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Posts Tagged ‘natalitudini’

la casa blu per il 2009

Preferisco sottintendere.
Preferisco il pomodoro con il pane.
Preferisco essere smentita da ottime evidenze.
Preferisco il cinema alla tivù, e il teatro al cinema, e la vita quando impara da tutti e due e viceversa.
Preferisco i viaggi nel tempo alle agenzie di viaggio.
Preferisco le parole cariche come nuvole temporalesche.
Preferisco farcire.
Preferisco la prima impressione.
Preferisco i sogni della fine della notte.
Preferisco le bugie vere alle verità bugiarde.
Preferisco ricordare che riuscire a dimenticare.
Preferisco gli usignoli, ma anche i corvi, che cantano sull’albero genealogico.
Preferisco l’odore muschiato delle tigri.
Preferisco conservare le cose, perché le vita ama sprecarsi e non è giusto.
Preferisco giudicare: è quello che ci distingue dagli animali.
Preferisco ridere: anche quello ci distingue dagli animali.
Preferisco i luoghi che ti mantengono giovane e ti salvano dalla banalità, come lo Stretto, i sette mari, i paesi di mezza costa, certe città. Nessuna montagna, però.
Preferisco fare.
Preferisco la bellezza, ma so che costa carissima.
Preferisco coniarmi da me il denaro.
Preferisco i capelli lunghi.
Preferisco gli avverbi di modo.
Preferisco i gatti.
Preferisco considerare le ipotesi stravaganti.
Preferisco essere sorpresa.
Preferisco gli orecchini.
Preferisco le spiegazioni fantasiose: la terra che gira attorno al sole, l’amore eterno, la fata dei denti, la bontà dell’uomo, la letteratura, il cinema.
Preferisco gli esercizi di pazienza della cucina.
Preferisco i rossetti luccicanti.
Preferisco le fate madrine.
Preferisco le zucche che tornano principesse.
Preferisco i piccoli.
Preferisco l’argento.
Preferisco gli angoli acuti.
Preferisco la pizza margherita.
Preferisco le domande.
Preferisco le cose invisibili.
Preferisco le case blu.
Preferisco non saper scegliere tra due cose, e volerle entrambe, e forse anche una terza.
Preferisco le moltiplicazioni alle sottrazioni, e le addizioni alle divisioni.
Preferisco contare su numeri immaginari: millanta e passa, centodì, ottobre, vantanove, trentini, nuvette e candotti, cinquìschio, seibello, eccetera eccetera…

Il presente elenco vale come manifestazione di buone intenzioni per il 2009, tra cui quella di evitare la desertificazione del blog. Naturalmente è evidente che si tratta di una ecolaliste basata sull’immensa poesia di Wislawa Szymborska qui, alla quale l’imbrattapixel di questo blog non è degna nemmeno di temperare le matite, s’intende. Ma la buona volontà c’è tutta. Anche perché, come si è sempre detto, questo blog è per Molly Bloom, la donna che dice sempre sì, piuttosto che per Mr. Bartleby, quello che, comunque, preferirebbe sempre di no… Che sia un anno di farcia e di sì. Sì, sì, sì…

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un natale storto: il giorno di notte

   Non capita spesso che dicembre cada di marzo, ma qualche volta sì.
E io lo dovevo capire, che era un Natale storto, da quando, l’altro giorno, l’antivigilia dell’antivigilia, s’è manifestato un cielo assolutamente improponibile. Alto, concavo, enorme, conteneva l’isola e la calabria dirimpettaia intere, e spazi non misurabili oltre le colonne d’ercole elettroniche (i piloni gemelli che chiudono lo Stretto), almeno fino alla torre saracena di Bagnara, fino al Capo che spartisce i venti ionici, fino agli entroterra arrampicati e chissà fino dove altro. E perfettamente chiaro, col fondo piatto che ci poteva viaggiare qualunque nave celeste, galeone spagnolo o transatlantico emigrante o barca fatata di re artù, ulisse o chiunque altro. Con le nuvole giuste, pure: candide, fioccose, la cotonina del cielo profusa. Ma proprio al centro, un centro minaccioso e vorticante che ruotava sopra la città e ci seguiva ovunque andassimo, c’era un nuvolone nero, pieno di grandine, fulmini imprigionati e natali storti.
  La gente continuava a guardare in alto e non si capacitava (come, si dice, un tempo avessero guardato un’assurda stella viaggiatrice controvento, con una coda piena di presagi), perché il cielo era così basso e privo di speranze, nel centro, sopra la città, al centro esatto della tua vita, che si spostava ogni volta che ti spostavi. 
  Dicembre quando cade di marzo fa così: la luce della primavera, ma un azzurro duro a cui s’appoggiano le punte ghiacciate della calabria. Il sole liquido su cui viaggiano le navi bianche di mattina presto, e poi, alle undici in punto dell’orologio meteorologico, una tempesta che fa esplodere gli ombrelli e cancella ogni navigazione presente e futura.
  Insomma, io dovevo saperlo.
Specie quando ho forato la gomma per quattro volte di seguito. Vabbè, la prima era certo la storia di Pasqualina, che lasciava ovunque bruciature come di sigaretta, col bordo che continuava ad ardere per conto suo. Ma le altre no, le altre erano il Natale storto che si manifestava.

  Sono stati giorni metafisici, di colloqui col gommista Musumeci Stefano – una cara persona con cui siamo diventati ottimi amici e che certo ieri, stappando lo champagne francese, m’ha pensata – e d’approvvigionamenti coatti per la cena di vigilia. Il menù l’aveva scritto di suo pugno il mio ex marito, che odia le feste comandate e, visto che non può sopprimerle, cerca di farle diventare eventi situazionisti. Voi obietterete che le feste comandate sono già eventi situazionisti, e avete ragione.
Ma lui non lo sa.
  Abbiamo mangiato cose invereconde, terrine di fagiano, tagliatelle limone e vodka e cappone ripieno di qualunque cosa (pistacchi, tavolini, tritato, stilografiche, fodere di velluto, crema di latte, plaid scozzesi). Una batteria di tartine caviale-pomodorisecchi-camembert-tartufo-carote e impermeabili da donna, marrone. E bevuto, anche. Un margarita cadauno (sì, vi pare normale cominciare una cena di magro con un margarita?), traminer aromatico, un Beaune in omaggio a certe gioventù scomparse, un distillato impronunciabile che faceva vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro. Alla fine, una torta setteveli falsa.
  Io ho mandato il mio clone.
C’era una brioscia seduta a mangiare, e soprattutto bere, compiacendosi del fagiano e del bitume e raccontando aneddoti d’epoca, e una brioscia esiliata dentro il suo stesso Natale storto, che ricapitolava le assenze e si piangeva addosso, con tutte le gomme a terra.

  Così non avevo scelta. Ho dovuto mangiare un cenone immaginario, quello che avevo raccontato a Musumeci Stefano, alle zie, ai colleghi, al portiere.
Vongole lasciate a spurgare dentro il vaso marmorizzato, ghiotta di stocco con le olive e senza, col cavolfiore e senza, con le patate e senza. Carciofi, caponatina, tortelli di magro. Mia madre che dimentica il servizio col bordo dorato, i cesti di clementine senza semi. Il pane coi nastri rossi. Mio padre che cura il capitone come se fosse il padre d’Isacco. Le scacce. Persino mia nonna, il suo insopportabile rollò che sa di scantinato, di prosciutto, di dopoguerra. Le crocchette di besciamella della prima zia civilizzata, zia Rosalba. L’insalata russa col doppio segreto di zia Enza. Il risotto sperimentale di zia Paola. Il cavolfiore bollito che ci dividiamo tacitamente io e zio Renato, nelle retrovie. Le olive col formaggio di capra. Il vino pessimo, aspro e acetoso pieno di strade di campagna e seminterrati col tappo a corona. E poi panettone con canditi e uvetta, fichi secchi imbottiti con le noci, torrone duro con le mandorle e il miele scuro dei fiori d’aspromonte.
  Tutto l’amore di quei natali pieni di odio, di sopportazione. Io che stavo seduta a mangiare e il mio clone immaginario che frugava vari futuri, tutti inverosimili, scavalcava lo Stretto, mangiava in gran segreto natali di fagiano e bitume e fuga e camembert.
  I finocchi arrivavano alla fine, per togliere il sapore (ma non era vero: era per introdurre una cosa bianca che nettasse, ripulisse via tutto il sugo, gli eccessi di pomodoro e condimento e rancore della grassa vigilia di magro; era per fare una comunione pagana e vegetale, scambiatevi un segno di tregua e mangiatene tutti).
Non si può mangiare il cenone immaginario, ma è molto nutriente lo stesso.


  Sono stata molto infelice, ieri sera. Stamattina faccio colazione col cavolfiore e stabilisco che non accetterò mai più di mangiare un cenone immaginario. E che a Capodanno voglio zampone, lenticchie e tortellini. E mia madre e mio padre.
E il mio albero obeso di due metri. E mia nonna coi suoi rollò. E il vino cattivo. E D.

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