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Posts Tagged ‘primarie Pd’

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Lo Stato Attuale di Massari, 2007

Ebbene sì, abbiamo perso un’altra volta.

 Comincio a pensare che sia colpa mia, e che dovrei farmi togliere il malocchio, o forse dovrei farlo togliere alla mia generazione. Poi mi fermo e mi dico: ma quale sarà mai la mia generazione? Perché da un punto di vista strettamente anagrafico è quella che ha sostenuto il berlusconismo, che trema come una foglia davanti ai cambiamenti e si autodefinisce “moderata” mentre affila il machete per tenere i barbari, gli extracomunitari, Equitalia, i giovani e la giustizia sociale ben lontani dai suoi conti in banca, dai suoi quartieri residenziali e dalle sue rendite di posizione.
E invece io, che sono disorientata e fuori posto dalla nascita, mi riconosco in altre, e ben più diseredate, generazioni: quelle idealiste, molto precedenti o molto successive a me. Quelle sognatrici, perdenti, sconfitte. Nate per perdere, ma non per negoziare, come dice un altro di questa generazione mobile e piena di lividi, Paco Ignacio Taibo II.

 Insomma, la generazione di Pippo Civati. Sì, lui, il terzo incomodo. Il terso incomodo: sono commossa, oggi, per la pulizia, la nettezza, la lucidità con cui analizza quel che è accaduto ma soprattutto fa un piano per quel che potrebbe ancora accadere. Se solo lo volessimo.

Sì, abbiamo perso. Ma non ci siamo persi. Ci siamo trovati (e civati).
 Io ero orfana da molto tempo, e avevo trovato un tetto e una scodella di minestra da Sel (che poi è accanto a Sel che, in Parlamento, sta seduto Civati, e non è un fatto strettamente geografico)(lo dice lui, mica io: leggetelo)(e comunque si era capito).

Sì, non abbiamo vinto. Ma chi ha vinto non sa quello che si è perso.
Che poi dico “perso”, ma so bene – per tutti i motivi romantico-psichiatrici che vi avevo già raccontato – che in fondo, per quanto orrore mi faccia il Pd, il suo impresentabile gruppo dirigente, il suo cumulo di compromessi, il suo attendismo suicida ma anche omicida, il suo gattopardismo democristiano, io ci sono sempre stata. Sono sempre stata parte di quella sinistra fluida ma presente, oppositiva ma piena di senso del dovere, critica ma disciplinata. La sinistra che tutto ha perdonato, tutto ha sperato, tutto ha inghiottito, tutto ha condiviso. La sinistra che, come me, non aspetta altro che appassionarsi, mobilitarsi, costruire: esattamente quello che ha fatto – e qui è il miracolo, qui è la vittoria – Civati.

E arriviamo così al senso di brioscia (cioè io) per il popolo.
Forse, miei adorati, il problema è tutto mio. Io amo il popolo, ma non sopporto la gente. Il popolo è quello della Costituzione, delle rivolte di piazza, di se non ora quando. La gente è quella delle platee, del televoto, dei pullman coi cartelli preconfezionati e il set di pentole. Il popolo s’incazza, la gente applaude. Il popolo è elettore, la gente è cliente.

Forse la mia generazione (quella anagrafica, dico, quella che rinnego ma la Storia se ne frega di me, e pure l’anagrafe) è gente, e non sarà mai popolo.
Forse popolo e gente sono compresenti e a volte sovrapposti, e ci vuole grandissima lucidità, grandissima lungimiranza, grandissimo cuore e intelletto per capirlo e accettarlo.
Forse io sono una radical-chic, alla faccia delle mie buone intenzioni (che pure ci sono, e sono autentiche, lo giuro sul Manuale delle giovani marmotte). Forse anche dentro di me c’è popolo e gente, e io – malgrado le mie ambizioni intellettuali e le mie credenze mitologiche su me stessa – non so distinguerli.
 Forse i miei dubbi sono la parte migliore di me, quella davvero di sinistra (il popolo), e il mio aspirare alle certezze no (quella è la gente).

 Renzi non mi piace affatto, e mai mi piacque. Ho sempre pensato di lui che è come dovrebbe essere uno di sinistra secondo quelli di destra.
Il suo lato piacione mi fa una profonda antipatia, percepisco in lui una parte fumosa che mi insospettisce e una parte opportunista che mi fa orrore. Il suo cattolicesimo dichiarato non mi piace affatto: uno dei pregiudizi a cui sono più affezionata è che i cattolici non possono essere cattolici e guidare un partito di sinistra, che dev’essere luminosamente laico (su questo non negozio, potete insultarmi quanto volete)(vi lancerò solo una maledizione calabrese a vostra insaputa)(ho detto che non sono cattolica, mica che non sono pagana).

Ma ora il partito è suo, e spero ne faccia un buon uso. Io non voglio fare l’errore della gente, non credo nel “muoia Sansone con tutti i Filistei” (e solo gli dei sanno quanti ce n’è, di Filistei, nel Pd). Se Renzi saprà fare qualcosa di buono, che ci traghetti fuori da questa mortificante stagione di stagnanti intese e stabilità mortifera, lo riconoscerò, sia pure a malincuore (sono calabrese: tragediatura e vendicativa ma leale).

  Certo, al momento non mi sento di votare ancora Pd. Non questo Pd che non riconosce Civati come un degno rappresentante. Non questa gente in cui non riconosco il popolo (ma, l’ho già detto, questo forse è solo mio personale astigmatismo politico)(forse).
 Però Civati continua a piacermi. Ho letto i due post successivi alla sconfitta (li linko quaggiù: liggitavvilli), e mi hanno saziata più di un discorso di vittoria. Diciamo che è una diversamente vittoria.

Non ci siamo persi, ci siamo trovati e riconosciuti (non sapete con quanta gioia ho scoperto che avevano votato per Civati le persone che più stimo, le persone che nemmeno mi aspettavo votassero, le persone come me, critiche fino al disgusto ma sempre capaci di rispondere a un appello vero).

Ora il problema è cosa fare di noi.
Lo scopriremo solo vivendo. 

Hasta Quasi Siempre

Ps, leggetevi questi due post. Non è un invito: è un’intimidazione.

http://www.ciwati.it/2013/12/09/siamo-umani/

http://www.ciwati.it/2013/12/10/il-senso-di-un-inizio-la-ricognizione-riprende/

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Civati, proprio così

Ho cercato di smettere e ci sono riuscita: non voto più Pd da un sacco di tempo. Ma non ne sono del tutto fuori, visto che continuo a incazzarmi esattamente come prima, anzi pure di più. E poi è in un certo senso una responsabilità sociale, preoccuparsi della sinistra, tutta quanta: se si è messa la maglia di lana (sì, pure troppe), se ha il mal di pancia (no, mai quando dovrebbe), se gli attacchi di Alzheimer di cui soffre periodicamente sono reversibili (non tutti).

Che poi si fa presto a dire sinistra, ma certo alcune, di sinistre, non si somigliano tra loro nemmeno da lontano, come mia zia Mariella e il nipote Pierluigi il commercialista, che penseresti che non possono essere parenti, e forse neppure della stessa specie (saremo mica tutti umani, no?). E non apriamo nemmeno il capitolo della somiglianza tra la sinistra centrale e le sinistre periferiche, che lì sono davvero cose sinistre e persino destre, per quanto possa sembrare assurdo (posto che esista ancora, dopo quel che abbiamo visto e votato, la categoria dell’assurdo)(poi comunque, se avete tempo, googlatevi, per esempio, Pd e Messina, tanto per).

No, non chiedetemi cosa ho votato finora, perché non ho il tempo e le forze per sostenere contraddittori su Verdi, Bertinotti, Vendola (sì, l’ho visto il video, grazie) e persino il mio diletto sindaco Accorinti, uno dei pochissimi candidati che mi sia mai riuscito d’eleggere, nella mia non breve carriera di elettrice (questo perché minoritari si nasce, e io modestamente lo nacqui).

Lo so, come tanti di noi comunque pochi (questo non è un Paese per sinistre, e forse neppure un universo, per sinistre), ho creduto a un certo numero di balle, mi sono appassionata a un certo numero di progetti insostenibili, a volte di personaggi insostenibili, ho pensato che l‘utopia fosse un obiettivo realistico (si chiama realismo magico, ho appreso poi. Meglio così).
Insomma, ho più o meno le cicatrici di tutti, le mollette “io ci tengo” di tutti, le disillusioni di tutti (vuoi salire a vedere la mia collezione di disillusioni politiche?), le ferite da fuoco amico di tutti, le ricevute da due euro di tutti. Però onestamente niente, quaggiù nella zona equatorial-polare della sinistra, quaggiù nel limbo dell’imposizione di Letta e di governo, quaggiù tra i rottami delle gioiose macchine da guerra, tra i set di smacchiatura giaguari fatti a Taiwan, niente è stato mai paragonabile alla meschineria di questi tempi ipocriti, largamente fraintesi, vigliacchi, democretini e tartufeschi. Tempi di cui sono degni testimonial personaggi – per dire – come Letta o Fazio.

E qui veniamo al punto: il Pd di oggi da tempo mi pare la terra dei fuochi della sinistra. Quello che brilla no, non è il sol dell’avvenire: è un rogo tossico. Il Pd mi ha delusa, nauseata, innervosita, disgustata, fatta incazzare, depressa in una ingegnosa varietà di modi e forme. Su qualunque cosa: economia, elezioni, candidature, opposizione, diritti civili, pensioni, scuola, lotta a Berlusconi, intesa con Berlusconi, patto di non belligeranza con Berlusconi, pattina di Berlusconi, bicamerale, biforcuta (lingua), bipolare (disturbo).
Onestamente, non meriterebbe ancora la mia attenzione.
Ma se non soffrissi di coazione a ripetere probabilmente non sarei tornata a votare, a votare a sinistra e a incazzarmi. Forse non sarei nemmeno di sinistra, non so (prima o poi bisognerà scrivere un Dsm della politica).
Comunque, questa lunga premessa per dirvi che alle primarie di domenica voterò. E voterò Pippo Civati. Perché sono persuasa che non c’entri un cavolo con il Pd, e io, che sono di sinistra, adoro i cavoli a merenda. Dunque il mio prossimo obiettivo d’irrealismo magico, utopismo coatto e romanticismo politico-psichiatrico sarà non cercare di piantare un Civati nel mezzo del Pd, ma – pensate – costruire un Pd attorno a Civati.

Pura follia, lo so.

Seguo Civati da un sacco di tempo: da quando era consigliere regionale della Lombardia, e aveva fatto una serie di cose di quelle che ti dici “toh, ma è possibile che questo sia del Pd? No, dai, hai capito male”. E invece.
Lo leggo tutti i giorni sul suo blog e su twitter: non c’è mai una nota frettolosa, inutile o anche solo esornativa. Non c’è mai una nota furba, posticipata, attenta alle rassegne stampa. Civati ha cose da dire, e le dice. Dopotutto, le cose si dicono, dicendole: e questa cosa di dirle, le cose, mentre succedono, è pressoché rivoluzionaria, nel Pd tartufo e schermato e scivoloso e sfuggente come una dc qualsiasi.
E le cose si fanno, facendole: tipo mettere su una mozione contro la Cancellieri, mentre il pavido Pd, stuPd, Pdement, si nasconde sotto il tavolo. E sbattersi per farla sostenere, e non riuscirci. Mentre altri si fanno belli con dichiarazioni senza sostanza e senza peso, cambiando verso in continuazione.

Trovo Civati chiaro, nitido, conseguente in ogni punto: non ha mai smentito nulla di quel che ha detto, non ha mai fatto retromarcia per opportunismo e a favore di telecamera.
Ha le posizioni più nette – lo dico perché è una cosa che mi sta molto a cuore – sui diritti civili, che sono il campo minato dello stuPd, infestato di cattolici e battipetto, binettato pesante.
Ha un’idea vera di partecipazione.
Fa le battute perché è ironico e intelligente, non perché gli servono gli slogan: il suo linguaggio ha l’articolazione del pensiero, non i fulmini dello spot.
Insomma, ho sempre pensato che se Civati non fosse del Pd sarebbe il mio candidato perfetto.

E poi mi sono detta: ma le cose possono civatare, civatandole? Chissà.

Così domenica andrò a votarlo.
Hai visto mai.

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