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Posts Tagged ‘le mezze sragioni’

nel bosco dei libri-albero

Libri. Libri librati in volo nelle voliere appese al muro, libri rampicanti che fioriscono fuori stagione, libri animati che scodinzolano sul comodino, sotto il letto, sul tavolino. Libri che pigolano, che urlano appena li apri, che sgocciolano tutta la notte e non ti lasciano dormire e a volte infiltrano il pavimento e la vicina del piano di sotto chiama: "Signora, c’è Tolstoj nel mio tinello, vuole riprenderselo, che mi dorme sul divano e spiegazza i cuscini?", oppure Von Clausewitz che gioca coi soldatini del bambino. O Gabo in cucina che litiga con Donna Flor sulla quantità di sale del risotto e dell’amore.
  E poi i libri che sono solo interiori: i diari di mio padre e mia madre, i miei diari scomparsi, i diari di mia nonna analfabeta, tutti telepatici e genetici (ci troviamo scritti i lobi sottili, le ossa sensitive, la schiena diritta, il gusto per il sapore dell’acqua e delle parole, una certa forma del naso e dei pensieri, la testa calda, i piedi freddi, il sangue salato, una vertigine all’attaccatura dei capelli e del cuore, il presentimento delle comete).
 I carteggi di lettere non scritte e non spedite oppure mai aperte, dove l’inchiostro continua a sobollire piano, come catrame.
 I manuali per costruire barche, arche, scaffali e relazioni. Il Grande libro dei nodi (il mio preferito è la gassa d’amante, ma non saprò mai riprodurlo, con nessuno e con niente).
 E i vocabolari. Libri bulimici che vogliono tutte le parole ma non le sanno usare, le mettono in fila come non saranno mai, né dentro né fuori. Vocabolari dove lettere come la x, la y, la k cambiano di posto ogni volta che li apri (sono incognite, come d’altronde tutte le lettere dell’alfabeto, ma loro di più).
 E poi ci sono i libri che sono usciti, e sono diventati stanze, terrazze, case, città, pianeti.
Nella mia casa ci sono camere sudamericane, camere dello scirocco e camere della tortura. Un patio con gardenie immortali, da cui s’intravvede un sanatorio ottocentesco, una fabbrica abbandonata, alcuni mari, due vulcani, montagne incantate, stazioni dove nelle notti d’inverno s’aggirano viaggiatori, città del tutto invisibili.
 E i libri che ho immaginato, e per oscure ragioni sono diventati veri, o viceversa: libri che ho letto talmente tanto da farli diventare totalmente immaginari. Come la cena di Trimalcione, le ricette di zia Enza, il taccuino di Carmosina, le botteghe color cannella. Le cronache marziane le scrissi quando ero giovane, ora forse vorrei immaginare Declino e caduta dell’Impero romano, oppure il Ciclo della fondazione.
 Ho amato una quantità di uomini e donne, sotto i più vari travestimenti: alcuni li ospito ancora a casa mia. Il Che che non riesce ad allacciarsi gli anfibi, perché ha troppa fretta di vivere. Frida che cammina sbilenca e disegna sui muri con lo smalto rosso o col sangue. Ino Moxo che cerca la terza metà, o i ponchos ricamati dalla vecchia Ana, cieca e veggente nella migliore tradizione (qualche volta confabula con Edipo, e non so mai se li interessi sapere come è stato che hanno visto, o come è stato che non hanno visto).
  E qualche volta i libri sbocciano in forma di rosa. Stat rosa pristina nomen.
Il balcone olezza di rose al gelsomino, rose al tiglio, rose al peperoncino, rose all’avverbio di modo, rose al carbone bagnato, rose al bandoneon. E i nomi si affollano, e noi li cogliamo per metterli nei vasi, o nei libri, libri che parlano di rose…

 E’ che nella mia altra vita in rete (nessuna delle centoquindici reali) si parla di libri, si compilano liste di libri, ci si scambia catene immateriali di libri che poi ti si affollano attorno e non vedi più niente, solo pagine aperte come ali, e confondi la realtà coi libri, o viceversa, ma forse è sempre così: se non avessimo i libri attraverso cui filtrarla, la realtà sarebbe senza rose e senza pepe, o viceversa, se non avessimo terra da metterci, i libri si alzerebbero in volo, e potremmo solo contemplarli da lontano, schermandoci gli occhi con la mano.

In effetti, mi si è chiesta la fatidica lista. I 25 libri della mia vita. Ma che, scherziamo? (comunque la aggiungerò presto)

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i confini che disegnano invisibili prigioni
Mi sembra che sia urgente ricordare a noi stessi quale sia il confine dell’inaccettabile, dal momento che c’è chi quel confine, millimetro per millimetro, lo sposta ogni giorno un po’ più in là.

IO NON ACCETTO

– di sentirmi dare della "privilegiata" perché ho un lavoro

– di sentirmi una privilegiata perché ho un lavoro

– di assistere al taglio degli alberi (pini marittimi) nella strada perché danneggiano l’asfalto

– di considerare i rumeni il vero problema di questo Paese

– di lodare Alfano

– di sentire un’affermazione e, mezzora dopo, la sua smentita

– di considerare letteratura il manufatto cartaceo che vende di più

– di considerare musica la canzone più televotata

– di considerare spettacolo quello che alza i pollici (o gli indici) d’ascolto nel Colosseo (l’alzata di medio non è, purtroppo, contemplata)

– di dovermi vergognare della mia (occasionale) competenza

– di essere indotta ad avere paura

– di pensare che un ex principe d’una invereconda ex casa regnante possa diventare in tre settimane un ballerino professionista

– di vedere bugie che nemmeno si preoccupano di camuffarsi di verità

– di avere spazio solo se compro qualcosa: nemmeno sul web esistono panchine, sono solo i sedili d’una pizzeria all’aperto (questa è per Beppe)

– di comperare una brioche al prezzo spaventoso di sessanta centesimi (ovvero, se non ve lo ricordate più, ben milleduecento lire: qualcuno s’era mai azzardato, ai tempi poetici e decimali della lira, a far pagare una brioscina vuota 1200 lire?)

– di sentirmi dire che dovrò stringere la cinghia e la colpa è del destino cinico e baro e recessivo

– di sentire che qualcuno ha proposto seriamente di costruire una centrale nucleare in Sicilia, sulla faglia di Augusta

– di dovermi preoccupare per la tenuta della Costituzione

– di dovermi preoccupare per il dopo-Napolitano

– di vergognarmi d’avere come governante un Gino Bramieri basso

– di non avere nulla da opporre, nemmeno un’opposizione

– di accettare la prevalenza del brutto, solo perché è condiviso

– di fare del cinismo una forma di simpatia

– di avere fiducia cieca nelle maggioranze

– di scambiare il superficiale per "semplice" e "sincero"

– di non accettare la complessità perché è imbarazzante e socialmente scorretta

Naturalmente l’elenco può continuare per un pezzo. Anzi, continuatelo voi (non accetto nemmeno di non condividere, infatti).

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l'estate libera sparvieri di luce

  Che io oggi vorrei proprio scrivere un consuntivo di quest’estate, coi suoi uccellacci neri e le sue mariecristine, e invece no. L’estate, appollaiata sul balcone, mi fa “no” col ditino.
Non sono ancora finita, che credi?
Ma prima o poi dovrai finire: stanno cominciando le scuole, fra poco porteranno i panettoni al supermercato. E ci sono già i vestiti invernali, nelle vetrine. A proposito, quest’anno si usa il viola.
Bella forza, sono anni di penitenza
.
E tu che ne sai, di penitenza?  Le dico schermandomi gli occhi, perché oggi è una giornata di luce ostile e diffusa, con lo scirocco che sfuma i contorni di tutte le cose e infila microscopici specchi nelle bolle d’aria, e tutti riflettono il cielo nebbioso di chiarià insopportabile.
  Lei non risponde, fa un gesto neghittoso dei suoi e vola sul balcone vicino, come un angelo pavone dalle piume azzuroviola (ah, ecco).

Comunque. Principio l’inventario irragionato dell’estate fin qui trascorsa (lei si volta con quella faccia di gorgone bella, mentre scrivo: le faccio un cenno, essì, ho capito ho capito).

  PROFEZIE, UCCELLACCI E UCCELLINI

 L’estate di Cassandra è cominciata con l’autotrasloco, il trasloco endogeno: dalla  stanza del caos al resto della casa. Una guerra civile. Un naufragio. Come se la casa fosse esplosa e continuasse ad eruttare vite, dispense, perline, appunti non decifrabili, monete, tagliaunghie, sottocoppe, graffette.
  E io che, ogni giorno, con una pazienza minerale che non so da dove mi viene (dall’Aspromonte, suppongo), mi metto a dividere il grano dal loglio, e poi a riconsiderare il loglio e rimetterlo nel mucchio del grano, trovandomi esattamente al punto di partenza. Il fatto è che non riesco fisicamente a staccarmi dalle cose: la casa è fatta di cose appiccicose, non tutte visibili, che ti restano addosso. Moriremo come tartarughe ciclopiche, con case e case incollate addosso.
  Insomma, a un certo punto arrivo – facendomi strada tra mucchi di fotografie, golfini, matite e custodie vuote di cd – a una borsa preziosa. Ci sono le mie foto più amate: quelle di mia madre da ragazza, quelle in bianco e nero del mio periodo grigio, quelle di mio figlio piccolo, quelle inclassificabili piene di morti e vivi. C’è molto di più, in effetti. Bollette, cedole di stipendi del ’93, bottoni enigmatici, gessetti spezzati.
  Alcune foto le metto da parte: le mie zie al completo, coi canini che scintillano. Io piccolissima e loro vestite a lutto. Mio padre giovane davanti a una pupa di ghiaccio (erano gli anni Cinquanta e le donne erano pure ipotesi di fantasia). Mio padre, mia madre e in mezzo il Cinese.
  Il Cinese è un mezzo parente, non molto caro anzi quasi per niente. La cosa più significativa che si può dire di lui è che ha gli occhi a mandorla e ama dirigere il valzer di Strauss con la forchetta, mentre è a tavola. Immagino sia tutto.
E io, chissà perché, resto a fissarlo, lì stretto tra i miei genitori, che sono neri e brillanti, e mi dico: ma guarda il Cinese.
 Intanto, mentre frugo nella borsa, che è profonda anni e anni, comincio a sentire un odore sempre più forte. Dolciastro, sgradevole. Insopportabile. Mi guardo attorno, guardo la miciazza che, accanto a me, s’è ridestata dal suo sonno di gatto diurno, e ha le vibrisse tese. Dentro quella borsa c’è qualcosa.
L’odore è sempre più forte e mellifluo. Ha qualcosa di irrimediabile.
E no, non viene da fuori. E poi la miciazza è inequivocabile: gira attorno alla borsa, coi suoi cerchi da barracuda peloso. Miagola storto e profondo.
Insomma, credo di capire.
Un cadavere, certamente. Sogguardo, e vedo qualcosa di molto grosso, e nero. Forse non proprio un mammifero, ma.
  Non ho il coraggio di andare fino in fondo – anche se ho visto un sacco di telefilm e adoro Tempe Brennan – e aspetto rinforzi.
Quando – sono le due ed è appena finito il telegiornale – arriva il mio ex marito, col suo completo da becchino, mi sembra il più adatto. Lo lascio solo con la miciazza e la borsa.
  Resto fuori dalla porta dieci minuti, a torcermi le mani e pensare alla sepoltura.
Quando esce, persino lui è sconcertato:
Ma sai cosa c’era lì dentro?
Non sono nemmeno sicura di volerlo sapere
.
No, lo devi sapere, mi fa lui positivista.
Dai, dillo, sospiro io.
Fa una faccia strana, deglutisce: C’è un… uccellino.
Morto? dico io che mi aspetto sempre di tutto.
Certo.
Ah.
 In effetti non è un uccellino, è più una gazza robusta, nera con qualche penna bianca, ma non lo saprò mai con certezza perché non partecipo alla rimozione del cadavere: se la vedono lui, la miciazza e il bambino, positivista e necrofilo come spontaneamente i bambini.
 Alle tre è finita, e io singhiozzando porto nel bidone tutte le mie foto più care.
Alle cinque mi chiama zia Mariella: Hai saputo?
No zia, cosa
.
E’ morto il Cinese. Improvvisamente, alle tre.

1- continua

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il bosone vola come icaro

Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
  Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
  Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s'agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D'altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell'oceano, delle coste sbriciolate che tornavano in sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
  Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
 “Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.

La verità è che ho avuto anche io paura, come tutti. Non che creda agli scienziati. Appunto. A nessuno scienziato. Ma è stata un'estate strana, piena di sogni premonitori e uccelli morti, segni nelle acque e nei cieli e cose di natura epocale che succedevano ogni giorno, come un'apocalisse domestica. E oggi sono lì a farsi venire i buchi neri: il pianeta non se lo merita, ma forse noi sì.

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i limoni di pedro cano, i miei preferiti da mangiare col sale, l'aceto e i sospiri

   La primavera eccita i baronti.
Penso che sia perché è una stagione furiosa e infiammata, e loro queste cose le sentono. E’ scirocco da una settimana, e la polvere di polline e sale che copre tutte le cose in fermento arriva fino ai loro nidi, nelle stanze del caos. Come i gerani di vedetta sui terrazzi, come le bouganville attente e carnivore, come le piante tropicali dal tronco spinoso che s’affacciano oltre il recinto dell’Orto botanico, anche i baronti – che pure hanno un corpo d’ombre, di stracci, di ricordi tenuti assieme malamente – fioriscono in qualche loro strana maniera.
Almeno, smettono tutte le loro abitudini invernali: le lotte serali con la gatta – che di solito impazzisce e salta sui letti, fa a balzi il corridoio, si lancia dai tavoli per afferrarli – le conversazioni perfettamente silenziose in cucina, quando io rimino la salsa e penso ai morti, il disordine che aggiungono ai nostri disordini, per quanto questi siano metodici e sorvegliati. In primavera amano gli agguati, negli angoli degli specchi, nello sgabuzzino delle scope, in mezzo alla collezione di sassi del salotto.
  I baronti si scoprono burloni e un poco assassini, a primavera. Smettono pure quei loro tramestìi da soffitta, il loro strascicare da cantinato: amano di più la vista, in primavera, che pure è una stagione aromatica con un ricco corpo di spezie calabro-africane e certe cose che proust sarebbe morto stecchito nel suo lettino foderato di sughero: agavi, felci primordiali, limoni rasposi, tigli che cominciano a rimescolarsi anche se da fuori sembrano sempre grigi urbani e impenetrabili. Le fresie no, che sono d’allevamento. Ma pure loro gettano lanci da sirena odorosa, quando gli vai vicino.
 I baronti sono sensibili agli odori, certo, anzi c’è chi dice che sia il loro senso principale. Ma io so che il loro senso principale è la fame, la smania. Nemmeno fossero vivi.
  E comunque dev’essere per questo che dormono quasi tutta l’estate, perché il caldo li dissecca e l’aria è talmente nutriente che comunque non hanno bisogno nemmeno d’andarsene in giro, per mangiare. Ma a primavera no. Cavalcano le onde d’aria selvagge, i cavalloni di rinascita e ormoni che si gonfiano. Si eccitano al pigolìo delle gemme che aspettano di rompere, nei punti designati, il guscio dei rami, dei fusti, delle cortecce. Bevono di nascosto dalla ciotola della micia e dalle piante. Catturano i calabroni confondendoli con falsi segnali animali.
  Sanno che la primavera è violenta, come sarebbero loro se solo avessero più corpo, se solo la gente ci credesse appena un poco di più (noi no, noi ci crediamo talmente che viviamo con loro da innumerevoli generazioni, e ancora non sappiamo se ci piacciono o ci disturbano, come i veri parenti).
Così la micia è attonita e non gioca più di notte, gli specchi sono popolatissimi, la stanza del caos cambia ogni giorno e basta attardare un passo per sentire il corridoio riempirsi di fruscìi.
  I baronti sono persino felici, a primavera. Forse perché, in fondo, ormai non devono difendersi più. 


  Parlavamo di primavere, con un caro amico, l’altro giorno. E riflettevo su tutte queste tempeste che non lasciano in pace nessuno. Chi lo dice che è una stagione quieta e contemplativa? E’ rissosa, la primavera. Si piglia le questioni. Fa a botte con ogni impossibilità: di nascere, di fiorire, di spaccare il guscio, il legno, il cemento. Mi sento una specie di Dafne, a primavera. E Dafne, si sa, era una creatura assolutamente tragica. Che dite, saranno gli ormoni?

 

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