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Posts Tagged ‘magmatica’

Lava

il fuoco secondo Guttuso

 C’è una lava sottile dentro le persone, qui. Talvolta è così profonda che non si vede mai: arde, nascosta, solo in fondo a qualche pensiero particolarmente nero. Qualche volta sale in superficie e spacca la terra, con le sue zolle di brace. A volte incendia tutte le cose vicine, quando soffiano venti d’odio particolarmente forti.
 Noi portiamo gli incendi nelle vene. Un istinto di morte totale, definitiva, assoluta, come si può assaporare nel nero dei nostri lutti, nel nostro culto tenace dei defunti, nella caparbietà con cui c’imponiamo di credere alla sopravvivenza delle anime – mentre tutto ciò che sappiamo è la distruttibilità dei corpi.
 Noi mettiamo in scena mille volte la morte, la decliniamo in tutti i nostri cristi dai piedi grandi, i cristi lunghi sulle pertiche di ferro, i cristi dal cuore trafitto, dalla fronte incisa dalle spine. Noi veneriamo agnelli morti rifatti nello zucchero, mangiamo dolci pallidi che si chiamano "morticini", o "ossa di morto", condividendo il desiderio inconfessabile di estinguerci a morsi, di dilaniarci, farci a pezzi e masticarci per amore estremo.
 Noi coltiviamo il sacrificio come un fiore di sangue. Noi annaffiamo i sepolcri, tagliamo ciocche e ritagliamo foto per portarle con noi nei medaglioni che ci battono sul petto, come un altro cuore d’oro o d’ottone.
 Non abbiamo nomi, per certe furie che ci prendono: bruciamo i boschi, continuiamo le faide, apprezziamo il sangue del maiale, riteniamo la vendetta un dovere, attribuiamo ai figli le colpe dei padri, chiamiamo i morti a testimoni. E’ quella lava sotterranea. Chiudendo gli occhi, si può avvertire il suo rombo remoto, il suo scorrere lento e certo, a cui nessuno si sottrae.
 E’ una prontezza del sangue, certe volte, o una linea di collera tra le tempie. E’ un senso capovolto della giustizia che non si può spiegare. E’ qualcosa di feroce, antico, precedente alle parole, alle leggi, alla coscienza.
 Quella lava hanno, per certo, le madri, che sono abituate a smuovere le montagne e ammazzare i lupi con le mani: loro spalano la realtà con grosse pale luccicanti, da sempre. Sanno cosa è giusto, perché la vita e la morte le attraversano.
E non c’è differenza, tra i loro corpi e il corpo vivo del bosco, che scende col suo passo di faggeto fino al limitare della strada. Non c’è differenza coi castagneti, con le rupi, cogli animali selvatici o domestici.
 Noi bruciamo noi stessi: come bruciamo dentro, come bruciamo fuori.

 E’ stata un’estate rossa. Il fuoco s’è mangiato ogni notte una collina diversa: oltre lo Stretto si vedevano torri di fuoco, e paesi di fuoco su versanti di fuoco attraversati da strade di fuoco. Dall’altra sponda, guardavamo la Calabria come si guarda un destino inevitabile: alle nostre spalle, altri paesi di fuoco crescevano nella notte, arrampicandosi con dita di distruzione sulle colline, crepitandosi insulti in lingue sconosciute. I fuochi gemelli si guardavano, lo Stretto in mezzo proseguiva la sua caparbia navigazione: i popoli di lava continuavano a percorrerlo, avanti a indietro, inseguendo vendette, amori, legami, giuramenti. La lava li agitava, profonda, alimentando il loro peggio e il loro meglio, la loro indomabile energia, il loro gigantesco senso della morte di tutto, della vita di tutto, assieme, rossa.

 

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IL TEMPO CHE HO

stanza ingombra di tempo

 M’ha detto – ma forse non l’ha detto – : dammi tutto il tempo che hai. E io l’ho cercato dappertutto. Nelle tasche era briciole di biscotti, monetine, biglietti pieni di numeri, maiuscole, punti esclamativi, nomi sconosciuti. Sugli scaffali era rilegato in quinterni, cucito a mano o a macchina, incollato alle copertine di carta dura o morbida, trattato con inchiostri diversi. Ogni tanto era disposto in forma di rosa tra una pagina e l’altra, asciutta e sbiadita, pallida eppure tenace.

 Dappertutto era posato sui mobili, sotto le sedie, sotto il tappeto del salotto: era in bioccoli, acari, polveri. Era in minio, oro zecchino, piombo sordo. Era in legno di faggio, terracotta, lana e cotone. Era – di certo – una foglia di cenere in una bolla d’aria, nella pancia del bicchiere da cognac di vetro riciclato. Era anche nelle bottiglie, infatti: le uve s’erano perdute in zucchero e alcol, avevano meditato e fermentato e s’erano caricate di sfumature sanguigne, porpora, rubino.

 Non finiva di trasformarsi, d’altronde, in cucina: le farine perdevano memoria della macina, le olive del frantoio, il sale dell’acqua di mare. La mela diventava simbolo, il vitello vittima, il pane corpo.

 Mi scappava dalle mani, così irraggiungibile, contiguo e diverso.
Lo cucivo a punto stretto nelle vesti, rifacevo l’orlo di continuo, lo rimisuravo – gli spilli tra le labbra strette, lo specchio spalancato, come sempre, a inghiottirci tutti e due, me e lui. E poi lo sprimacciavo, e cambiavo le federe, e lisciavo la sovracoperta imbottita.

 Poi mi ci coricavo sopra e dentro, e sognavo di lui. Sognavo di trovarlo, di raggiungerlo, finalmente. Ma proprio in quel momento ero già sveglia, ero già dopo.

perché io sono tendenzialmente  pandemica e virale, e non c’è catena di testi e sant’antoni che non m’allacci subito. quindi ho scritto il mio tempo, in questo contenitore di tempi immaginato da  Salto del Canale e diretto a  Ineditablog. ma il tempo è orizzontale o verticale? io sospetto tutti e due. qui nel blog, per dire, il tempo è lungo la linea dei link, che confina con l’orizzonte, e anche sopra e sotto, giù nel pozzo e su su fino alla soffitta del post, che puoi modificare quanto vuoi, truccare, acconciare, fargli la plastica al naso e al seno, liposuggerlo, e anche condirlo con sugo di peperoni e rosmarino, cuocerlo nei commenti a fuoco lento (la cucina è scuola di tempo, come l’alchimia, l’amore e la scrittura), rosolarlo, immaginarlo daccapo, e di nuovo e ancora.  

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FERRO

il ferro mangia gli spaghetti

 Non gli piaceva, quell’uomo.
Se gli capitava d’incontrarlo, nelle fughe a mezzo della piazza, tra i vicoli, allo scantonare della strada, passando veloce alla punta del muro, dove gli uomini s’appoggiavano col tacco e stavano a conversare, le braccia conserte e gli occhi nascosti, si sentiva tutto sottosopra.
 “M’è passata la serpe, qui” diceva alla vecchia strofinandosi il petto, una volta a casa. Lei serrava le labbra, e con indecifrabile amore gli tracciava un segno, una croce storta, un sortilegio che metteva in fuga la serpe. Il petto scarno e bianco dell’orfano si sollevava in un sospiro. Poi era la solita sera, la luce poca che si cagliava, come i fiati e l’odore spesso di cavolo, di notte, di legno e pane vecchio.
Qualche volta lo guardava, poi, quel nipote. Dormiva smemorato come gli innocenti, la fronte chiara e liscia, le palpebre trasparenti attraverso cui pulsavano vene e sogni sottili. Non era usa alla pietà, la vecchia, ma nel suo cuore scardinato allora passava un vento, una serpe, e doveva andarsene strofinandosi il petto.

 “Ma come si chiama, quello?” le aveva chiesto un giorno il bambino. L’uomo era passato, enorme e sofferente, il collo di toro schiacciato nel colletto, le guance d’un rosso irsuto, gli occhi spremuti in fuori da qualche malanimo o da una malattia del profondo. Ansimava, o respirava come se soffocasse ad ogni passo, ma quando il bambino era uscito sull’uscio, richiamato dalla nota bassa di quell’ansito, s’era fermato in perfetto silenzio e l’aveva guardato spalancando gli occhi. “Tu… tu…” gli aveva detto puntando il dito, con un odio e un terrore nello sguardo ch’avevano fatto fuggire l’orfano dentro casa, pieno di serpi, singhiozzando forte.
 Era dovuta uscire la vecchia sul bizzolo, con la faccia – lei sì – di veleno, a cacciare via quell’uomo, lontano verso la bocca dell’inferno. “Andatevene via, Ferro” gl’aveva sussurrato, facendo il segno ben alto nell’aria, tra loro. Poi c’erano volute un sacco di croci storte, per mandare via anche le serpi, una per una.
 La notte era stata di purgatorio e d’anime in pena: la vecchia aveva vegliato il bambino, e l’uomo aveva vegliato se stesso, tastandosi il petto.

 Ma tanto, la verità prima o poi arriva, strisciando come una serpe. E hai voglia a fare incantesimi.
Così fu il figlio del follatore, il bambino crudele che crocifiggeva le lucertole, a dirglielo. Giocavano un gioco complicato in mezzo alla polvere, sul curvone. Novembre era basso e carico d’acqua, di piombo e di castagne, e loro si contendevano il mondo intero e due ricci pieni. L’orfano aveva vinto, e all’altro era spiaciuto. Così glielo disse: “Il Ferro ha ammazzato tua madre”. Poi si voltò e fuggì, una smorfia o un sorriso nell’aria fredda color vinaccia.

 L’orfano tornò a casa, pallido, strofinandosi il petto.
“Chi è il Ferro?” chiese a bruciapelo alla vecchia, che tanto da tutto il giorno scopava presentimenti dalle tavole del pavimento.
“Chi è il Ferro?” ripetè, la voce sottile rotta in un belato.
La vecchia si masticava la voce e il cuore, per non parlare. Dietro alla schiena faceva il segno, la croce storta, una volta e due e cento, ma la serpe non scompariva.
“Chi è il Ferro?” disse ancora forse, o forse no, ma lei lo sentì lo stesso, perché quella domanda l’aveva sentita per sette anni, ogni giorno e ogni notte, strisciare nel petto come una serpe, pendere come una croce storta, sibilare dentro al novembre d’ogni sera.

 La vecchia fece ancora il segno, nell’aria, dritto davanti a sé, e lo disse.
“Il Ferro è tuo nonno”.

ok, vabbé. Ho partecipato – inguaribile come sono – alla nobile impresa di dar corpo alle ombre (e gli hombre) pensata da Herzog qui. Una delle ombre che m’erano rimaste a mezzo era questa, il figlio di Teresita, uccisa dall’amore feroce del padre, il Ferro, nell’immaginazione incandescente e amara di Corrado Alvaro, un Marquez delle Calabrie troppo dimenticato. Abbiate pietà (che tanto ognuno ha le ombre – e gli hombre – che si merita).

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mortali alle prese con l'assoluto

 (preliminarmente, vi consiglio di andare qui e cliccare sul pulsante, perché è la colonna sonora adatta)

 No, non è stato affatto un film dell’orrore. E’ la vita, che è dell’orrore. La vita col suo carico di amori decomposti e ricordi scomodi e cose che finiscono, inclusi noi stessi. La vita coi suoi pezzi schubertiani, le sue voliere, i suoi contrabassi. Parlo di Miriam si sveglia a mezzanotte, che già il titolo mette fuori strada, ma questa è la dura legge dello spettacolo, e dunque.
Però dire che è un film dell’orrore vuol dire essere poveri di spirito, ecco cosa.

 Vabbè, Miriam – che poi è una Catherine Deneuve troppo dolente per essere dark, troppo bella per essere davvero dolente – non si sveglia affatto a mezzanotte, anche se è una specie di vampira viva da sempre, però pianista e monogama: lei ama per almeno quattrocento anni. L’ultimo suo amore, per esempio – che poi è un David Bowie leggermente più asciutto del solito e quasi maschio – l’aveva trovato più o meno dalle parti di Barry Lyndon , in certe mattinate di violoncello e damasco a fiori d’oro e notti di candele e parrucche incipriate e fughe di Bach. No, dico. Se lo porta attraverso rivoluzioni francesi, industriali e russe, lumi a gas e velocipedi, fratelli Lumières e Sigmund Freud, fino ai giorni nostri, americani e microbiologici.

 Si amano. Si amano d’un patto segreto, che consiste nell’attirare nel loro cerchio di sangue malcapitati avventori. Si amano d’una complicità mortale, anzi immortale, anzi dell’immortalità tramata di morte che è degli amanti e degli dei. Si amano come una fame e una sete (che poi il titolo originale è “The hunger”, la brama che sta sotto la fame e la sete, e forse pure l’amore). Ma a noi questo non interessa.
A noi interessa sapere che il loro tempo è scaduto, e lui, David Bowie-John, comincia ad invecchiare. Perché questa è una delle condanne di lei: perdere l’amore, ogni volta. Portarlo per mano attraverso nebbie sanguigne, alcove, vele e fame e secoli, e poi perderlo. Non con meno dolore di quanto accada a chiunque, perché il cuore si spacca e poi rinasce a tutti noi, e non c’è morte o nascita che non diano dolore.
 Così, lui invecchia di cinque anni al minuto, apprendiamo nel laboratorio dove Susan Sarandon fa la scienziata del ventesimo secolo, seziona babbuini e scruta nei microscopi elettronici alla ricerca dell’immortalità. E ci mette qualche giorno, John, a invecchiare tutti i secoli di perfetta bellezza che ha attraversato. Ci mette molti clavicembali, cravatte di seta, agguati nei sottopassaggi, sesso di gocce e polpastrelli sotto la doccia. Ma non c’è niente da fare: Miriam non lo ama più, ed era quello, che lo teneva in vita. La fame dell’altro ci tiene in vita, dannazione. E quando l’altro è sazio, e guarda oltre, noi siamo finiti, cominciamo a invecchiare di cinque secoli al secondo, andiamo in pezzi e in polvere.

 John è alla fine: diventa una spoglia di cartone, con centomila pieghe agli occhi, le labbra un taglio, il sangue lentissimo nelle vene rugose e blu. Non muore, no. Ha gustato l’immortalità, l’illusione e pure il sangue di Miriam, quindi non può morire. Così lei, Miriam – infinitamente dolente, infinitamente straziata – lo compone con dolcezza in una cassa imbottita, lassù in cima alla casa, in una voliera piena di cielo e di colombi. Accanto, in altre casse, stanno gli amanti dei secoli di prima. “Siate buoni con lui stanotte, amori miei” dice lei voltando le spalle, e soffre accidenti, soffre come soffrono gli dei che non possono mettere fine a nulla, loro.
Poi scende le scale sui tacchi alti, incontro alla dottoressa attirata lì per via d’incantesimo e di Chopin. Sarà lei la sua prossima amante immortale, per un’altra, breve eternità.

 Ecco, il punto è proprio quella stanza degli amori decomposti. Larve di amori di secoli prima, mummie di amori rinsecchiti, prosciugati, quasi morti. No, non stanno in un luogo oscuro, ma sono ben seppelliti ugualmente nella chiarità smemorata della voliera, in cima alla casa, tra veli e colombe e una dimenticanza diffusa e morbida: la morte non è degli dei ma la nostalgia sì.

 Noi lo sappiamo dove stanno gli amori morti. Ci potremmo arrivare a occhi chiusi, e riconoscerli persino nella devastazione, persino nell’oblio, persino nella morte. Ogni tanto ci capita di sentirli, con quel loro sussurrare da mummie, da colombe, indistinguibili dai cigolìi della casa, della notte e della voliera.

 Che poi Miriam non ha fortuna, questa volta. La dottoressa, obbediente alla sua natura positivista, fa troppe domande, guarda il suo sangue al microscopio e queste cose non si fanno: l’amore da vicino è una cellula maligna, un cancro, una materia dissimile e divorante contro cui non esiste cura o riparo.
La dottoressa si ribella, uccide Miriam, le mummie si risvegliano: la rivolta della voliera è miserevole e tormentosa, forme bruciate che perdono foglie nere e non possono urlare dalle bocche senza carne (mi ricordano il paziente inglese, la spoglia disseccata con secoli di seta e grammofoni da scordare). I passati amori che rivendicano il loro diritto all’immortalità, al pasto di sangue, alla fame e alla sete.

 Poi, ovviamente, vince la forza più potente di tutte, oltre l’amore, la vita e pure la morte: la durata. La dottoressa prende il posto di Miriam, la vediamo in un futuro aerodinamico dai cieli alti e veloci, sospirosa e lenta e pianista com’era Miriam. E sappiamo che c’è ancora una voliera, nella sua vita.

 Ecco, la dannata voliera. Qualche notte le darò fuoco, e poi me ne pentirò.
Niente muore davvero, eccetto noi stessi.

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GARDENIE

quando i ricordi battono alla tempia

Non vengo a capo, delle gardenie.
Ogni volta mi consentono d’avvicinarmi, m’allacciano con le volute candide del loro interminabile profumo, mi promettono viaggi all’indietro, soddisfazioni del cuore, memorie condivise e poi invece niente.
Il loro ritrarsi non è misurabile, qualche volta non si percepisce neppure: sono talmente presenti, talmente dentro l’istante, talmente affondate fino all’elsa nel tempo che saresti tentata di pensarle qui, assieme a te e alle cose. E invece no.

Il grado d’assenza delle gardenie non si può valutare in alcun modo. L’orlo verso cui ti spingono è lo stesso da cui t’affacci per veder vorticare, in fondo, più in fondo, le loro girandole stellate dirette all’infinito, con sicurezza leggiadra.
Sono fiori compatti, d’un bianco talmente fitto da essere impenetrabile (e quando lo screzia di verde una giovinezza appena più aspra sanno negarlo bene, una volta dischiuse). Eppure, socchiudendo gli occhi, vedi chiaramente come siano fatte di tanti strati aderenti e sottili, similmente all’anima, della quale comprendi meglio la natura presente e sfuggente, quando t’approssimi senza pregiudizi alla gardenia.

Come i baci, non puoi sentirle appieno ad occhi aperti, perché il loro genere d’incanto funziona in vari mondi, non strettamente contemporanei, qualche volta persino nemici. Anche se non hanno nemici, le gardenie, pur non avendo una natura pacifica. Non nacquero per incendiare, come i tigli, né per sciogliere il pianto, come il glicine. Non furono forgiate in forma di fiore assoluto per proclamare supremazie, come le orchidee. Non sanno niente degli esercizi di splendore concentrato delle rose, che comunque restano tutte al di qua della barriera animale della vita.
Le gardenie no, invece.
Sono carnose, pregne, enigmatiche come solo certi corpi, fatti di carne, come solo i ricordi che si levano in forma di vapori dai corpi – le memorie, le chiamano – come solo il dolore del non esistere più, del tempo, del dopo e della morte, che soli sanno conferire grazia funerea, assoluta, straziante ai corpi.

Sono infatti fiori strazianti, in qualche misura. Il loro profumo è un cigolìo tormentoso, come certi violini, come certi tanghi che sono una sola corda sottile di metallo che disegna tutte le nostalgie, come certe assenze che aspiriamo, chiudendo gli occhi, pieni di doloroso qui e adesso che è invece mai più e in nessun luogo.
D’altronde, muoiono con la stessa tenacia dei corpi, ingialliscono e marciscono in vita con un attaccamento superiore, di natura animale. Muoiono vigili, a occhi aperti. E non abbandonano, neanche per un attimo, la loro sicura direzione d’altrove, il loro convincimento, la loro insensata, irresistibile promessa.

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UN FOTOGRAMMA

foto tessera

E’ Jekyll a prendere l’iniziativa. Sempre lui.
All’altro lascia piani contorti, arrangiamenti, ritagli che hanno – a loro modo – del geniale. Forse per quello Hyde ha l’attitudine a muoversi negli angoli, a sgusciare nelle intercapedini, a farne – anzi – il suo regno rovescio.
“Dai, mettiti in posa”
Hyde volta le spalle al mare – che lì si dà convegno col fiume, sia pur guardandolo di lontano, dall’andirivieni di petroliere e mercantili ritagliati in qualche cartone color d’ossido – e si mette in posa.
Hyde è nell’impercettibile angolazione dell’occhio sinistro: una sfida così sottile che nessuno può coglierla. L’angolo è lo stesso del labbro, a sinistra.
Cosa si raccolga in fondo a quella linea sinistra non è dato conoscere: perché comunque la certezza di sé ha un fondo sterminato e oscuro, un caramello, un fango, una sostanza vischiosa d’imprecisabile estensione.
Inquietudine, certo, ma ben celata: la linea sinistra e invisibile è tracciata con una punta di diamante. Sovrasta l’acqua ferma del fiume, l’approdo di pietre, la posa quieta delle cose.
Un disordine difficile a comprendersi anima anche l’attaccatura dei capelli: un rigoglio spontaneo e tenuto a freno è la vibrazione nascosta di quella fisionomia. S’allarga in piccoli cerchi, come acqua inquieta.

“Eccola, guarda” fa Jekyll, che governa i segni e le macchine, e non crede alla palude aperta nella foce regolare del fiume.
Porge la foto all’altro, che la guarda senza dire nulla. La linea sinistra ha un bagliore, visibile pure dalla tolda delle navi al largo.

Nella foto, in colori vividi e fermi è disegnata l’immagine di Jekyll: la camicia a piccoli quadri, la compostezza , gli spallacci dello zaino da osservatore e scienziato, le lenti senza residui di carbonio. Comprensione, acutezza, ritegno sono ben ripiegati e appesi al loro posto. Le lenti chiare sostengono tutto il rigore dello sguardo. Un nocciola, un miele addolciscono le iridi, i capelli, la barba ben disegnata. Timidezza trattenuta, attenzione, corde sensibili sono appena dietro l’incarnato.
Ma un tremore s’allarga, incomprensibile, dai contorni nitidi di Jekyll, come una risata nell’aria.

"Bella, sì" fa Hyde, e restituisce la foto. La linea sinistra brilla, accecherebbe chiunque stesse lì a guardare.

(Da un’idea di  Giocatore: da un solo fotogramma potrò mai ricomporre il profilo intero di una persona, la sua vita, i suoi desideri, i suoi pensieri?)

 

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CANZONI CARNIVORE

compilation

Quando posso, offro sempre un mio modesto contributo alla propagazione dell’assurdo, del superstizioso, del fuoriposto, dell’assolutamente inutile.
Ora si tratta addirittura di una catena di Sant’Antonio della blogsfera: quattro domandine a cui rispondere e da girare a cinque blogger. Si parla di canzoni. Uno dei componenti del Dna dell’anima, in pratica.

Ho una quantità di canzoni, nella mia voliera personale. La notte, a volte, frusciano tutte assieme e non mi fanno dormire. Tali e quali ai fantasmi che camminano sui balconi, o alla sconosciuta delle mie fototessera.

Le canzoni sono piante carnivore, si mangiano piccoli pezzi di vita che le mantengono giovani.

Le canzoni sono macchine del tempo: loro restano ferme e l’universo va all’indietro. A volte, però, loro vanno indietro, e l’universo resta di sasso.

Le canzoni hanno doppi e tripli fondi dove nascondiamo un mucchio di cose, che poi ritroveremo molto tempo dopo, e ne saremo felici in un modo che sarà quasi triste.

Le canzoni sono necessarie, come la letteratura, i carboidrati o l’amore.

Le canzoni si possono dimenticare, ma non è mai vero.

Le canzoni sono contagiose.

Le canzoni si annidano sottopelle, in alcune rughe d’espressione, talvolta nei polpastrelli. Nelle radici dei capelli, in qualche fessura dell’iride, sotto il lobo dell’orecchio, nella luna delle unghie. Le canzoni sono incontrollabili: decidono sempre loro.

Le canzoni sono comete: attraversano il cielo con una coda infiammata di desideri, e noi ci crediamo.

Le canzoni sono bugiarde, per fortuna.

Le canzoni s’accendono da sole, certe volte, e noi diciamo: “sì, è proprio vero, era così, l’avevo dimenticato”.

Le canzoni sono frecce piumate.

Le canzoni sono storia scritta sull’aria.

Le canzoni stanno tutte intere anche solo in due note. O forse è il mondo intero, che sta dentro ogni canzone.

Le canzoni funzionano come le madeleinettes: se le inzuppi nella tisana ti ridanno indietro i mondi.

Tutto questo come necessaria introduzione al tormentone giratomi dal mio gentile amico Giovanni Petta , titolare d’un bellissimo blog pittorico a effetto-canzone (molte cose che non sono canzoni possono funzionare come canzoni), che vi consiglio.
Chi ha aderito o propagato , in genere cerca di indorare la pillola: “è per uno scopo sociale” (tutte le assurdità hanno uno scopo intensamente sociale, in effetti), “è uno studio” , “io qui non ci volevo nemmeno venire”, “c’ho avuto una malattia che m’ha bloccato”. Io aderisco e basta, perché qui si cazzeggia seriamente, cosa credete.
Allora, passo alle domande:

1) Volume totale di file musicali.
Oddio. Non so come si calcola un volume, tantomeno totale. Diciamo un po’ meno di una mongolfiera e un po’ più di un pallone da spiaggia.
Insomma, ho collezionato un po’ meno di 2500 mp3, e non riesco mai a buttarne nessuno, perché – appunto – le canzoni sono parti del corpo.

2) Ultimo cd che ho comprato.
Ehm, non compro cd da tempo immemorabile. Rubacchio in giro, e ascolto solo compilation proustiane fatte da me, abbastanza ossessive (una traccia può essere ripetuta anche cinque volte, perché le canzoni sono ossessioni).

3) Canzone che sta suonando ora.
L’ho appena sentita in uno dei blog della catena, e mi ricorda un sacco di cose (le canzoni ti ricordano anche ricordi non tuoi, ricordi di altri)(forse le canzoni hanno un solo suono: gli ingranaggi musicali del tempo perduto). La sto ascoltando da circa venti minuti, e penso che l’attacco di ricorsivite sonora durerà fino a domenica.
Si intitola “High”, di James Blunt. E’ una di quelle canzoni preziose come tarli: durano secoli, e scavano piccolissimi tunnel segreti tra il legno compatto delle cose.

4) Cinque canzoni che ascolto spesso e significano molto per me.
Oddio. Io ascolto solo canzoni che significano molto per me, e lo faccio spesso, anche cinquanta volte di seguito.
Per adesso – cioè in questo maggio truffaldino, in questo millennio beffardo e in questa mattinata molle – le cinque potrebbero essere

L’uomo con i capelli da ragazzo, di Ivano Fossati
Philadelphia, di Neil Young
Elegia, di Paolo Conte
Aguas de Março, di Antonio Carlo Jobim e Elis Regina
Close cover, di Wim Mertens.

5) Cinque blogger a cui passo il tormentone (eh, eh).
Beh, senza dubbio Giocatore  (che vive di musica come altri di pane). Poi  colfavoredellenebbie perché sono curiosa delle sue musiche segrete, che di quelle non segrete leggo ogni volta che la leggo),  residuodimmagine   (per una questione sospesa con un chitarrista perduto), farolit  (perché le domande sono la sua specialità) e setteparole  (perché anche lei adora le macchine del tempo).
Sesta ad honorem vorrei citare placidasignora , regina di madeleinettes e di propagazioni nella blogsfera.


E ora tocca a Sant’Antonio.

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