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Posts Tagged ‘Pippo Civati’

Lo Stato Attuale di Massari, 2007

Ebbene sì, abbiamo perso un’altra volta.

 Comincio a pensare che sia colpa mia, e che dovrei farmi togliere il malocchio, o forse dovrei farlo togliere alla mia generazione. Poi mi fermo e mi dico: ma quale sarà mai la mia generazione? Perché da un punto di vista strettamente anagrafico è quella che ha sostenuto il berlusconismo, che trema come una foglia davanti ai cambiamenti e si autodefinisce “moderata” mentre affila il machete per tenere i barbari, gli extracomunitari, Equitalia, i giovani e la giustizia sociale ben lontani dai suoi conti in banca, dai suoi quartieri residenziali e dalle sue rendite di posizione.
E invece io, che sono disorientata e fuori posto dalla nascita, mi riconosco in altre, e ben più diseredate, generazioni: quelle idealiste, molto precedenti o molto successive a me. Quelle sognatrici, perdenti, sconfitte. Nate per perdere, ma non per negoziare, come dice un altro di questa generazione mobile e piena di lividi, Paco Ignacio Taibo II.

 Insomma, la generazione di Pippo Civati. Sì, lui, il terzo incomodo. Il terso incomodo: sono commossa, oggi, per la pulizia, la nettezza, la lucidità con cui analizza quel che è accaduto ma soprattutto fa un piano per quel che potrebbe ancora accadere. Se solo lo volessimo.

Sì, abbiamo perso. Ma non ci siamo persi. Ci siamo trovati (e civati).
 Io ero orfana da molto tempo, e avevo trovato un tetto e una scodella di minestra da Sel (che poi è accanto a Sel che, in Parlamento, sta seduto Civati, e non è un fatto strettamente geografico)(lo dice lui, mica io: leggetelo)(e comunque si era capito).

Sì, non abbiamo vinto. Ma chi ha vinto non sa quello che si è perso.
Che poi dico “perso”, ma so bene – per tutti i motivi romantico-psichiatrici che vi avevo già raccontato – che in fondo, per quanto orrore mi faccia il Pd, il suo impresentabile gruppo dirigente, il suo cumulo di compromessi, il suo attendismo suicida ma anche omicida, il suo gattopardismo democristiano, io ci sono sempre stata. Sono sempre stata parte di quella sinistra fluida ma presente, oppositiva ma piena di senso del dovere, critica ma disciplinata. La sinistra che tutto ha perdonato, tutto ha sperato, tutto ha inghiottito, tutto ha condiviso. La sinistra che, come me, non aspetta altro che appassionarsi, mobilitarsi, costruire: esattamente quello che ha fatto – e qui è il miracolo, qui è la vittoria – Civati.

E arriviamo così al senso di brioscia (cioè io) per il popolo.
Forse, miei adorati, il problema è tutto mio. Io amo il popolo, ma non sopporto la gente. Il popolo è quello della Costituzione, delle rivolte di piazza, di se non ora quando. La gente è quella delle platee, del televoto, dei pullman coi cartelli preconfezionati e il set di pentole. Il popolo s’incazza, la gente applaude. Il popolo è elettore, la gente è cliente.

Forse la mia generazione (quella anagrafica, dico, quella che rinnego ma la Storia se ne frega di me, e pure l’anagrafe) è gente, e non sarà mai popolo.
Forse popolo e gente sono compresenti e a volte sovrapposti, e ci vuole grandissima lucidità, grandissima lungimiranza, grandissimo cuore e intelletto per capirlo e accettarlo.
Forse io sono una radical-chic, alla faccia delle mie buone intenzioni (che pure ci sono, e sono autentiche, lo giuro sul Manuale delle giovani marmotte). Forse anche dentro di me c’è popolo e gente, e io – malgrado le mie ambizioni intellettuali e le mie credenze mitologiche su me stessa – non so distinguerli.
 Forse i miei dubbi sono la parte migliore di me, quella davvero di sinistra (il popolo), e il mio aspirare alle certezze no (quella è la gente).

 Renzi non mi piace affatto, e mai mi piacque. Ho sempre pensato di lui che è come dovrebbe essere uno di sinistra secondo quelli di destra.
Il suo lato piacione mi fa una profonda antipatia, percepisco in lui una parte fumosa che mi insospettisce e una parte opportunista che mi fa orrore. Il suo cattolicesimo dichiarato non mi piace affatto: uno dei pregiudizi a cui sono più affezionata è che i cattolici non possono essere cattolici e guidare un partito di sinistra, che dev’essere luminosamente laico (su questo non negozio, potete insultarmi quanto volete)(vi lancerò solo una maledizione calabrese a vostra insaputa)(ho detto che non sono cattolica, mica che non sono pagana).

Ma ora il partito è suo, e spero ne faccia un buon uso. Io non voglio fare l’errore della gente, non credo nel “muoia Sansone con tutti i Filistei” (e solo gli dei sanno quanti ce n’è, di Filistei, nel Pd). Se Renzi saprà fare qualcosa di buono, che ci traghetti fuori da questa mortificante stagione di stagnanti intese e stabilità mortifera, lo riconoscerò, sia pure a malincuore (sono calabrese: tragediatura e vendicativa ma leale).

  Certo, al momento non mi sento di votare ancora Pd. Non questo Pd che non riconosce Civati come un degno rappresentante. Non questa gente in cui non riconosco il popolo (ma, l’ho già detto, questo forse è solo mio personale astigmatismo politico)(forse).
 Però Civati continua a piacermi. Ho letto i due post successivi alla sconfitta (li linko quaggiù: liggitavvilli), e mi hanno saziata più di un discorso di vittoria. Diciamo che è una diversamente vittoria.

Non ci siamo persi, ci siamo trovati e riconosciuti (non sapete con quanta gioia ho scoperto che avevano votato per Civati le persone che più stimo, le persone che nemmeno mi aspettavo votassero, le persone come me, critiche fino al disgusto ma sempre capaci di rispondere a un appello vero).

Ora il problema è cosa fare di noi.
Lo scopriremo solo vivendo. 

Hasta Quasi Siempre

Ps, leggetevi questi due post. Non è un invito: è un’intimidazione.

http://www.ciwati.it/2013/12/09/siamo-umani/

http://www.ciwati.it/2013/12/10/il-senso-di-un-inizio-la-ricognizione-riprende/

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