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Posts Tagged ‘lezioni di tango’

Tricolotorino

LA CONGIURA
 
Il piccione lo sapeva, e lo sapeva il vulcano. Lo sapevano gerani e foglie di salvia. Lo sapevano le scarpe a pois. Lo sapeva il lastrico ortogonale di Torino, lo sapevano i tricolori (Torino ha una quantità spaventosa di tricolori, come se una vittoria alla finale dei Mondiali fosse esplosa nel perimetro cittadino: se Roma è la Capitale burina e pigliatutto, Torino è la Capitale Anziana, pensionata ma mai dimessa, ancora diritta e in esercizio col suo Cavour che, se stai attento, t'attraversa la strada e ti saluta pure).
Lo sapevano, che non si deve chiedere troppo. Ma la Brioscia mica lo sapeva che stava chiedendo una cospirazione all'impossibile: andare a Torino, nel covo della Trebisonda, nel cuore di San Salvario – e per giunta nei giorni libreschi e pleonastici del Salone – a presentare la sua creatura, "Lezioni di tango raccontate da una principiante", le sembrava una cosa normale, che non integrava necessariamente i patti col destino.
E invece.
Il vulcano congiurò da subito: dall'autostrada, alle cinque del mattino, sfoggiava una mantella di neve fresca e un gioiello di fuoco vivo. Una delle bocche s'era spalancata, di notte, e pioveva cenere su tutta la città: la pioggia di cenere è come la mafia, non te ne accorgi nemmeno, senti appena un disagio, un fastidio, un polverìo che diventa un fango scuro e scivoloso sulle suole, copre fittissimo le strade, le ali degli aerei, le piste degli aeroporti, i lenzuoli stesi e l'umore degli angeli. Si può morire di cenere, senza saperlo.
  Ma all'aeroporto lo sapevano, e chiusero i cancelli in faccia alla Brioscia speranzosa, che aveva passato tutta la sua breve nottata a rimpicciolire i bagagli e misurare le boccette di bagnoschiuma. Infine, nella borsa di Brioscia Poppins stavano cinque abitini da tango, tre paia di scarpe, taccuini ripieni, saponette, fazzolettini bagnati, breviari, lampade pieghevoli, scrivanie di noce, polli arrosto, colbacchi di pelo, cartine del Piemonte, corni rossi da mezzo.
  Ora, chi abita sullo Stretto ha due opzioni per partire e cambiare di sponda: prendere la nave di Ulisse, quando passa di lì, oppure indovinare l'orario di una delle Caronti. Ulisse era in ritardo, e così la Brioscia tentò di prendere la Caronte. Ma la congiura congiurava ancora: arrivato il suo turno, le chiusero il ponte di carico in faccia.
La Brioscianon aveva altra scelta (e non per nulla è la nipote di zia Mariella): evocare la prefica tragediatora che è in lei e supplicare i rudi marinai, come se fosse sul palcoscenico di Siracusa. Greci, fenici, arabi e normanni: nessuno resiste ai temi della lamentazione eschilea, se ben condotti. Fecero salire la Brioscia di sguincio, e lei – dopo aver baciato il marinaio più rude – potè involarsi verso la Capitale Anziana, non senza altri incontri degni di nota.
 
LA BISNONNA
 
Avete presente una bisnonna ottimista e di sinistra? Ecco, era proprio accanto alla Brioscia, che era seduta nel suo solito sedile di spine. Piccola, coi capelli bianchi in piega meticolosa, le gambe traditore distese (e la sedia a rotelle ad aspettarla allo scalo), la bisnonna ammirava Napolitano come i ragazzi i Tokyo Hotel, parlava di Garibaldi come di uno scapestrato coetaneo (e forse era pure vero, visto che a Roma l'aspettavano cinque generazioni che lei s'accingeva a benedire, laica matriarca e risorgimentale). Disse alla Broscia, parlando pasionaria delle elezioni imminenti: speriamo, stavolta speriamo. Solo una ragazza di cent'anni poteva vedere con tanta chiarezza il futuro prossimo, poteva avere ancora naso per la speranza.
 
LA NONNA DI SANDRINE BONNAIRE
 
Squisita tutta, immersa in una bellezza ancora imperativa pure se trascorsa, la nonna di Sandrine Bonnaire camminava diritta verso l'imbarco. Aveva un abito francese, una borsa francese, una bocca francese (ma sandali italiani). E il profumo più buono del mondo: cominciava come un Botticelli, e poi diventava un Balthus. Profondeva fiori e frutti, e poi ti portava in un qualche buio parlante dal quale non potevi staccarti. Un profumo come quello delle gardenie: illimitato, oscuro e rimescolatore. 
Per fortuna, la nonna di Sandrine Bonnaire era seduta proprio davanti alla Brioscia, che passò tutto il viaggio a sniffarla (ovviamente non si trattenne e le domandò cosa fosse, quella meraviglia, ricevendone il dono di una parola meravigliosa: "Womanity")(secondo Thierry Mugler, nella womanità ci sono sentori di latte, di fico, di legno, persino di caviale: è la nota animale, profonda, che scoppia subito dopo le ninfee da impressionisti, l'illusione fiorita)(mica scemo, questo Mugler).
 
LA TREBISONDA
 
La Trebisondanon è tecnicamente una libreria. E' piuttosto un rifugio per libri e lettori, un luogo di bonaccia e scambio, un porto senza flutti ma con tutte le storie. I libri sono scelti uno a uno, sono piuttosto coinquilini e fratelli, compagni di strada e pensionanti. La libraia, infatti, la molto sofonisba Malvina, è una sovrintendente e una cuoca, una giardiniera e una comandantessa. Salpa tutte le mattine, sulla sua nave dalle grandi vetrate da cui si vedono coccodrilli, volumi alati, grappoli di lampade e che resta accesa come un bastimento fino a notte fonda galleggiando nel bacino di San Salvario.
Qualche volta però la libreria sembra una rupe, abitata da un bosco di libri, o una voliera d'idee sulla cima d'una collina: ed è per questo, ne siamo certi, che i piccioni continuano a entrarci.  
 

IL PICCIONE
 
Ero l’ombra del beccofrusone ucciso
dal falso azzurro nel vetro:
ero il fumo denso di peli bruciati – e io
vivevo, volavo, nel cielo riflesso.
E dall’interno, poi, avrei duplicato
me stesso…
(Vladimir Nabokov, “Fuoco pallido”)
 
Il piccione s'era già fatto un giro al Salone del libro, e lo aveva trovato – come ogni altro essere vivente – del tutto inospitale. Così aveva deciso di cercarsi altri luoghi, e aveva trovato nel suo giro la Trebisonda, dove proprio quel pomeriggio s'erano dati appuntamento la Brioscia, i tangueri, il tango e un sacco di amici. Il piccione ­– o era un beccofrusone tentato dall’illusione dell’azzurro, come noi e come mastro Nabokov, che lo cantò nei distici eroici di “Fuoco pallido”? – con la riservatezza dei pennuti sabaudi, non ritenne di presentarsi, e si ritirò a razzolare in una vetrina. Fu forse l'unico dei presenti a non scattare una foto col telefonino, e di questo gli siamo ancora grati.
  Quando cercò di uscire, però, il suo (il nostro) destino beccofrusonico lo prese: la vetrata lo ingannò, gli spezzò il volo e lì la giornata tornò in bilico, come al mattino sui vortici di cenere, in balìa delle potenze ultraumane che cospirano, e dell’ostinazione delle nostre illusioni.
S’alzarono in tanti, gli imposero le mani e il piccione si risanò di colpo – perché le librerie sono luoghi magici frequentati da cerusici e condottieri e guaritori – zampettò fuori colmo di bipede dignità e poi si lanciò in un volo nitido.
Gli dei erano con noi. Il beccofrusone pure.
 
 
IL TANGO
 
Che il tango mica ha bisogno di precauzioni: si prende i luoghi come si prende le persone. Lo hanno portato, nella sua culla di canapi e satin, di pizzi macramè e carta di giornale, i tangueri di Desdelalma: Nando e Fiore, Marco e Monica hanno battezzato il parquet ballando sospiri di bandoneon e frecce di violino, traspiè indiavolati che mordevano i garretti e tanghi telepatici tutti intenzione e sguardo.
  Anche la Brioscia, sventurata, ballò: ma era a sua insaputa. Un tango preterintenzionale di cui ancora chiede venia ai presenti e al dio Gardel.
 
 
EFFE

 
Herzog Effe non è tecnicamente una persona, ma un'icona. Un blogger spretato ma mai scomunicato, uno scrittore eretico e retroverso i cui continenti di parole sono ancora visibili in tutte le carte nautiche del web. Appartato e sfuggente come una Greta Garbo, saggio e indecifrabile come l'oracolo di Delfi, provocatore come un Andrè Breton ma più sabaudo, ha portato alla Trebisonda – dove ormai confluivano piccioni, vulcani, bisnonne e milongueri – il suo tocco fescennino-situazionista, tenendo una prolusione dadaista ma savoiarda, omerica ma gechegè. Infine, ha mostrato l'autore-tipo, che dopo l'alpino-tipo  aveva invaso in quei giorni assalonati le strade di Torino: un pallone gonfiato. Lo ha giustiziato con un secco colpo di spillo: il web che si vendica di tutta la cattiva letteratura che disbosca l'Amazzonia e ci fracassa i cabbasisi. Tiè.
 
LADY ALESSANDRA
 
Solo lei – in arte Alessandra Terni – poteva leggere il libercolo della Brioscia come fosse Beckett, o Sofocle, e farlo credere agli altri. Solo lei poteva dare corpo e volume e vita alle parole, che hanno cominciato a muoversi e zampettare per tutta la libreria, e la gente le prendeva e le faceva volare via, come col piccione, come con i beccofrusoni, e in breve San Salvario è stato pieno di creature alate, tutte figlie sue, che facevano un rumore delizioso, come una tempesta di passeri.

 
LA HOME PAGE
 
Diciamolo: non era una presentazione di libro, ma una home page di facebook in un giorno feriale. E la Brioscia, estasiata, si aggirava a cliccare "mi piace", "mi piace", "mi piace".  E quanto le piacevano, quegli avatar diventati abbracci, quelle parole diventate voce, quei frammenti che si componevano: lo sguardo da lago di montagna di Sabrina, la sfrontata timidezza di Egle, il nocciolo siciliano dentro la sabaudezza di Gabriella, l’ironia nocciola di Loka (che poi avrebbe fondato, a tavola, un incomprensibile comitato anti-Occhetto, col mio editore stalinista non pentito), lo sguardo di Carlo B. che vede tutto, anche l’invisibile, e lo sguardo di Carlo M. che aggiunge invisibile a tutte le cose.  E che emozione Giorgio, il più torinese dei torinesi, giornalista totale, memoria vivente e camminante della città, podista dei ricordi metropolitani, cicerone alla rovescia, che mostra parmigiani e rampe di lancio delle auto e soprattutto le storie nascoste sotto le storie. E Gloria, la lettrice soave carica di biscotti da spezzare e dividere come sorrisi.  E Mariusso Pappù, artista multiforme e arconte di San Salvario. E l'ardimentoso Renato, nipote onorario delle zie calabre. E Augusto, che è scappato a inseguire la politica, e ha fatto bene, perché la politica non si può lasciare sola nemmeno per un momento (guardate quello che accade in un Parlamento, sennò). E, poiché ogni tanto fb fa il suo dovere, c'era anche il mio antico compagno di scuola, Enzo, con cui dividemmo una gita scolastica nell’Italia che s’apprestava a diventare atroce, ma noi eravamo così pieni di futuro da non accorgercene.
 Che emozione diventare tutti umani, restare umani perché lo schermo non è un modo per nascondersi ma per rivelarsi meglio, nel 5D dell'anima. E quando tutto quello che sospetti di una persona, dai suoi aggettivi ai suoi occhi si compone in una folgorante u(ma)nità allora è un piccolo miracolo. Ce ne furono, quella sera, di miracoli. Parola di piccione.
 

IL SALONE DEL LIBRO
 
La Brioscia non era preparata al gigantismo lingottesco, ma la parte di farcitrice calabra che è in lei s'emozionava solo al pensarlo, un luogo dove ci sono TUTTI i libri. Un luogo mitologico, come possono essere le cucine del Paradiso, le pasticcerie torinesi, alcuni letti.
  Anzitutto il Lingotto: uno di quei luoghi ridestinati, perché la storia è fatta di cambiamenti d'uso, d'intenzioni e ripensamenti che plasmano le terre e gli edifici. Degli operai non resta nulla, in apparenza, né delle storie d'ingiustizia e dolore di tutte le grandi fabbriche, gli immensi luoghi concentrazionari del lavoro, perché non esiste il capitalismo buono, e il suo carburante sono pur sempre il sudore e la fatica e la vita che si consuma un tanto al giorno, mensa compresa. Dei rombi delle auto resta l'eco, invece, nelle rampe maestose che conducono all'autodromo sul tetto: da lì le automobili volavano in tutta l'Italia e fuori, uccelli di lamiera messaggeri del boom economico.
  Ora volano i libri, in quegli spazi. E più dei libri il circo e il carrozzone dei libri: il suo carico di ufficistampa, editores, sensali e paraninfi. I suoi mondadoroni, i suoi einauditi. I suoi ValerioMassimoManfredi e IsabellaBossiFedrigotti, i suoi autori falsi venduti in brossura, i suoi non-autori spacciati negli angoli alle scolaresche.
  Ma c'è anche l'incanto, dei libri: l'edizione oscura della "Visita del capitano Stormfield in Paradiso" di Mark Twain. "Il libro delle domande" di Neruda, che la Brioscia era convinta non esistesse, era convinta di avere immaginato in una notte di tregenda al fianco d'un fidanzato falso in una vita malcapitata. I libri tanti, piccoli, ardimentosi che ti vengono a tirare per la giacchetta. I libri incubati dai giovani editori, i libri che si difendono con le unghie e con i denti, perché nascere libro nell'Italia di Berlusconi e Bondi è peggio che nascere donna a Kabul o nero nell'Alabama del 1930. I libri necessari, perché sono la nostra trincea, uno dei modi per restare umani, e anche di più: divinamente umani.
  Il Salone è un inferno con dentro un paradiso con dentro un inferno con dentro un paradiso. Gli amici e le luci da capannone per galline ovaiole. Le idee che allargano le ali e le rilegature del nulla. Lo spreco e la sapienza. Il caos e il caos.
 
 
IL PROFESSORE

 
Quando gli chiesero di firmare la ricevuta della carta di credito e gli porsero una penna, si sdegnò: "Io porto sempre una penna. E lo dico pure ai miei studenti: un uomo deve portare sempre con sé la penna. E' quello che ci distingue dai sudditi, la penna. La nostra spada".
 
 
 
L'BIRICHIN
 
  Perché non ne possiamo più della cucina troppo intelligente. Perché quella è roba da milanesi. Perché la cucina è accoglienza e condivisione e attenzione e piacere. Perché le ricette antiche non sono vecchie ma solo sapienti. Perché si può cercare sempre un asparago nell'uovo. Perché le mamme sono sacerdotesse, e solo loro sanno cose misteriose come scegliere le verdure più buone o chiudere con un "plin" esatto gli agnolotti o conoscere il preciso punto di cottura del riso. Perché lo chef, invece, non è un sacerdote ma solo un pilota. Perché la fassona è una prova dell'esistenza di alcuni dei, e trattarla col coltello è gesto di venerazione e rispetto. Perché il bunet è un succedaneo del latte materno: ti deve consolare e nutrire.
  Tutte queste cose Nicola Batavia, che dirige L'Birichin come un capitano di pescherecci coraggiosi, le sa. E per questo la Brioscia tornerà a mangiare lì.
 
TORINO
 
Gran Torino. Sintattica ma di cuore. Capitale ma militante. Tricolore ma con gusto. Francese ma piemontese. Operaia ma di classe. Fassina ma di sinistra.
Meravigliosa da mangiare: la Brioscia è scesa personalmente nelle cantine di EatItaly dove stanno a riflettere per anni i prosciutti e i parmigiani, e i loro pensieri cagliano l'aria, così nutriente che ti sazi solo a respirarla. E ci sono botti parlanti, e mucche meccaniche, e allevamenti di biscotti e campi interi seminati a pasta di semola di grano duro.
 Il suo fiume, a ben guardare, è di cioccolata, e le panchine di wafer. E le nuvole, le nuvole sono panna fresca.
E poi è una città tropicale ma precisa, dove il monsone passa sempre alle sei in punto e fioriscono mazzi di biciclette, quando è stagione.
Tornando al Sud da quei tropici sabaudi, la Brioscia dovette indossare di nuovo il golfino, e le calze pesanti, che evidentemente l'Italia sta cambiando di posto, e tutto si capovolge e si scambia, chessò, come una Moratti con un Pisapia.
 
 
 
 
 
 

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Come spadaccini, come pellegrini, come comete, come calciatori delle nazionali convocate in Sudafrica ci siamo presentati puntuali all’appuntamento con Ortigia, la luna, il castello, il mare, il tango (non necessariamente in quest’ordine).
E, non so come dirvi, ma c’è sempre qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, qualcosa di irreparabilmente nostalgico e qualcosa di smagliante, in questi appuntamenti da un anno all’altro, col tango che è sempre lo stesso e sempre rigenerato, come se fosse eternamente giovane e potesse rendere anche noi – per frammenti, istanti, sguardi, abbracci – giovani ed eterni come lui.

Il Mundial

In realtà, le squadre che s’affrontano perpetuamente sul campo della milonga sono i conduttori e i seguidori (non esattamente, non sempre, non comunque gli uomini e le donne), i titolari e le riserve, gli attaccanti e i difensori, i nuevisti e i milongueri, i professionisti e i dilettanti, gli utili e i dilettevoli.
Dunque le Nazionali erano pronte a bordocampo, e allacciavano gli scarpini. Anche il pubblico era pronto, con le sue vuvuzele e l’occhio fino a cogliere ogni fuorigioco, ogni gancho di rigore.
Perché, tra l’altro, una delle cose più singolari della milonga è che i giocatori e il pubblico coincidono: guardare è parte del gioco. Così facevamo riscaldamento, perché la panchina è lunga e non sai mai quando ti toccherà guardare o giocare, e devi tenerti pronto.
Il campo, stavolta, era stato allestito nel piazzale d’ingresso del Castello, che restava sbarrato ma s’allungava davanti a noi, sui suoi basamenti di pietra sprofondati nelle radici del mare d’Ortigia, di cui da secoli è il muso armato.
Al fischio d’inizio qualcuno mormorò “partiti”, e cominciò il Mondiale del Tango: girone alla porteña, con ripescaggio e finalissima collettiva, alle sei del mattino, nell’alba dalle dita di rosa che fa fiorire la pietra di Ortigia e scatena stormi di colombe marinare nel suo cielo spalancato.
Chi ha vinto? Beh, come al solito tutti Perché il tango ha in se stesso la sua ricompensa e la sua vittoria. E la luna, la luna splendeva quasi come una coppa del mondo.

Fenomenologia della Mirada

Se dovessi acclarare che la mirada non funziona, credo che per lo choc lascerei il tango e mi darei al merengue.
Se dovessi acclarare che, a mia insaputa, una mirada m’ha colpita ed è affondata nel mare dell’indifferenza, mi ritirerei a tanda privata.
Se dovessi acclarare che qualcuno, per trarne un qualche vantaggio, m’ha mirada e s’è cabeceato da solo, non esiterei a sporgere denuncia alla magistratura tanguera.

In realtà la mirada è uno strumento potente, con un raggio d’azione spaventoso, nello spazio e nel tempo.
Ci sono mirade che cominciano anche il giorno prima. Ci sono mirade a innesco lento, che daranno frutti molto tempo dopo. Ci sono mirade retroverse, e persino retroattive. Ci sono mirade preterintenzionali e mirade dolose. Ci sono mirade di rimbalzo, mirade laterali, mirade in calcio d’angolo, mirade di rimessa dal fondo. E mirade di rigore, a dodici passi da uomo nell’area piccola.
Una mirada m’è riuscita dalla vetrina d’un ristorante: quel tipo tre ore dopo m’ha invitata. Dopotutto, in quella frazione di secondo avevamo provato un sacco d’abbracci, che restavano nell’aria, lì attorno, impazienti d’essere chiusi e compiuti.

La mirada è un riconoscimento istantaneo, una dichiarazione d’intenti, un compromesso, un manifesto programmatico. E non è affatto vero che la fa l'uomo, e la donna può solo cabecear. Come in tutto il resto della vita, la mirada te la devi seminare, concimare e zappuliare da sola, se vuoi che lui abbia l'illusione di produrla, come nuova, apposta per te. Dopotutto, gli uomini vivono di convinzioni, lo sappiamo fin da piccole, ed è meglio lasciargliele tutte.
Io, comunque, l'ho scoperto tardivamente, proprio in questo festival, attraversando la spaventosa escursione termica d'Ortigia, che è africana di giorno e alpina di notte, coerente come una luna con le sue due metà di fuoco e di gelo, di solitudine e d'abbraccio, di musica e di silenzio.
Io, agnella e allevata in un protettorato milonguero dove siamo in tutto quaranta e tra noi non c'è nemmeno più bisogno di guardarci – che c'abbiamo la mirada telepatica o sonnambula o semiautomatica – non mi sognavo nemmeno di fare qualcosa che non fosse la mia quieta attesa a bordocampo, nel mio scialletto da zia, col tacco che s'agitava nervoso a ogni milonga sprecata. Accanto a me, cento altre donne, bionde more rosse giovani vecchie brave bravissime così così, aspettavano allo stesso modo, gli occhi fissi sulla ronda dove a intervalli regolari passavano sempre le stesse (la greca col profilo greco, la manga, la tatuata, l'optical, l'indiscutibile, l'imponderabile, la foulardata, la sinuosa, la sorellastra di cenerentola, la cenerentola). Dietro di noi, in un altro cerchio mobile, i maschi andavano e venivano come lupi, scrutando il buio e le sedie, sforzando gli occhi e la memoria, prendendo decisioni e ripensandoci.
E lì stava l'incaglio.
Sarebbe bastato così poco.
Sarebbe bastato voltarsi, e guardarsi attorno, e incrociare uno sguardo e sorridere come per dire: io non ti dirò mai di no. Cosa verissima, per giunta. E non perché, dopo un paio d'ore all'addiaccio, una ballerina direbbe sì persino a un sarchiapone, persino a un Sor Pampurio, persino a un papi. Ma perché sì (il tango è una tautologia, ma solo quando è fatto davvero bene).

Il lato b della mirada me lo hanno svelato i compagnucci di merende, tangueri rifiniti che pure m'hanno confidato le loro angosce da rifiuto anticipatorio, la loro ansia da presentazione, le loro palpitazioni virili che mai, mai avrei sospettato: sotto le camicie da diabolik batte un cuore.
Forte della mia inchiesta – una specie di Rapporto Kinsey tanguero – e dopo un apposito forum al tavolo di colazione del mio B&B (tema del giorno: Perché non m'invitano? Forse perché non sono di Tallin?), son approdata in milonga con tutto un piano strategico di fibre ottiche.
Non ci crederete, ma ha funzionato.
Ho lanciato mirade traccianti che nemmeno a Bagdad la notte dell'attacco americano. Lo scialletto da zia è rimasto sulla sedia, da solo, fino all'alba.

La tanda che non ballammo

Con l’età, s’impara ad apprezzare il tango che non ballammo, a farne una milonga-ombra con una sua qualche elegiaca dolcezza.
Quel Fresedo, caro R., era nostro. E la milonga di Donato, così soavemente irresistibile, resta lì in pista ad aspettarci, P. Noi ci siamo persi tra l'onda della folla, G. , ma sarebbe stato molto bello incontrarsi. Quel tango perduto all’alba, G., non è perduto: sarà toccato a qualcun altro, forse persino al mare.

Julio e la tecnica donne

Quella la dovevo proprio fare, anche in stato di narcolessia grave(era alle 11 del mattino, quando sono svegli solo i principianti, e nemmeno tutti): la lezione di tecnica donne con Julio Balmaceda.
Tutte in calzini, compreso lui, che ci spiega serio &ld
quo;che lui sa cosa vuole da una donna”
. Almeno qualcuno lo sa. E la cosa si vede pure dal buonumore tonante che anima lui e la moglie, la dolce Corina cara a Giunone, esempio vivente di come il tango smaterializzi e aggiusti la gravità addosso.
Insomma, Julio vuole il bacino senziente, i passi che non cadono su se stessi, il giro che non è un quadrato camuffato. Vuole farci capire quando spingere sul tacco e quando sollevarci da terra.
Vuole ridere con la sua risata che riempie una stanza, e spaventa i gabbiani, fuori.

L’angolino del kitsch

Avviso: questo è un post buonista e quasi veltroniano, dal momento che ne abbiamo più che abbastanza, nel tango, di disprezzatori e ironizzatori professionisti. Noialtri mediocri ballerini abbiamo diritto alla milonga quanto qualsiasi tarantolato sopraffino, e lo rivendichiamo tutto, nel nome della democrazia meticcia del tango e dell’Internazionale dell’abbraccio, che significa anzitutto accoglienza e ascolto. (fine del siparietto etico)
Purtuttavia, poiché il tango ha anche un suo ineliminabile, stupendo lato kitsch e trash, occorrerà pure onorarlo.
Speciali ringraziamenti, quindi, alla ValentinaCrepax in tutù da dark side of Giselle, che ha allietato la nostra panchina (oltre che scientificamente dimostrato che il tulle inamidato è compatibile con la ronda);
alla giapponesina manga vestita da sorella maggiore di Pucca che si è lanciata (anzi, tecnicamente è stata lanciata) in riuscitissime imitazioni dell’alabarda spaziale;
a tutte le portatrici sane di fiorato pesante;
agli irriducibili del pannolone alla turca (sì, siamo sdegnosi e prevenuti, ma nella stessa città dove c’è un Caravaggio, un numero imprecisato di cancellate e facciate barocche e persino un teatro greco come nuovo non è ammissibile lo scempio estetico. Andatele a fare a Las Vegas, o a Sharm El Sheik, queste cose).

La tanda pericolosa

C’è sempre, in agguato, una tanda pericolosa. Come la mandorla amara nascosta nel cartoccio, come l’aspide nell’erba, come la caramella al cerume nel pacco di “Millegusti più uno” di Hogwarts, come l’editoriale di Minzolini durante il pranzo.
La tanda pericolosa non la riconosci mai al suo manifestarsi: di solito lui sembra innocuo, gentile, persino ergonomico. Tu ti affidi, col secolare addestramento della seguidora, e al primo semigiro pensi che vada tutto bene, state scivolando nel vostro corridoio senza nemmeno sfiorare le altre coppie, sistemi solari che girano attorno a se stessi e dentro la ronda, nella complessa cosmologia tolemaico-copernicana della milonga (sì, il tango è un ossimoro, ma solo quando è fatto davvero bene).
E invece no.
Il pericolo viene dall’interno.
Lo capisci quando lui scientificamente – persino con una certa eleganza – costruisce uno sgambetto, e tu lo guardi come i prigionieri dei pirati dovevano guardare capitan Uncino prima di tuffarsi dalla passerella e scomparire tra le onde. Lo eviti miracolosamente, scambiando i pesi chissà con che cosa, e sentendoti sopravvissuta, quando lui lo fa di nuovo, e ancora, e capisci che è una lotta all’ultimo sangue, e ne resterà soltanto uno. Lui.
Che, per giunta, a un certo punto comincia a usarti come scudo umano, cercando di fare in modo che qualsiasi cosa si muova negli immediati dintorni (una parada, un voleo alto, un gancho, un alito d’aglio, un insulto pesante) ti colpisca. Ed è pure bravo: ti centrano quasi tutti.
A quel punto diventa un fatto etico: salvare la dignità oppure sopravvivere. Scegli tu.
(per la cronaca, io non pratico la tanda interrupta, la mia religione me lo impedisce, quindi m’è toccato subire fino alla fine, riportando ferite laceroconfuse che ancora mi segnano caviglie e orgullo. Ma almeno so che andrò in paradiso, e sarà come lo Zen, e allora fuggirò all'inferno… ).

Una emotion

Lo so, non è corretto da dire, ma questo post è politicamente scorretto, e quindi. Quindi l’abbraccio più bello è stato con piazza Duomo, alle sei del mattino. Eravamo sole, io e lei. Lei era d’un color rosa ambrosia che fluiva da dentro la pietra, perché a Ortigia la pietra è carne, come le foglie, mentre i muri sono corteccia, il legno è mare secco, il ferro è acqua, la carne è calcare, pomice, ossidiana, marmo, roccia. Così io, di roccia friabile dopo ore e ore di milonga, ne ho toccato la pelle rosata, la dolcezza del tufo chiaro, la consistenza tiepida dei marmi, persino le volute dei balconi che rivaleggiavano con le ali delle colombe-gabbiani-rondini-aquilereali-cigni che volavano in picchiata per dissipare tutte le ombre della notte.
Ci siamo abbracciate e abbiamo ballato, allo stridìo in quattro quarti delle colombe pazze che svegliavano i mondi.

Sor Pampurio, ultimo atto

Che finale sarebbe, senza uno sguardo a Sor Pampurio? Ma solo per dirvi, miei affezionati quindici lettori, che non ci occuperemo mai più di lui. Come un Mastella, come un Lippii, come uno Scajola egli – probabilmente a sua insaputa – è uscito di scena. Al Festivallo era l’ombra di se stesso, porello: persino le transenne si notavano più di lui…
Niente giannizzeri ottomani, niente coorti pretoriane, niente stuoli di fanciulle col passaporto di Kiev. Niente pubblici ringraziamenti. E nemmeno una quebrada che facesse fermare la ronda e gli orologi.
Lo celebriamo qui per l’ultima volta, ma sappiate che ci mancherà.

Tempi di crisi e di recessione
Anche Pampurio è in questa situazione:
Al Festivallo presso il bel castello
È spento e sottotono, poverello

Nessuna lituana, russa, lèttone, estòne
Né pretoriani, né liste di proscrizione
Quando va in pista nessuno più l’ammira
Sulla ronda del tramonto si rigira…
E’ l’ombra di se stesso, ormai uno straccio
E che abbia pure chiuso un po’ l’abbraccio?

Sarà stato Tremonti, o forse Bondi
Nel suo provvedimento mangia-enti:
Lo spettacolo-Pampurio – ha decretato
Come la Scala dev’essere tagliato…

Troviamogli una russa, ed anche in fretta
Facciamo un Pampuriothon, una colletta
Che non si trovi in pista, con disdetta
Con una bionda di… Caltanissetta!

Arrivederci al prossimo anno.

(ps: Bellissima foto di MicMac – il poliedrico Michele Maccarrone, che il tango lo fa ballare e poi lo mette in posa ee ce lo restituisce sotto forma d'un'altra arte – in cui si percepisce la natura di ala dimezzata dell'abbraccio. E ci son anche la luce e il mare e le rocce di Siracusa, che entravano a tempo dentro gli abbracci, e nell'alma)

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mujeres, il cuore del tango

Da grande voglio fare la mugghiera del tango, imparare il napoletano e coltivare i friarielli.
La premessa, al ritorno dal Mujeres Tango Festivallo numero tre, è necessaria, soprattutto per i friarielli. Perché io l'ho capito alla terza volta. La terza volta, in tre ore, che qualcuno a Napoli m'ha chiesto, con aria preoccupata: "Ma voi li conoscete, i friarielli?": la ragazza del tarallificio, il tassista, don Ciro del beddenbrecfàst.
Ora, per i non partenoparlanti, dicesi friarielli le infiorescenze delle cime di rapa. Cioè, la stessa cosa che a Roma chiamano broccoletti e in Puglia rapini, ma non diteglielo ai napoletani: loro sono convinti che si tratti d'una misteriosa verdura che cresce solo a Napoli. E il bello è che hanno ragione.
Perché il friariello, col suo nome e la sua orgogliosa appartenenza, la sua promiscuità con la salsiccia e la ricotta, è un prodotto unicamente napoletano, e mai potrebbe trovarsi altrove sotto falso nome. Ché la caratteristica propria del friariello è la fiducia, e i napoletani ce l'hanno.
Il friariello è un test, un elemento chimico, un'emozione. E i napoletani, generosi come sono, se lo tengono caro ma vogliono condividerlo. A loro interessa che tu conosca il friariello. E, signori miei, questo è il punto, e questo è l'oro di Napoli: a loro interessa veramente. Non c'è nulla di indifferente, a Napoli, e il friariello ne è simbolo perfetto.
Dunque, da grande voglio coltivare questa magica verdura che produce condivisione, umana solidarietà e, in ultima analisi, bellezza. Come il tango.

Sulla strada del festival e delle sue molteplici lochescion, a vagare come una brioscia nella terre delle briosce e dei fratelli babà, di friarielli incantati se ne incontrano un sacco. Eccone una scelta.

I Tassisti filosofi
I tassisti napoletani sono l'esatto opposto dei tassisti di Lisbona. Sono filosofi che camminano per la vasta, intricata agorà d'asfalto facendo regolari pieni di pazienza e sillogismo. Somigliano tutti a qualcuno: io ho incontrato due Eduardi e un Mario Merola. Desideravo un Totò ma non ce l'ho fatta – avevo poco tempo – e ritenterò.
M'hanno condotta dappertutto, da via Petrarca ("dove potete comprare una casa solo se siete un professionista o un grande camorrista") a via Toledo (dove Merola guardava una vetrina di tarallificio con gli occhi così commossi che sono scesa e ho comprato due taralli strutto e pepe che, obiettivamente, commuovevano come una puntata di "Anche i ricchi piangono"), dalla zona industriale dismessa (Napoli è piena di tombe a cielo aperto, antiche e moderne) alla riviera di Chiaia ("noi guardiamo il mare e il mare guarda a noi"). Discutendo di friarielli, immortalità dell'anima, logorìo della vita moderna e imperturbabilità dell’anima antica.
Ti vergogni un poco, quando sei arrivato e devi scendere, di pagare: non c’è prezzo per l’accoglienza. E ti viene il sospetto che Napoli sia una città ideale per gli abbracci.

Pizza, taralli, babà, zeppole e Salone Margherita
Che io mai l’ho pensato, che i dolci fossero gli adornos della tavola. Giammai. Anzi, a un grande dolce corrisponde una grande responsabilità. Quando ho visto una “Babbaria” (che in siciliano si dovrebbe tradurre con “stupidaggine, sciocchezza”, perché l’incomunicabilità mica esiste solo tra sud e nord), un luogo rapinoso popolato da babà di tutte le dimensioni e farce, ho capito tutto.
Il babà è un sistema linguistico: puoi usarlo per dire ogni cosa, o anche per tacerla. Ci ho provato, e lo so con certezza.
La zeppola invece è l’Idea, è il Noumeno, è la certezza metafisica: Platone e pure Hegel non avrebbero scritto nulla, se ne avessero assaggiata una sola. La zeppola è un punto fermo attorno a cui ruota il mondo – e in subordine la ronda – perché, come voi ben sapete, a Napoli vige tuttora il sistema tolemaico, che gli dei lo proteggano.
Ne ho avuto la prova certa al Salone Margherita – o anche assaggiando una qualsiasi pizza margherita o passando un ineffabile pomeriggio nel negozio dei taralli (un negozio intero solo per i taralli, non so se mi spiego).
Il Salone Margherita (http://www.salonemargherit
a.net/) fu luogo mitologico della Bella Èpoque napoletana: nel suo grandioso movimento rotatorio di marmi, stucchi e volte si esibirono cantanti e danzatori, incantatori di serpenti e illusionisti e persino donne barbute. Decaduto e poi risollevato, ora – tra l’altro – è abitato dal tango (che, come sappiamo, ama i luoghi antichi dove le vite precedenti continuano a strisciare sotto il pavimento, riemergono negli angoli, si mescolano alle ronde, si acquattano tra le gocce delle appliques, sotto le poltroncine, tra le volute dei palchetti).
La cosa più bella, ballando al Salone, è lo spaesamento: quando finisce la ronda non sai mai in che punto della circonferenza ti trovi, e devi navigarlo tutto di nuovo, o è lui che ti scorre sotto i piedi, concentrico e tolemaico, impegnato nella sua ronda ininterrotta, dall’Ottocento a oggi.
Ne ho visto un’efficace rappresentazione in una pasticceria: un dolce clamoroso, una circonferenza di babà luccicanti con al centro l’ellissi regale di una zeppola. A guardarlo bene, ruotava lentissimamente, pieno di promesse.

Le Mujeres
Napoli – col suo allenamento all’assurdo – è pure una città un poco capovolta. Una città ardita, o anche solo piena d’immaginazione. E queste signore femmine se lo sono immaginato e se lo sono pure fabbricato un festivallo di tango – che spesso è un evento supercilioso e filologico – tutto dedicato alle donne (http://www.mujerestangofestival.it/festival-2010.htm
l). Un festivallo in cui non ti spaventano fin dal sito: achtung, achtung, le femmine sole sono pregate di sostare nell’area di decontaminazione apposita, o di raccattarsi un partner nel forum di contenzione.
Un festivallo dove non ti vendono passi ma competenze, non ti abbindolano con figure e figurine ma ti sciorinano tecniche, visioni del mondo, possibilità. E ce ne sono un sacco, di possibilità sconosciute: l’uomo può decidere, ballando, che dobbiamo andare dal punto A al punto B, ma come ci dobbiamo andare (e se eventualmente vogliamo passare dal punto G, come dice Hastalamilonga) lo decidiamo noi, signore.
Le mujeres si sono dedicate, la prima sera, uno spettacolone farcito assai. Qualche tanguero (bulimico come tutti i tangheri) era impaziente di riprendere la ronda tolemaica del Salone, ma a me è piaciuto proprio, che fosse così volitivo e sfacciato, quello spettacolo d’orgullo mujeresco. Il momento più bello è stato quando, vestite di fiamme corvine, le mujeres sono entrate tutte assieme, coi tacchi che facevano rumore di guerra civile, e si sono ballate un tango tutto da sole. E, badate bene, non era un modo per dire: mascoli, voi non ci servite. Tutt’altro. Era per dire: ricordatevi, noi facciamo girare la terra.

Il tango per via matrilineare
Il sospetto l’ho sempre avuto, ora è una certezza. Il tango si trasmette per via matrilineare.
L’ho visto alla lezione di Ariadna Naveira, l’enfant prodige del tango. Giovanissima, ma con un carisma cristallino. Studiavamo adornos, che non sono una ginnastica dei piedi ma una possibilità della musica. E infatti non abbiamo fatto altro che inventarceli e posarli sopra il bandoneon, o sulle volute del violino. Ballavamo da sole, a occhi semichiusi, dentro la musica che si svolgeva ad altezze impressionanti. Oppure eravamo sedute in cerchio, a suonare strumenti immaginari, per imparare – poi – a suonarli col corpo, a danzarli interamente, dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe (“gli adornos si fanno con tutto il corpo”): a un certo punto è entrato un uomo, ed è rimasto pietrificato sulla soglia, davanti a tutte quelle donne sedute per terra a suonare il bandoneon: facevano una musica impressionante.
Accando ad Ariadna stava la madre, Olga Besio, e se la covava con occhi amorosi. Le scattava foto, mentre lei con un gesto rotondo evocava un violino, o stendeva una nostalgia in un unico filo sottile di pianoforte. Sorrideva, Olga, con quella speciale gratitudine che hanno le madri quando guardano splendere i figli.

La sera prima, al Salone, avevo visto Paola, una delle Mujeres, ballare col giovanissimo figlio. Erano alti uguale, bruni uguale,con lo stesso viso sottile da elfi. Erano bellissimi, perché i figli sono il nostro specchio migliore e peggiore, e quando è migliore è straordinario.

Il miglior conduttore per il tango è sempre l’amore, accidenti.

Sandra e Raimondo
Passare da Ariadna a Gloria Dinzel è stato traumatico. Tanto Ariadna era sommessa, dolce, accomodante, quanto Gloria era secca, direttiva, perentoria. Spiegava con una qualche durezza i misteri non euclidei dell’asse, della camminata, del giro. Ci invitava a esercizi da Momix, in cui lo spazio degli altri diventava una prosecuzione del corpo con altri mezzi, e ballare diventava una sfida futurista, un quadro di Balla o Boccioni ma con più bandoneon.
Poi però diceva qualcosa di stranissimo (l'asse che finiva lassù nello spazio, e attenti ai buchi neri…), gettava un’occhiata di lato e richiamava il suo Rodolfo che stava seduto di lato, per farsi servire una medialuna: e partiva un siparietto tra i due che ti faceva capire tutto. Che sono i Sandra e Raimondo del tango.
Un’istituzione, ma un’istituzione che si diverte un sacco.

L’accoglienza
Lo ha detto, lei, Gloria: l’accoglienza è la parte fondamentale del tango. “Io ti accetto, accetto te e il tuo non accettarmi”. Certamente vale anche per Napoli. O per la vita, chissà.

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danza in cerchIo: la vita è una maratona, ma più corta

LA SELEÇAO – La Prima Maratona di tango (la Maratangona, che un poco fa pensare a una Mara Maionchi disegnata da Fellini) mediterronea era cominciata almeno tre mesi prima: le maratone, per loro natura, durano un sacco di tempo, e cominciano dalle alchimie della selezione. Come l’Arca di Noè, i posti in prima fila a Sanremo o le feste a Palazzo Grazioli: il segreto sta nella composizione degli invitati. Il segreto, dicevano Oscar Schindler e Umberto Eco, sta nella lista.
 E così, mentre nelle sapienti cucine dell’organizzazione si aggiustavano gli ingredienti, ammettendo gli animali tangheri a coppie, come sull’arca (“due greci, due scandinavi, un australiano, due lussemburghesi, no meglio uno, ché il Lussemburgo è piccolo e tanto non devono riprodursi, due svizzeri, due messinesi, anzi no nessuno che tanto sono fuori dal Commonwealth tanguero, sono province selvagge, hic sunt leones, come Enna Trapani Pantelleria e il Burkina Faso. Due triestini, due padovani, due olandesi, due romani, due bellunesi, due francesi, cento spagnoli, trecento lèttoni èstoni gàttoni – che Sor Pampurio le fanciulle dell’Est le vuole a cento a cento, come Gheddafi, nelle sue tande. Due cinesi, per i rapporti cordiali con l’Oriente, un peruviano, un filippino. Due argentini porteñi dop, che eventualmente si può chiedere l’autografo e toccare le vesti, e forse pure esporli in una gabbia dorata al centro della milonga, e tirargli da mangiare ma poco che poi stanno male. Uff, la legge sulle minoranze etniche e le quote rosa: un paio di catanesi, qualche palermitano, pochi per carità, addirittura una calabrese. Etruschi no, non ce ne sono, gli esquimesi fanno i difficili e da Atlantide non si sono fatti vivi, accidenti a loro”), altrove fervevano i preparativi.
  Totò (farolit) e Peppino (io) progettavano il lungo viaggio che li avrebbe portati nel cuore di Palermo: ventotto ore a dorso di mulo, oppure ventisei sulla littorina, vestiti da milanesi, circondati da bauli e cappelliere dove, per sicurezza, avevano messo trentotto paia di scarpe da tango, sedici chili di pasta, quattro galline e dodici capocolli. Pronti a scendere, fermare una guardia e chiedere: Noio vulevon savuàr l’indriss de la milongh… Scusi, ma per tangare dove dobbiamo tangare, per dove dobbiamo tangare?

 Alla mitica milonga dei Candelai – dentro la Palermo porosa e barocca, sia pure infestata dai pub dove si mescolano meusa e house music (diciamo house meusa) – non chiesero loro nemmeno il passaporto (che Totò e Peppino s’erano preparati, in quei mesi, sentendo raccontare di immensi campi col filo spinato in cui si veniva divisi, e veniva tatuato un numero sul braccio, e qualcuna veniva condotta in un luogo orribile, lo chiamavano “panchina”, dove sarebbe stata costretta a restare per ore e ore… ), anzi annodarono loro un nastrino di velo al polso, consegnarono cioccolata modicana benedetta e li spinsero oltre i tendaggi di velluto.

LA MILONGA – Ora lo sappiamo tutti: la milonga non è un luogo, o almeno non è un luogo spontaneo. E’ piuttosto un accadimento (un accadimento terapeutico, diciamo). Un luogo deve costituirsi in milonga, deve coagularsi e assumere la sua orbita circolare, come un giovane pianeta. Ma ci sono luoghi più luoghi di altri: i Candelai è uno di questi.
 Ex mobilificio, ex bordello: il tango ama i luoghi antichi e stratificati, nutre le sue radici profonde attraverso gli strati saporiti di storie, vite, macerie e gioielli sepolti. I Candelai è un luogo irregolare, fitto, separato. Le sue tende di velluto chiudono fuori il tempo, i suoi mobili spaiati, accostati per caso e dissonanza, riflettono il meticciato prodigioso e creativo del tango. La sua fisionomia stravagante – la balaustra, le scale, i pilastri, le nicchie – disegna una geografia immediatamente congeniale, subito saturata dal tango, dalla musica (bellissima: i sette musicalizadores, un numero giustamente magico) che arrivava a inzuppare ogni angolo libero, dai passi che formicolavano dappertutto, anche tra la gente seduta – perché gli sguardi, in milonga, ballano come i piedi.

 Totò e Peppino, malgrado le gelide sciangazze (do you know sciangazza?) che talora tagliavano l’aria secondo l’incomprensibile meteorologia della milonga (l’equatore è polare, i tropici si toccano e si inseguono, come le schiene dei ballerini, che non devono incontrarsi mai ma inseguirsi sempre), fecero un “ooohhhh” di meraviglia. Qualche metro più in là, appoggiato ai parapetti fluo da cui s’affacciavano i maratoneti – le donne come al balcone a far calare la treccia – un maravigghiato da milonga stava a bocca aperta, come davanti al presepe.

 E ce n’era ben donde, anzi d’onda. Un’onda buena inarrestabile. In effetti, la Maratona è un mare, un piccolo oceano che non si ferma mai. Lo dicevamo tutti, entrando a qualsiasi ora del giorno o della notte: “Qui non è cambiato niente”. Perché il tempo, nella maratona, si ferma fuori dalle tende, fuori dal cerchio. E’ il resto del mondo, a scorrere oltre (e infatti Totò e Peppino uscirono che erano trascorsi trent’anni, Berlusconi era sempre presidente del Consiglio, arconte e pontefice massimo, Lombardo preparava un nuovo partito, si dovevano aprire i cantieri per il Ponte sullo Stretto e Pippo Baudo stava per presentare Sanremo).

DONNE, UOMINI E SARCHIAPONI – Ma dentro il cerchio, ah dentro il cerchio.
Le donne erano bellissime. Per lo più trentenni alabastrine dai polsi sottili e il fondoschiena orgoglioso, purtroppo talora deturpate dalla maligna moda del pantalone-pannolone (per tacer del tanguero in pannolone gigante, e pure arancione, che faceva venir voglia d’organizzare una colletta per comprargli un gessato di seconda mano). Ma la minoranza etnica anziana e strassata faceva la sua figura.
E maschi d’ogni tipologia: nordici illimitati, latini tascabili, pelati in odor di Famiglia Addams (zio Ocho, diciamo), lungocriniti, veroniani e varoniani. Cravatte espressioniste e pantaloni hiphop, giacche a tre bottoni e magliette della salute. Un maglione norvegese (la proprietaria, fanciullona bionda con seni e chiome da valchiria, si lamentava del freddo di Palermo: le vostre case sono fredde. I loro pinguini non potrebbero viverci).
E ogni tipo di tango: per lo più, almeno nel primo giorno (ma il tempo della maratona non è misurabile con strumenti umani: un giorno può durare duecento tande, ottocento ore di panchina, cinque minuti di conversazione, un sonno agitato sul sofà bassoimpero), un salon nevrotico con inquietudini nueviste, poi assestatosi in un salon moderato, mentre negli angoli fiorivano le enclave milonguere.
 Pochi, stupendi sgomitatori – vogatori mancati, un “due con” che percorreva la milonga come una piscina. E poi esteti da bordopista, compositori di haiku tangueri (uno per tutti: “Mancata una parada
                                                al suo piede sinistro.
                                                S’è fermata lo stesso”), vecchi navigatori di milonga, replicatori di tande, prestatori d’opera (“ma balli da ore, come fai?” “salto le milonghe” “ah”), ballerine assertive (“giuro che l’ho sentito: lei m’ha marcato un mezzo giro a sinistra” “E tu?” “E io l’ho fatto”), arcangeli Rubieli, maravigghiati di Candelai.

SOR PAMPURIO L’IMMANCABILE – E poi lui, Sor Pampurio (per chi non lo sapesse, qui cominciò la sua epopea):

Sor Pampurio è arcicontento del suo nuovo appuntamento
ché Palermo l’incorona duca della Maratona
Fa la lista degli ammessi, dei salvati e sottomessi
E poi regna tra i divani stretto fra i suoi pretoriani
Balla sì con degnazione, con la lettone o l’estone
Guata le altre con disprezzo: io qui sono il meglio pezzo…
Tu fanciulla fortunata, zitta e segui, o sei bannata…

E la milonga che, imperturbabile, percorreva la sua orbita ferma nel tempo, con la musica e le tende e le tande, e una sensazione come di tango infinito. C’era pure una tisana – lassù nel buffet dove si mescolavano gambi di sedano e mandarini, biscotti di mandorla e pomodoro, proprio come il tango là sotto – “per un tango infinito”. Chi l’ha bevuta dovrà tornare, come la melagrana dell’Ade.

ps: è stato molto bello, e io non sono ancora tornata del tutto. Un pezzetto è ancora alla maratona, e chissà quanto ci metterà, ad uscire.

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Che Siracusa è sempre diversa lo sapevamo: basta sorprenderla di notte, quando i palazzi barocchi si sgranchiscono e agitano le cuspidi. O quando l’alba si libera d’improvviso da un punto imprecisato del mare. O quando la luce si deposita sulle facciate di pietra gialla in moto ondoso, e ne saltano pesci, parapetti di ferro battuto, ciglia nere.
Ci aveva promesso un sacco di tango, come fa sempre. Ma nessun tango somiglia mai ad un altro (Eraclito diceva che non ci si bagna mai nella stessa acqua, perché “panta rei”, e chiaramente si riferiva alla ronda), e così Siracusa ha fatto, come sempre, di testa sua.

La ronda delle pance
Il tango è virale, sapevamo anche questo. Si trasmette con batteri invisibili, strette di mano, spettacoli casuali, abbracci. La pandemia è in corso da molti anni, e ogni giorno conquista nuovi territori: Giappone, Siberia, il mio tinello, la zia coi baffi. Ora scopriamo anche di più: il tango è addirittura fertilizzante.
Demetra, dea delle messi (ma anche dei papaveri), s’è messa anche lei a ballare: mai viste tante pance, attorno al tango. No, non mi riferisco a quella di Julio Balmaceda, che è pur sempre ottima e abbondante, come tutto quello che lo riguarda (eppure dovevate vederlo ballare un valzer leggiadro, o una milonga a passi piccolissimi coi suoi piedoni smisurati, la sua barba da mangiafuoco, la sua giacca da giostraio).
Corina De La Rosa, Barbara Forte, persino l’altra Barbara, la ragazza delle scarpe Flabella (possiede nel suo negozio una parete piena di scarpe scintillanti che s’arrampicano fino alle stelle)(se ci passi davanti nella notte d’Ortigia senti distintamente i tacchi ticchettare, forse in una ronda tra loro invisibile a noialtri) erano molto molto incinte.
E immaginate quei piccoli immersi in un brodo di tango fin da adesso, attraversato da violini e bandoneon (e persino dal sibilo di missile dei voleos: Barbara Forte non ha rinunciato a esibirsi con Claudio e anche con Julio, strappandoci ohhhh di autentica meraviglia e persino qualche stilla d’invidia, noi che non siamo di sette mesi eppure un voleo così antigravitazionale non lo faremo mai e poi mai).
Insomma, la mamma dei tangueri è sempre incinta. E questa è una grande consolazione.

La loghèscion
Ragazzi, il G8 del tango ha tenuto le sue furibonde consultazioni in un luogo antichissimo: il ritrovato Castello Maniace, sulla punta del muso di coccodrillo di Ortigia allungato nel mare.
Una fortezza che fu abitata da regine e da soldati, dove si tennero banchetti e stragi, adunate e feste, e il sangue si mescolò alla polvere da sparo e alla salsedine metallica del mare orientale dalla luce di specchio. Due arieti di bronzo fuso in Grecia lo sorvegliarono per anni, e poi divennero il prezzo del tradimento (c’è sempre, dietro le pietre antiche, una Sicilia di compravendite di anime, di inquisizioni, di tradimenti atroci e violenze trionfanti, una Sicilia ingiusta dove si fonda la fortezza di metallo dell’ingiustizia di oggi): in una notte aromatica del 1448, dopo un banchetto sontuoso nelle sale del Castello, il capitano Giovanni Ventimiglia fece uccidere tutti gli invitati, nobili siracusani frondisti che s’erano ribellati.
Succede spesso: il tango s’impadronisce di luoghi dalla storia stratificata e antica, luoghi alternativamente giusti e ingiusti, splendenti e decaduti, e porta la sua particolare rinascita. Ora c’è un tappeto di passi, in tutte le lingue tanguere conosciute, nella piazzaforte, tra gli archi barocchi spalancati, sotto le bandiere.

Tango global
D’altronde, ce n’erano proprio di tutti i colori. Cineserie, mitteleuropa, perfida Albione, Grande Madre Russia. Persino Aspromonte, Cipro e Atlantide. Isola d’Elba e Avalon.
E’ stato un festival multietnico: non più, non solo, la classica contrapposizione-fusione Europa-America, con la Francia e l’Argentina che si cercano senza trovarsi mai (ma abbracciate strette, a sedursi e pugnalarsi come nel tango).
Ho conosciuto un tanguero agrigentino-romano specializzato in porcellane Ming: le cinesine dal tacchi metallizzati e il sorriso ineffabile sedevano di solito in file da alveare sotto il traliccio delle luci, a fingere attesa e sottomissione, vere Cio-Cio-San da guerra.
Il mio B&B era infestato da inglesi smisurati con un numero spropositato di gengive e il classico stile tanguero britannico: moto ondoso permanente, come una traversata Dover-Calais forza nove.
E le russe: russe lattee con falpalà soprannumerari e controvoleos molotov, ben rappresentate dalla sottile Veronica Toumanova che si è esibita con l’enfant prodige aretuseo Fausto Carpino (ma io l’ho apprezzata forse di più allo Zen, a condurre da uomo in tappine infradito e sguardo leninista). L’unico russo che aveva cominciato a ballare il giorno prima (anzi la sera prima, sul tardi) l’ho beccato io. Era così giovane che ho temuto un’accusa di pedofilia, così alto che mi guidava con l’ombelico e così atrás che m’è venuto il mal di mare. Mar Nero, ovviamente.
Poi molti francesi, mais oui, gli ovvi argentini, molti dei quali veroneggianti (e s’è sentita, la mancanza dello sguardo assente di Pablo Veron), e un certo numero d’imprecisati baltici.
E qui dovremmo menzionare una questione sempiterna: la taglia.
No, non nel senso che le dannate della tappezzeria (tra cui la scrivente, soprattutto in certi momenti) metterebbero volentieri anche una taglia, sul bailarino omittente (ma potremmo anche arrivarci, in un futuro prossimo, se continuerà la crescita zero dei tangueri maschi…).
Ci sono tangueri XXS e tangueri XXL. Di rado trovi una confortevole M calibrata.
Ho visto cose che voi umani… olandesi volanti alti come tralicci, filippini tascabili. Il classico diabolik nordico: pelata lucida, camicia scura, pizzetto transitivo. Il romano che si riconosce da lontano: camicia troppo bianca, unghie burine, invito al quarto tango della tanda… E poi la mediterranea, l’arioeuropea, l’ugrofinnica.
Ho visto tangueri fuggire dopo un incauto invito: “Era lì, sembrava piccola… quando s’è alzata era alta come la sorella di Frankenstein…”.
O aggirarsi, squali da pista, calcolando a occhio altezze e pesi. Ma attenzione: ci sono modelli contraffatti: la tanguera d’ovatta con struttura in adamantio (il metallo di Wolverine), che poi è la versione femminile del tanguero piombato, le cui scarpe di pelle nascondono suole di kriptonite e rostri come il carro di Ben Hur.

Eppure, resto del parere che il tango è una prova di fratellanza, di superamento di barriere etnico-fisiche. Un tanguero lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…
Sogno di ballare con un fiammingo di due metri e trenta, ed essere felice, laggiù.

La mirada casuale (o ACPP)
Avendo fondato, nei momenti di panchina, un’agenzia di servizi a bordopista (distribuzione cerotti antivesciche, collocamento tangueros, consolazione naufraghi da ronda, informazioni turistiche, telefonia, comunicazione wireless), ho avuto modo di raccogliere gli sfoghi di numerosi cavalieri, in presa al più classico dei problemi da festival: la mirada.
Abbandonato il confort delle milonghette invernali, dove – forte della propria precisissima carta nautica – domina tutta la situazione, il tanguero medio può cadere in preda al panico da abbondanza, allo strabismo da Dioniso.
“Ho perso due ore a individuare quelle con cui volevo ballare, e altre due a cercarle nella folla, senza trovarle più… “ m’ha confessato un conterroneo.
Sarà che, a volte, quelli con cui vorremmo ballare non esistono, sono miraggi a bordopista, allucinazioni da inedia, proiezioni troilo-freudiane. O sarà che, in effetti, quando la massa ballante è di proporzioni da battaglione, diventa molto difficile incontrarsi con l’immaginario.
Alle donne consiglio pertanto l’abito segnaletico: signore, lasciate l’abitino nero tanto fescion all’inverno, e osate. Una tunica arancio, vi garantisco, vi renderà catarifrangenti in modo indimenticabile. E sappiate che il panta-pascià laminato, pezzo forte del look di quest’anno, non funziona comunque: è un equivalente ottico del nero (oltre a costituire reato estetico, nella terra di Giotto, Caravaggio e Giorgio Armani).
Ma agli uomini consiglio più scioltezza e ardimento: osate, che diamine.
La mirada casuale (o ACPP, a ccu’ pigghiu pigghiu) può riservare soddisfazioni, oltre a garantire una cosa fondamentale, nel tango (e probabilmente nella vita): la mescolanza di geni, il meticciato. Lo scambio, accidenti. Così, senza rete. Una cattiva tanda non vi ucciderà, e forse farà felice qualcuna. Forse persino voi.

Tango zen
“Mi è sembrata una milonga molto poco zen”, m’ha detto albionico uno degli inglesi del protettorato britannico del mio B&B, a colazione.
L’anno scorso era ancora un luogo di nicchia, dove i temerari s’abbracciavano sotto la canicola o, peggio, s’abbracciavano in perizoma sotto la canicola. Quest’anno è fiorita una tettoia, ma è anche vero che ci sono andati proprio tutti, sotto. Più coperti, per fortuna (a parte il tanguero catanese che s’ostina a ballare in mutanda da carabiniere, calzino a mezz’asta e scarpa lucida, o il Big Jim palermitano che, scusate, dopo tanto bodybuilding e uova frullate crude a colazione mica si poteva mettere una maglietta)(meglio i baltici, che avevano la stessa canotta da biker della milonga della notte prima, o anche di tutte le notti prima) .

Caposselianamente vostri
L’esibizione caposseliana di Pablo Inza ed Eugenia Parrilla: sulle note sghembe di “Con una rosa” (e qualche volta bisognerà esaminare scientificamente la misteriosa relazione tra Capossela e il tango: da sempre lo infiltra, s’infila nelle cortine, s’intrufola tra i cd. Sarà che è anche lui obliquo e inafferrabile e meticcio?) sono stati molto fascinosi. Il loro spettacolo è stato estremo: ai confini del tango. Come se si divertissero – anche nel look (pantaloni larghi, guanti da kickboxing, pompon rossi) – a spingere il tango altrove e oltre. Chissà dove.

Temperatura e contrappasso
Festival del contrappasso. Dopo gli altoforni delle due edizioni precedenti (le lezioni da campo di sterminio nel Paladanze a fuoco lento nel sole di Siracusa, che è a sud di Tunisi e si sente), la soave aria condizionata dei bellissimi saloni dell’Hotel des Etrangers l’abbiamo pagata cara: esiste un contrappasso, nel tango o meglio nella vita. Lì nel castello, a spartire il mare, i venti salati, capricciosi, soffiavano con intensità da Blizzard: le soavi pashmine con cui siamo solite abbigliarci non bastavano. L’anno prossimo mi compro una tuta da sci.

La Cortina, questa cenerentola
E invece no, a parte il venerdì, in cui la cortina è stata solo una: il jingle del Brodo Maggi ripetuto compulsivamente fino alla crisi nervosa, è stata la rivincita della cortina, che dovrebbe sussistere come genere musicale a sé, come capitolo obbligatorio nella formazione dei dj.
Bellissime le cortine di sabato: anni Ottanta, i reganiani anni Ottanta che alla maggior parte dei festivalieri smuovevano tonnellate d’inconscio.
Io mi fregio e mi pregio dell’amicizia d’una musicalizadora sopraffina (sì, è HastalaMilonga), che cura la cortina come le tande, ne fa un discorso nel discorso, una spina dorsale musicale che spartisce i tanghi, li incornicia, li evidenzia, li annuncia, come se ogni milonga fosse quello che, in realtà, dovrebbe essere: un anello di musica ininterrotto, che ti prende sul bordo della notte e ti restituisce dopo, sull’orlo d’un altro mare.

Nazitango
E’ uno sporco lavoro, parlarne, ma qualcuno deve pur farlo: c’è un razzismo sottile e latente (ma a volte nemmeno troppo, latente), in certe consorterie tanguere. I Goebbels di turno, appena arrivati in pista, fanno come gli ufficiali nazisti sulla banchina della stazione: tu di qua, alla ronda, tu di là, al gas. Poco ci manca, qualche volta, che si mettano a distribuire stelle gialle – per noi volenterosi principianti, per noi apprendisti perenni, per noi onestamente, sanamente mediocri – da appiccicare sul decoltè. O a tatuare numeri sul braccio (il destro, così che nell’abbraccio sia bene esposto).
Intendiamoci, tutti facciamo valutazioni a bordo pista: la milonga è piena d’occhi, è un luogo dove ci si guarda, dentro e fuori. Ma la spocchia, l’albagia da voleo, la discriminazione da gancho o, peggio, da look ¬– talora accompagnati da sistematico svilimento e da dileggio a bordo pista del ballante per caso – risultano francamente insopportabili e turbano irreversibilmente le anime belle (ho in mente una deliziosa fanciulla forlivese, ballerina soave ma timida d’approccio, ingiustamente maltrattata dal Sor Tangurio di turno, proteso a cercare apilamenti con ben altri pettorali: l’effetto-Villa Certosa funziona anche nel tango, ahinoi).
Sapevamo per esperienza che fenomeni del genere, consorterie di naziskin del tango, esistevano altrove (in altre città siciliane con la C, per esempio)(no, non Caltanissetta), ma nei due anni precedenti non le avevamo mai viste all’opera qui. Anche Siracusa è caduta.
Magari l’anno prossimo ci facciamo tutto un abitino segnaletico, di stelle gialle…

Il tango al tempo di feisbuk
Tutto un “ci vediamo lì”, e poi aggirarsi con aria perplessa: ma sarà quella, la sirena ascellare? E la panterona double-face? E quell’occhio celeste, perché attorno c’ha i crateri lunari? E il sirenetto, non sembrava così… tascabile…
Oppure il dopo-tango: “Scusa, sei su feisbuk?” “Sì, ma lì mi chiamo George Clooney”; “Dai, che quando vado a casa ti amicizzo”; “Ma tu come l’hai trovata la partner?” “Su feisbuk. Solo che pensavo fosse un’altra…”.

Il tango non euclideo
Per un tango passano infinite rette. E’ stato un festival d’incontri, in cui è stata più chiara che mai la natura di comune, di condominio e di casa di ringhiera del tango. Che sì, vabbè, avrà i suoi Sor Tanguri e le sue SS, i suoi razzisti e le sue kapò, ma resta un luogo in cui si cerca la promessa d’un abbraccio, d’un incontro, d’un frammento di felicità da tre minuti.
E’ stato bello rivedersi, e anche non ballare in pista ma con gli occhi sì, con la voce sì. E scoprire i nessi incredibili tra le persone, le figure geometriche non euclidee che il tango disegna, architetto d’emozioni che non è altro.

Arrivederci al prossimo anno.

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Pronto soccorso

crisi d'astinenza

"Pronto soccorso, dica…".
"Buonasera… mi scusi… ma è un caso urgente…".
"Sintomi?".
"Tremore, vertigini, profondo abbattimento… perdita dell’equilibrio, sudorazione delle mani…".
"Le pupille?".
"Mi sembrano dilatate… lo sguardo è vacuo… ".
"Da quanto non assume la sua dose?".
"Mah… saranno tre settimane… ".
"Allora la cosa è seria: crisi d’astinenza severa… arriviamo subito, signora… ".

La donna riattacca il ricevitore, si volta verso la figura semisdraiata sul sofà: "Dai, resisti, stanno arrivando…". Si china a detergere la fronte madida, coglie un barlume di sorriso sul volto stremato.

Pochi minuti dopo suonano alla porta.
"Eccoci signora, dov’è la paziente?".
"Lì, sul sofà".
"E’ pronta per il trattamento?".
"Stavo allacciandole le scarpe… ".
"Facciamo noi, stia tranquilla".

Con gesti asciutti e professionali gli infermieri preparano la stanza.
"Esca, signora, ci lasci lavorare".
"Ma non posso… assistere?".
"No, mi spiace. Questioni di privacy".
Si volta e lascia la stanza, una smorfia di disappunto sulle labbra.

Il primo infermiere fa scattare qualcosa, lo sportellino d’un lettore. Il display s’accende, onde colorate si muovono sinuose. E’ Pugliese. La Yumba. Il ritmo pulsa come un cuore.
La donna sul sofà ha un gemito soffocato.
Il secondo infermiere la afferra, la solleva, la stringe in un abbraccio medio, le teste a contatto in un punto preciso, la mano destra di lei, molle, priva di volontà, che si rianima appena nella mano di lui. I piedi cominciano a muoversi lungo la musica, un filo tiene tutti e due lungo un asse che finisce nel lucernario della soffitta, sulla luna o chissà dove altro. E’ una camminata, lineare e ritmica, con l’accento che li anticipa e li attende sul primo e il terzo tempo: la donna fa un respiro profondo, la punta del cuore le solletica la gola. Il sangue torna ad affluire sulle guance spente.
Camminata, un ocho atràs leggero, lei entra nelle anse infinite, va via e ritorna, e ancora. Lui la stringe appena: è la musica a tenerli assieme, a modellarli l’uno per l’altra, a creare i pieni e i vuoti, lo spazio intorno, il percorso dipinto con qualche argento invisibile sul parquet.
Armoniche invisibili salgono e scendono, e regolarizzano il battito di lei. Il sistema simpatico e parasimpatico reagiscono al quattro quarti, al respiro d’acciaio dolce del bandoneon. La melodia si nasconde, compone essa stessa un ocho atràs infinito, va e ritorna, e ancora.
Gli occhi della donna ora cominciano a brillare di luce propria: il principio attivo, quello che chiamano col nome intraducibile di “yumba”, si diffonde lungo le vie del sangue, risale i ricordi, i polpastrelli, le guance, entra nelle iridi, tocca i lobi, dissipa le malinconie, aizza i desideri, s’addensa nell’ombra delle ciglia, nella fossetta del giugulo, nella linea dei fianchi e delle reni. Invisibili anticorpi – un lunfardo del pentagramma – si diffondono a intervalli regolari, e ora la donna è forte abbastanza: un giro, una sacada. Entrano a tempo i battiti, i tacchi, le intenzioni, i tasti bianchi e neri, l’assenza reciproca che va e torna, come un ocho atràs dell’anima.
La musica fluisce, la donna respira. Lui le sente il polso e le comanda subito un voleo. Lei esegue come se ne andasse del concetto di volo, di tutta la leggerezza interrotta del mondo.
Quando la musica finisce l’ombra torna a posarsi nuovamente, lieve, nel tinello. Pugliese s’aggiusta gli occhiali sul palco del teatro di Buenos Aires, a centomila chilometri e un secolo da lì.

"La crisi è passata: sta bene, adesso".
"Ma… un’altra dose… magari una milonga…".
"Signora, ci scusi, ma abbiamo molte chiamate questa sera: la milonga un’altra volta. Ora stia tranquilla… è fuori pericolo".
Cambiano le scarpe ed escono in fretta.
La donna sospira forte e siede sul sofà. Il piede destro batte ancora un piccolo pique.

In verità, ho sempre desiderato un Pronto soccorso tanguero, copertura h24. Li vorrei chiamare quando sono in astinenza pesante, quando il tango scarseggia e il voleo non galleggia, quando l’ammorbo infuria, il bailarin manca e sul ponte sventola milonga bianca. Loro vengono lì, ti portano un tango d’emergenza a domicilio, e tu puoi respirare: protocolli di base con Di Sarli, o Pugliese quando è necessaria la rianimazione. E milonghe nei casi disperati (lo sanno tutti che “Morena” risveglia pure i morti).
Una bella ronda della ronda, che semina ochos di pace e sanità mentale nei tinelli, negli androni, sui parquet. Un Tangueri senza frontiere, un’Emergency da fare invidia a Gino Strada.

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tanghi lunari

M’era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com’è, piena fino all’inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
  E pensate cosa può essere, colma di tango fino all’orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s’allungano per tutte le notti e i giorni, s’incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell’albergo, sulla piattaforma del lido.
 Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell’ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l’asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
  Io mi preparavo da un anno. M’era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
 Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l’acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
 Il tango s’è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l’arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d’un suo intimo vals.

  Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s’apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c’erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d’altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:

gli incontri.
 I mondi, vicini e lontani, s’incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c’erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l’elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d’allegria condivisa, come un’anguria, come un cornetto algida, come un tango. 
 Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m’ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.

gli abbracci.
 Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l’esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
 L’abbraccio di quest’anno è senz’altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell’abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell’uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l’altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l’omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
 (ci ho provato anch’io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l’altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell’asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).

la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s’affrontò la questione. Ma qui s’impone.
  Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s’è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l’attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d’invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c’ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
  Allora, Veron. Io m’aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l’abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n’è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
  Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l’arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c’è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
 E Veron resta un mistero. C’entra, col tango? Forse sì. Forse.

i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell’italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell’uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c’è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
  E quell’abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d’artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell’amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.

le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
 Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L’organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.

le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.

le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.

i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m’avessero fatto l’antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.

le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una
scarpa in più.  

Pugliese.                                                                                                                                   Chi l’havisto?                                                                                                                                                   

la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo
Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s’è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?

Insomma, l’anno prossimo ci torniamo tutti.

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