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Yara Gambirasio

Sì, se mai dovessi commettere qualche delitto efferato, per cortesia non chiedete di me ai miei vicini: non sanno quasi nulla di me, come io di loro, e immagino che quel che vedono non sia rassicurante (come capita a me con loro, effettivamente). Sono scorbutica, bizzarra, tendenzialmente rissosa e mostruosamente vendicativa. Allevo gatti, anche non miei (da vecchia voglio fare la gattara), ho opinioni tutte mie sulla proprietà condivisa (che per me non è solo l’androne, il terrazzo e il vano ascensore: riterrei da condividere – e quindi rispettare e proteggere – il buio, il silenzio, l’aria, lo spazio, la luce, il panorama, l’umanità del viversi vicino), ritengo condomini anche la colonia felina che abita negli anfratti dei nostri millesimi, le piante ornamentali, gli alberi di là dal muro di cinta. Trovo innocue le molliche di pane e spaventosi i Suv e i loro cuccioli, le Smart. A volte provo franchi istinti omicidi, è vero, davanti a parcheggi sbruffoni, sgocciolamenti insani, cacche diffuse, abbandono d’immondizie, furti di posta (l’Italia condominiale e veniale, dispettosa e acerrima, tutta una lite meschina). Persino di fronte a babbi natale impiccati, luminarie contundenti, estrinsecazioni da mezzanino in  stile rococò-savastano.

Probabilmente pure io, sorpresa dai microfoni di Studio aperto, non potrei balbettare altro che “Era una brava persona, salutava sempre” se mi chiedessero dell’affumicatore a mezzo scappamento; del maniaco del bricolage che ha una relazione con la sua sparachiodi; del feticista di doberman; della lucidatrice di maniglie; del guardone da parcheggio; del misuratore di fiancate; del concimatore ad uranio impoverito; della friggitrice col grasso di balena; degli scambisti della posta. Tutte bravissime persone (me compresa, ovviamente) che non mi sembrano per nulla normali, viste da vicino (visto da vicino nessuno è normale), e che non sfigurerebbero in una puntata di Criminal Minds, e credo neppure al bar di Star Trek.

Tutta questa premessa per dirvi che io sono terrorizzata, in questi giorni. No, non perché vivo in un Paese in cui si può essere aggrediti e uccisi da un folle per strada: questo credo capiti ovunque c’è un folle che supera la sua personale asticciola, e non c’è rimedio, sociale o politico o psichiatrico, se non dopo che l’esplosione è avvenuta.

Nemmeno perché vivo in un Paese in cui un uomo è talmente ottuso e disumano da credere che l’unico modo per essere libero sia uccidere moglie e figlioletti, invece di fare una cosa normale come divorziare o meno pulita ma ancora plausibile come mettere le mutande in valigia e fuggire. Queste cose accadono, e accadranno fino a che esisteranno imbecilli disumani, in tutto il sistema solare: la stupidità è un moltiplicatore esponenziale della crudeltà, e la stupidità è la cosa più diffusa in natura dopo l’idrogeno.

Meno rassegnata mi sento di fronte a un caso come quello di Yara Gambirasio: la ragazzina lasciata morire in un campo e trovata solo mesi dopo (ma come, non avevano battuto la zona palmo a palmo?); il cui assassino è stato scovato dopo un’analisi del dna di tutta la popolazione del Nord, passando per padre illegittimo e madre omissiva e sorella inconsapevole (che, vi ricordo, non sono colpevoli e non meritavano questa pubblica gogna); la risoluzione del cui caso è stata annunciata urbi et orbi da un ministro dell’Interno oco giulivo in preda ad annuntiatio praecox, tanto da attirarsi le critiche risentite dei magistrati (per tacere del marocchino che ha perso tre anni di vita appresso a un’accusa enorme dovuta alla superficialità degli investigatori e all’asineria di un traduttore).

Meno rassegnata e persuasa ancora sono dal fatto che – puoi essere vittima o carnefice, sospettato o “annunciato speciale” – ci sarà comunque qualcuno che andrà a saccheggiare la tua pagina facebook, cercando di trarre un profilo da Fbi dalle minchiate che, come tutti, avevi condiviso (il velo di Pirlo, la pubblicità della RedBull, gli spaghetti alle vongole, il gattino col fiocco celeste).
Ecco, mi chiedo perché il signor Zuckerberg, che ha fatto una questione personale – e anche una discreta frantumazione di maroni – della privacy, per cui siamo costretti a chiedere a noi stessi se noi stessi abbiamo diritto ad accedere ai dati di noi stessi (per tacere del fatto che, qualche anno fa, a me chiese addirittura la carta d’identità, per provare che “Mangino Brioches” era una persona reale e non un amico immaginario di casa Foster), non si occupi di questo dettaglio, e oggi si trovino praticamente in ogni gallery e su ogni giornale foto di Yara e del suo presunto assassino targate “facebook”, come se fosse il database della Criminalpol.

Per nulla rassegnata sono poi all’ulteriore mietitura di cazzate di cui scrivevo sopra: “Signora, che tipo era la sua vicina?”.
Una brava persona, salutava sempre.

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