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Posts Tagged ‘lost in traslation’

l'uomo, quando cade

  Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli ho risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze ( ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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lui sta arrivando
Siamo stati convocati, ecco tutto.

  Avevo fatto le cinque del mattino perché in qualche modo la notte m’impensieriva, o perché la parte di me che deve mettersi di traverso aveva bisogno di mettersi di traverso. Ma non ci credeva nemmeno lei. Tanto che, alle 9 in punto, la sveglia interiore m’ha svegliata, anche dolcemente. Il mattino era glorioso al punto giusto: invogliava. Chiamava con una sua logica gentile, infinitamente persuasiva.
  Mi sono alzata, senza fretta particolare: l’orologio misterioso, che pure in qualche modo riuscivo a occhieggiare, mi diceva che andava bene così.
Ho preso la nave giusta, che era lì non un momento prima né un momento dopo. Non ho detto niente a nessuno, perché non volevo essere attesa. No, in realtà non volevo cambiare i miei piani. Solo che non sapevo quali fossero, i miei piani.
Sono arrivata senza fretta, ho parcheggiato lontano dalle pozzanghere in discesa: un velo d’acqua correva a capofitto verso la riva, perché la città è un salto, un insieme di discese ripide fino al mare. Ho comperato i fiori: una stella di Natale, i singapore dal capo tentennante, rose rosse con qualcosa di accorato, due girasoli svettanti e un poco animali, come sempre i girasoli.
Il cancello era scostato, l’aria gocciolava, fredda, fino ai canali di scolo tra i vialetti. Ho camminato attraverso angeli con le trombe, rami caduti, frontoni in marmo bianco, nidi di gatti, fregi in bronzo vecchio, foto ossidate, petali marciti. Sono arrivata al lotto D della Confraternita di Santa Lucia, alla fila rivolta verso l’Aspromonte – che da qui non è nemmeno un presentimento, è un mito, una leggenda, un mostro addormentato.
  Era l’ora giusta, né un minuto prima né un minuto dopo.
Avevo appena piazzato, tra i fiori disposti geometricamente (i casablanca chiusi avvolti di nebbiolina, le margherite bianche con quella loro aria sempre un poco interrogativa, due orchidee, gialle, dietro il lumino), i miei pensieri in forma di rose rosse, girasoli, stella di Natale (c’è un dialetto dei fiori, non solo un linguaggio). Ed è arrivato lui.
Non mi sono voltata, ho sentito distintamente alle mie spalle i passi sull’impiantito luccicante di marmo e pioggia, e anche una cosa come uno stupore. S’è quasi fermato, ma poi m’ha raggiunta. Mio fratello.
  Eravamo stati convocati.
Senza dirci niente ci siamo baciati, poi ognuno è rimasto lì a pensare cose. Cose come i suoi capelli bianchi sulla tempia sinistra, che i miei non vedranno mai. Cose come certi lacci verdescuro, o viola, che ci legavano strette le lingue. Cose come un oscuro calore che rimbalzava da punti imprecisati: le foto, le lettere color bronzo, il portafiori, le guance, le mani nascoste che è sempre come nascondere l’anima, i rancori che facevano una piccola corazza, quasi impossibile da scorgere sotto i cappotti.
  Abbiamo risistemato i fiori, con una cura esagerata per gli angoli, le sporgenze. Io ho aggiunto acqua da una bottiglia, senza un vero motivo, o era solo per farla traboccare e farmela cadere addosso, e perché lui dicesse “faccio io”, senza alcun motivo, perché non serviva altra acqua, ma altri gesti sì.
Poi gli ho detto: andiamo dai nonni? E lui ha annuito, e siamo andati un poco barcollanti, con gli occhi lucidi o forse era tutta l’aria lucida, e le pietre, e certi tipi di passato che stavano a tutti gli angoli. Dai nonni non ci sono mai fiori: li hanno dimenticati tutti, e io ne provo un remoto dolore, come una vergogna.
Siamo usciti camminando dispari, e ci siamo salutati con un bacio solo, senza aggiungere altro.

Giornata strana, di appuntamenti tutti rispettati. Con i mandarini che comprava sempre lui, e i dolci che comprava lui, e lei gli diceva che erano troppi, probabilmente perché erano troppi, e lei lo sgridava ma lo amava per tutte queste eccedenze. Con la città che era quieta e luminosa, con le lacrime che fanno una specie di bozzolo caldo, a un certo punto, un nido. Con lo Stretto perfettamente azzurro, la pioggia nitida e perpendicolare, le cose tutte al loro posto.
Di solito sto malissimo, l’8 dicembre. La memoria del corpo diventa lancinante, il corpo si ricorda tutti i grandi dolori, li rivive, anno dopo anno. E invece quella convocazione m’ha salvata, ha sciolto via ogni sale. Grazie.

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libri gonfi di scrittura (Botero, appunto)

  Si può secernere una quantità limitata di scrittura, io credo. Come gli ormoni, l’adrenalina o il malumore. C’è una ghiandola apposta, da qualche parte. No, non nel cervello. Lì ci sta lo stomaco dei pensieri, i delicati processi di ruminìo, assimilazione e fotosintesi delle cose che c’arrivano dal cuore, dalla pancia, dai polpastrelli e persino dagli occhi, quei bugiardi.
 Io credo che sia piuttosto tra il ventre e il petto, magari un organo mobile, con radici che va affondando qua e là, spostata a caso dalla malasorte, dallo scirocco, dai fidanzati e persino dai parti. Comunque c’è, e produce quantità variabili di scrittura, leggera o pesante. Ma questo non si può prevedere.
 Anche a metterla ogni sera in una caraffa con le tacche, e scrivere sul taccuino quanta se n’è fatta, i conti poi non tornano mai, i numeri si confondono o si cancellano, non corrispondono mai con le righe, i moduli, le colonne. Né col metro viene meglio, o con la squadretta. E nemmeno col contachilometri, l’orologio e il barometro. La scrittura si misura con se stessa, e a volte nemmeno: ci sono una quantità di scritture trasparenti, che si scrivono chissà dove addosso a corpi e cose, e uno nemmeno se ne accorge, ma sta scrivendo. Sarà per questo che, a volte, appaiono in controluce pensieri bellissimi su qualche pezzo di cielo, su muri, portoni e persino guance, incavi del collo o del braccio, angoli dell’occhio. Chissà chi li ha scritti.
 Insomma, la quantità è quella, e non si può farne di più. Nemmeno se te lo chiedono, nemmeno se ti pagano.
Certe volte io verso tutta quella che ho, che è densa come budino di cioccolato, o sanguinaccio, dentro stampini da forno, nella rotativa rovente che profuma di toner e metalli pesanti. Scrivo, chessò, di Guareschi e poi di Marquez (che ha scongelato un altro romanzo d’amore, e io sono terrorizzata da questo fatto, perché la scrittura a volte funziona pure all’indietro, e si mangia le scritture precedenti, e se questo romanzo, putacaso, si rimangia "Cent’anni di solitudine", e "L’amore ai tempi del colera", e persino "Cronaca d’una morte annunciata" come facciamo?), poi di falsi premi letterari affollati di befane e saltimbanchi, e mi trovo con la caraffa vuota, e attorno tanta scrittura leggera che evapora subito, o si sbriciola.
 Invece io volevo qualche parola di quelle pesanti, che cadono sul fondo con un rumore di pietra sott’acqua e restano lì a prendere muschio. O volevo scrivere un post sulle scritture che fanno a botte tra loro e ti riempiono di lividi, che nemmeno puoi toccarti dentro e ti fa male quando respiri (ma così sai per certo, che respiri). Perché loro sono rissose, le varie specie di scrittura, e sgomitano per uscire: io, io, prima io, gridano e si agitano, e tu pensi che è insonnia, colite o cattiva digestione.  

  Solo una piccola parte di scrittura, per fortuna, se ne va in note della spesa, ghirigori mentre parli al telefono, firme sulle cambiali, segni sul calendario.
Ma bisogna stare attenti, e farsela durare fino a fine mese.

Si ringrazia l’ineffabile ispiratore trash, che sta dietro questa scrittura (tipo la peperonata che sta dietro una notte di incubi, o Prodi che sta dietro la sparizione della sinistra dalle specie conosciute).

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la tavola di cucina, intanto (Botero)

 La cena di Vigilia comincia verso l’Immacolata. Nel senso che le zie contrattano col pescivendolo, basandosi sulle fasi lunari, le maree, l’immigrazione clandestina di spigole e calamari e i sogni premonitori di zia Giacinta.
Quest’anno era apparsa la bisnonna Cuncia, incazzata nera. “Niente nero di seppia” aveva interpretato la zia.
 Poi la bisnonna aveva detto qualcosa a proposito della casa: troppo disordinata. Un casino, anzi,con rispetto parlando. Zia Vincenza, che appena qualcuno entra in casa si precipita a lucidare la maniglia e qualche volta ha seriamente preso in considerazione l’idea di mettere a bollire i visitatori, prima di farli accomodare in salotto – una museo delle cere con tutte le bomboniere di famiglia, un altarino dei morti e un forte odore di lumini accesi e di Vetril – s’era offesa mortalmente.
No, quale disordine – aveva detto ancora zia Giacinta – dobbiamo stare attenti a chi invitiamo.
 Tutte abbiamo pensato alla moglie di mio cugino, ovviamente. Uno scorpione femmina, ma con molto molto rimmel. Belle tette, occhi di cerbiatta, drappeggi strategici per valorizzare il vitino e occultare i grumi di cellulite e il culone ereditario: malgrado le ghiandole velenifere, è una grande produttrice di estrogeni, e altro. Secerne un feromone che i maschi avvertono immediatamente nell’aria, come un’ipnosi olfattiva che li prende appena entrano nella stanza. Certe volte si possono sentire distintamente, i cigolii dei condotti spermatici che si schiudono, giuro.
Lei porta regalini per tutti, avvolta nella sua nuvola di “Poison” e nei suoi completini da capodanno militante, generosa come Crudelia Demon. Chessò, un calamaio con penna di vetro di Murano al cugino che non ha finito le medie, un bustino di paillettes alla zia che ha avuto la mastoplastica.
Una volta, a me che le avevo regalato un paio di deliziosi guanti di lana col bordo ricamato, ha detto: che belli, io adoro i guanti… ne ho tanti, di pelle.
Di pelle umana, immagino.
Così quest’anno niente seppie e niente scorpione, a tavola. Ci siamo tenute leggere: franceschini fritti, cozze, vongole veraci, una cernia piccola, di sette o otto chili al massimo, mazzancolle, l’orata per i bambini, i calamari – che ogni anno la zia acquisita insiste per fare ripieni di ricotta e spinaci, e ogni volta bisogna ricorrere alle maniere forti, per farla smettere – le sarde per la pasta. Ovviamente il pescestocco, che se ne sta lì per almeno due giorni, con un filo d’acqua continuo nel secchio, accanto alla tinozza laboriosa delle vongole. E di notte, un respiro d’acquario prende la casa, e i sogni di tutte le generazioni – nostre, o dei pesci, o di tutti e due – si muovono nuotando nelle stanze.
 Il pescivendolo ogni anno allarga le braccia: signore, speriamo… Le zie lo guardano storto: lo Stretto non lo farebbe mai, di rovinarci il cenone di vigilia.
Certo, al mercato è più facile: diciotto melanzane da fare arrosto o ripiene, cinque chili di broccoli, dieci cavolfiori che non si sa mai, due cassette di pomodori, una treccia di cipolla di Tropea, quaranta peperoni, un mazzo di carciofi, dieci chili di patate. Ci vuole anche un cestino di frutta, da mettere sotto l’albero, perché i doni sono doni, e gli dèi non sai mai cos’hanno voglia di mangiare: clementine senza noccioli, uva bianca, fichidindia verdi, soprattutto verdi (che hanno quella polpa dolce che si rivela, si scioglie da ogni memoria di colore), cedri con la buccia grossa.
 La bisnonna stava sbucciandosi una mela, nel sogno, e poi schiacciava i semi. Zia Giacinta era sicura: ci vogliono le scacce, quest’anno. Senza lo scorpione e con le scacce, magnifico.
Le scacce sarebbero la frutta secca – fichi, soprattutto, e poi datteri e nocciole, mandorle e noci, soprattutto le noci nere dell’Aspromonte, le noci del nostro terreno segreto circondato da incantesimi di guardia, dove zia Lisa, quella a cui hanno ucciso il marito, rinforza le benedizioni e cova le maledizioni coi rami di nocciolo, i filari di cavoli, i discorsi a mezzabocca col noce di mille anni – che dopo una cena leggera, di magro, con sole venticinque portate, ci stanno pure bene, per aspettare la mezzanotte. Essì, perché mica si mangia a una velocità normale, da noi.
No, questo no, non potete chiederglielo.
La zia Vincenza, quella dell’insalata russa e del polpettone con l’uovo intero, due giri di prosciutto e la salsiccia, è da sempre affetta da sparecchiatio praecox. Di solito, gira attorno al tavolo con una tiana di polpette fritte (ma qualche volta anche al sugo di ragù) in braccio, come un pastore del presepe che va alla grotta, e ficca le polpette direttamente in bocca ai commensali, spingendo bene. Un pasto senza passare dal piatto, il suo sogno.
 D’altronde, mentre siamo ai secondi – al giro preliminare dei secondi – già la lavastoviglie è al primo carico. Mentre tagliamo il capretto – quello al sugo, che quello arrosto è in pezzi più piccoli, annegati nel sughetto di cipolla – la zia stira i tovaglioli, e quando uno dei superstiti apre il pandoro la tavola è sparecchiata e di nuovo riempita di centrini, pastorelle di capodimonte e souvenir dell’Anno Santo.
 Certe volte i miei cugini più giovani si lamentano, perché pure il cenone di capodanno finisce verso le nove e mezzo, e siamo costretti a restare a sentire Gerry Scotti fino al conto alla rovescia, quando lo zio Francesco si sbaglia regolarmente, e stappa sul “meno cinque”, centrando col tappo la vetrina della cristalliera.
Zia Vincenza corre subito col panno e il Vetril, e allora l’anno è davvero cominciato.

in effetti, avrei voluto scrivere un post avvelenato, perché questo Natale m’ha indispettita, coi suoi rancori ben chiusi nei pacchi di carta dorata. Forse lo scriverò, ma non subito. Mi sto esercitando a passare dalla calabritudine allo zen. Mica facile. Magari per Capodanno ci riesco.  Intanto, auguri a tutti quelli che passano da qui, però auguri veri, rotondi, senza punte di freccia (ecco, ho ricevuto un regalo pieno di punte: vi sembra possibile?).

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una non-pipa secondo Magritte

 C’avevo un fidanzato, duemila anni fa, che amava i giochi di parole. Divideva le persone in “allitteranti” e “non allitteranti”. No, non è questo l’unico motivo per cui l’ho lasciato, però non era uno degli ultimi.
In effetti io all’inizio lo trovavo affascinante, devo ammetterlo. Mi scriveva sms cifrati dei quali non capivo una cippa, se non che ci doveva aver messo ore, a pensarseli. Il che è già una bella prova d’amore, no?
No, in effetti. Ma io allora mica lo capivo.
E’ che venivo da una famiglia, anzi due, dove si diceva pane al pane e vino al vino. Poi, che si vivesse in un vortice di segni e presagi, dove ogni cosa stava per un’altra, era una faccenda diversa. Ma le parole non si discutevano, semmai si usavano. Come bicchieri, porte girevoli, forchette, tavoli, forcine, coltelli, per lo più coltelli. Le parole ci sono sempre servite per scambiarci cose, per pettinarci i capelli, per nasconderci dentro, per oltrepassarci, per dimenticarci, per tradire, per farci coraggio, per attraversare le strade, per scaldarci i piedi, per abbottonarci, per picchiare qualcuno.
 Parliamo per graffiare, per mordere, per accanirci. Parliamo per starci lontani.
Qualche volta parliamo per consolarci, ma accade di rado (nonno Basilio s’era pure inventato una lingua, e se la parlava da solo, per darsi conforto: era fatta di sillabe che duravano ore, e riempivano tutta la casa. Al mattino, certe volte ce n’erano così tante, tutte aggrovigliate sul pavimento, che mia nonna doveva buttarle fuori con la scopa): siamo gente di gesti, o di guerra, per lo più.
Parliamo per usare e piegare il mondo, e gli scongiuri, i sortilegi sono solo parte di questo potere, né più né meno d’un certificato d’invalidità civile, d’un libretto della pensione, d’una bolletta del gas.

 Così, ho dovuto scoprire tutta da sola la bellezza, l’ombra e l’inutilità delle parole. Mi ricordo pure quando avvenne: avevo undici anni e lessi, in un’antologia altrimenti inutile, “Vocali” di Arthur Rimbaud.
Fu come spaccare il cielo e scoprire che, dietro, c’erano altri mille mondi in fila. 
 Col fiato corto, andai dalla prof d’italiano e le dissi: “Per piacere, possiamo leggere “Vocali” di Rimbaud?”. Lei mi guardò e rispose: “Meglio questa”. E mi porse “Il 5 maggio”.
E’ chiaro che era prezzolata dall’Ufficio Soppressione Amore per la Poesia E Non Solo. E’ chiaro che aveva profondissime turbe sessuali, e non solo. E’ chiaro che aveva paura degli aggettivi: immaginava aggettivi nascosti nell’ombra che l’aspettavano per spalancare l’impermeabile, forse. Forse i periodi ipotetici le facevano telefonate piene di sospiri. Forse gli avverbi di modo – i miei preferiti, ma allora non lo sapevo – la toccavano sotto la gonna, quando passava, e lei doveva difendere la sua virtù. Forse pensava ch’avrebbe perso il paradiso. Certi paradisi somigliano sputati all’inferno, viene da pensare.
Insomma, è stata dura.

 Ed è stato uno dei motivi per cui lo scemo allitterante mi piaceva tanto: era uno dell’altro lato del mondo, uno che percepiva le parole come sono, ibridi mitologici, fenici, chimere metà cosa e metà idea. Macchine del tempo, trabocchetti, bauli col doppio fondo. Ne assaporava la consistenza propria e squisita, la capacità mimetica, il lato ludico, potente e mostruoso.
Però era scemo, presuntuoso e pure sessualmente inetto.
Ma io, agnella, non ne sapevo nulla, allora, di sessualità e metonimie, di libido e onomatopee, d’orgasmi e ossimori. Ignoravo le mie zone erogene: avverbi di modo, ablativi assoluti, ellissi, paronomasie, gerundi, litoti. Ignoravo le più comuni gioie orali: al primo reading di poesia assistetti che avevo vent’anni abbondanti, e mi imbarazzava, essere vergine. Non sapevo nulla neppure di contraccezione: non sapevo come ci si preserva dalle conseguenze emotive d’un aggettivo, d’una paratassi, d’uno hysteron proteron.

Ora, ammetto, ho una pellaccia, e per incantarmi ci vuol altro che un’allitterazione. Per esempio  zop. Di lui ho già parlato, e diffusamente, qui: vi ho messi tutti in guardia dai suoi folli esperimenti – sappiate che fuole tifentare patrone di web, sì – e dalle sue trovate pirotecniche.
Sappiate che, dopo, non c’è più scampo. Non ne uscirete più.
Ora, per esempio, vuole trasformarci tutti in stupratori.
Con me, ovviamente, c’è riuscito. Il futuro della letteratura, si sa, è nella perversione.

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le sette peccatesse tropicalesse danzano come muse ("Concerto" di Casorati)

Premessa, nonché avvertenza: trattasi di famigerato post di sant’antonio, ovvero catena alla quale, per imprecisati motivi a cui la genetica non è estranea ma nemmeno l’apprendimento, non riesco a sottrarmi. La colpa, nel caso, è di atvardi, altrimenti detto sensasenso, altrimenti detto L’uomo nella mezzina: andateci e ditegli il fatto suo (e approfittatene per leggervi qualche post, magari: vale la pena, vale il peccato). Ma si sa, in questi casi le colpe sono bibliche: Strahad generò atvardi e atvardi generò brioche eccetera. E vorrebbero persino che io continuassi la catena di colpe ed espiazioni (in caso, sapete ormai tutti che mi riescono molto meglio le seconde che ho detto), investendo di una nominèscion tre blogger nel mio mirino. Ora, io storicamente non azzecco un’elezione manco per sbaglio, manco per statistica, manco per stocastica: scelgo sempre chi perde – Inter, sinistra, donne, ecc. ecc. – quindi non m’aspetto di scegliere felicemente nemmeno stavolta – nel senso che probabilmente rifiuteranno, e mi toglieranno pure il saluto –  designando fuoridaidenti (che c’ha un che di sulfureo, non possiamo negarlo), Giocatore (che invece c’ha un che di biblico) e demetrio (che ha tutti e due). Vorrei nominare pure Herr Effe, che secondo me coi peccati se la cava egregiamente, ma non so se le blogstar c’hanno l’elettorato passivo.

Infine, il tema sarebbe "i sette peccati capitali", ma io ho pensato che i miei sono tropicali (sì, come quelli dell’omonima – e introvabile – sceneggiatura di Manuel Puig : non l’ho mai letta, ma non importa. E’ uno di quei casi in cui un titolo contiene tutti i mondi necessari e sufficienti). E ho pensato anche che dovrebbero essercene molti di più, di peccati mortali. E anche peccati immortali, di quelli che vale la pena. Magari la prossima catena è questa: posta il tuo peccato capitale, baby. Vabbè. La smetto di cincischiare, e vi lascio. Peccato. 

1) ACCIDIA

Si sveglia nel centro della notte, che è un centro spostato, tra l’ultima fila di lampioni e la linea del bagnasciuga: non è mai abbastanza notte, quando il mare ti luccica indietro ogni chiarore. Stelle, incendi, finestre inquiete, falò, superstrada.
Lei ci mette alcuni secondi a tornare al suo posto. La stanza c’è, i ricordi pure, persino i vestiti sulla poltroncina sembrano i soliti.
“Che hai?” fa lui, che invece vortica ancora altrove, e ha gli occhi sottili come passerelle.
“Niente” fa lei, ed è una verità, in fondo.

2) GOLA

Lei teneva un pacchetto di caramelle tra le cosce. Lui pescava a caso, ma quelle al limone erano le sue preferite. Era capace di succhiarle per ore.
Poi, dormivano.

3) LUSSURIA

L’aveva baciato, almeno mille volte. E lo toccava, lo circondava con le braccia e sfregava il viso contro i peli del petto, che erano folti e ricciuti. Sapeva di rosmarino, pelle conciata, legno di cedro. Era coriaceo, ma anche morbido al tatto. Lei lo sfiorava con attenzione, il fiato sospeso, la peluria del braccio irta, un allarme diffuso tra i punti sensibili – capezzoli, nuca, lobi, ventre, anima.
Poi lo rimetteva sulla gruccia e lo ricacciava in fondo all’armadio.
“Non fa abbastanza freddo, cazzo” diceva ogni volta, a denti stretti.

4) IRA

Avevano cominciato per telefono, a sussurrargli minacce rosso sangue, e lui non c’aveva dato peso. Poi aveva trovato i proiettili sul davanzale: calibro sette e sessantacinque da otto grammi. Li aveva contati, sei, li aveva messi in una busta, e la busta in un cassetto.
Dopo due mesi s’era presentato uno, con gli occhi bassi e il cappello in mano, e gl’aveva chiesto soldi per gli amici carcerati. Lui aveva risposto che non aveva amici carcerati. Quello, uscendo, aveva sbattuto la porta. Era caduto un vetro.
Quindici giorni dopo, avevano abbattuto tutti gli ulivi della proprietà, di notte. Nessuno aveva visto niente, nessuno aveva sentito un rumore di bosco che cade.
Un mese dopo trovò sul bizzolo una latta di benzina e un accendino, verde. Lui se lo mise in tasca, e regalò la benzina a uno degli operai.
Un altro mese, e gli rubarono gli attrezzi e le macchine: il cantiere rimase un buco spalancato. Qualcuno, la notte dopo, rubò anche i fili di rame dell’elettricità, ma forse non c’entrava niente. I ladri di rame sono una razza a parte. Lui, con una lampada, andava di notte a guardare le pozzanghere e i mattoni rotti.
Intanto le banche gli avevano bloccato i soldi, e gli amici quando lo incontravano cambiavano strada.
Un mercoledì gli fecero trovare due teste di capretto mozzate sul cofano dell’auto.
La notte che la sua casa bruciò – tutta, fino alla punta dei comignoli, fino alle radici di cemento conficcate nella pancia dell’isola – accorsero da ogni parte, ma lui non volle che spegnessero il fuoco.
“Sono stato io” ammise alla fine, quando l’alba di ferro cominciò a spuntare dal mare. “Fanculo” aggiunse, e sembrava sereno.

5) AVARIZIA

L’uomo rantola piano, nel vapore del luminal. Ha gli occhi spalancati, e perfettamente ciechi. La bocca trema da un lato, dove la bava s’è incrostata. Il bip dei monitor è quieto, persistente. Il respiro lo insegue, con una nota bassa, esausta. Il condizionatore non funziona, e l’estate batte dita di catrame sulla parete di vetrocemento.
La donna, seduta accanto al letto, sta leggendo l’oroscopo, sul giornale.

6) SUPERBIA

Tiene gli occhi bassi, quando scantona per la via. Lascia come un vuoto nell’aria, e il suo profumo. La odiano tutte, per questo: gli uomini s’accorgono che manca loro qualcosa, quando passa lei. Forse il mese di giugno che si porta nei capelli, il burro del suo incarnato, quella promessa di albicocche, o di granati, o di guerra civile. Si copre il seno, le mani, le caviglie, ma è tutto inutile: splende attraverso gli abiti e i muri, direttamente nell’immaginazione.
La sua finestra è un occhio di fuoco, forse è l’ombelico del mondo. Gli scuri sono chiusi, le tende doppie e tirate, ma tanto è inutile. Lei brucia appena dietro, come un piccolo sole nero.
Certuni le lasciano, di notte, regali dietro l’uscio. Diamanti, topi morti, gardenie. Merletto, bambole, proiettili. Pianoforti, castagne, rose rosse. Non li prende mai: la serva li butta ogni mattina nello sdirrupo.
Certuni si mettono sotto il balcone, ad aspettarla. Ma è inutile. Non s’affaccerà mai, a guardarci.

7) INVIDIA

L’occhio cattivo si disegna nell’acqua al primo tentativo.
La goccia d’olio si fa cadere lungo il mignolo. Si prende dal cucchiaio, l’olio. E la goccia cade lenta nel piatto, che dev’essere bianco e pieno d’acqua pura.
Attorno al piatto ci sono le parole, respirate strette e mezze ingoiate. Attorno alle parole ci sono le donne, attorno alle donne la stanza, attorno alla stanza la casa, attorno alla casa il paese. Ancora attorno la vita, piena d’occhi cattivi che volano nell’aria.
Nell’acqua e nell’olio si vedono tutti.

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bacio tra nuvole: acqua e pietra. (la battaglia delle Argonne di Magritte)

 Facevamo quel gioco: che cos’è? Ed erano vascelli, ippopotami, pagliacci armati d’ascia, ballerini di tango, carote, dirigibili.
Nel cielo passava qualsiasi cosa, e noi scommettevamo sulla forma delle nuvole, distese sulla spiaggia dove l’isola curva e finisce come sull’orlo del mondo. Insieme eravamo una specie di stella, le teste vicine e braccia e gambe larghe sui ciottoli neri. Io sentivo nettamente la sua attitudine carnivora di stella marina, conoscevo i suoi denti piccoli e bianchi e la fame del suo cuore cavo. Però le nuvole erano la nostra tregua – oltre ad essere uno dei modi in cui gli dèi amavano parlarci, o forse noi parlavamo a noi stesse.
 Non sapevamo leggere le nuvole come facevano le zie – loro leggevano ogni cosa: ragnatele, starnuti, venature del legno, davanzali, capelli, palmi delle mani – ma eravamo brave lo stesso: leggere è immaginare, diceva lei, che delle cose vedeva soprattutto gli spazi vuoti, quello che non erano, quello che avrebbero potuto essere, quello che stavano per diventare. Come la forma delle nuvole.
 Verso sera passavano i galeoni color porpora: immense nuvole naviglio che veleggiavano lontano, di tramonto in tramonto. C’era un fervore, un disordine di navi di sopra e di sotto, nel cielo e nel mare, dentro e fuori di noi, e non capivamo più quali avremmo voluto per andare via.
 Lei, poi, se ne andò davvero. Viaggiò a lungo e confusamente, valicò innumerevoli paesi. Dappertutto, mi diceva – ma la sua voce si faceva sempre più rara, e il suo viso nelle foto cambiava, prendeva tutte le forme – c’erano nuvole diverse, perché si parlavano altre lingue tra terre e cieli. Ma lei, ormai, inseguiva ansiosamente solo se stessa, quello che non era, quello che avrebbe potuto essere.
 Non so più sotto quale cielo sia, adesso. C’è un momento in cui devi rinunciare agli altri, in cui la loro forma nel cielo cambia, e diventano una cosa diversa. Li segui per un poco, ti dici che è una forma nuova ma la capisci, e invece no: si sfiocca, sconfina in qualcosa d’incomprensibile che ti castiga il cuore, perché non hai un nome, per quella.

 Distesa sulla spiaggia, da sola, sono una mezza stella, forse nemmeno.
Sono le nuvole a guardarci, e scommettere sulla nostra forma.

Questo per una serie di ragioni.
Anzitutto perché settembre è un capodanno dell’anima, e si fa la conta di chi c’è e chi non c’è, e lei non c’è da molto tempo. Del non esserci delle nuvole, che non pesa ma impoverisce.

 E poi perché questi giorni sono pieni di cielo: il cielo è così basso che tocca terra, satura tutte le stanze, mi raggiunge nei corridoi, si stende a terra nello sgabuzzino, nell’androne, nel cantinato. Inciampo nel cielo blu-arancio-nero-turchino-indaco-celeste di settembre, che tappezza i marciapiedi e le strade, e non posso non fare i conti con le nuvole.
 Le nuvole, si sa, sono soprattutto
interiori.
Sono mondi che ci passano dentro, e noi escogitiamo una forma e un nome, perché è sempre così: ogni cosa, e gli altri soprattutto, sono mondi volanti ai quali ci viene chiesto di trovare il nome, la forma, l’intenzione. Poi loro cambiano, ma noi a volte no. Nei nostri cieli interiori c’è un viavai di nuvole antiche, defunte come certe costellazioni di cui continuiamo a vedere la luce estinta solo per il volere capriccioso dello spazio e del tempo (che poi sono la stessa cosa). Nuvole di pietra, nuvole di legno, nuvole di piombo. Siamo collezionisti di nuvole come siamo collezionisti di sguardi, di mani, di parole: roba pesantissima, senza peso, definitiva, effimera, inafferrabile, perenne.

 Inoltre, ho appena scoperto un posto (sì, lo so, è famosissimo, ma io sono tarda e ci arrivo sempre dopo) dove si tratta solo di nuvole: la Società per l’apprezzamento delle nuvole. Sono un gruppo di sognatori che combattono "la banalità del cielo tutto-azzurro" e sostengono con fermezza la necessità delle nuvole nella nostra vita. Come dar loro torto.
(naturalmente le studiano, le dipingono, le fotografano – guardate 
qui questo settembre imperiale – ma soprattutto ne apprezzano la natura imprendibile, casuale, mutevole, la natura di non-segni che diventano segni, segni decisivi per leggersi dentro, leggere le scritture interiori nei cieli che siamo).

Infine, il mio sogno è sempre stato quello di scrivere una mappa delle nuvole.
O forse ogni scrittura è un tentativo di mappa delle nuvole?

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Il mondo di Brigida (Guttuso- Natura morta)

 Noi, in effetti, non sapevamo in quale lingua parlasse, Brigida.
Le parole, masticate dal suo unico dente – almeno l’unico visibile – ruminate nella sua immaginazione, digerite male e risputate fuori, erano sempre avventurose, incerte, contraddittorie.
 Lei stessa, pronunciandole, spalancava gli occhi e ci metteva un’inflessione interrogativa, un vento dubitativo, come per dire: mah, forse.
Mio padre, per lei, era “l’ancignieri”. Mia madre era più facile: “dittoressa” (sì, mia madre era proprio una dittoressa – dottoressa e dittatrice – e le parole di Brigida portavano ben più verità di quanto lei stessa potesse sapere). Mio fratello si vergognava quando lei lo chiamava “issignorino”, io adoravo che lei mi chiamasse “’nnuzza”, con uno dei suoi rari, terrificanti sorrisi.

 Amava il cinema, Brigida. La domenica pomeriggio si metteva la cappottina e partiva – un poco caracollante sulla gamba più corta – per la Sala Aurora, a piangere nel fazzoletto da uomo bordato di nero. Il suo attore preferito, ovviamente, era “Pecory Gec”: di Gregory Peck aveva pure una fotografia, ritagliata da un giornale, in bianco e nero, com’era tutto il mondo negli anni Sessanta.
Brigida, in realtà, non era nemmeno uscita dagli anni Cinquanta, che quaggiù erano stradoni spelacchiati invasi dalle erbacce e dalla polvere di cemento, con le note della radio e qualche volta i ciclisti del Giro, o una Seicento color verdeacqua.
Mai un fidanzato, Brigida, e una famiglia lontanissima, o forse inventata, come una parola.
Come la “carta spagnola”, il “frigorifero da svenare”, la “carne Sentimental”.
 Mai una ceretta – aveva baffi d’un bruno intenso, e i peli delle gambe eternamente schiacciati nelle calze ortopediche – mai un compleanno – e chissà quanti anni aveva, se venti o settanta o niente del genere, piuttosto un’età calcolabile in raccolti, vendemmie e sostituzioni del tubo del gas.
 Mai un’amica, un abito, una collana che fosse diversa dalla croce d’oro finto che portava al collo, e la baciava, qualche volta, quando io o mio fratello dicevamo qualcosa di molto sacrilego, come “non voglio bene a Gesù” o “i fagiolini mi fanno schifo”, “non voglio baciare la zia perché puzza”, “gli angeli non esistono” o “da grande voterò per i comunisti”.

 Però un giorno io lo capii di colpo: Brigida parlava in latino.
Non erano gli anni Cinquanta o Sessanta, che la circondavano come un’impenetrabile barriera linguistica: Brigida veniva dal medioevo, anzi era rimasta nel medioevo.
Un giorno bussò alla porta un amico di famiglia, Silvestro, detto Silver perché aveva qualcosa di luccicante e straniero, e i nomi – si sa – portano in giro le verità dei corpi.
 Brigida entrò nel tinello (allora esistevano anche i tinelli, eternamente immersi in penombre con un lieve odore di broccoli e cera per pavimenti) e annunciò: “Est Silvius”. Allora io, che ormai facevo le medie e sillabavo rosa-rosae-rosae come fosse un sortilegio (lo era), compresi: Brigida era rimasta presa in qualche piega del tempo, nella Calabria Ulteriore.

 Eppure era felice, a suo modo. Aveva un’esistenza piena di cose – i bottoni, le pentole, le pattine, i gerani – che la rassicuravano ben più delle parole. Il resto era – tutto – un territorio mutevole e ostile, dal quale s’era difesa per sempre chiudendosi nella nostra casa, dietro il muro incerto delle sue parole.
Brigida se n’andò di colpo com’era venuta, trascinandosi la valigia di cuoio pesante.
Sono certa d’aver sentito che, sulla porta, ci diceva : “Vale”, e feci l’errore di chiederglielo. Mi guardò coi suoi occhi sporgenti e mi disse, ma con gentilezza: “No, ‘nnuzza, non vali nenti…”.
 Latinista e pure filosofa, Brigida.

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zio antonio converte i demoni

 “Si sarà indovato da qualche parte” diceva, alzando un poco le spalle.
Indovarsi non era come tornare a casa, ma nemmeno come trovarsi in un altrove. Era trovarsi in un dove, semmai, un dove scelto e perseguito oltre il proprio dove naturale. Un dove che valeva di più.
Non si trovavano spesso, cose perfettamente indovate, né tantomeno persone.  

 Zia Cuncia, s’era indovata. A Busto, dove c’era una colonia di stefaniti, e ogni mese s’aggiungeva una famiglia. Zia Cuncia, perplessa, s’era messa in cammino con le calze nuove e le immaginette di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, di Sant’Agata, protettrice contro tutti i pericoli, e di Sant’Andrea Avellino, protettore contro la morte improvvisa.
Non finivano di stupirsi, i paesani, delle case tutte uguali e del tempo indecifrabile, e se non erano al lavoro se ne stavano chiusi dentro, vegliati dalle immagini di tutti i morti e di San Giorgio uccisore del drago.
Però erano indovati, diceva zia Cuncia, e bisognava crederle.
 Lei aveva portato trecce di cipolla rossa, un tombolo e tutta la sua scienza dei santi: nessuno, degli stefaniti indovati a Busto, doveva girare senza protezione.

 San Ferdinando terzo Re proteggeva i costruttori, e portandolo in tasca non potevi cadere dall’impalcatura o iscriverti al sindacato. Santa Barbara proteggeva persino i vigili del fuoco, lei che aveva confidenza coi fulmini e con la giustizia, e chi usava la fiamma ossidrica doveva portarla vicino al cuore, e invocarla almeno sette volte, prima di calarsi la maschera, quando la maschera c’era, ché al cantiere mancava sempre tutto e bisognava arrangiarsi.
 Così, quando portarono a casa Bartolo con gli occhi pieni di schegge, che piangeva sangue e s’era bagnato i pantaloni dalla paura, zia Cuncia disse che non aveva addosso Santa Lucia, e forse ormai nemmeno Cosma e Damiano, i santi medici e chirurghi, potevano aiutarlo. Bartolo, infatti, se ne tornò al Sud cieco e pieno di ruggine, con un disegno di punti di ferro sulla faccia, che i nipotini qualche volta gli chiedevano cosa fosse, e lui rispondeva: quella è la fabbrica. E pure dentro gli occhi, la vedeva, ricamata di ferro e sangue suo.
Però ogni anno, il 13 dicembre, Bartolo faceva dire la messa alla Santa della Vista, quella per cui si mangiano pani di farina di ceci e ciccioli di grasso saltati nella padella di rame: sembrano piccoli occhi, grassi e callosi e con un odore di fumo e sacrificio.

 Una volta, zia Cuncia litigò con Santa Rita. Vincenzina era appena morta, mangiata viva dal male, scavata dal dolore e dai medici. Ogni notte le mani pietose delle sorelle le chiudevano le piaghe, piangendo lacrime salate che sigillavano le ferite. Ogni giorno la scienza le riapriva, con la sua batteria di forbici ricurve e bisturi d’acciaio. Ogni notte cadevano novene e rosari, come olive dall’albero, e ogni giorno il frantoio della corsia girava e faceva olio e sangue.
 Zia Cuncia non glielo perdonò. Chiusa nella stanza da letto, davanti al tabernacolo, glielo disse, a Santa Rita, che quello non se l’aspettava, e che non era giusto.
“Ti ho fatto qualche cosa?” gridava zia Cuncia.
“Ti ho mancato di rispetto?” incalzava.
La voce della santa non riuscivamo a sentirla, ché subito zia Cuncia ricominciava: “Questo non me lo meritavo, e tu lo sai”.
 Non si parlarono più per molto tempo.

 Siamo pagani, nella mia famiglia, da generazioni: i nostri santi dagli occhi fosforescenti proteggono ogni cosa. Le partorienti, i castagni, il filo del coltello. Le ragazze da marito, le vedove, il vino nuovo.
Non c’è ancora, un santo protettore degli indovamenti. Ma zia Cuncia – che ha novantanove anni e una cataratta spessa che la protegge dal mondo, nemmeno fosse Santa Lucia – non dispera di trovarlo. L’eternità, dopotutto, è un indovamento come un altro.

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trìspiti incasellati, vanamente

 Mia madre lo chiamava “trìspito”.
Qualsiasi cosa s’annunciasse difficile da ricordare, o da descrivere. Qualsiasi cosa fosse chiaramente impossibile. Una fragola d’inverno (ché allora non esistevano i fragoloni ormonali e perenni), un politico senza bugie, un gatto con due teste. Ma soprattutto le cose perdute, le cose che si smarrivano – telefoni, chiavi, anelli – nell’eterno tramestìo d’oggetti della vita, ed era come se perdessero anche il nome, trasformandosi in trìspiti viaggiatori, capaci di percorrere anche grandi distanze nello spazio e nel tempo, avanzando a testa bassa controcorrente nei corridoi, tra gli scaffali, lungo anni bisestili, sotto tavoli sedie e stagioni.

 “Guarda, era qua il trìspito” mi diceva di colpo, estraendo uno sciammisso color caffè freddo da una balla di borse di plastica: il trìspito aveva navigato, per suo conto, diversi anni, sottraendosi alla sua natura di sciammisso, e soprattutto alla nostra volontà di sciammisso.

 Oppure eravamo noi a esclamare, sopraffatti: “Mamma, il trìspito!”, e sollevavamo un pistarangio ch’era finito, non si sa come, non si sa quando, nella cassetta delle arance vaniglia (aveva segrete affinità con gli agrumi, io sospetto, e, invece che al disordine, aveva obbedito a un intimo bisogno d’ordine e di raziocinio).

 Una volta, mentre la banda passava dietro alla processione e io temevo segretamente il basso-tuba (ero convinta ch’avrebbe inghiottito il mondo, prima o poi), lei se ne accorse – fiutava la paura nell’aria come un fumo nero, come un odore di tartufo – e mi disse: “Non fare la scema, quel trìspito non può farti nulla”.
 E una volta mi raccontò d’un tale, uno col malocchio, che la “guardava male. Uno strascinafacendi, uno scugghiabuffi. Ma, in effetti, un trìspito”. Senza dubbio.

 “Ma com’era, questo trìspito?” si sollevava, raramente, mio padre, ch’era uomo d’archivi e casellari, e infatti s’era ritagliato una porzione di casa perfettamente nitida, un occhio nel ciclone, resistente e impermeabile al caos di trìspiti che migravano tra le pareti e i giorni. “Mediòcolo” diceva in genere lei, dopo una profonda riflessione, scuotendo un poco la testa.
 “Ah, mediòcolo” annuiva quell’uomo d’ordine, sconfitto da subito.
“Ma di che colore?” tentava a volte, aristotelico.
 Lei storceva la bocca – che i colori sono tutti un po’ trìspiti, a guardarli – e gli faceva: “Scipitàgnolo”.
Lui comprendeva che non c’era traduzione, fra i loro mondi, e richiudeva sollecito la porta.

 Trovammo e perdemmo, negli anni, centinaia di trìspiti, senza poter arrivare a un inventario sufficiente della nostra vita, e nemmeno dei nomi che avevamo a disposizione per definirla.
 Oggi guardo la casa vuota, sempre più fredda, e scopro che nomi invisibili si sono andati raccogliendo nelle intercapedini, tra gli infissi, lungo le modanature, sotto il battiscopa. Ci passo in mezzo, li sento sussurrare, per nessuno.

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