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Posts Tagged ‘Musumeci’

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Minchia, domenica qui in Sicilia si vota e io non so cosa mettermi (in testa). Nella mia pluriennale carriera di elettrice, coincidente quasi per intero con la mia carriera di elettrice delusa, è la prima volta che mi capita con questa nettezza: letteralmente, non ho voglia di andare a votare. Un rifiuto che non viene dalla parte dell’apatia, però; che non s’apparenta con l’inerzia o la delusione, forse neppure la chiusura e il ritiro. Piuttosto, è una cosa attiva e aggressiva, una forma d’astio e di rivendicazione, una voglia di dare un calcio al pallone perché rotoli lontano, anzi, si buchi. Ma la parte di me più ragionevole sa che questi sono puri istinti, e che non si possono bucare, certi palloni (soprattutto quelli gonfiati), e anzi se decidi di non giocare non gliene frega un cavolo a nessuno, meglio, anzi, così sono più liberi di starsene fra loro. Tu verrai derubricato a “partito degli astenuti”, il più sfigato di tutti. Perché gli astenuti ottengono un solo risultato: eleggere TUTTI QUANTI GLI ALTRI. Quelli che ti fanno venire voglia di astenerti.

E voi, miei quindici lettori, mi chiederete come mai, e perché non c’è nessuno che mi faccia considerare possibile e financo utile il mio voto, e io vi rispondo che non lo so, e dovremmo forse partire da Garibaldi, o dalla battaglia di Lepanto, o prima ancora, quando i Greci scendevano sulle spiagge e tastavano la sabbia, e ringraziavano gli dei. Che il mio povero, piccolissimo voto di domenica forse ha qualcosa a che fare con i galeoni spagnoli, i massari mezzo morti di fame, le campagne gialle come la follia dove una cicala ripete una nota sola per sempre, certi morti ammazzati che sanguinano ancora dopo cento anni, o dieci, o mille. Con la bellezza che stordisce, e l’incomprensibile povertà che stordisce di più. Con le case non finite dentro città sfinite, con l’avanguardia che nasce dentro le macerie, o viceversa. Con la presenza della mafia, che è invisibile e dappertutto, come certe divinità feroci che, senza mostrarsi, plasmano la vita di tutti. Con il dolore di chi parte e il dolore di chi resta. Con l’arcaico e il postatomico che sono così vicini da confondersi, e diventare una cosa sola, una sola isola.

Però no, questo non ci aiuta, e quindi ritorniamo al miserevole gioco delle parti. Io sono di sinistra, quindi non ho molta scelta: i centopassi di Fava o (diciamo) il Pd di Micari.
Se Fava mi facesse anche solo un briciolo di simpatia, potrei dire che l’unico motivo per dubitare dell’efficacia di questo voto sarebbe, appunto, l’efficacia di questo voto. Ma questa cosa del “siete piccoli, lasciate perdere” mi è sempre sembrata una scemenza: proprio perché siamo piccoli dobbiamo continuare a esistere. Proprio perché siamo piccoli e quindi marchiamo una differenza grande dobbiamo esistere il più possibile, rammentare a noi e agli altri che esistiamo e abbiamo diritto a uno spazio, anche solo per segnalare che esiste, e costruire più spazio per chi verrà. Testimoniare la differenze e la minorità mi è sempre sembrato un buon programma esistenziale, vuoi che non lo sia in questo caso? (a parte la convergenza di persone – sì, persone prima che politici – che stimo moltissimo, come Tomaso Montanari e Pippo Civati) (peraltro,  Civati è stato qui a spendersi, Renzi è andato da Obama, e se avesse potuto sarebbe andato sulla Stazione Spaziale Orbitante, pur di mettersi a distanza di sicurezza da una batosta che s’annuncia epica). 

Il problema è solo, mi duole dirlo, proprio Claudio Fava. Degna persona, certo, ma io mica gli ho perdonato, ancora, quell’idiozia della cittadinanza ottenuta in ritardo nel 2012, che ci lasciò tutti allo sbando. Voi direte: vabbè, poverino, ma è una minuzia. No, come non è una minuzia il mio minuscolo voto. Come non è una minuzia ogni singola e minima manifestazione di pensiero, di personalità, di esistenza in vita: chi è serio e rigoroso non fa stupidaggini del genere, e si sfila con allarmante superficialità dopo aver preso un impegno (lui ci abbandonò proprio: non buttò la sua persona dentro quella battaglia, pure se lui non poteva più ottenere il seggio). Non pensai bene di lui allora, non lo penso nemmeno ora.

E allora vota Pd – mi fa la mia amica forastica – mica vorrai votare per i fascisti o i grillini?”.
Eh, alleggiu, le dico io in lingua.

Contro il Pd ci sono due enormi motivi, anzi uno gigantesco: il Pd.
Il Pd di Renzi, lo scialacquone che di un consenso ampio, trasversale, miracoloso ed entusiasta ha fatto strame; Renzi che incarna il peggio dei nostri (di noi di sinistra, dico)(ok vabbè, non dite niente) avversari di sempre; Renzi lo sbruffone, Renzi che ha le orecchie per finimento (direbbe mia nonna), e s’inventa il treno per “ascoltare”, figuriamoci; Renzi che ha siglato i patti più inverecondi che io ricordi, e vorrebbe continuare a tenere il Paese sotto lo scacco delle larghe intese, che sono un poco come se il lupo si mettesse d’accordo col cacciatore, e costringessero nonna e Cappuccetto Rosso a preparare la cena per tutti e due, anzi a essere la cena.

L’altro motivo è Crocetta e la sua eredità di caos, isteria magna, convulsioni psicopolitiche e inconcludenza. Lo votai, convinta che fosse anche un bel segnale agli omofobi puritani (nostri alleati, grazie a Renzi!). In effetti era un segnale: tipo gli incendi sulle colline che vediamo per tutta la notte, d’estate.

Ovviamente, non potrei mai votare per Musumeci “brava persona” (che qui è una categoria antropologico-politica), disgraziatamente collegato con una corte dei miracoli in cui figurano imputati, condannati o loro parenti stretti e amici entusiasti di boss. Cito solo il rampollo Genovese, che solo per il fatto di appartenere a una intera famiglia implicata in uno degli scandali peggiori che la Sicilia ricordi dovrebbe avere qualche remora a presentarsi agli elettori, per giunta della “nuova” parte politica a cui il padre è approdato, diametralmente all’opposto della sua di partenza, dove non era semplice militante, ma parlamentare regionale e nazionale, e persino segretario di partito (vedi più sopra alla voce StuPd). Un’incoerenza che non so voi, ma io giudico disgustosa, una mancanza di stile e un franco (un francantonio) disprezzo per gli elettori e la loro capacità di giudizio.
Inoltre, vi ricordo che questa fu la terra del 61 a 0: anni di governo berlusconiano che per il Sud segnarono un punto di non ritorno, quando ancora la crisi era lontana e il centrodestra aveva maggioranze bulgare, e avrebbe potuto fare ben altro che un po’ di cene eleganti.

Segnalo appena la sceneggiata di Musumeci sugli impresentabili delle sue liste: “Miiii, comu ndi capimmu mali! E chi ndi sapiva iò di chissi impresentabili? Io u’ liggìa supra i giurnali! Matri mia, ci colpa sta leggi brutta e scunchiuruta! Matri matri, vui vutati a mmia, che poi ci pensu iò”. Metodo Stanislavskij.

Aggiungo solo un rigo: con Musumeci sono collegati anche i salviniani siciliani, perché qui è terra in cui gli ossimori fioriscono bene. Mi auguro solo che si ricordino di quando i negri, per Salvini, eravamo noi.

Infine, i grillini (sì, insisto a chiamarli così perché li definisce meglio: è culto della personalità). Cancelleri e la sua banda di scappati di casa. Intendiamoci, ho molta stima di chi scappa di casa. Io stessa l’ho fatto. Ma poi devi darti una mossa, studiare, comprendere, migliorare. Cancelleri mi pare individuo di rozzezza intellettuale superiore, di modestissimi mezzi e di una tendenza al settarismo che è la vera cosa che mi spaventa nel movimento. Voi direte: ma cosa vuoi che sia il congiuntivo (non arriva ai virtuosismi di Di Maio, ma anche Cancelleri non scherza)? Cosa vuoi che c’entri non parlare un buon italiano con essere onesti e competenti? Forse con l’essere onesti no, certo, ma competenti probabilmente sì. Ho sempre pensato che la politica sia un mestiere intellettuale, e chi non ha strumenti non so come possa esercitarlo. Chi ha un cattivo italiano non è avvezzo a leggere, a studiare, che non sono hobby, sono le tecniche di base, se vuoi capire il mondo talmente da progettare di cambiarlo (qui cito un’avvocatessa della sinistra caviar che quest’estate mi diede della “settaria snob” perché le spiegavo che senza strumenti intellettuali non si fa buona politica. Avvocatessa, stacce).

In questi giorni si discute sull’assessore designato ai Rifiuti, tale Parisi, che sul web si esprime con la finezza di un Napalm51: ecco, quel tipo di “pensiero” – che ha molto a che fare con la mancanza di strumenti intellettuali – mi fa persino più paura della subdola furbizia di un genovese di lungo corso. Quello spreco di uno strumento formidabile come la Rete per esprimere pensierini da bulletto e violenza verbale da vigliacchi è la vera idiozia (ahimé riscontrabile pressoché in qualsiasi thread si sia coinvolti con altri Napalm51). Infine, ascoltate i discorsi di Grillo sulla mafia presentata come una generosa banda di patrioti e volenterosi amministratori di giustizia locale “traviata” dalla finanza globalista e malvagia. Ci sono gli estremi per un TSO, e per un moto di ripulsa, nella terra che gronda sangue di assassinati dalla mafia (non solo uomini: anche idee, imprese, iniziative, paesi interi). 

Però una cosa voglio dirla, una cosa estrema che mi sta facendo litigare con tutti: preferirei Cancelleri a Musumeci. Perché sono convinta che, almeno, i grillini scompaginerebbero le liturgie e i sistemi codificati (un po’ come è stato qui a Messina con Renato Accorinti: la città non si è salvata, anzi probabilmente è peggiorata, ma almeno abbiamo disturbato per un po’ i manovratori, abbiamo messo in fuga le cavallette, abbiamo fatto casino dal basso), sovvertirebbero, almeno per un po’, le regole non scritte, le consuetudini bizantine, i riti e le carbonerie. Non so per metterci cosa, al loro posto, ma almeno sarebbe qualcosa, in quest’isola dannata. 

In conclusione, andrò a votare. C’è sempre tempo, per perdere le elezioni. 

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