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Posts Tagged ‘memorabilia’

zio Lillo col berretto, la luna e la stella

 Mica siamo di presepe, noi. No, no, piuttosto d’altarino. Altarini complicati, di terracotta, merletto e cera vergine. Fotografie di morti e di vivi, amuleti, forcelle d’ossa di pollo, spine del roseto di Santa Rita, code di lucertola, medaglie miracolose. Madonne di Lourdes celesti d’acqua benedetta, calciatori famosi e ritagli di giornale. Poi lumini, fiori finti, immagini di Gesù che cambiano colore secondo il tempo (“mamma, oggi Gesù è blu, prenditi l’ombrello”), la spilla del partito comunista di nonno Stefano, la tazzina arrivata dall’America, un chiodo della prigione, o della Croce di Nostro Signore, e il sale benedetto.
Questi, almeno, duravano tutto l’anno. Mica come il presepe.

 Con l’eccezione, si capisce, di zio Lillo, il ferroviere, che passava l’estate e l’autunno a progettare il suo presepe meccanico, pieno di scambi, traversine e passaggi obbligati, perché in realtà lui voleva una stazione, una provincia, una regione tutte sue, dove fare il capostazione con la paletta di dio. Allora pensava cascate, impedimenti, tronchi tagliati. Vitelli sui binari, neve fresca a livello del mare, incidenti spettacolari. In un angolo, certo, c’era la capanna o la grotta della natività, e la sacra famiglia un poco disturbata da tutto quel rumore di treni, e quel parlare d’incidenti. Arrivavano pastori girati dall’altra parte, che guardavano il deragliamento delle tredici e cinquanta, e chiacchieravano fitto e quasi non ci badavano, a Maria col mantello pietoso e allargato, a Giuseppe col bastone e alla mangiatoia di trucioli – che poi restava vuota fino a mezzanotte di Natale, quando, puntuale, arrivava l’espresso della notte e portava il bambinello.
 Zio Lillo, in testa il beretto rosso (che mica era suo, era del Cavaliere buonanima, ché lui non aveva mai superato il concorso, e ne aveva rosicchiate, di matite, davanti al foglio posato sul banco, tormentandosi per ricordare il volume della sfera e l’armistizio di Salasco e soprattutto suo padre, nonno Ciccio, impiegato di gruppo c dell’acquedotto comunale, che l’aveva voluto ferroviere, quel figlio, ed era morto convinto che sarebbe diventato capostazione, capocompartimento, direttore generale, ministro dei Trasporti o vicerè), zio Lillo allora fischiava con tutta la sua forza nel fischietto luccicante, e Natale cominciava con un fischio di stazione e rimpianto che tracciava una scia nell’aria, così netta e metallica che sembrava davvero una stella cometa.

questo perché non ho voglia di fare presepi, ma altarini sì, con un paio di morti e vivi e acquerelli e talismani (e anche alcuni libri, e forse uno o due post, una boccetta di profumo, un gioiello senza valore, una tessera scaduta e una moneta fuori corso), per guardarmi le spalle, non si sa mai. da piccola avevo paura che la cometa mi cadesse addosso, mi centrasse come una freccia di ghiaccio e argento intergalattica e spietata. ora che ci penso, ho ancora quella paura.

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esplosione di una ricorrenza

 Zia Immacolata e zia Concetta s’odiavano da sempre. Da quando erano state costrette a condividere quel giorno di festa, che sapeva di crispelle fritte passate nello zucchero, d’anticipazione, d’alberi drizzati nella strada, di dicembre.
 Immacolata, ch’avrebbe voluto chiamarsi Lisabetta, aveva la pelle come una madonna nera, e un cuore inquieto e feroce che la tormentava. Concetta, che in cuor suo si chiamava Brigida, era bianca come i ceri della chiesa, e ogni tanto qualcuno le pizzicava forte le guance, per farle venire il colore. Se ne andava così, bianca rossa e viola, i capelli spartiti nel mezzo, l’abitino del voto stretto e sbilenco attorno a un corpo che faceva pensare ai faggi che scavalcavano la montagna.
 Concetta e Immacolata s’amavano d’un odio profondo, che aveva il suo centro proprio in quel giorno, quella festa piena come un otto, un infinito drizzato come gli abeti che si preparavano al Natale. 
 

 Immacolata sospirava così forte da spostare le tende, Concetta taceva tanto da lasciare tacche nella tavarca del letto. Le loro notti parallele erano autentiche tempeste in cui i sogni divergenti s’affrontavano nello spazio chiuso della stanza e dei nomi pii, immacolati e concetti ch’erano costrette a portare.
 Nel giorno dell’Immacolata Concezione ricevevano gli ospiti e gli omaggi ad occhi bassi: pasterelle a seno di vergine, fascelle di ricotta, porcedduzzi nel miele di castagno, immaginette devote, abitini con ossi d’ulivo, grani di corallo e cordicelle piene di nodi, per legarci i peccati e non pensarci più.

 Quando Concetta si fece fidanzata, con un mastro d’ascia alto tre metri che faceva un odore di maschio da non potergli stare vicino, Immacolata quasi uscì pazza. Annusava di nascosto il fazzoletto di lui, un metro di lino pettinato con una “F” ricamata a punti pesanti, annusava il lato del letto di Concetta, che ora faceva odore d’impazienza e acqua chiusa, bestemmiava in segreto angeli e santi e sentiva vicine solo le anime del purgatorio, che bruciavano come lei.
 Concetta faceva la fidanzata, contava giorni e lenzuoli, e si pizzicava lei stessa le guance di cera, per correre, bianca rossa e viola, all’uscio, quando il mastro d’ascia andava a trovarla, mite e gigantesco, con occhi da bue giovane e ciuffi di peli che spuntavano dalle orecchie. Immacolata, in cucina, leccava il bicchiere dove lui aveva bevuto il vermuttino, e ci sentiva un sapore di carbonella che le bruciava la lingua. Poi, per punirsi, si strofinava l’ortica tra le cosce, piangendo d’un dolore che le piaceva da morire.

 Nel giorno dell’Immacolata Concezione – quando i loro nomi paralleli e inseparabili le condannavano a stare una accanto all’altra – Immacolata e Concetta non si parlavano neppure: vicine tanto da non guardarsi, una dentro l’odore dell’altra, s’odiavano d’un amore impossibile. Si graffiavano con le unghie, una nel nome nero dell’altra, dove lasciava segni d’ardore e devastazione. Si tiravano i capelli, una nel nome bianco dell’altra, dove lasciava nodi di confusione e appartenenza.

 Quando s’impastarono le crispelle, Immacolata e Concetta s’ignorarono lavorando davanti al tavolo, le braccia bianche di farina fino ai gomiti, i nomi che lottavano nell’aria, l’odio e l’amore che sbattevano facendo rumore di forbici, coltelli, alari e trispiti arroventati.
 Servirono le crispelle gonfie e passate nello zucchero. Al mastro d’ascia, che taceva dentro il vestito della festa, alle zie, alle commari del bizzolo. Al signor padre, a nonna Vincenza, alla zia ricca. Poi presero e mangiarono anche loro, guardandosi finalmente negli occhi. I loro nomi erano giganteschi e facevano un’ombra di temporale, e fulmini cavi che scoppiavano prima di toccare terra.

 Mangiarono per sfida, per odio, per amore. Mangiarono l’impasto di farina e acqua, sale e zucchero, lievito e miele. E aghi. Aghi dell’agoraio, aghi fini di ferro, aghi come le spine nel cuore addolorato di Maria Immacolata e Concepita senza peccato. Mangiarono le spine, che erano dolci di zucchero, d’odio e d’amore. Mangiarono i loro nomi gemelli e differenti, immacolati e concetti, senza peccato che non fosse l’appartenersi e l’odiarsi, dividersi e amarsi.
 Morirono di dolori e di nodi e di spine nello stesso letto, zia Immacolata e zia Concetta. I loro nomi intrecciati, come le mani delle vergini sul petto, col rosario e il velo bianco, nemmeno macchiato dalla morte.

 In effetti, oggi è un giorno come un nodo, come un otto, come un cappio. Un giorno di “orologi molli”, m’hanno detto, quando la memoria si squaglia e piange lancette e lacrime di cera. Mio padre è morto un anno fa, il suo cuore nuovo, di plastica ardente e furiosa, di battiti elettronici, pieno di spine. La morte raspava dietro la porta blindata del reparto di terapia intensiva, quella notte e quel giorno interminabile come un otto, come un cappio, come un nodo.
Io la sentivo, ma non potevo fare niente. La lotta è finita in pari, come sempre, come un otto rovesciato. Immacolata e inconcepibile.

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una zia guarda il rimpianto

Non siamo gente di capelli.
Con l’eccezione di zia Vincenza, che era la più bella del paese ma non s’è mai sposata, per ignoti motivi (io sospetto che c’entri la sua natura di frutta martorana, d’agnello di zucchero, scultura funebre e dolce, trafitta, distante e con gli occhi dipinti), noi non ci preoccupiamo dei capelli.
Li portiamo perché ci sono, proviamo a disciplinarli, qualcuna li tinge – ché una delle maledizioni di famiglia è bianca e precoce – nessuna se ne cura.
Zia Maria, quella che veste i morti, li porta recisi e ostili: un elmetto di fil di ferro con cui si fa strada nelle trincee. Neri neri, ma con una ciocca candida proprio sulla fronte.
“Sono le preoccupazioni” dice lei, chiudendo la questione.
Invece – io lo so – è il luogo in cui si raccolgono la pietà, la giovinezza trascorsa, i desideri, il silenzio.
Certe volte, al mattino, li guarda e li aggiusta davanti allo specchio, se non la vede nessuno. Poi riparte per la guerra.

Zia Lisabetta ha un nome ingannevole e pochissimi denti. In un cassetto tiene l’elenco delle sette meraviglie del mondo, per non scordarsele, accanto alla pistola del marito morto e a un pacco di forcine. Ha i capelli più lunghi del mondo. Due, tre metri, non so: li porta in una treccia avvolta in centocinquanta giri grigi attorno alla testa.
Non parla mai di se stessa – perché partecipa del mondo delle cose, dei castagni, delle giare, del sapone fatto in casa, della lisciva e della pietra – e non scioglie mai i capelli. Però una volta l’ho vista.
Io ero nascosta sotto il letto ad aspettare che passassero gli angeli – mangiano bioccoli di polvere, avanzi di sogni, risentimenti – e lei è entrata e ha chiuso la porta. Ha tolto i vestiti neri – c’è sempre un lutto da scontare, e se non c’è ci sarà presto – e la stanza s’è fatta più chiara: era la sottoveste bianca, che nessuno poteva sospettare. Sottile, candida, inimmaginabile: era come leggere il suo nome al contrario nello specchio. Lo specchio, infatti, si rifiutava di rifletterla, ed era pieno d’una luce concava e profonda.
Allora lei, guardandosi senza vedersi, s’è sciolta i capelli.
Sono venuti giù come anni, fiumi, ricordi. C’erano molte persone morte, e pensieri di non so chi, figli perduti da piccoli, proiettili, un falcetto. C’erano tutte le sere lente e pure quelle veloci, quando l’ombra arriva alla gola ma in alto no, c’è un azzurro ancora immortale.
I capelli l’hanno coperta tutta, hanno coperto tutto. S’è fatto buio, sotto quei capelli.
Poi ha ricominciato a intrecciarli: ha intrecciato per ore e ore, e intanto soli e lune giravano nello specchio della finestra, e noi con loro.
Accanto a me, sotto al letto, c’erano le altre donne della casa, quelle sparite da molto tempo. Si pettinavano l’una con l’altra, in silenzio o forse no.

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ZIO REMO

l'angelo dei cassetti vi teneva i pezzi d'anima e memoria

 Zio Remo aveva le ali.
Sapeva di poter volare fin dall’infanzia, quando si nascondeva per toccarsi le ali – che allora erano piccole, fitte di piume tenere e incapaci di reggerlo. Non sarebbero state mai capaci, in realtà, ma lui non lo sapeva, e visse tutta la vita aspettando.
Zio Remo era bellissimo, ma non se ne curava: i capelli d’un miele scuro, gli occhi profondi dove l’inquietudine passava come un’ala leggera sopra un mare d’inchiostro blu. E poi il corpo da statua ionica, coi tendini in perfetta tensione sotto la pelle liscia, profumata di sapone di Marsiglia e dopobarba francese.
 Zio Remo, infatti, parlava un magnifico francese, che gli sembrava particolarmente consono a una creatura alata. Qualche volta recitava pezzi interi dei “Fleurs du mal”, nella remota convinzione che aiutassero le ali a fortificarsi. Non recitava mai, però, “L’albatro”, perché quella del volatore impacciato dalle grosse ali, incapace d’essere se non lo zimbello delle ciurme, a terra, gli sembrava una funesta profezia.
 Il giorno che le ali l’avessero sorretto, lui avrebbe spiccato un volo potente e candido, lasciandoci tutti a bocca aperta.
Intanto recitava in francese, disegnava orchidee e scriveva ricette di cucina.
La ricetta dell’ "Uovo alla Remo” la trovammo molti anni dopo la sua morte, accuratamente scritta dietro la fotografia d’un matrimonio di famiglia, dove lui appariva distante e magnifico, bello come una torta nuziale e assorto in un altro mondo.
Le dosi di quella ricetta erano stupefacenti: “mettere olio un po’ più del solito”… “tanta carne quanto basta, o anche di più…”. Perché zio Remo viveva così, molto molto più del solito, e anche di più.
 Non aveva mai lavorato, perché lo sapevano tutti che non era esattamente di questo mondo, e bisognava avere pazienza, con lui. Le donne di casa – che erano tante, con gli occhi di gazzella e il cuore sospiroso, eccetto la madre, donna Rodolfa, una perfetta selvaggia in crinolina, dura come la pietra dell’Etna ma aristocratica fino alle unghie dei piedi, che portava dipinte di cremisi anche a ottant’anni suonati – lo proteggevano, lo viziavano, gli spazzolavano di nascosto le piume, considerando le ali solo un capriccio, una stranezza di quelle sue solite, una burla innocente da tenere ben nascosta agli estranei. Purché non volasse, ovviamente.
Noi nipoti lo adoravamo: disegnava per noi favole e universi, ci raccontava le storie scritte da Edgar Allan Poe, che lui chiamava “Pé” (non ammetteva altra lingua che il francese, in effetti: l’America per lui restava un errore di navigazione). Ci spiegava tutto sui fantasmi e sugli angeli, sui galeoni inabissati e sulla raccolta del rosmarino. C’insegnava la lingua remota delle conchiglie – che solo i semplici scambiano per rumore del mare – e i segreti dei mostri marini.
Zio Remo sapeva tutto, aveva visto tutto. Come se volasse.

 A una certa età, quando il suo segreto delle ali e il suo distacco dal mondo avevano avuto un altro nome, sulla cartella clinica d’un famoso psichiatra palermitano chiamato dagli uomini di famiglia – che erano materiali e inclini all’invidia, del tutto privi di seconda vista – zio Remo cominciò a prendere pillole variopinte, e ad assentarsi per lunghi periodi. Noi non lo sapevamo, ma lo portavano in segreto al manicomio, che secondo loro era il posto di quelli come lui. Quelli con le ali.

 Zio Remo comunque non ci stava male, al manicomio. Aveva una stanza tutta per sé, dove poteva chiudersi, all’imbrunire, per constatare i progressi delle ali in un piccolo specchio. Gli facevano pure leggere i suoi libri preferiti: Baudelaire, e i racconti di Pè. Quando lo portavano nella sala dell’elettroshock, lui si limitava a volarsene in disparte, sulla cima degli aceri del giardino, o lungo la bouganvillea che sporgeva sulla strada, e da lì guardava, sereno, i ricoverati contorcersi sulla branda, in un lieve odore di rame bruciato e ozono.
Poi tornava da noi, e ci raccontava avventure favolose, nella giungla di Salgari o sui mari dei bucanieri: ci raccontava come aveva incontrato la tigre, che usciva da un cespuglio, e s’erano guardati a lungo – la tigre e zio Remo – gli occhi di smeraldo persi negli occhi blu. Era tutto vero.
 Prese pure a dipingere, in quel periodo: quadri furiosi sempre più bui, che alla fine – quando aveva raggiunto il segreto vitale, l’intima ombra d’un’orchidea, d’un volto, d’una conchiglia – copriva d’una mano di nero luccicante. Allora ce li mostrava, trionfante: abbiamo ancora in cantina decine di tele tutte nere. Perfette, a modo loro.

 Un giorno conobbe un’infermiera. Era una soave creatura bionda, anche lei non troppo di questa terra. Era gentile e d’animo sensibile, e provava una leggera pena per quel bell’uomo invecchiato ma insieme miracolosamente indenne dal tempo terrestre – i capelli gli erano diventati fini fini e s’erano fatti radi, e gli occhi avevano una sfumatura polverosa, ma il corpo era sempre un prodigio di tensione, e le ali erano smaglianti nella luce dell’alba. La ragazza tentava di risarcirlo, per quel volo mancato di cui lui certo non parlava ma che il cuore trepido di lei avvertiva.
Gli riservava il piatto migliore, il primo posto per la terapia, gli elettrodi ben inzuppati: vezzi da ricoverati, cortesie di corsia che lui non sapeva fronteggiare. Così dovette innamorarsene.
A differenza degli altri innamorati, però, zio Remo non voleva uscire dal mondo: lui voleva entrarci. E in un modo che lei e tutti gli altri avrebbero ricordato per sempre.

 Una mattina – una splendida mattina, in cui l’azzurro era d’una nitidezza che faceva male, e gli occhi di zio Remo avevano perso ogni traccia di polvere – salì sul cornicione, in calzoni. Il sole ancora maturo – era settembre – indorava la peluria sottile sul torso nudo, sui muscoli perfetti che guizzavano nelle braccia.
 Remo dispiegò le ali, ch’erano immense, e guarnirono d’un’ombra frastagliata il prato del padiglione A. Respirò forte, e rise quando sentì gli strilli provenire dalla sua stanza, dove s’erano accorti ch’era uscito dalla finestra. Sperò che fosse lei, poi la vide tre piani più in basso, con tutti gli altri che si sbracciavano e s’agitavano.
 Chiuse quegli occhi d’azzurro soprannaturale e si lanciò.

 Zio Remo non morì subito. Mio padre fece in tempo a vederlo, nel suo letto.
“Remo, che hai fatto?” gli disse quell’uomo pratico, ma una nota di pietà gl’inzuppava la voce.
Zio Remo non disse nulla: fece un gesto a mulinello nell’aria con la mano, tre volte, come per dire: “Non sai…”.
No, non sapeva.

 Morì, e le ali erano così grandi che ci volle una bara speciale, molto costosa.

Zio Remo oggi avrebbe compiuto settantacinque anni. Chissà, magari sarebbe pure riuscito a volare.

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VITE

Via via che se n’andavano, diventava più forte.
Quand’è sparito il maschio sembrava spacciata: una piantina stenta e irriconoscibile, triste e a lato della panca che da sempre stava davanti alla porta di casa. Mio zio il fratello maschio, l’orgoglio della casa, bianco e biondo che sembrava d’oro, prima era diventato nero come tutti gli altri, poi se n’era pure fuggito al Nord, lasciando una scia di promesse e cartoline che non arrivavano.
Ma è stato quand’hanno cominciato a sparire le altre, che la pianta ha preso forza e convinzione.

Commare Mimma aveva occhi inverosimili, d’un azzurro di stelle di vetro che nessuno aveva mai visto. Aveva un marito zitto e il cruccio stretto di non avere avuto figli. Spariti anche loro, il marito e poi commare Mimma: un’altra porta sbarrata con due assi di legno, e la zanzariera appesa alla finestra che pendeva tutta storta da un lato.
La vite scontrosa, ombrosa e femmina, allora si prese il capriccio di durare, di spingersi, tutta nera e contorta com’era, lungo la spalliera della panca, fino al recinto, sui pali della luce.
Intorno, la salvia di mia nonna spaccava le latte, s’alzava alta come un albero vellutato; il rosmarino moltiplicava gli aghi ed esercitava la sua supremazia; la citronella si limitava ad annuire, spargendo ovunque il suo odore di falso limone, la sua puntura smagliante e selvatica.

Mariuccia del magistrale non morì, ma peggio. Se n’andò a Milano con un marito impituso e pure malolavoratore. La casa dell’angolo fu chiusa con un lucchetto, e il gelsomino intristì attorno agli stipiti.
La vite già assaggiava i muri, e li trovava di suo gusto.
Mia nonna la guardava dalla finestra, sentiva che non c’era posto per tutte e due: o lei o la vite. E la vite la guardava di rimando, con le foglie aperte come mani.

Intanto Filippo, il calzolaio, se lo prese una morte asciutta e breve, e non finì nemmeno la scala di mattoni che s’era costruita. Suo figlio Gaetanazzo venne solo per il funerale, e non girò neppure intorno alla casa, e non seppe mai della scala di mattoni.  L’angolo, quell’altro, restò deserto.
La vite s’era fatta ardita e sollevava creste, nodi, dita fibrose con le quali prometteva d’artigliare tutto il mondo.

Mia nonna, infine, morì, dopo una giusta agonia che pareva un sogno, durante la quale ringiovanì fino a diventare un’altra. La veglia funebre durò tre giorni e tre notti, sorvegliati dalla vite che girava tutt’attorno al muro, fino al cancello di fuori e al registro delle visite.

D’allora la vite fiorisce: un anno sì e uno no dà grappoli neri, fitti, con una pelle sottile e un vago sapore di sangue. Non abbiamo mai provato a farne un vino, ma forse dovremmo. Sentiamo distintamente come voglia raccontarle ancora e meglio, quelle vite.

ps: ieri sono tornata, dopo mille anni, alla vecchia casa di mia nonna e mia madre, in Santo Stefano d’Aspromonte, paese di briganti e di vedove, al confine dove il bosco si fa Aspromonte vero. Ho visto e rivisto luoghi, e loro hanno visto me. Ci siamo riconosciuti e non ci siamo riconosciuti: è come se tutto fosse altrove e lontanissimo, eppure già scritto, già tenuto dentro.

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MAREE

la porta sul retro della vita

La cometa si toccava il foro nella fronte, e la casa andava rannicchiandosi dietro lo splendore notturno della pianta di gardenie, quando P. s’è accorto di morire.
La morte risaliva dal fondo, senza fretta, muovendosi tale e quale a un serpente di mare, di quelli che passavano nello Stretto nelle nottate lunghe. La casa P. l’aveva costruita con le sue mani, e i mattoni portavano l’impronta dei polpastrelli. Il muro a secco, in fondo al giardino, era in equilibrio sulla spina dorsale che P. gli aveva fatto, pietra su pietra. In un punto, il cemento s’incurvava come per una carezza, un colpo, una tacca impressa con le mani, ché P. era uomo tutto di mani.

La morte saliva come una marea, tarda e di luglio, e P. se la sentiva sulle sponde del letto, che ondeggiava. Per tenerlo fermo, P. aveva chiamato i figli. Tutte le notti D. e M. tiravano le funi, e ormeggiavano il letto sull’orlo di quel mare cigolante. Al mattino, i nodi erano sciolti, i figli esausti, e P. guardava negli occhi il giorno, con una paura coraggiosissima nei pugni stretti, nel corpo che s’assottigliava, nella memoria che s’affollava, o cedeva.
Passava il giorno, poi, nella sopportazione. Come s’avesse dovuto fare un muro, un portico, un ventaglio di scale. La morte, di notte, demoliva ogni cosa.

D. non lo perdeva di vista: continuava ad aspettarsi qualche trovata, qualche ampio gesto nell’aria. Una volta, infiniti anni prima – quando D. era un bambino facile agli incanti – P. era caduto dal parapetto d’un cantiere. Aveva volato per quindici metri, torcendosi e avvitandosi nell’aria per resistere, per ritardare, per modellare l’aria come il cemento e la calce e la vita. Era finito tra le spade delle fondamenta, illeso. D. conservava nel fondo degli occhi quel volo lentissimo, ed era del tutto certo che P. sarebbe stato capace di rifarlo, in qualsiasi momento.

Invece P. aveva rinunciato, in un certo senso. Bastava vedere la sua casa, la grande facciata alla quale si giungeva dai tornanti, la piscina vuota nella quale l’autunno faceva risuonare la sua voce di maestrale, le imposte che cedevano – il legno morso dal sale aveva perso la vernice, s’era fatto secco e chiaro come il corpo di P. – la sottile polvere malinconica che velava i giorni e le stanze.

Le sentinelle che resistevano erano le gardenie: man mano che la casa s’indeboliva andavano facendosi più forti, più grandi, manifestando una tenacia che visibilmente lasciava la casa e la stirpe di P. per finire nelle loro radici onnivore. La disperdevano, poi, nel loro odore anarchico e ossessivo, la dilapidavano, la scioglievano a manciate infiltrando la stessa tenuta della casa, che tanto più andava disfacendosi in malinconia, come la forza di P.
D’altronde, ben prima di mutarsi nella creatura d’occhi che misurava i soffitti della casa, estate e inverno, – le mani immobili sempre più simili a stecchi legnosi, ai rami nudi della pianta di fuori – P. era stato un dissipatore di forze, un magnifico selvaggio addomesticatore di tanghi, femmine e gardenie. Non aveva mai costruito qualcosa perché durasse, piuttosto per piegare una porzione di materia e di spazio, per sfogare la sua energia vorace, le sue forze eccedenti, il suo istinto privo di discorso.

D. e M. passarono l’ultima notte di marinai, tirando le funi e ricevendo in pieno petto le onde salate. Fradici, al mattino sentirono che la tempesta immobile li aveva sconfitti. P. era già a colloquio con la morte, la cui furbizia li sconcertava, perché era innocente e dichiarata, e rendeva inutile ogni sforzo.
P. conversava – e dentro di lui ogni cosa andava un poco scomparendo: tanghi, mari, gardenie, impalcature, volo, mani.
P. conversava, e solo ogni tanto si voltava dai figli, per tradurre, con brevi gesti e finanche sorrisi. Ma ormai era da solo in un modo impenetrabile, al modo di chi muore.

P. era il padre del mio adorato D. , che adesso eredita una pianta di gardenie, tornanti che portano a una terrazza e il ricordo di un volo.

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solstizio all'opera

Perché sono necessarie, indispensabili. Perché ti chiamano in gioco subito, tutto intero. Perché toccano il sesto senso scoperto, quello tra i polpastrelli e la bocca dell’anima, tra i ricordi e l’agguato mortale teso nel buio dai gelsomini. Ci sono domande, nella vita, che ti folgorano. Per esempio questa: a che cosa serve il solstizio?
L’ho letta, per caso, in un marchingegno infernale che l’ottimo Tez  ha inserito in fondo al suo blog, una specie di spia dei passaggi, un proiettile tracciante, un contatore di passi che segna i luoghi da cui si giunge lì.
Un oggetto fascinoso, inquietante. Se l’avessi io, passerei tutto il mio tempo a guardarlo, come faccio di solito con le palle di vetro col Colosseo e la neve, oppure con gli acquari tropicali coi pesci angelo. Potrei starci ore, senza persuadermi che può finire. Quindi mi guardo bene dal piazzarlo qui, o altrove. Però non posso fare a meno di subire il suo fascino da sirena, quando passo da Tez. Senza cera per le orecchie, senza Ulisse, senza requie, mi ritrovo assolutamente deliziata/straziata dai passaggi misteriosi che segnano questo luogo, dico il Web, questa sfera, dico la blogsfera, fatta solo di traiettorie e di passaggi, se ci pensate.

Dunque.
Leggo, nel contatore di passi-acquario tropicale-palla di vetro con la neve, che si può arrivare da Tez passando da Google, il benemerito, il totem del sapere. Bisogna chiedergli quella cosa magica: a cosa serve il solstizio?
Ecco, scopro di colpo che da sempre volevo saperlo, a cosa serve il solstizio. Di più: non è solo che vorrei saperlo, è che detto così è quasi bello, anzi è decisamente bello. Comprerei subito un romanzo che s’intitolasse "A cosa serve il solstizio".

Mentre digito, commossa, l’indirizzo del totem, penso a come potrei rispondere io. A cosa serve, per me, il solstizio.
Un tempo, molto tempo fa, un solstizio funzionò come eclissi. Di sole.
Era un momento di passaggio. Appunto, il momento scelto da un’altra persona per passare oltre me, e decisamente sopra di me.
Immaginavo quel solstizio come – chessò – la cupola d’una magnolia, una tenda di perline, un’ala di Mar Rosso. Lo sentivo nell’aria, fosco roteante e minaccioso, fin dall’inizio di giugno, come un uragano sospeso lì solo per me, o un buco nero che palpitava, col ritmo cardiaco delle stelle scure. Sentivo il suo rumore di cardini, che riempiva cigolando tutto il cielo.

Molti anni dopo, guardando indietro, rividi quello stesso solstizio non più grande d’una moneta. Una moneta d’argento esatto, che scintillava. Mi ci ero comprata la libertà e anche di più. Mi ci ero comprata un grande amore, addirittura.
Dunque, il solstizio serve a cambiare vita. Più di una, persino.

Ma vediamo se Google lo sa, pensavo.

Google, come tutti i totem, non sapeva nulla. Metteva assieme le parole, come altri fanno con i solstizi e le vite. Con le magnolie, le perline, le monete.
Google voleva solo spacciarmi un lungo pezzo sulla metafisica: "a cosa serve la metafisica oggi?". C’entrava il solstizio perché Eratostene ci s’era calcolato il raggio terrestre, e questo sarebbe un risultato fisico – scriveva l’autore pescato da Google – reso possibile solo da interrogativi metafisici.
Nient’altro. Solo incroci casuali di "a cosa serve" e di "solstizio".
Di magnolie, perline, monete, vite e passaggi. Di fisica e metafisica.

Beh, tanto io lo so, a cosa serve il solstizio.

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