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Posts Tagged ‘indimostrabilia’

il bosone vola come icaro

Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
  Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
  Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s'agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D'altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell'oceano, delle coste sbriciolate che tornavano in sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
  Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
 “Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.

La verità è che ho avuto anche io paura, come tutti. Non che creda agli scienziati. Appunto. A nessuno scienziato. Ma è stata un'estate strana, piena di sogni premonitori e uccelli morti, segni nelle acque e nei cieli e cose di natura epocale che succedevano ogni giorno, come un'apocalisse domestica. E oggi sono lì a farsi venire i buchi neri: il pianeta non se lo merita, ma forse noi sì.

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aurora d'ali secondo Giulio D'Anna

 Il cielo si svegliò futurista, quel giorno. Si grattò via il nero liquido che stava sotto l’azzurro, come fa di solito novembre con giugno, e s’appoggiò alla diagonale del vulcano, delle agavi, delle palme.
 La luce si scompose in una serie illimitata di colori, tutti primari: i gialli fosforici, con una polvere d’arsenico e zafferano che si spargeva lungo la direttrice dello Stretto, in direzione est-ovest, seguendo i passi ampi e meridiani del giorno; gli azzurri di cobalto, con attitudine di freccia, che penetravano nelle commessure, negli assiti, tra i mattoni forati, i pancali, le carene; il ciano, galeazzo ciano, saldo alla carlinga dalla quale dipartivano profonde vibrazioni d’oro freddo, avvertibili nell’increspatura dell’aria al di sopra del corso delle navi; i rossi puramente acrilici, dalla superficie interamente piatta; il verde cinabro brillante, nascosto in qualche piega della terra gialla.
 Erano gli arei che intrecciavano i loro voli nuziali e geometrici sopra i prismi in cui si scomponeva l’acqua dei due mari.
I soli apparivano e scomparivano, secondo l’inclinazione sull’orizzonte, e i gradi di calore che cuocevano da sotto le nuvole, da sopra le terre, tutto attorno il metallo delle macchine. 

aerodinamica femminile, secondo Giulio D'Anna


 Le donne, sulla costa, a loro volta tendevano palloni solari giocando sulle spiagge, ondulate, metafisiche, aerodinamiche, gemelle degli aerei. Un movimento prendeva l’isola dalle radici, e il suo triangolo sacro si scomponeva in poliedri luminosi di tinte piatte, brillanti.

La Sicilia si svegliò, tutta sudata.
Non era più futurista, o forse ancora sì: la luce cadeva cubica, tagliata di netto dal corpo dell’ombra, come un frutto solido. Si disfece sul gradino, e la Sicilia, respirando rumorosamente, tornò a dormire, voltandosi dall’altro lato.

Va bene, lo so che divento monotona, ma le scoperte sono fatte per essere comunicate, e dunque ieri ho scoperto Giulio D’Anna e in generale i futuristi siciliani, che mi sono sembrati incredibili. Ed è stupido, che sembrino incredibili: sono così perfettamente connaturati al lato geometrico e metafisico dell’Isola, alla sua lucidità di specchio, ai suoi azzurri acuminati, alla sua nudità dove l’occhio non trova appiglio d’ombra, alla sua velocità statica che apre profondi meridiani di colore nel cielo (Marinetti, che era un iperbolico fanfarone col genio dello slogan, diceva che "la Sicilia è il colorificio del cielo").
Dunque, per ora spargo pezzi di Giulio D’Anna e Pippo Rizzo e Vittorio Corona qua e là, e loro brillano. Vi pare poco, in questi tempi oscuri?

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la prescelta (Piero della Francesca)

 Nel cerchio delle madri c’erano madri giovani e vecchie. Madri di molti anni, con bellezze svanite appena percepibili negli angoli del volto, madri giovani dai denti affilati. Madri coi capelli di ragazza, in trecce nere grosse quanto il braccio d’un uomo, piene di nodi segreti. Madri sottili, trasparenti, probabilmente morte da anni.
Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Si riunivano in un punto della notte, così oscuro da essere ignoto a tutti. Gli angeli stessi le sorvolavano senz’accorgersene, perché non avevano sangue che potesse sentirle, loro che erano nati da un’esplosione di luce o volontà. Nemmeno dio poteva scorgerle, esiliato nel suo palazzo al di sopra della terra, in cui esse arrivavano come tramontana, calmeria di scirocco, nuvole sanguigne, echi di sacrificio che lui leccava dal filo del coltello.

 Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Ora dovevano decidere quale sarebbe stata la madre del Promesso. Una madre agnella da consegnare ai secoli. Una madre dal manto celeste, dalla cenere di rose, dai lunghi gigli. Una madre che avrebbe dovuto spegnere nella sabbia dolce la rabbia e la ferocia delle madri. Una madre che avrebbe incarnato le madri, buona da mangiare per mille anni.

 L’orlo dell’altipiano ruggiva di temporale, le foglie tremavano appena, il resto dei mortali era sepolto nel sonno,  e le madri in cerchio, zitte, guardavano i lampi rifettersi sulle fronti pallide, meditando nel loro modo terrestre, interamente umano, privo di parole riconoscibili. Gli angeli gemelli e messaggeri, partoriti da uno specchio, attendevano poco fuori dal cerchio, ch’appariva loro soltanto una confusa architettura vegetale, piena di viticci e fiori color carne, agitati a caso dal vento d’orlo e di bufera. L’inquietudine mordeva la loro consistenza d’etere, inspiegabile.

 Le madri tacevano il loro silenzio profondo, ruminante. Di lontano, era piuttosto un brontolìo, un boato, una vibrazione costante paragonabile allo sforzo della terra di girare nel suo verso consueto.
La tensione s’esprimeva in temporali, venti scomposti, intorbidimento delle acque, brutti sogni.

 Il dio voleva un simbolo, una madre di pura luce dalla braccia allargate. Le madri volevano che non dimenticasse il dolore delle acque, il peso, la fatica. Il dio voleva si drizzasse nella luce composta, inequivocabile, priva d’ombra. Le madri volevano che portasse con sé la ferita originaria. Il dio voleva ch’avesse la mano pietosa, che passa sulla fronte, chiude gli occhi, consola della vita. Le madri volevano che quella mano segnasse il confine tra i mondi, come esse fanno da sempre.

 Infine, scelsero.

Vabbé, sapete che io partecipo indegnamente alla  nobile Settimana artistica – questa volta dedicata a Piero della Francesca – portando soltanto collezioni di incubi. La Madonna del parto mi sembra bellissima e terribile come tutti i simboli, che non erano belli o decorativi, e parlavano di morte. In particolare è la mano che mi attira, il punctum del dipinto. Quello – se ne esiste uno – è il confine trasverso fra i mondi. Se è vero che Piero della Francesca costruiva puri mondi di luce ultraterrena, privi d’ombra, tutti sintassi della mente, è pure vero che nessuna madre sarà mai così priva di sangue, di mistero, di mani di traverso sull’affiorare temibile della vita.

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l'inferno degli oggetti

 Non so se a voi è capitato. A Magritte, a Bosch e a me sì.
Gli oggetti, capite. La pantofola, il pettine, il piumino. Il coltello, dio ce ne scampi. E l’imbuto? E il portacipria? E i fiammiferi? E lo scolapasta (specie quello di metallo, coi piedini e l’anima asburgica)?
Loro stanno lì, fermi, ma appena noi voltiamo le spalle cominciano a sussurrarsi cose, a cambiare leggermente di posto. Ci spiano, sognano di noi, nutrono sogni d’oggetto immensi e molto pericolosi.
Eppure noi ci fidiamo di loro, continuiamo a chiuderci in casa da soli con loro, gli parliamo, li crediamo perfettamente addomesticati, li amiamo persino. Perché sì, è vero, a parte il bancomat – che a me fa l’effetto della mano nella Bocca della verità e ogni volta cerco di dirgli paroline dolci per ammansirlo, ma resto ansiosa fino alla fine e sono convinta che la cabina di vetro fumé non mi lascerà uscire mai più e mi toccherà vivere per sempre attaccata alla macchinetta, una specie di polmone d’acciaio del credito e della punizione degli insolventi – io amo gli oggetti, e ho molta fiducia in loro, e forse non dovrei.


 Perché io lo so che i libri sono insofferenti, eppure continuo a metterli in ordine sugli scaffali, mentre – è chiaro – loro vorrebbero spargersi per tutta la casa, fare radici sui tavolini, arrampicarsi sugli stipiti, essere dimenticati in terrazza. E’ chiaro e devo constatarlo ogni giorno. Ho provato a metterli in ordine per dimensione, autore, argomento, e niente, loro non ci stanno. Trovavo continuamente Leopardi nel bagno, Freud in cucina e Stephen King in qualunque altro posto. Sicché ho capito, tardi ma ho capito: i libri giocano a zona. Mi sono attrezzata, e da allora va decisamente meglio: cerco di sistemarli per peso specifico, umore e stato d’animo. Quelli pesanti, densi, con le pagine piene piene fino al bordo che qualche volta colano fuori – sudamericani, romanzi storici, fumetti, biografie, libri di fotografie, Neruda, Garcia Lorca, l’atlante anatomico e il dizionario di psicanalisi – in basso, via via gli altri in alto, fino agli haiku, Peter Handke e i libri zen che galleggiano nel vuoto dell’ultimo scaffale, appena sotto il soffitto.
Non che questo gli basti, eh. Continuo a trovarne dappertutto: Antonio Pizzuto nella dispensa, Gadda nel forno a microonde, Borges affacciato al vasistas delle scale. Però almeno.

Solo che coi libri è più facile, perché conoscono le nostre parole – se le guardano l’un l’altro, di notte, e si fanno leggere le quinte di copertina dai vicini di mensola – mentre con gli altri oggetti no.
Sicché io so bene che la matita mi guarda male, da quell’occhietto nero e penetrante, e certe volte vorrebbe beccarmi e qualche volta lo fa (ma anche le pagine – ammettiamolo – specie quelle più servili delle enciclopedie, quando siamo distratti ne approfittano per morderci di taglio, rivelando la loro attitudine di rasoi). Temo il compasso, il cacciavite americano, la prolunga dell’antenna. Adotto ogni precauzione per servirmi dello sturalavandino.

 E, in fondo, questi sono oggetti d’uso. Sono molto più pericolosi i soprammobili: senza fingere servitù, senza doversi nascondere dietro la pietosa bugia d’una funzione, sono oggetti puri, ontologia applicata, l’essere per essere. Più di tutti, si sa, le bomboniere.
 Le bomboniere sono un vertice della capacità creatrice dell’Homo Faber, dalla selce scheggiata in qua. A mia madre piacevano, negli anni abbiamo collezionato lumache di lustrini lunghe ventisette centimetri, cubi di cristallo rosa, infiorescenze cangianti col motorino rotante nella base, pere d’alabastro, pesciolini di vetro di murano, veneri di Milo con un orologio incastrato nella pancia.
Mia nonna, che era saggia, metteva un centrino sotto ogni oggetto: tutti pensavano che fosse per garbo e senso del bello, io so che erano incantesimi, per evitare che quegli oggetti così intensamente oggetti se n’andassero in giro a meditare vendette.

 Io lo so, e voi pure: siamo circondati, e se c’è un inferno, sarà un inferno pieno di spazzole, pattine, matite rotte e soprammobili swarovski (soprattutto soprammobili swarovski).

Partecipo con questo indegno espediente alla Settimana artistica (sì, lo so, non se ne può più delle catene di Sant’antonio dei blog, ma siamo umani e inventiamo soprammobili, che cosa pretendete), dedicata al sommo e brulicante Hieronymus Bosch  (scelto stavolta da Biz), che non poco inquietò la mia immaginazione di bambina coi suoi supplizi e ancor di più con le sue delizie . I miei dotti amici inventori della Settimana artistica vi spiegheranno ogni cosa delle sue fonti e della sua arte e dei suoi simboli, io mi limito a ricordare ed ammettere che mi fece pensare, due o tremila anni fa, che i mondi possono essere infiniti, paralleli e convergenti, tutto assieme. Mica è poco.

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io pensierosa a letto dentro un quadro di Bacon

 Insomma, stamattina mi sveglio, entro nel bagno e mi guardo allo specchio – non che volessi vedere qualcosa di speciale, e nemmeno, sinceramente, m’andava di vedere più di tanto i segni del sonno che rimangono attorno agli occhi, le rughe che ho ereditato da mio padre e quelle che ho preso da mia madre, che combattono tra loro, angoli in giù e in su, rifiuti e accoglienze, mari e montagne, e poi le linee che non appartengono né a lui né a lei, sono sottotraccia, appartegono semmai più alla terra comune, impastata di centinaia, migliaia di facce sciolte, cera persa di cui non si conserva memoria ma le cui forme navigano nel tempo, attraverso le nostre facce, e nemmeno lo sappiamo, e poi ancora le linee che non appartengono a nessuno, nemmeno a me, l’implosione di sguardi dentro cui circoliamo tutti ogni giorno, le nostre immagini affastellate che compongono una figura nella quale ci riconosciamo, che crediamo sia una figura, in realtà è un caleidoscopio, una sequenza, un diagramma, un sudoku dell’esistenza e dello sguardo.
 Insomma, nella luce color stoviglia della mattina presto sollevo appena gli occhi e mi guardo di sfuggita, per caso, come quando sei solo con te stesso e le apparenze sono tutte rivolte in dentro, come certi fiori chiusi.
Ecco. Non c’ero.
 No, non che non ci fossi per nulla. C’ero certamente perché quello che vedevo aveva comunque un’aria familiare, e la mia vestaglia verde. E poi non c’era nessun altro, nel mio bagno, di mattina presto, e quella dovevo per forza essere io.
 Ero io, e dopo un momento di sgomento ho cominciato a guardarmi con attenzione. Ho pure acceso la luce quella sopra lo specchio, quella che non accendo mai perché fabbrica ombre che non voglio vedere, scovano ogni amarezza, i giorni come compassi e l’acqua raccolta nel fondo degli occhi, e invece i capelli no, i capelli che sono neri come quelli di mia madre e di mia nonna (che morì a centocinque anni senza un filo di grigio, nera e netta e ostinata, convinta che se una cosa ti sforzi d’ignorarla non esiste, anche i capelli bianchi o la vecchiaia o l’arte moderna, tanto che lei morì di colpo e di dispetto, ma sarebbe durata altri centocinque anni, o anche millecinque, se non avesse litigato con dio e avesse avuto un picasso al posto dell’anima senza saperlo), i capelli diventano anche loro acqua passata, grigioperla, color bozzolo o cenere o non so cos’altro.
 Invece oggi nemmeno quella luce riusciva a trovare la mia faccia, ricomporla come me la ricordavo, aggiustata con pazienza nel corso di anni, sonni, veglie, abitudini, usi, convinzioni. Le sopracciglia, forse, un poco, somigliavano alle mie, spartite come ali, e di certo il neo vicino al labbro c’era ancora, perché vedevo la linea di caduta, l’idea di piacere e imperfezione che m’ha sempre suggerito.
 Cercavo gli occhi e le labbra, più che altro, che sono la bussola e il sestante della gente, le finestre per spiare dentro, ma non riuscivo a distinguerli. Specie le labbra. Siamo gente di labbra strette e sottili, consumate dalle sillabe e a volte dal silenzio, ma io no. Mi consolavo così, quando non volevo assomigliare a nessuno: sono le labbra a dare la forma alle parole. Ma stamattina nello specchio non c’erano parole e non c’erano labbra. C’erano punti di sutura e sottili cicatrici bianche. C’erano le parole voltate dentro se stesse, finalmente con la faccia al muro, liberate dalla necessità di raccontare qualcosa.
 Ecco, la mia faccia non diceva nulla. Taceva con tanta ostinazione che non era più riconoscibile. Come fosse un fatto, non un’immagine (ma noi siamo forse un fascio di fatti che sedimentano in immagini?).
 Per sicurezza mi sono aggiustata la frangetta e ho messo gli orecchini, quelli rossi. Chissà, potrebbe bastare. Non se ne accorgerà nessuno che io, da oggi, non ci sono più.

Partecipo in questo modo indegno e autobiografico alla Settimana artistica  dedicata a Francis Bacon, pittore di Figure che ho sempre trovato altamente indigesto. Il mio ex marito lo adorava, è pure corso a Basilea – altra terra inospitale, piena di angoli acuti eppure ottusi e di cristalli di ghiaccio tra le sillabe – a vedere una mostra-mostro dalla quale è tornato tedesco ed esaltato. Io, allora, gli tappezzavo la casa di Klimt, per fargli alzare la glicemia (Giuditta Salomé  l’aspettava in bagno, per dire. La Nuda veritas si burlava di lui nel camerino, il gomitolo di vergini dormienti gli tingeva di lilla e seta leggera la camera da letto). Lui rispondeva lasciandomi immagini di Lucien Freud come trabocchetti nel corridoio: una volta stavo per cadere in una sala settoria, mi sono fermata solo sul bordo. Una sottile guerra figurativa si svolgeva tra noi, e non si facevano prigionieri.
 Oggi non ho avuto cuore di mettere davvero in primo piano un ritratto di Bacon, una delle sue Figure implose, una delle sue pitture aptiche e deleuziane (ovviamente il saggio del Saggio "Logica della sensazione"  era sempre sul comodino, a trasmetterci incubi sottili.  Io ogni tanto ci poggiavo sopra un Tolkien, o anche un Manuel Scorza, per controsortilegio).
Diciamo che, per quanto riguarda Bacon, io ho già dato.  Assai.

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Genova vista da Genova

 Un grande acquario. Grandissimo, a Genova.
Li han messi tutti lì, i blog e i piccoli editori, e la gente passava a guardare e toccare e li vedeva oltre il vetro, che tacevano immersi in silenzi pieni di bollicine oppure filavano leggeri, proiettando ombre di squalo sul fondo della vasca, o inarcando dorsi e sorrisi da delfino, in cerchi a pelo d’acqua, spruzzando gioiosi dallo sfiatatoio, o allargando bracci di corallo, che è una pietra senziente, una pietra animale che sogna d’essere un gioiello che sogna d’essere una donna che sogna d’essere una stella, e stelle marine – anche blog stellamarina, c’erano, nelle vasche, il nome scientifico è blogstars webbensis – stelle polari arricciate color ghiaccio, inavvicinabili, e stelle di carne, e stelle di cartone, e stelle di stelle, precipitate da qualche firmamento e sommerse da popolazioni di sardine, ma anche, all’opposto, stelle salite in cieli di carta – c’era un editore che lo diceva, un pesce persico lacustre e palustre e d’acqua dolce, anche se si fingeva pesce d’oceano, e diceva che no, le stelle marine restano marine e forse nemmeno esistono, e per favore non confondiamo le acque coi cieli, e i laghi coi mari, e che quando sente la parola “blog” a lui gli s’arricciano le pinne, e va nuotare nei fondali delle Biblioteche ad assorbire odore di manoscritti del Mar Morto (ecco, ci sono anche pesci del Mar Morto, pesci salini ciechi e senza carne) – e c’erano piccolissimi piraña con oro sporco sul corpo, e pesci picasso disegnati a mirò, e magnifici scorfani incompresi da tutti, e un pulsare di tulle nella vasca delle meduse, e  placidi  anemoni di mare in forma di papavero – e qualcuno ha detto narké, che è narcosi e narcisismo, e voleva dire anestesia ma tutti abbiamo capito sinestesia, e siamo stati d’accordo, coi nostri lunghi sensi ottici e tattili e tattici diffusi come impulsi nell’acqua – pesci blogger della Fossa delle Marianne, pesci debolmente luminosi, pesci che avvertono l’odore d’una goccia di sangue a chilometri di distanza, pesci-counter e pesci-link e pesci-feed e pesci-roll e pesci nemo – Nettuno o Nessuno , che sono pur sempre storie di mare che Genova, città di sartie e cordami e ponteggi, se le racconta di continuo – e riccinascosti dagli aculei disposti a diadema, e  flounder dai gilet pieni di bottoni, perline, frammenti di specchio, mercanzia di mare della Genova dei banchi e del consolato della seta, Genova di mercanzie e scambi – e qualcuno ha pensato che i blog sono Eufemia, la città dove ci si scambia la memoria, dove “a ogni parola che uno dice, come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”, gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie” – e pesci zop che tiravano dadi e giravano carte e giocavano battaglie navali, e ogni volta il finale cambiava, il galeone s’inabissava e spargeva il suo contenuto di dobloni di cioccolata e bandiere di Jolly Rogers, oppure risaliva in cielo in forma di nube e ripioveva giù nell’acqua, addosso alle mante vestite da sera, alla ritrosìa materna dello squalo nutrice, al battito enigmatico dei cavallucci marini, a pesci Nero+  di ardesia lavorata a fuoco, a bellissimi pesci senza nome, Untitled  si leggeva nel loro manto grigio e setoso, scritto in rune o ideogrammi, che portavano figli e uova e movimenti sinuosi in giro per i fondali, e ne raccoglievano plancton, nutrimenti marini e terrestri, che ritrasformavano in stelle, impulsi, segni, onde, che raggiungevano il  Bigo, il fascio di bracci di carico che moltiplica la natura di naviglio, l’ininterrotta supposizione mediterranea della città, e si sollevavano in alto sull’ascensore panoramico da cui si vedeva Genova medievale e futurista e risorgimentale e colombiana e resistente e portuale e aristocratica e superba fino alle ossa di porfido sprofondate nel basamento liquido del mar ligure, consunte e resistenti, calviniane e sanguinete, e contiane e fossatiane – Bella Signora nostra che appari e scompari, vedi come poco sappiamo di te – e c’era chi proponeva: i blog sono un porto – il porto più grande segnalato da girandole piene di vento, facciate dipinte a colori, affacci d’ansia e torri costiere e immaginazioni che si scontrano: chi viene dal mare vedrà le dune e le alture e bisacce e acqua dolce e mura di calce, chi viene da terra vedrà pinnacoli e maniche a vento e carene e gru e polene protese – e c’era chi giurava: i blog sono un bicchiere  mezzo pieno, per qualcuno mezzo pieno d’acqua, per qualcuno mezzo pieno di polvere d’oro, e c’era chi ribatte
va: i blog sono un immenso rorschach, guardate e riconoscetevi, e la gente guardava, attraverso Genova e pagine e memorie e riconosceva nick e vedeva in trasparenza i nomi, gli  scialli , i ventagli, gli incagli, i ritagli, i giochi e i  giocatori, i  disturbi postraumatici delle amarezze, gli amaretti, i dolcetti, gli scherzetti, gli intelletti , gli effetti ma anche gli  affetti .
Ah, non dimentichiamo i bianchetti (cotti a piastra e serviti su un letto di patate schiacciate, nell’Osteria del Vico Palla) e ovviamente la  focaccia , per piacere.

 Tutto questo per dire che sono stata a Genova, ho visto l’Acquario e Inedita, ho visto amici indispensabili e altri che non vedevo da una vita (tutta la vita, in effetti), ho visto psichiatri ballare la pizzica e editori (alcuni) ballare da soli, ho comprato un numero spropositato di libri e uno l’ho ricevuto in regalo (e ha a che fare con gli occhi dell’anima , per giunta), ho sentito un bellissimo elogio della distanza e ho mangiato cose molto buone. Ho pure conosciuto un oste di nome Walter, e non dirò altro (ma chi c’era, sa di cosa parlo)(giusto per confermare la diffusa opinione che i blogger si parlino addosso come iniziati che non finiscono da nessuna parte). 

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un momento della città

 Le città ci abitano, quasi sempre.
Quando le osserviamo dalle alte finestre, ne comprendiamo la natura di trama, labirinto, interrogazione ininterrotta di luce e movimento. E sperimentiamo la natura illusoria della distanza: ogni affaccio è partecipazione, punto dell’ordito, punto equivalente a tutti gli altri in movimento.
 Il rischio c’è. Ed è di perdita, confusione nel moto e nella massa, rinuncia del punto di vista e della supremazia della coscienza.
 Ma c’è una bellezza brulicante e collettiva, un capogiro, un sentire diffuso come di fibre ottiche, d’antenne, di reti sensibili e immateriali che tengono assieme il tutto. E’ il corpo della città, il suo continuo trascolorare, i suoi passaggi di luce e stato fisico, l’incessante trasmutazione di cui facciamo parte.
Non alberi, non passanti, non tramvai e asfalto luccicante di pioggia, ma parti di un tutto che – è una promessa e una minaccia – ci inghiottirà.
 Il tempo, d’altronde, è la dimensione definitiva e vorace, capace d’inghiottire ogni movimento di luce e di colore, ogni movimento di visione o coscienza: la sua superficie mobile, l’istante, è un’utopia continua. Come la rappresentazione. 

Ho scelto, per la Settimana artistica dedicata a Eduard Vuillard , questa sua Place Vintimille, veduta parigina in cui l’inganno si cela proprio nella parola veduta, e il cui destino è decorazione (il passo avanti del brulichio è l’arabesco, la trama esce allo scoperto e si fa fregio, scansione pura). Fu dipinto su cinque pannelli e destinato a un appartamento di rue de l’Université: la città dentro se stessa, perché il labirinto non ha un dentro e un fuori, ma solo separazioni apparenti.

Vuillard viene accostato qui all’ultimo Pissarro , profeta dagli occhi malati che dipingeva dietro i vetri le sue vedute traslucide.

 

 

 Mi piace che la città, col suo corpo indiviso, prenda il posto di nature e borghi, divenga liquida e cangiante almeno quanto uno stagno di ninfee, sia ricca e caduca e continuamente rinnovata come qualsiasi campo di papaveri.
Mi piace rintracciare le stagioni come altrettanti movimenti della sua pelle sterminata, assetti di luce dei boulevard, trascolorare di passi sui selciati.
Mi ricorda il rumore di fondo che accompagna le nostre vite.

Hanno aderito alla Settimana: Nefeli (che ha lanciato il tema Vuillard), Alphaville (che ne scrive come un romanzo, giallo per giunta),  pensierointero, serafico , la mia cara  Bibliotecadebabel, mangoroso, Biz, unonessunocentomila (che ha scelto la mia immagine preferita, in effetti) e, ultima ma non ultima, Madeinfranca

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