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Posts Tagged ‘memorabilia’

  Io me lo ricordo bene, quel 20 luglio 1969.
Sbarcammo sulla luna già dalla mattina, al mare. La luna era un’impronta di sale vecchio, un osso di seppia, un muro a calce dell’estate interminabile (negli anni Sessanta le estati duravano otto o dieci mesi, con molto pane e pomodoro, peruzze e bagnasciuga), e scese a prenderci quasi subito.
Mamma, donna pratica, ci aveva messo canottiere rigate e cappellini, ma s’era interrotta chiedendosi: ci sarà il sole, sulla luna? Optò per il sì.
La luna s’era chinata vertiginosamente verso di noi, che pure vivevamo in un mondo abbastanza lento e ruminante e terrestre, ma preparavamo da mesi quello sbarco colossale. I giornali – che pure allora erano anche loro più lenti, con pagine che bastavano per giorni – pubblicavano equazioni d’accelerazione, servizi sui giunti cardanici e biografie degli astronauti come attori del cinema. La luna s’allontanava, così come la conoscevamo, eppure s’avvicinava, magnifico e hollywoodiano corpo celeste fabbricato in America.
Mamma diresse lo sbarco, che era piuttosto un imbarco, visto che quella luna sembrava proprio una barca gigantesca d’un legno secco ed azzurro: passammo sulla spiaggia, in fila indiana, coi secchielli e le palette (ci chiedevamo: ma ci sarà la terra, sulla luna?) e il cestino della merenda. La luna cominciava con una passerella di assi piccole, un acciottolato di sassi bellissimi, con una risacca leggera di schiume. Perché l’unica cosa che sapevamo con certezza era che sì, il mare c’era, sulla luna. Anzi, i mari. Con nomi poetici come Mare della Tranquillità o Mare della Fecondità. E quindi avevamo i costumini bene allacciati, per farci il primo bagno lunare.
Sapevamo ogni cosa, della luna: che attirava i lupi, i pesci e le maree. Che gradiva l’argento,che si mangiava i morti. Che aveva una faccia nascosta (ma noi la vedevamo lo stesso, che guardava giù col naso e gli occhi a punta). Che a volte era dipinta di rosso, ed era così enorme che mamma tirava dentro la biancheria, perché non ci cadesse su la polvere lunare. Che arrivava su un carro, ma secondo noi era una barca (infatti era una barca). Che penzolava dai rami, ma anche dal niente. Che a volte si piazzava nel centro esatto dello Stretto, a galleggiare cantandosi incomprensibili canzoni lunari che agitavano i sonni e i pesci. Che ad agosto non se ne andava mai da casa, dove entrava sotto forma di fiumi di latte appiccicoso, latte di mandorla probabilmente. Allora camminavamo con la luna alle caviglie, e poi facevamo storie, prima di dormire, perché non volevamo lavarci i piedi.
Insomma, si trattava solo di salirci sopra, ormai. Camminare sulla luna era normale. Faceva rumore di passerella, e odore di lido e oleandri. Faceva rumore di sandali, e odore di cabine bagnate.
Facemmo anche il bagno, in un mare a caso che sembrava preciso il nostro: freddo, blu, pieno di correnti, nervoso.
All’una eravamo a casa per mangiare le penne al sugo.

dedicato alla luna, che non è mai più stata la stessa, dopo.

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Interno con zia

Le zie erano pronte dalle undici e mezza. Avevano piazzato i divani coi cuscini ricamati a forma di Venere di Milo (ma coperti con un telo doppio di cellophane da esterno, non si sa mai), due file di sedie e qualche sgabello per i ritardatari. Zia Enza friggeva crocchette fin dal mattino, che non si sa mai, le cerimonie fanno venire fame. “E poi là ci sono trenta gradi sotto zero, come minimo” interloquiva zia Pina, che c’ha l’empatia planetaria e s’immedesima. Così s’erano coperte ben bene con tutte le scorte di pile casalingo, e zia Enza s’era pure fatta lo scaldino, non si sa mai.
Alle due erano sedute al loro posto, con tutte le invitate: le commari del basilico, Franca di sopra (le vicine si dividono in Franca di sopra, Tota di sotto, Ciccia di lassopra e Melina di lassoprona, superlativo assoluto di sopra), Consolata e la figlia Jessica, Teresa la gigantessa nana, Lina la sorda, la cugina Marisa, la fidanzata del prete. Mangiavano crocchette e ripassavano politica estera: “Certo ch’è bello, Osama”.
“Zia, si chiama Obama”.
“Ma Obama non significa niente”.
“Guarda che Osama si chiama il suo nemico”.
“Chi, quello col turbante e la scimitarra?”.
“Commare, quale scimitarra, quello c’ha le bombe nucleari”.
“Non dite fesserie, le bombe nucleari le tiene Obama nella valigetta. Oggi gliela passa Bush, e lui se la deve incatenare al braccio”.
“E la porta sempre così?”.
“Per quattro anni minimo”. Brusìo della folla.
“Povero Osama” diceva zia Enza ogni tanto scuotendo la testa.
All’inizio della cerimonia avevano parlato a lungo di come farsi la doccia con una valigetta incatenata al polso, pure radioattiva, e zia Maria aveva proposto molte interessanti soluzioni tecniche. D’altronde, lei – da sola – ha trasportato cavalli morti giù per le scale, ha fermato treni in corsa, ha smontato e rimontato fucili a pompa, ha tesserato centocinquanta persone per il Pd: cosa volete che sia una valigetta nucleare al polso?
E tuttavia non riusciva a quietare i timori segreti di zia Pina: “E se esce pazzo e fa scoppiare il mondo?”.
“Ma non può, l’altra chiave ce l’ha l’ammiraglio”.
“Ah, meno male. E chi è l’ammiraglio?”
“Quello sulla sedia a rotelle” faceva zia Maria, che sa praticamente tutto; “E’ stato ferito nella guerra del Golfo”.
Brusìo della folla.

“Osama, Osama” si sono messe a gridare quando il Presidente eletto è stato inquadrato, snello e fascinoso, appena acceso dal rosso della cravatta.
“Certo ch’è bello, Osama” continuavano a dirsi zia Enza e la fidanzata del prete, che c’ha la fama di sconcicatrice e ha l’occhio lungo per gli uomini.
“Ma pure la moglie non è brutta” stava principiando a dire zia Maria, che è l’anfitriona e la sacerdotessa e sa tutto di politica estera, quando Michelle è apparsa in tutto il suo splendore, vestita da Titti il canarino ma con scarpe e guanti verde Shrek.
“Pare una ciocca” hanno gridato scandalizzate, all’unisono. La ciocca è più di una gallina, è una gallina e mezza, anzi una chioccia.
Michelle avanzava dondolando, le piume tutte arruffate dai venti gelidi della Capitale e della Storia, verso la platea di zie e commari molto molto contrariate. Non doveva farglielo, questo.
Quando Aretha Franklin ha cantato per Obama, però, sono state tutte d’accordo: la somiglianza era stupefacente. Con zia Pina, si capisce. Cappello compreso. La zia è rimasta in silenzio, un poco vergognata, un poco contenta, che stava quasi per mettersi a cantare pure lei, con voce da baritono leggero.

Lina la sorda non aveva capito bene, però, e continuava a chiedere chi era quello nero che era entrato nella casa. La Casa, anzi. Quella del Grande Fratello.
“E’ il presidente” le rispondevano a turno.
“Il non vedente” ripeteva Lina, “E io che ho detto?” aggiungeva. E strizzava gli occhi per vedere meglio, "vedere pure le parole", come dice zia Enza.

Le crocchette però erano quasi finite quando Obama ha cominciato il discorso, e zia Maria ha dovuto schiacciare un poco di noci, consare due pomodori secchi, aprire una schiocca di fichi, scartare due torroncini, tagliare un pandoro e un capicollo, che i discorsi fanno venire fame e poi non si sa mai.
Osama ha parlato in un silenzio irreale, rotto soltanto dai gusci delle noci che si frantumavano tra le mani di zia Maria (lei apre le noci, le bottiglie e anche le sicure delle bombe a mano a mani nude, ammazza le galline con un dito solo, e probabilmente fa cadere le cose solo col pensiero, ma questo non è sicuro), dagli sms del telefonino di Jessica, che è troppo giovane per essere sensibile alla Storia, dai singhiozzi di zia Enza che si commuove a tutti i matrimoni, i funerali, le elezioni e le incoronazioni.
“Preciso identico al matrimonio di Lady Diana” ripeteva infatti, sopraffatta dall’emozione.
“Però speriamo che a questo non lo ammazzano” ha pure aggiunto, come colpita da un improvviso pensiero. Per sicurezza, ha fatto le corna sette volte e ha sputato dietro la spalla sinistra.
Teresa la gigantessa, che è astrologa sensitiva e cartomante e sente nelle ossa il maltempo e la sfortuna, però, diceva che no, non c’è pericolo: “Osama non ha le orecchie piccole”. Che, si sa, sono sempre segno di morte precoce.
“E’ vero, Kennedy ce le aveva piccole” ha interloquito zia Pina che ha sempre avuto un debole per Kennedy. Ma tutte, a sentire quel nome, si sono segnate, pure Lina: nel pantheon familiare John Kennedy sta tra San Sebastiano e Padre Pio, appena dietro Che Guevara e Madre Teresa.
“Tutti i Kennedy ce le hanno piccole” ha convenuto zia Maria, che è la più preparata. “E infatti… ”.
Poco dopo, Ted Kennedy, colpito dalla potenza dell’esorcismo calabro, è crollato mentre cenava con Obama, e se l’è portato un’ambulanza. “Lo dicevo io che ha le orecchie piccole” ha commentato zia Maria.
“Ma gli hanno fatto la nominèscion?” chiedeva di nuovo Lina la sorda, che non seguiva bene dalla quarta fila.
“No, è già stato eletto” le spiegava zia Maria, che sa tutto sui meccanismi elettorali. E poi aggiungeva: “Speriamo che non lo ammazzano, tutte le forze oscure e reazionarie”. Perché certe volte parla come il nonno, zia Maria, e lo sa. Il nonno, col fazzoletto rosso al collo, dalla cornice d’argento faceva piccoli cenni d’approvazione che poteva vedere solo lei, e si potevano pure scambiare per i guizzi della fiamma del lumino sempre acceso.

E comunque il discorso di Osama è piaciuto a tutte.
“Specie quando ha salutato il sole, il vento e la terra”.
“Zia, non li salutava, diceva che li useranno per l’energia”.
“E non è la stessa cosa? Guarda quanta energia” m’ha fatto la zia, indicando i due milioni di persone che ascoltavano il discorso, a zero gradi centigradi e un ineffabile sole sul volto.
Diavolo d’una zia, c’ha sempre ragione.

In effetti, ci siamo commosse tutte. Perché quando ormai eravamo convinte che non ci sono speranze, che il mondo è dei furbi e dei ricchi, anche se sono nani o incapaci o dabliu, ecco che ti spunta un Obama, nero e figlio di gente povera, e ti diventa l’uomo dello Studio Ovale, l’uomo della valigetta atomica. L’uomo chiamato a parlare in mondovisione di cose tremende come la verità la libertà e la speranza senza usare una sola parola finta, di quelle parole di cartone che davanti sembrano palazzi, grattacieli, fabbriche e bastimenti e dietro non c’è niente, solo tubi e filo spinato. La vita è inesauribile, dice zia Maria. Diavolo d’una zia, c’ha sempre ragione.

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istantanea del matrimonio con galli e prestigiatore

   Proprio all’ingresso, tra i capitelli corinzi e i vetri fumé, c’era un invitato seduto tra le code del frac che ripeteva: “Sono molto grato che mi avete invitato al vostro sposalizio… e vi auguro che il primo figlio sia masculo e in salute… “
Io ho detto al mio fidanzato: “Guarda, c’è un invitato che parla da solo”.
Lui ha sorriso: “E’ Luca Brasi… “.
Sulla nave m’ero assopita, e sognavo il mio matrimonio preferito, quello di Connie Corleone. Sognavo d’essere Diane Keaton, però con la faccia (e il resto) di Jennifer Lopez, quando l’attracco m’ha svegliata coi suoi vapori di catrame. In effetti, era una premonizione: in sala c’era un sottofondo musicale inconfondibile: io e Michael, il mio fidanzato, ci siamo guardati e abbiamo annuito, e sulle note del Padrino parte I ci siamo diretti verso i dieci buffet allestiti per ingannare il tempo mentre gli sposi facevano il giro della provincia per le foto.
 Già il kebab di carne era finito, però zuppa di mais e speck ce n’era quanta ne volevi, e anche mozzarella filante e pecorino col miele. Al banco del sushi c’era la fila, e abbiamo ripiegato sulla torta fredda di salmone e il cocktail di frutta esotica e gamberetti. Intanto gli invitati affluivano senza interruzione, e le zie davano già i primi exit poll della cerimonia in chiesa, con uno share dell’ottantacinque per cento.
 Gli aiutanti del fotografo sistemavano i cavalletti nella trincea tutto attorno al tavolo degli sposi (le telecamere le aveva la troupe viaggiante, che a quell’ora stava riprendendo il lungomare, le rovine greche, le bifore moresche e le facciate tardocondominiali della via Marina), mentre le parenti anziane e di rispetto erano già sedute ai tavoli piccoli, quelli da venti.
 Dopo solo un’ora di antipasti – i fritti (palline di ricotta, frittelle di fiori di zucca, di neonata, di melanzane, di cavolfiore, di ala d’angelo, di spatola, di porcini, di drago cucciolo) venivano serviti in vassoi circolanti da camerieri squisitissimi (il che mi ricorda care memorie familiari: quando zia Enza gira attorno al tavolo con una zuppiera di polpette per ficcarle in bocca a chiunque, senza passare dal piatto o dal consenso) – i buffet erano ancora pieni e gli invitati nemmeno un poco, ma sono purtroppo arrivati gli sposi (già i fotografi avevano realizzato millecinquecento scatti, più i filmini).
 La folla ha preso posto con movenze da stadio: nell’ala destra gli sposi, il cui tavolo s’intravvedeva appena dietro lo schieramento di cavalletti e macchine da presa, e i parenti dello sposo (cioè noi), nella tribuna di sinistra quelli della sposa, a centrocampo gli amici, gli sconosciuti, gli indefinibili, il prete e i vip.
  Io ero proprio confinante col tavolo delle zie, sotto il quale c’erano gerle e borse di carta piene di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, scialli, otto uova di gallina per mio figlio, ventagli, taccuini, collant di scorta, acqua di rose, guanti, medicine per il cuore, pile di ricambio, fazzoletti, torce, borotalco. Anche io avevo la mia busta, e l’ho aggiunta alle loro: avete mai visto quanto sono piccole le borsette da sera? E, onestamente, si può affrontare la vita senza bauli e cappelliere? No che non si può. E nemmeno un matrimonio.
  Io ero seduta accanto al prete, come sempre: le zie pensano che sia cosa buona e giusta, per la mia anima, o forse per la sua, e ormai non ci pensano nemmeno più, a spostarmi da qualche altra parte. Chessò, vicino a mia cognata scorpionessa (molto elegante, a pois bianchi, caviglie massello e scarpe a colonnetta), a mia cugina che telefona ai morti, allo zio prestigiatore. Così, tanto per cambiare.
  Zio Canalù, dicevamo: è stato quarant’anni in Cina, in Australia, a Singapore, in Canada, in Thailandia. Faceva spettacoli di prestidigitazione, compreso il più incredibile di tutti: nascere in Aspromonte e diventare un perfetto cosmopolita dall’accento variopinto. “Ohuu very naiiisss” mi diceva con la sua voce da Frank Sinatra e i suoi modi da Carnegie Hall. Era seduto accanto alla mamma dello sposo, la zia vedova, zia Lisa, che ha un nome quieto e gli occhi azzurri ma un’indole da incendio nei boschi. E lui, lo zio prestigiatore e italoamericano, lo zio poliglotta, le faceva apparire colombelle sotto il tovagliolo, e spuntare fiori dalle caraffe e dalle orecchie dei compari, ma soprattutto le faceva sparire ogni traccia di tristezza fin nell’angolo celeste alpino dell’occhio, chiamandola “Lisetta” con la esse scivolata e infondendole una mansuetudine soprannaturale. 
 

  Abbiamo mangiato Angus in salsa di Brunello, pasta fresca con zucca e pinoli, risotto al salmone e bergamotto, e bevuto di tutto, dal Gewurztraminer (che è il mio vino preferito pure se è bianco, ma perché ha un corpo di legno e una vertigine di profumi e una consistenza narrativa da rosso) al Colomba Platino, perché mica eravamo meno internazionali dello zio Canalù, noi.
 Intanto tutti si cambiavano di posto con tutti, gli sposi erano assediati dai fotografi (che poi sapranno tutto solo guardando le foto, mica prima: sul set non si capisce nemmeno la trama, figuriamoci) e le zie giravano per i tavoli a fare le nomination (ché i matrimoni sono tutti reality, e il pubblico da casa è determinante, mica solo la giuria tecnica).
  Al nostro tavolo, io, ecumenica, citavo il Cantico delle creature e il ministro Carfagna, mentre il prete firmava autografi e il nipote della signorina Pina ci abbagliava tutti col suo fermacravatta. I bambini avevano organizzato una guerra civile sui divani e la geografia politica dei tavoli cambiava a ogni istante, seguita dagli occhi ansiosi e analisti delle zie, tale e quale a Wall Street.
 Ma il meglio doveva ancora arrivare: il buffet dei dolci.
Cito testualmente dal menù (che in Calabria è una pubblicazione): torta mimosa, charlotte ai frutti di bosco, millefoglie, bavarese al cocco, alla fragola, al caffè, babà alla crema con frutta, nocciolata, semifreddi al cioccolato, alla mandorla, al pistacchio, crostata ai frutti di bosco con panna, tronchetto d’arancia, meringata alle fragole. A parte, il lago dei cigni con profiteroles e poi lei, il vero motivo (diciamo uno dei motivi) per cui non dirò mai di no a un matrimonio calabrese. La torta panna e peperoncino, di cui già si disse, e che non è un dolce, è un esperimento metafisico, una prova di fede, un patto d’alleanza con le forze oscure che ci motivano (l’amore, l’altruismo, il gusto di morte, l’errore, il coraggio, la purezza, il ricordo, la smemoratezza, la pietà).
  Era piccola, nascosta in un angolo, coi peperoncini apotropaici affondati in mezzo alla panna e puntati sulla folla. I cornetti portafortuna di tutti gli invitati (ognuno il suo, di varia forma e foggia e potere, ma lo avevamo tutti)(il mio era il corno rosso da mezzo, quello da battaglia, che prendeva buoni tre quarti della mia smilza borsina macramè) rispondevano al richiamo, in qualche modo.
  Siamo un popolo scaramantico e attento ai segni, per quanto vogliano farcelo dimenticare. Siamo un popolo antico e pieno di ferite, e non ci metteremmo mai contro la sorte. Non senza tutti gli accorgimenti possibili.
Così, quand’è arrivata la torta nuziale, che era una necropoli a grotticelle, un tempio etrusco, un mausoleo di alicarnasso (centinaia di tortine individuali avvolte nelle glassa e disposte in tre piani con terrazzamenti), è stato il diapason, e persino gli dei, lassù nel cielo profondamente viola, si sono compiaciuti.
  Io ho visto tracce di mia madre nel viso aperto di zia Lisetta, ho sentito la solita, disperata catena di sangue e rancori e somiglianze e differenze così spaventosamente intrecciata e presente, che oscillava nel buio, tesa verso la foresta familiare dell’Aspromonte e la foresta marina dello Stretto, entrambe nere e incombenti, e mi sono sentita vincere.
 Ho versato una lacrimuccia sola, piccola.
Gli dei se la sono leccata avidamente.

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Il libro sembra nascosto dal ramo, ma forse il ramo nasce dal libro (Van Gogh, Ramo di mandorlo in fiore con libro)

 Ne era gelosissimo. Lo teneva sotto il letto, e ogni sera controllava che nessuno l’avesse toccato, nemmeno per raccogliere le fuline di polvere, nemmeno per aggiustare i materassi, ch’erano pieni di foglie di granturco e facevano un rumore d’autunno e ogni tanto s’immaginavano d’essere una pianta, e cambiavano di forma e bisognava sbatterli perché tornassero al loro posto, nemmeno per spargere un orlo di sale grosso, che col malocchio non si sa mai. Lo prendeva, lo spolverava, se lo guardava tutto e lo rimetteva lì, soddisfatto e confortato come se avesse fatto una preghiera. Era la sua preghiera.
 Ogni tanto ne parlava, diceva: “Ieri era seccato”, oppure: “Lui lo sa, quello che deve succedere”. E annuiva, con la bocca stretta di chi sa, ma non dice. Poi tornava a guardarselo, anche se non era l’ora, ma tanto la camera da letto era sempre al buio, col freddo fermo della notte sempre lì attorno, l’aria spessa come acqua medicinale, gli occhi fosforescenti dei santi, il legno della tavarca che faceva odore di chiesa e chiodi vecchi.
 Sì, era il suo tesoro, più dei figli, più della lupara caricata a pallini, più del rispetto, più del quadretto con l’acrostico che lo zio di Milano gli aveva regalato quando s’era sposato. Più del legname dei boschi aspromontani, più dell’acqua della fontana, più dei morti, più del banco della chiesa.
 Lui ci credeva.
“Lì dentro – diceva ogni tanto, col suo sorriso mezzo e misterioso – c’è tutto”.
 Non so chi gliel’avesse dato. Sospetto il parroco, che pure con lui litigava ogni domenica, nella piazza dei maschi, e finiva che se ne tornava alla canonica rosso in faccia, coi bottoni della tonaca e le vene del collo che stavano per saltare. Glielo aveva dato perché si ravvedesse, o quantomeno si spaventasse, e invece lui aveva trovato, di colpo, tutte le risposte, anche quelle che Lenin o Cristo non erano riusciti a dargli.

 Ogni sera toccava le parole scritte su quella copia della Divina Commedia illustrata da Dorè, con le sue dita analfabete, mio nonno, e sapeva che c’era scritto tutto, là dentro. Le illustrazioni tremolavano impercettibili, e pareva che annuissero.

 Mio nonno Stefano, mastro d’ascia e uomo di rispetto, aveva un culto per i libri, e per quello che considerava Il Libro. Sapeva, per la verità ,anche alcuni canti a memoria, che qualcuno gli aveva letto e lui aveva imparato, come si imparano gli scongiuri, le parole che proteggono, che trasformano. Lui credeva davvero che nei libri c’è una sapienza che non puoi raggiungere in altro modo, né col fucile né con l’amore né col timor di dio. Io penso che sia vero.
 Questo per contribuire, in qualche modo, alla conversazione in corso da giorni qui da Remo. Non sono brava con le conversazioni da blog: perdo il ritmo, o me ne accorgo quando i post sono già defunti (che i tempi di decadimento biologico dei post sono rapidissimi, lo sappiamo, e gli archivi sono solo cimiteri inglesi). Mi pare che sia una, più di altre, però, la cosa da dire in questo caso: la lettura è indispensabile. Non conosco altri modi per entrare nei mondi, costruirli, esplorarli. Non è vero che può equivalere ad altro, non è vero che è sostituibile, o non indispensabile. Non c’è altro modo di condurre, alimentare, espandere il pensiero. E il pensiero è tutto quello che possiamo essere. 


  Mio nonno Stefano visse un’esistenza miseranda, ma unse di questo fuoco sacro almeno mia madre, che a otto anni, tolta dalla scuola “perché tanto era femmina e doveva dare una mano alla famiglia” e mandata a fare l’apprendista ricamatrice, si chiudeva nella stanza del figlio della padrona del laboratorio e leggeva, leggeva, leggeva di tutto, romanzi, vocabolari, libri di medicina: ampliò così tanto i confini del suo mondo, che le fu possibile combatterlo e vincerlo. Diventò la prima donna medico della vallata del Gallico. E teneva sempre in casa una Divina Commedia illustrata da Dorè. Era – ormai lo sappiamo – un passaporto.

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La manifestazione

 Il Nano Feroce era piccolo quanto un bambino di dieci anni. Però faceva spavento, con quei capelli tinti di mogano e aggiustati col riporto, gli stivali da podestà e il frustino sempre in mano. Camminava come un uomo alto, infatti, girandosi compiaciuto in mezzo alla folla miserevole dei paesani acciaccati dalla sorte e dalla guerra incipiente.
 In sua presenza non si doveva mai dire la parola “basso”, e nemmeno “corto”. Oppure si finiva in Albania, nelle miniere o quantomeno a raccogliere le cacche dei cani da caccia, nella sua proprietà.
Che poi non era davvero sua proprietà. S’era impadronito della Casa del popolo, davanti alle scuole delle suore, e s’era pure recintato il giardino, e l’aia dove razzolavano le galline requisite.

 Tanto, le uova gliele portavano i paesani, come giusto contributo alla causa. E pure il vino nuovo, il pane di casa e il formaggio. Le olive, quando era stagione, e i ciccioli caldi di maiale. Anche il sanguinaccio, che gli piaceva assai perché – diceva – “il gusto del sangue è cosa da uomini”. Però ci doveva essere molto mosto, zucchero e anche tante mandorle, nel suo. Che di cioccolata non se ne trovava più da un pezzo.

 Il Nano Feroce s’era fatto da solo, ripeteva. In effetti, nessuno sapeva dove fosse stato, o cosa avesse fatto, prima di spuntare col documento che diceva che lui era il Podestà e tutti dovevano ubbidirgli. Che era finito il tempo dei nobili e dei preti, e ora c’erano gli uomini, al governo. Gli uomini alti, lasciava intendere, drizzandosi sul suo metro e quarantuno e sbattendo i tacchi.
 Gli stivali glieli lucidava il ciabattino, tutte le mattine. Sputava sulla spazzola, prima di strofinarli, e sputava con tanto gusto e impegno che gli stivali venivano lucidissimi.
Se è per questo, c’era anche altra gente volenterosa che si preoccupava di pisciare negli angoli del cortile del Nano, per proteggere la casa dal malocchio. E si preoccupavano tanto spesso e con tanta diligenza che fu necessario distaccare nel cortile la Milizia (all’epoca rappresentata dal campanaro, il custode del cimitero, un mastro d’ascia invalido e il nipote scemo del podestà), per fare la guardia.

 Perché i paesani erano diligenti, altroché.
Per esempio, il Nano gradiva che lo salutassero con un motto in latino, di quelli che Lui aveva fatto scrivere sui muri. Chessò, “frangar non flectar”, oppure “audaces fortuna juvat”. E così, quando passava il Nano, era tutto un “fango, non fetta”, oppure “adaggio fottuta gghiovi”.

 Ma il Nano regnava sul paese, sorridendo dal vano della finestra, accanto alla chiesa dell’Arcangelo. Faceva un discorso ogni domenica, dopo la messa, quando la piazza era piena di gente, e diceva che tutto – da quando c’era Lui – andava bene. Le greggi aumentavano, il latte scorreva a fiumi, le castagne erano tante che non si sapeva dove metterle, per non parlare delle erbe selvatiche e della gramigna, e Roma rivendicava l’Impero.
Quando succedeva qualcosa – in una notte di dicembre un incendio si mangiò duecento case, un’epidemia di febbri di stomaco si portò via un sacco di bambini e di vecchi, cento uomini validi furono arrestati dal maresciallo Petrosillo per “associazione per delinguere” e storie di roncole e coltelli – la colpa era dei comunisti. Che erano pure ricchioni, amici dei negri e degli ebrei e coglioni senza rimedio. Che c’era differenza tra essere coglioni e averceli – e qua il Nano scrollava con forza la patta dei pantaloni, ben piantato sui tacchi, sforzandosi di allargare la mascella, sul collo corto, come faceva Lui.

 Nei primi giorni di ottobre del 1935 – era un autunno d’oro sporco, indecifrabile e gonfio come un’estate – il Nano convocò un’”adunata oceanica” nella piazza dei Santi Martiri. Il campanaro suonava a rintocchi forti, perché tutti dovevano venire, anche dalle campagne: Lui avrebbe parlato per radio agli italiani, per dire una cosa importantissima.
 La piazza era già piena: uomini sudati, con la giacca appesa sulla spalla, ragazzini scalzi che si tiravano moccio e pietrisco, persino animali. Le donne no, stavano nei vicoletti, la mano sul fianco e il fazzoletto annodato sulla testa. Qualcuna più in basso, che si lanciava sguardi neri con qualche giovanotto.
 Il Nano – che quel giorno indossava la sua migliore uniforme, col fez e la sciarpa tricolore con la ‘nnocca – aveva invitato il medico, il farmacista, il parroco e le signorine Sabbia, che erano tutti nel salotto a bere rosolio e mangiare piparelli. Sul davanzale di pietra della finestra aveva fatto piazzare la radio, che era alimentata da una batteria d’auto (in paese non c’era la corrente elettrica, come non c’erano le fogne, l’acqua e la giustizia). Di lato c’era il messo comunale Lo Sardo che, col braccio fuori dalla finestra, teneva una canna in cima alla quale era legata l’antenna.
 Ci misero un pezzo a far funzionare la radio: un miliziano accendeva, e il messo comunale Lo Sardo doveva regolare l’antenna, sporgendosi fino quasi a cadere in strada. Ogni tanto si sentiva una parola, lontanissima e piena di crepitii, come se bruciasse, oppure due note di un qualche inno pieno d’ottoni e grancasse. E Lo Sardo piegava di più il braccio, oppure si sollevava sulle punte.
Accanto a lui, il Nano stava in piedi su una panchetta, rigido, che dal davanzale sporgevano le medaglie di latta. Era alto almeno due metri, in quel momento, e forse di più.

 All’ora giusta il Nano intimò il silenzio, e tutti trattennero il fiato. Solo qualche belato, o un suono di campanacci veniva da lontano, dallo sdirrupo alle spalle della chiesa. Si sentì come un grattare di unghie, una serie di fruscìi e poi niente. Il Nano battè con forza il piede sulla panchetta, la faccia piccola piena di dispetto. Il messo comunale Lo Sardo si sporse ancora di più, sollevando col braccio anchilosato l’antenna. Niente, nemmeno un rumore. La radio taceva.
 Allora il Nano, indispettito, comiciò lui pure a trafficare con la manopola, sbuffando. Lo Sardo era quasi tutto fuori dalla finestra, sporgendosi come per acchiappare con la canna le voci dell’aria.
L’apparecchio emise una scarica potente, che fece sobbalzare tutti e quasi precipitare Lo Sardo dalla finestra e il Nano dalla panchetta. Seguì un fischio potentissimo, che tutti si portarono le mani alle orecchie, e poi una parola sola, a volume altissimo: “Corto!”.
 Era la voce di Lui, senza dubbio. Chissà cosa stava dicendo, mentre annunciava la guerra all’Etiopia. Ma la radio, l’etere, l’aria sottile della montagna, il braccio e la canna e l’antenna di Lo Sardo, la gente, dio, le pecore, il bosco, i castagni, il diavolo, la sorte o chissà cos’altro fecero passare soltanto quella parola. Corto.

 Ci fu un silenzio profondissimo, largo quanto la piazza. Ma la parola ancora vibrava, sospesa nell’aria, tanto che tutti guardarono in alto, per vederla. Corto. Corto. Corto.
E cominciarono tutti a ripeterla: corto, corto, corto. Centinaia di voci, campanacci, belati. Corto, corto, corto. La parola proibita sgorgava con gusto, dilagava e riempiva la piazza e si versava nella valle, rimbalzava contro la montagna e tornava indietro. Corto, corto, corto. Le donne, gli uomini e i ragazzi. Corto.
Lo Sardo aveva gli occhi sbarrati e le labbra strette per non ripetere pure lui – la canna e l’antenna ancora in mano, il braccio orma
i di legno fuori dalla finestra. Nel salotto, le signorine Sabbia abbassavano gli occhi, ma il medico sorrideva attorno al sigaro, e il parroco si guardava le mani, prendendo nota mentalmente di recitare una preghiera di pentimento e contrizione per la soddisfazione che gli gonfiava il petto magro.
Corto, corto, corto. Il Nano biascicava, e ora era un metro e quaranta scarsi, e forse pure di meno. I miliziani lo guardavano con gli occhi dei vitelli, e non sapevano cosa fare. Corto, corto, corto.

 Insomma, il Nano sparì. E il podestà successivo era alto un metro e settantadue, almeno.

Questa cronaca semiseria di accadimenti quasi reali (più della metà è oro colato, lo giuro sulla pianta di basilico) per commentare i recenti accadimenti, visto che la storia non smette di ripetersi e i nani di tornare. La faccenda dei "coglioni"  (a proposito, guardate qui, in ecolaliste)  sarebbe puro folclore azzurro, se non ci fosse sotto una cosa assai più seria. Sì, mi sono offesa. Mi sono offesa mortalmente. Ma non perché mi ha insultata. O meglio, non mi ha insultata con quella parola. M’ha insultata rendendomi chiaro che, secondo lui e quelli come lui, è giusto e normale votare per chi fa i tuoi interessi. Non per chi sostiene le tue idee. Non esiste nemmeno, per lui, il pensiero che pagheremmo volentieri tutti tre volte l’Ici, per un poco di giustizia sociale in più, o uno Stato (delle cose e delle persone) dignitoso.  Che rinunceremmo volentieri a qualcosa per avere quello che crediamo, che riempie ben più dei portafogli. Non lo sfiora nemmeno, questo pensiero. Ecco cosa trovo offensivo e mortificante. amen.

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principianti in otto mosse

 Che una ci va con la testa piena di cose false: “il tango è un pensiero triste che si balla”, “Piazzolla odia i ballerini perché ha un difetto a un piede”, “il tango è maschilista”, “attenti al tango, perché divide le coppie e ne riunisce di altre”.
 Che una poi arriva alla palestra, che è una palestra con odore di palestra – gomma, sudore, spugna, caucciù – e rumori di palestra, ma non si sente precisamente in una palestra (anche perché in nessun luogo vai senza portarti dietro quello che hai letto e immaginato, e andiamo in giro carichi come muli di tavolini, sale di specchi, orchestre a plettro, vasi di gardenie, scorci di Buenos Aires. Anche nelle palestre seminterrate sulle colline dello scirocco).
 Che una poi entra titubante, e si domanda cosa la stia portando lì, anche se lo sa benissimo, perché c’è scritto, nero su bianco, lì nel bigliettino “cose da fare per la vecchiaia”: “tango argentino, tagliatelle, greco antico, rose”, e dunque meglio pensarci per tempo.
 Che una pensa proprio le cose che pensa nella vita, la vita là fuori, fuori dalla palestra: non ho un partner, forse non ho le scarpe adatte, forse inciamperò davanti a tutti, non avevo niente da mettermi, non so le parole, forse ci farò un post.

 E poi, invece.
E poi invece il maestro sembra quasi argentino, anche se è di Faro Superiore, e ha le scarpe più luccicanti che io abbia mai visto, e in quegli otto passi – sono otto passi base, “imparateli bene, che poi li dovete dimenticare” – ti fa balenare un intero alfabeto delle passioni: cortes y quebradas, salidas, mordida, ocho adelante, medialuna…
L’hai sempre saputo, che si vive di pause, trasalimenti, comandi impercettibili, impartiti con gesti che nessuno vede, parole mai pronunciate. Lo sapevi già, ma qui ne hai la prova. Di più: qui lo sanno tutti.

 Otto passi, e c’è tutto: lui ti guida, e tu lo capisci soprattutto dalle pause; lui invade il tuo spazio, ti costringe a fare passi, o ti ferma; lui ti fa indietreggiare. Lui si frappone, prende decisioni, ti spinge lungo la salida senza che tu possa oppore altro che la tua assoluta, elastica arrendevolezza, i tuoi incroci obbligati per libera scelta.

 La principiante assoluta non riesce a non guardarsi le scarpe, non riesce a non guardarsi in tutti gli specchi, perché si sente storta, trasportata e sbilenca, e lui – che è un principiante assoluto però è maschio, e, si capisce, anche lui porta lì dentro il fatto che si sente stupido e impedito, e più responsabile del solito, perché quello è tango, mica vita, che uno si può nascondere dietro mamme, gonnelle e presunzioni – lui si fa la sua salida tutto sudato, e ti dà pure la colpa: sei tu che mi anticipi, fai i passi corti, mi confondi.
 Intanto gli altri ci urtano, persi ciascuno nella propria traiettoria, e gli otto passi – “imparateli, mi raccomando, che poi devono sparire” (ma è possibile? dovrò dimenticarli o solo esserli, e dunque perderne memoria?) – si mescolano, e sono diciotto, ottantaquattro o milleotto.
 La salida è lunga chilometri, usciamo tutti dalla palestra, arriviamo al porto, passiamo lo Stretto e ancora continuiamo ad arrampicarci, di otto passi in otto passi, e forse faremo il giro della Terra e arriveremo a Buenos Aires, e l’otto sarà chiuso.

 
 Il principiante assoluto ha caviglie di legno massello, responsabilità che non riesce a governare: hai sbagliato tu, dice a lei col fiato corto, questa volta hai sbagliato tu. La principiante assoluta sorride, ma lo vorrebbe picchiare, e allora fa i passi lunghissimi, così lui s’arrangia, con quelle gambette storte. Tanto, lui è ancora principiante, non sa vendicarsi con una pausa lunga un passo, tre battute o anche una vita intera.

 Chi vi guarda non immagina nemmeno la feroce lotta di contrappesi che c’è tra voi, le intenzioni che strusciano sul parquet, lungo le punte, risalgono le caviglie – “accostate ogni volta, quello che si apre si chiude”.

Allora tu ripassi tutto quello che sai della vita e, cavolo, funziona. L’unico problema è che non puoi dirlo. Devi imparare a camminarlo.


Sì, ho preso le mie prime lezioni di tango (per l’etimologia di tango passare da  ecolaliste). E la colpa è di  quella tanguera di farolit , sappiatelo.

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le finestre della memoria

 Zio Nino era stato in Africa, prigioniero.
In una fase imprecisata della guerra l’avevano fotografato, grosso, coi baffi a manubrio e un riverbero di sole spietato dentro gli occhi. Aveva con sé quella foto, e un uovo di struzzo, quando tornò.
 Tornò a piedi, magro e appeso, con lo sguardo che strisciava per terra di stanchezza, un’uniforme cachi dalla quale uscivano gomiti e ginocchia, e la foto e l’uovo in una bisaccia. Il tifo gli aveva battuto il corpo, il buonumore di tuono, la fede fascista, i baffi, l’indole carabiniera ed entusiasta. Gli aveva raggrinzito il cuore, che era una noce secca.

 Lo videro arrivare dalla polvere, camminando forse da Cosenza, o da Roma, o da Addis Abeba. Non lo riconobbe nessuno, e quando attraversò il paese – con uno sguardo di polvere e le mani piene di nodi – s’allinearono tutti lungo la strada, a guardarlo passare, incerti se fosse amico o nemico, soldato o prigioniero, vincitore o vinto. Era tutte queste cose.

 Avrebbe passato l’argine e il paese, se il parroco non l’avesse fermato, perché s’era accorto che non sapeva dove stava andando, e avrebbe camminato diritto fino alla curva della terra, e si sarebbe ritrovato in Africa, o quattro anni prima, o chissà dove. Così gli prese un braccio, il parroco, e zio Nino lo guardò senza vederlo, ma si lasciò portare in sagrestia, dove gli aprirono la borsa e trovarono la foto e l’uovo di struzzo.

 Zio Nino fu messo a letto e curato a brodo di gallina, scongiuri e preghiere di ringraziamento, perché tutti avevano creduto che fosse morto, nella guerra persa in Africa, in Albania, in Grecia.
Lentamente si riprese, mentre la carne gli ricresceva sul corpo, e gli avevano messo vicino l’uovo di struzzo, su un portafiori, e lo guardavano – che andavano tutti a trovarli, zio Nino e l’uovo, si toglievano il cappello e si sedevano accanto al letto, per una mezzoretta – e si dicevano sottovoce: Minchia delle galline africane.
 Solo che zio Nino non dava soddisfazione, non raccontava niente, non rispondeva alle domande.
“Ninuzzu, e il deserto, com’è il deserto?”
“Eh, il deserto”, ripeteva lui, più per cortesia e obbedienza di malato che per altro, che nemmeno se lo ricordava, il deserto.
“Ninuzzu, e l’Africa, com’era l’Africa?”.
“Eh, l’Africa” , e s’assopiva cogli occhi aperti, dentro sogni sgangherati che lo vedevamo pure di fuori, che non c’era sabbia, non c’erano palme, non c’erano nemmeno fucili.
“E le fimmine, Ninu, le fimmine nere?” gli faceva qualche bello spirito, qualcuno dei compagni di prima che lo vedevano in un fondo di letto, lui che una volta era bello e coi baffi e il fucile luccicante.
“Eh, le fimmine” rispondeva lui, gli occhi che circolavano da soli, chissà dove.

 “Nenti, non s’arricodda nenti” dicevano un poco delusi i paesani, ma almeno avevano toccato l’uovo – che era gigantesco, d’una sostanza porosa e fantasmagorica – e già era qualcosa.

 Ci mise un poco di tempo a tornare tutto, zio Nino, ma poi tornò, grosso e coi baffi e senza alcun ricordo di sabbia e fucili. S’impiegò allo Stato civile, e partecipò a una puntata del “Musichiere”.
 Sul letto di morte, molti anni dopo, mentre rantolava disse di colpo al figlio: “Sai… mi ricordo…”. Tutti si voltarono, pensando che era l’Africa, che tornava.
“Mi ricordo… e tu ti devi ricordare sempre…”.
E tutti trattennero il fiato, e pensarono: ecco, ecco che ce lo racconta.
“Ti devi ricordare sempre…” il respiro era più sottile, gli occhi di polvere, che tutti pensarono che non ce l’avrebbe fatta.
“Ricordati…” e l’aria era ancora di meno, la polvere cresceva e l’uovo di struzzo, in salotto al posto d’onore, brillava.
“Ricordati, figlio… che sono stato al Musichiere”.
 Zio Nino morì. Era stato al Musichiere, lui.

 Oggi è il Giorno della memoria. Perché bisogna ricordare, quasi sempre, quasi tutto.

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