qui virtuale non è solo lo spazio, ma pure il tempo – anche il continuo scriversi e modificarsi dei margini di ciascuna scrittura.

 Poi, ieri, qui s’è compiuto pure un lieto evento: i libri Untitl.Ed hanno trovato carta, peso  e misura. Sotto l’Untitled hanno titoli, e sotto i titoli, e sotto le scritture che li hanno propiziati, germinati, concimati – e stanno anche loro qui, in alcuni scaffali – hanno scritture, le proprie.

 Sì, pure prima erano qui, come i tantissimi libri non scritti, non esattamente scritti, non ancora scritti, non del tutto scritti. Ma proiettavano ombre, su una parete della Biblioteca, e quelli di Untitl.Ed , che sono bravi a guardare un’ombra e dire: è un fenicottero, guarda. No, che dici, è una farfalla. Ma no, è una balena bianca, o un pasto grigio. Un vedrai vedrai. Un voice recorder. Insomma, quelli lì se ne sono andati in giro per la Biblioteca, a cercare alcuni scaffali, alcuni libri.

Con la lanterna, di notte, certe volte mettevano paura: ci sono i fantasmi? chiedevano i bambini.
Beh sì, tutte le biblioteche sono infestate da fantasmi . L’ombra delle voci – dei libri – a vederla, sembra un fantasma. Ma ci dice che forma ha quella voce (e poi, si può sempre leggerla sui muri).

 Bene, un in bocca al lupo agli Untitl.Ed e ai loro scaffali presenti, passati e futuri. Un saluto speciale – e un bicchiere di rosso di Cirò – a demetrio.
Noi, comunque, quaggiù, aguzziamo la vista sullo Stretto, aspettando di veder passare uno stormo di contrassegni.

Read Full Post »

INCONTRO CON G.

porta sul mare

G. ha una superficie limpida, attenta, cautamente riflettente.
S’appropria della luce con discrezione, così come con garbo porta gli occhiali sottili appesi al collo – si direbbe che c’è una spontanea affinità tra lui e gli strumenti di visione, coi quali, infatti, non ha alcun bisogno di dialogare – e ravvia i capelli brizzolati, disciplinati in mille direzioni diverse da un taglio magnifico, che non rinuncia a nulla – onde, riccioli, ciocche spioventi.
G. porta il bianco come una naturale conseguenza sulla pelle abbronzata, porta uno zaino di cuoio, porta un anello sottile, porta una curiosità troppo cortese per sporgere abbastanza da fare ombra.
G. ha uno sguardo saettante, ma totalmente nascosto. Ha il dono – visibile – di percepire il punto esatto in cui si trova, o può trovarsi, la cifra d’un corpo, un paesaggio, un insieme di forme. Allora scosta con garbo il velo opaco, e indica, e tu non puoi non vedere. Ti stropicci gli occhi, mentre lui torna, con mezzo passo all’indietro, nel suo specchio sommesso.

“Noi abbiamo memoria della sintassi delle foglie, dell’acqua, del legno, dei corpi: è una memoria che ci accompagna”: lo dice scusandosi, ma tutti vediamo sprizzare le scintille, e riconosciamo l’odore di sale, ozono  e nardo dell’intelligenza. In fondo, la sua professione è questa: G. si occupa di sintassi profonda. Dei ritmi ancestrali sepolti nella sequenza di corpi, forme, segni tra i quali ci muoviamo, che prendiamo a prestito per parlare, muoverci, mangiare, esprimerci. Imprimerci.

Nell’incontro breve e lieve devo schermarmi gli occhi, fuggire un poco, scivolare un passo avanti o indietro mentre gli mostro lo Stretto – che ieri era nitido fino a ferire, con la Calabria che potevi contare casa per casa e le correnti docili e uniformi sotto il petto bianco delle navi.
Gli offro gelato di ricotta, caffè con la granita, la facciata di pietra del Monte di pietà, la città a dismisura che si mangia lo spazio e l’aria. Il campanile d’oro finto, un ricordo di rintocchi, il vecchio faro, la nuova fontana.
Ne prendo la fame d’isole, i colombari greci, il fumo sottile delle Camel. Il modo in cui pronuncia la parola “marocco” – la fronte corrucciata per un attimo in direzione d’un imbarco, una possibilità – muove i polsi, fa saggiare l’assenza – momentanea, perenne, involontaria, perseguita – d’artigli. I chilometri, le miglia marine, le tolde. Di certo corda, cartone, ferro e legno: la materia gli parla incessantemente. Non smette di dialogare con lui, a qualche livello profondo di cui nemmeno si percepisce il bisbiglio.
Non è attingibile, invece, in alcun modo la sua riserva di libertà, che G. cela in luoghi esclusivamente a lui noti, lasciando solo che riverberi, come il tramonto da questo lato dell’isola.

I nostri blog, intanto, si fanno lievi tracce di fumo, come gli incendi sulle colline lontanissime: i corpi di rado riassumono le scritture. Le voci, forse. La sua è roca, sinuosa, proveniente da luoghi remoti. Il suo blog spesso m’è sembrato una sciarpa di seta, o di quelle lane impalpabili tessute d’aria. I lembi s’agitano pianissimo al vento. Lui è bravo a restarne lontano, così di corda e di cotone com’è.

Non ho il coraggio d’invitarlo a cena: la sua cortesia mi rende difficile leggere, nei suoi occhi, la mia scrittura, il mio insieme ingombrante di segni, l’ansia che spinge e si dilata negli aggettivi, occupa lo spazio interlineare, gocciola nelle brocche degli avverbi, nel mio modo d’allargare le dita e le vocali, mentre parlo. Anch’io sono vestita di bianco, ma è un vecchio trucco ottico: è più impenetrabile del nero. 

Non mi somiglio talmente che mi viene da piangere. Incontrare gli altri è sempre misurarsi, e trovarsi della misura sbagliata.

Dedicato a G., che sa. E in margine alla discussione su corpi e scritture, su blogger e incontri, su scrivere e fare, in corso da Giocatore qui  e qui.

Read Full Post »