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Posts Tagged ‘lista Tsipras’

spinelli

 

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel carpale, perché io la sinistra la somatizzo sin da piccola, e soffro d’una quantità di cose. Ho il cuore spezzato in più punti, l’artrosi governativa, i calcoli biliari, la colite elettorale, la sindrome di Stoccolma (chiamata anche del Nazareno), lo strabismo da larghe intese, il gomito del distributore di volantini e il ginocchio della lavandaia di errori irreparabili. Ah, in periodo elettorale a volte ho pure la gravidanza isterica (aspetto una sinistra che poi non nasce mai).
Noi della sinistra minoritaria – a volte io sono così minoritaria che sono in minoranza pure quando parlo con me stessa – e testimoniale ce l’abbiamo, questa cosa di perdere. Di perdere con atroce eleganza, persino con savoir faire. Di perdere con superiorità morale, come fossimo sempre alle Termopili (siamo trecento, di solito, non uno di più).
Riusciamo, con doppio salto mortale carpiato, persino a perdere quando vinciamo, che è cosa che non riesce a nessuno, in natura (ho qualche dubbio solo sui dinosauri, che da tanti indizi, compreso il cannibalismo intraspecifico, mi sembrano di sinistra).

Ora, tutta questa rincorsa per dirti che sì, io trovavo abbastanza cretino addirittura aver detto, all’inizio, “no no, io mi candido ma non proseguirò”; “sì, sì, votatemi, che io sono visibile, ma poi farò andare avanti gli altri meno visibili”. Mi chiedevo: ma perché? Perché questa intellettuale fine e lucida, colta senza snobismi (ma mi dovrò ricredere su questo punto), questa teorica smagliante, deve fare un ragionamento così contorto? Ma non saranno un paio di contorsioni ad allontanarmi da un buon progetto di sinistra, quando mi pare di riconoscerne uno (sì, lo so, devo aggiungere alla lista sopra anche il delirium tremens intermittente), e sono disposta anche a passare sopra una cosa che mi sembra cretina, in mezzo a tante altre convincenti.
Tra quelle convincenti (che avevo elencato qui) metto pure la qualità dei candidati, il senso di condivisione e solidarietà, persino questa cosa del “vi guardiamo noi le spalle, perché alla fine non è importante sedere lì o star qui a pensare, siamo assieme, uniti e solidali”.

Poi, dopo le elezioni, ancora nel mezzo di quella sensazione di scampati al Titanic, quell’esaltante sensazione di dinosauro sopravvissuto al meteorite, al gioioso esplodere di tutte le sindromi davanti a una vittoria così davvero conquistata sul campo, voluta voto per voto, strappata con i denti, quelle voci: mah, Barbara non sa cosa farà… Mah, Barbara potrebbe accettare… Mah…
Come, Barbara potrebbe accettare? In che senso?
In senso pieno, vedo: con una letterina dall’estero, nemmeno fossi Piero Gobetti, cara Barbara, fai tu un doppio salto mortale e dici che no, ci hai ripensato, non puoi tradire la fiducia di chi ti ha scelta (io, cioè).
Barbara, mi dispiace irrompere nella tua finezza argomentativa come un elefante di Serse in un negozio ateniese di ceramiche a figure rosse, ma ti assicuro che io, che sono una di quei 78mila che ti hanno scelta, non mi offenderei affatto se tu facessi una delle più basilari cose di sinistra: rispettare un progetto, onorare un intendimento, perseguire una linea annunciata. Mi correggo, non sono cose di sinistra, sono cose umane delle più preziose: hanno a che fare con la serietà, il rigore, l’etica. Tutte cose che mi pareva vibrassero nel progetto termopilico e sindromico e minoritario che avevo scelto e si chiamava Tsipras e credevo che (a parte qualche piccola contorsione cretina) mi rispecchiasse, con tutti i miei cuori rotti e le mie cicatrici e le mie speranze croniche (una delle sindromi più irriducibili).
Forse, cara Barbara (che hai la stessa età della mia zia preferita, zia Mariella, calabrese, pagana e comunista, che piuttosto che mancare alla parola data si darebbe fuoco in cortile), sarebbe stato sopportabile (ma non lo garantisco) se tu quelle stesse cose che hai scritto le avessi dette dritta davanti a tutti, tutti gli altri candidati (persino quelli che si consideravano eletti, pensa un po’, ai quali, come ha scritto Marco Furfaro, non hai mandato nemmeno un sms), tutti quei poveracci come me che si erano riuniti in assemblea, tutti coi loro 21 grammi in subbuglio e tristezza, tutti quei prestatori d’opera e portatori d’acqua che si sono sentiti come me: traditi, scombussolati, pieni di coliti ulcerose e gravidanze isteriche.
Nella tua letterina gobettiana, cara Barbara, scrivi “che sono veramente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annunciato”: ci stai dando forse dei cretini? Pensi che viviamo a Cesano Boscone? Credi che abbiamo votato Tsipras perché ce ne ha parlato Barbara D’Urso? Dovresti saperlo, cara Barbara, che noi, noi trecento, siamo tra gli elettorati più informati, sensibili, addirittura ossessivo-compulsivi: il voto preterintenzionale esiste già abbastanza poco a sinistra (ho detto sinistra, quindi il Pd ovviamente non c’entra), per nulla qui alle Termopili.
Hai pure detto di esserti confrontata, e tanto, in questi travagliati giorni: immagino davanti allo specchio. Perché vedi, cara Barbara, l’immagine che mi rimandi, ora a cose fatte e letterine scritte, è quella della sinistra caricaturale che dipingono i disegnatori di Sallusti e Belpietro. La sinistra ombelicale, narcisista, autoreferenziale e autistica. La sinistra disperatamente aristocratica.

E sì, io ora ho un grosso problema: devo giustificarmi davanti alla cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici ai quali ho parlato di Tsipras – e di condivisione, e solidarietà, e progetto – fino a prenderli per sfinimento. Io mi sento in colpa, con loro, che sono una dozzina scarsa. Pensa come dovresti sentirti tu, con noi 78mila.
Siamo qui alle Termopili, se ci vuoi parlare. Di persona, magari.

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Alexis Tsipras

In realtà questa cosa dell’Europa a me m’ha sempre turbata. Da quando ero bambina e nell’istituto di suore psicolabili in cui m’avevano rinchiusa ogni tanto scattava la tremenda giornata del “disegna l’Europa”, e noi disegnavamo solo quello che dell’Europa conoscevamo, ovvero simboli, bandiere, loghi, nulla. Io già da allora avevo qualche difficoltà col Nulla: non sono attrezzata per il Nulla, sono calabrese e c’ho l’horror vacui semiautomatico e il complesso cosmico della farcia. Poi sono pure di sinistra, che è un’altra tipologia di horror vacui su cui non sto a intrattenervi, perché temo la conosciate pure voi, non calabresi compresi.

Insomma, a parte il fatto che l’Europa era un luogo imprecisato ma molto grande dove tutti erano fratelli e sventolavano bandiere, non è che avessimo capito nulla, noi piccole Gertrudi di provincia. Tanto che poi, quando l’Europa s’è fatta sul serio, c’è toccato dare un senso e un contenuto, anzi mille, a quelle tragiche giornate di vuoto creativo. Non bandiere e parole ma proprio facce, strade, paesi, leggi, addirittura monete. I “fondi europei”, anzitutto, misteriosi danari destinati a piovere su campi da coltivare scrupolosamente selezionati e indicati dai nostri governanti, poi quasi sempre – almeno quaggiù – “non spesi”, o “sprecati”, o “mannaggia richiesti in ritardo” e “mannaggia comu ‘ndi capimmu mali”, o fatti piovere su discariche, mari aperti, deserti o tasche compiacenti. E poi lui, l’euro, la moneta fratella e sorella che ci avrebbe resi più popolo che mai.

Amo la verisimiglianza, benché corretta da robuste dosi di surrealismo magico; saprei disegnarvi passabilmente un gatto, un tavolo, una matita, persino il senso di colpa, l’abbandono, la iancura o i baronti. Saprei disegnarvi una delusione elettorale (devo solo sceglierla nella mia sterminata collezione), vent’anni di berlusconismo coatto e mia cognata vista di spalle a un buffet nuziale (tanto per restare nell’horror), ma continuo ad avere difficoltà a disegnare l’Europa. Mi vengono in mente cose incongrue: Parlamenti indecifrabili; editti sulla pesca e le arance tarocco; cazziatoni continentali; banche centrali e periferiche; parole come “jawohl”; l’euro, la moneta fratella e sorella, che nelle mie mani e nel mio portafogli diventa traditora; bandi entusiasmanti e poi silenzi assordanti; cugini che partono per l’Erasmus; mappe geografiche che si ristrutturano (ognuno c’ha il suo mappamondo, dentro, e le distanze sapete bene che s’allungano e s’accorciano continuamente). Qui dietro passa il vicolo del mio albergo al Marais di Parigi; lì accanto c’è quello scoglio dell‘Algarve; entro in quel portone di Vienna pieno d’ombra; pago con una moneta che è la mia ma non proprio la mia, perché ha la faccia di Mozart, o una civetta con gli occhi di Atena, o un’arpa celtica. E lì si riattiva il mio vecchio senso – o addestramento conventuale, non so – per i simboli, e mi commuovo perfino perché ognuno è scemo a modo suo.
Insomma.
Pur portandomi dentro tutto questo caos emotivo e sostanziale disorientamento nei confronti dell’Europa, io voterò a queste elezioni.

Primo, perché io intendo non sprecare mai (MAI) il mio diritto di voto, dal condominio all’Europa all’Impero Galattico, nel caso (e vorrei vedere Salvini che campagna farà per uscire dall’universo). (ma della faccenda dell’astensione come scelta attiva e del gandhismo elettorale, che io vitupero, parleremo un’altra volta).

Secondo, perché l’Europa unita è un’idea bella davvero: io, l’arpa celtica e la civetta e le baguette e persino i wurstel coi crauti (ma solo ogni tanto: fresella col pomodoro vince dieci a uno). Il che non vuol dire che debbano piacermi gli ultimatum, lo strapotere delle banche e la monetizzazione delle nostre vite, il neoliberismo concentrazionario che, lo capisco, non è un problema europeo ma cosmico, però da qualche parte dobbiamo pure cominciare ad aggredirlo e rifiutarne le premesse.

Terzo, io sono per la nascita di un nuovo umanesimo (che fu, appunto, un fenomeno europeo), basato sulla condivisione ma anche sulla diversità, sulla cultura come fenomeno virale, sulla traduzione come meccanismo vitale di “trasferimento” tra lingue, culture, popoli, cercando le affinità e sorprendendosi a vicenda sulle differenze, solo per scambiarsi esperienze e farsi vicendevolmente intravvedere possibilità.

Quarto, sono per un‘Europa di sinistra. La sinistra quella vera, quella che difende i lavoratori e lo Stato sociale. Quella che è interessata a un progetto davvero umano, ecologico, sostenibile, non fondato sulla divinizzazione del consumo e la finanziarizzazione dei rapporti. E l’austerità che vorrei non è quella di chi taglia alla gente per dare alle banche, non è quella economica ma quella dei comportamenti, del rispetto delle risorse e non del loro spreco. Vorrei sobrietà, serietà, lungimiranza. Orrore del compromesso. Laicità. Sacralità dei diritti. Tutte cose che non vedo nella sinistra che in questo momento ci governa (assieme con la destra, quella stessa destra, o quantomeno una sua parte, che ha fatto strame dell’Italia negli ultimi vent’anni, e soprattutto, semplicemente, non condivide nemmeno un pezzetto delle idee che ho io e del senso che io do alle cose).

Quinto, ho terrore di chi urla, e di chi urla cose come “chiudiamo le frontiere” o “usciamo dall’euro” perché il suo vero desiderio è barricarsi nel fienile e sparare a tutto quello che si muove lì davanti. Non mi interessa l’euro come braccio armato dell’Europa malvagia: mi interessa l’euro come possibilità di realizzare quell’Europa fratella e sorella che forse è possibile e a me piacerebbe.
Ho il terrore di chi vuole sparare agli immigrati sui barconi: mio nonno, mille anni fa, era su un altro barcone, e piangeva guardando Ellis Island. Non mi risulta che gli Stati Uniti siano stati travolti dalla carica di nonni come il mio che scappavano con la miseria alle calcagna e la nostalgia ficcata nel cuore come un coltello. E adesso non mi dite: che fai, li ospiti tu a casa tua? Beh, l’Italia è tutta casa mia, risponderei (a parte certe zone della Padania, immagino, dove non mi rilascerebbero mai il passaporto perché sono calabrese e non ho nemmeno diamanti da scambiare), e sarei lieta di pagare le tasse anche per questo, per costruire politiche di accoglienza degne e anche, prima dell’accoglienza, di intervento nei Paesi da cui la gente vuole fuggire perché, semplicemente, non ci si può vivere.

Infine, io voto Tsipras.
Perché è l’unica formazione che dice le cose che vorrei sentire.
Perché è di sinistra.
Perché non propone di chiudere i battenti ma di rifondare l’Europa.
Perché Alexis Tsipras mi piace: è giovane, serio, persino austero dell’austerità che piace a me.
Poi, che io abbia un debole per la Grecia e i greci è una cosa solo mia, ma ci deve entrare il fatto che ogni trenta parole ne uso una greca, che vedo nasi e nomi greci tutto attorno a me, compreso il mio, che ho sempre sentito la fratellanza e sorellanza con quella terra magnifica e sfigata (come noi, ha costruito la sua stessa rovina mantenendo una classe politica corrotta, famelica, incompetente), che continuo a credere che “Graecia capta ferum victorem cepit”, e sarei felice se la riscossa dell’Europa, la sua possibilità d’essere davvero quell’utopistica e magnifica costruzione che le suore cercavano invano di farmi disegnare, passasse per il suo membro oggi più debole, estenuato, sottomesso.

Capovolgiamo l’Europa e pure la Storia: voglio un governo di umanisti e non di banchieri. Capo-vogliamo l’Europa, daccapo.
E alle elezioni europee dico Tsì (pras).

Ps: non è secondario che nelle liste Tsipras ci siano persone che voterei (e alcune le voterò) con entusiasmo: Franco Arminio, Tonino Perna, Barbara Spinelli, Ermanno Rea, Olga Nassis, Moni Ovadia, Ivano Marescotti.

Ps: vorrei tanto che la madre superiora mi leggesse. Lei mi stracciava tutti i disegni. 

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