Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘lost in traslation’

Il mondo di Brigida (Guttuso- Natura morta)

 Noi, in effetti, non sapevamo in quale lingua parlasse, Brigida.
Le parole, masticate dal suo unico dente – almeno l’unico visibile – ruminate nella sua immaginazione, digerite male e risputate fuori, erano sempre avventurose, incerte, contraddittorie.
 Lei stessa, pronunciandole, spalancava gli occhi e ci metteva un’inflessione interrogativa, un vento dubitativo, come per dire: mah, forse.
Mio padre, per lei, era “l’ancignieri”. Mia madre era più facile: “dittoressa” (sì, mia madre era proprio una dittoressa – dottoressa e dittatrice – e le parole di Brigida portavano ben più verità di quanto lei stessa potesse sapere). Mio fratello si vergognava quando lei lo chiamava “issignorino”, io adoravo che lei mi chiamasse “’nnuzza”, con uno dei suoi rari, terrificanti sorrisi.

 Amava il cinema, Brigida. La domenica pomeriggio si metteva la cappottina e partiva – un poco caracollante sulla gamba più corta – per la Sala Aurora, a piangere nel fazzoletto da uomo bordato di nero. Il suo attore preferito, ovviamente, era “Pecory Gec”: di Gregory Peck aveva pure una fotografia, ritagliata da un giornale, in bianco e nero, com’era tutto il mondo negli anni Sessanta.
Brigida, in realtà, non era nemmeno uscita dagli anni Cinquanta, che quaggiù erano stradoni spelacchiati invasi dalle erbacce e dalla polvere di cemento, con le note della radio e qualche volta i ciclisti del Giro, o una Seicento color verdeacqua.
Mai un fidanzato, Brigida, e una famiglia lontanissima, o forse inventata, come una parola.
Come la “carta spagnola”, il “frigorifero da svenare”, la “carne Sentimental”.
 Mai una ceretta – aveva baffi d’un bruno intenso, e i peli delle gambe eternamente schiacciati nelle calze ortopediche – mai un compleanno – e chissà quanti anni aveva, se venti o settanta o niente del genere, piuttosto un’età calcolabile in raccolti, vendemmie e sostituzioni del tubo del gas.
 Mai un’amica, un abito, una collana che fosse diversa dalla croce d’oro finto che portava al collo, e la baciava, qualche volta, quando io o mio fratello dicevamo qualcosa di molto sacrilego, come “non voglio bene a Gesù” o “i fagiolini mi fanno schifo”, “non voglio baciare la zia perché puzza”, “gli angeli non esistono” o “da grande voterò per i comunisti”.

 Però un giorno io lo capii di colpo: Brigida parlava in latino.
Non erano gli anni Cinquanta o Sessanta, che la circondavano come un’impenetrabile barriera linguistica: Brigida veniva dal medioevo, anzi era rimasta nel medioevo.
Un giorno bussò alla porta un amico di famiglia, Silvestro, detto Silver perché aveva qualcosa di luccicante e straniero, e i nomi – si sa – portano in giro le verità dei corpi.
 Brigida entrò nel tinello (allora esistevano anche i tinelli, eternamente immersi in penombre con un lieve odore di broccoli e cera per pavimenti) e annunciò: “Est Silvius”. Allora io, che ormai facevo le medie e sillabavo rosa-rosae-rosae come fosse un sortilegio (lo era), compresi: Brigida era rimasta presa in qualche piega del tempo, nella Calabria Ulteriore.

 Eppure era felice, a suo modo. Aveva un’esistenza piena di cose – i bottoni, le pentole, le pattine, i gerani – che la rassicuravano ben più delle parole. Il resto era – tutto – un territorio mutevole e ostile, dal quale s’era difesa per sempre chiudendosi nella nostra casa, dietro il muro incerto delle sue parole.
Brigida se n’andò di colpo com’era venuta, trascinandosi la valigia di cuoio pesante.
Sono certa d’aver sentito che, sulla porta, ci diceva : “Vale”, e feci l’errore di chiederglielo. Mi guardò coi suoi occhi sporgenti e mi disse, ma con gentilezza: “No, ‘nnuzza, non vali nenti…”.
 Latinista e pure filosofa, Brigida.

Annunci

Read Full Post »

zio antonio converte i demoni

 “Si sarà indovato da qualche parte” diceva, alzando un poco le spalle.
Indovarsi non era come tornare a casa, ma nemmeno come trovarsi in un altrove. Era trovarsi in un dove, semmai, un dove scelto e perseguito oltre il proprio dove naturale. Un dove che valeva di più.
Non si trovavano spesso, cose perfettamente indovate, né tantomeno persone.  

 Zia Cuncia, s’era indovata. A Busto, dove c’era una colonia di stefaniti, e ogni mese s’aggiungeva una famiglia. Zia Cuncia, perplessa, s’era messa in cammino con le calze nuove e le immaginette di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, di Sant’Agata, protettrice contro tutti i pericoli, e di Sant’Andrea Avellino, protettore contro la morte improvvisa.
Non finivano di stupirsi, i paesani, delle case tutte uguali e del tempo indecifrabile, e se non erano al lavoro se ne stavano chiusi dentro, vegliati dalle immagini di tutti i morti e di San Giorgio uccisore del drago.
Però erano indovati, diceva zia Cuncia, e bisognava crederle.
 Lei aveva portato trecce di cipolla rossa, un tombolo e tutta la sua scienza dei santi: nessuno, degli stefaniti indovati a Busto, doveva girare senza protezione.

 San Ferdinando terzo Re proteggeva i costruttori, e portandolo in tasca non potevi cadere dall’impalcatura o iscriverti al sindacato. Santa Barbara proteggeva persino i vigili del fuoco, lei che aveva confidenza coi fulmini e con la giustizia, e chi usava la fiamma ossidrica doveva portarla vicino al cuore, e invocarla almeno sette volte, prima di calarsi la maschera, quando la maschera c’era, ché al cantiere mancava sempre tutto e bisognava arrangiarsi.
 Così, quando portarono a casa Bartolo con gli occhi pieni di schegge, che piangeva sangue e s’era bagnato i pantaloni dalla paura, zia Cuncia disse che non aveva addosso Santa Lucia, e forse ormai nemmeno Cosma e Damiano, i santi medici e chirurghi, potevano aiutarlo. Bartolo, infatti, se ne tornò al Sud cieco e pieno di ruggine, con un disegno di punti di ferro sulla faccia, che i nipotini qualche volta gli chiedevano cosa fosse, e lui rispondeva: quella è la fabbrica. E pure dentro gli occhi, la vedeva, ricamata di ferro e sangue suo.
Però ogni anno, il 13 dicembre, Bartolo faceva dire la messa alla Santa della Vista, quella per cui si mangiano pani di farina di ceci e ciccioli di grasso saltati nella padella di rame: sembrano piccoli occhi, grassi e callosi e con un odore di fumo e sacrificio.

 Una volta, zia Cuncia litigò con Santa Rita. Vincenzina era appena morta, mangiata viva dal male, scavata dal dolore e dai medici. Ogni notte le mani pietose delle sorelle le chiudevano le piaghe, piangendo lacrime salate che sigillavano le ferite. Ogni giorno la scienza le riapriva, con la sua batteria di forbici ricurve e bisturi d’acciaio. Ogni notte cadevano novene e rosari, come olive dall’albero, e ogni giorno il frantoio della corsia girava e faceva olio e sangue.
 Zia Cuncia non glielo perdonò. Chiusa nella stanza da letto, davanti al tabernacolo, glielo disse, a Santa Rita, che quello non se l’aspettava, e che non era giusto.
“Ti ho fatto qualche cosa?” gridava zia Cuncia.
“Ti ho mancato di rispetto?” incalzava.
La voce della santa non riuscivamo a sentirla, ché subito zia Cuncia ricominciava: “Questo non me lo meritavo, e tu lo sai”.
 Non si parlarono più per molto tempo.

 Siamo pagani, nella mia famiglia, da generazioni: i nostri santi dagli occhi fosforescenti proteggono ogni cosa. Le partorienti, i castagni, il filo del coltello. Le ragazze da marito, le vedove, il vino nuovo.
Non c’è ancora, un santo protettore degli indovamenti. Ma zia Cuncia – che ha novantanove anni e una cataratta spessa che la protegge dal mondo, nemmeno fosse Santa Lucia – non dispera di trovarlo. L’eternità, dopotutto, è un indovamento come un altro.

Read Full Post »

 

trìspiti incasellati, vanamente

 Mia madre lo chiamava “trìspito”.
Qualsiasi cosa s’annunciasse difficile da ricordare, o da descrivere. Qualsiasi cosa fosse chiaramente impossibile. Una fragola d’inverno (ché allora non esistevano i fragoloni ormonali e perenni), un politico senza bugie, un gatto con due teste. Ma soprattutto le cose perdute, le cose che si smarrivano – telefoni, chiavi, anelli – nell’eterno tramestìo d’oggetti della vita, ed era come se perdessero anche il nome, trasformandosi in trìspiti viaggiatori, capaci di percorrere anche grandi distanze nello spazio e nel tempo, avanzando a testa bassa controcorrente nei corridoi, tra gli scaffali, lungo anni bisestili, sotto tavoli sedie e stagioni.

 “Guarda, era qua il trìspito” mi diceva di colpo, estraendo uno sciammisso color caffè freddo da una balla di borse di plastica: il trìspito aveva navigato, per suo conto, diversi anni, sottraendosi alla sua natura di sciammisso, e soprattutto alla nostra volontà di sciammisso.

 Oppure eravamo noi a esclamare, sopraffatti: “Mamma, il trìspito!”, e sollevavamo un pistarangio ch’era finito, non si sa come, non si sa quando, nella cassetta delle arance vaniglia (aveva segrete affinità con gli agrumi, io sospetto, e, invece che al disordine, aveva obbedito a un intimo bisogno d’ordine e di raziocinio).

 Una volta, mentre la banda passava dietro alla processione e io temevo segretamente il basso-tuba (ero convinta ch’avrebbe inghiottito il mondo, prima o poi), lei se ne accorse – fiutava la paura nell’aria come un fumo nero, come un odore di tartufo – e mi disse: “Non fare la scema, quel trìspito non può farti nulla”.
 E una volta mi raccontò d’un tale, uno col malocchio, che la “guardava male. Uno strascinafacendi, uno scugghiabuffi. Ma, in effetti, un trìspito”. Senza dubbio.

 “Ma com’era, questo trìspito?” si sollevava, raramente, mio padre, ch’era uomo d’archivi e casellari, e infatti s’era ritagliato una porzione di casa perfettamente nitida, un occhio nel ciclone, resistente e impermeabile al caos di trìspiti che migravano tra le pareti e i giorni. “Mediòcolo” diceva in genere lei, dopo una profonda riflessione, scuotendo un poco la testa.
 “Ah, mediòcolo” annuiva quell’uomo d’ordine, sconfitto da subito.
“Ma di che colore?” tentava a volte, aristotelico.
 Lei storceva la bocca – che i colori sono tutti un po’ trìspiti, a guardarli – e gli faceva: “Scipitàgnolo”.
Lui comprendeva che non c’era traduzione, fra i loro mondi, e richiudeva sollecito la porta.

 Trovammo e perdemmo, negli anni, centinaia di trìspiti, senza poter arrivare a un inventario sufficiente della nostra vita, e nemmeno dei nomi che avevamo a disposizione per definirla.
 Oggi guardo la casa vuota, sempre più fredda, e scopro che nomi invisibili si sono andati raccogliendo nelle intercapedini, tra gli infissi, lungo le modanature, sotto il battiscopa. Ci passo in mezzo, li sento sussurrare, per nessuno.

Read Full Post »

« Newer Posts