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Posts Tagged ‘impossibilia’

Mia madre e la Szymborska saranno pessime vicine di casa, troppo simili, troppo difformi. La tranquilla saggezza dell’una irriterà il caos veggente dell’altra,  e viceversa: si contenderanno comete, maggiolini, gambi di sedano. Ciascuna coverà risentimenti, e stenderà i panni come fosse una guerra, una piccola guerra di posizione: la calabrese furente, la polacca senza limiti. Vicine di casa sui balconi e tra i paesaggi un po’ sfocati dell’eterno (“Tutto qui?” avrà pensato Wislawa disfacendo i bagagli – pugni di sale, inchiostri, istantanee di nulla, ombrelli smarriti,  mezzi biscotti, catene di pi greco – e poi: “L’avevo detto, io, dove c’è il Tutto c’è l’inganno del nulla, dietro l’angolo”).
S’ignoreranno, per un po’, incuriosite e stizzite da quella convivenza stretta: i cieli sono angusti, e sempre più affollati, e quando sei anziana i mezzi pubblici sono difficili da raggiungere. Dovranno condividere tramonti opachi, albe a casaccio (li mettono su per non disorientare i morti, ma l’Ufficio Meteorologia per lo più studia sui quadri impressionisti, mentre sarebbe assai meglio una copia qualsiasi di “Oggi fotografo io”), tazze di zucchero, torrenti, mattine di Natale (in cielo è Natale ogni due settimane, per decreto).
Eppure, le piccole cose correranno spontaneamente nelle loro mani, i piccoli animali, gli scarti della creazione – papere a tre zampe, meduse volanti, alligatori vegetariani, panda microscopici, cugini con sei dita – si rivolgeranno a loro.
Dalle loro cucine all’unisono si leveranno profumi che raccontano ogni cosa: cucinare è come scrivere, è chimica dell’anima. Mia madre aggiungerà più peperoncino, Wislawa spezie che non so pronunciare. Tutte e due il loro ingrediente segreto, comune.
La Vita passerà a prendere una tazza di caffé, la Morte le guarderà dal bordo del prato, agitando la mano: risponderanno al saluto senza nemmeno pensarci. Non c’è vita, dopotutto, che almeno per un attimo non sia immortale, e loro due – mia madre e Wislawa – ne sono la prova persino adesso, così distanti e perpetue, così ineffabilmente presenti, scritte, ricordate, intrecciate al nostro telaio d’aquilone, al nostro incannucciato di carne, pensiero, frattaglie.
Saranno buone vicine, dopo un poco: scopriranno che entrambe parlavano con dio, e lui rispondeva allargando le braccia. Scopriranno che tutte e due sapevano recidere i fiori con un solo sguardo, e si guardavano bene dal farlo.
Mia madre racconterà di quando incontrò il soldato tedesco morto nel fosso, gli occhi celesti pieni d’acqua e di sorpresa – lo stupore dei morti, la meraviglia dei morti, l’incredulità dei morti: “i più zelanti ci fissano fiduciosi negli occhi/perché secondo i loro calcoli vi troveranno la perfezione”– e si sentì su quell’orlo, sul quel bilico in cui stai per comprendere la legge del Tutto e del Nulla, il loro invisibile equilibrio che passa per il tuo centro, qui nel petto, dove pulsa la stessa parola, come nelle tempie e nei polsi: sì sì sì sì. Le parlerà dell’identica sensazione davanti allo Stretto, che lei, solo lei sapeva suscitare, ogni mattina, appena prima dell’alba, dal terrazzo.
Wislawa le descriverà la coerenza d’una cipolla, anche una sola, con un solo gesto allineerà nel giardino un osso di dinosauro e un cappuccio di penna bic, le parlerà diffusamente di bosco misto, lavorìo di talpa e vento.
Tutte e due beffate e tradite dalla vita che, sotto forma di altra vita, era cresciuta loro dentro, inestirpabile e, parliamoci chiaro, nemmeno chiaramente distinguibile da loro stesse, e quasi impercettibile tra tutti quei bulbi, baccelli, antenne, pinne, trachee, piumaggi nuziali e pelame invernale del mondo dei viventi.
Tutte e due ricompensate dalla vita – qualunque cosa fosse, e nemmeno loro lo sapevano, che pure l’interrogavano ogni sera – perché ci sono mani che ancora le amano, che pensano a loro nella forma religiosa delle parole allineate una dopo l’altra, che parlano di loro nel modo pensante delle mani, che le tengono in gioco nel pianeta in preda ai suoi sussulti e contorcimenti e ingorghi.
Ne avranno di tempo, per conversare e dirsi d’accordo, ma tacitamente, da buone vicine che s’apprezzano ma pure si disapprovano: “Com’è esagerata” penserà Wislawa, perché non conosce, non ancora, la parola calabrese “tragediatura”; “Com’è
affilata” penserà mia madre, patendo un poco lo sguardo della polacca, che non tollera veli: lei che non credeva nella poesia dovrà ricredersi, e le costerà moltissimo. Wislawa si sentirà rassicurata: mia madre non ha mai scritto una poesia in vita sua. “In molte famiglie nessuno scrive poesie… a volte la poesia scende a cascate per generazioni, creando gorghi pericolosi nel mutuo sentire”.
Due donne orgogliose, enormi, persino imbarazzanti per dio, che fingerà di passare per caso da lì solo per dare un’occhiata, e sentirsi sempre un po’ sorpreso, vedendo dove possono arrivare, queste mortali dalla testa dura e il cuore avido, così immerse nei grandi numeri senza perdere il vizio della singolarità.
Guardandolo che si gratta la barba le due donne si daranno di gomito e alzeranno la tazza in un brindisi. In silenzio. Perché persino l’eternità, per quanto lunga, sarà sempre breve. Troppo breve per aggiungere alcunché.

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pesci di pietra piangono lo Stretto perduto 

 Signore e signori, questo è un invito. A tuffarvi nell’estuario dei romanzi fiume, o meglio ancora a portare altra acqua da disperdere nel mare.
E’ aperto il sito "Microcenturie"
http://www.microcenturie.it/ (appunto, "estuario per romanzi fiume di breve corso"), inventato da quel geniaccio di Effe, blogger spretato e terrorista della Rete (avete presente una sorta di Greenpeace della letteratura? ecco), dalla finissima Zena, allevatrice di pesci di nebbia, dalla vulcanica Cronomoto, esploratrice di ucronie, il tutto amalgamato dalla websapienza del nuovo Asimov, l’Hari Seldon di isola virtuale. Lo scopo non è allineare in bella mostra belle scritture, ma raccogliere bicchieri di romanzi fiume e versarli dove ce n’è più bisogno: là fuori, in strada, tra la gente.
  Lo scopo è scrivere, ma soprattutto diffondere: copiare (a mano è assai bello, ma col copiaincolla è più veloce) e lasciare per strada, sulle panchine, sui sedili del treno, del bus, del tram, del taxi. Mettere in una bottiglia e abbandonare ai flutti dello stagno della villa comunale, dello Stretto, del porto, del lavandino della pensione.
Quindi scrivete, scrivete, scrivete ma soprattutto portate con voi, attraverso voi: il mondo ha sete di storie, anche se non lo sa. 

  Ah, io ho contribuito con questa microstoria qui sotto (ma ce ne sono già altre, strabellissime). Ma sono del parere che siano anche meglio romanzi fiume più piccoli, di tre righe al massimo. Romanzi a dorso di formica, appunto.
Lo so, la brevità è lunghissima a farsi. Ma poi scenderemo tutti in paradiso, prima o poi (che a salire all’inferno son bravi tutti).
Una raccomandazione speciale a Jacopo Masini, confezionatore squisito di romanzi illimitati in tre righe. Jacopo: c’è molto da fare, là fuori.

L’ULTIMA CASA

L’ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.

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  Io me lo ricordo bene, quel 20 luglio 1969.
Sbarcammo sulla luna già dalla mattina, al mare. La luna era un’impronta di sale vecchio, un osso di seppia, un muro a calce dell’estate interminabile (negli anni Sessanta le estati duravano otto o dieci mesi, con molto pane e pomodoro, peruzze e bagnasciuga), e scese a prenderci quasi subito.
Mamma, donna pratica, ci aveva messo canottiere rigate e cappellini, ma s’era interrotta chiedendosi: ci sarà il sole, sulla luna? Optò per il sì.
La luna s’era chinata vertiginosamente verso di noi, che pure vivevamo in un mondo abbastanza lento e ruminante e terrestre, ma preparavamo da mesi quello sbarco colossale. I giornali – che pure allora erano anche loro più lenti, con pagine che bastavano per giorni – pubblicavano equazioni d’accelerazione, servizi sui giunti cardanici e biografie degli astronauti come attori del cinema. La luna s’allontanava, così come la conoscevamo, eppure s’avvicinava, magnifico e hollywoodiano corpo celeste fabbricato in America.
Mamma diresse lo sbarco, che era piuttosto un imbarco, visto che quella luna sembrava proprio una barca gigantesca d’un legno secco ed azzurro: passammo sulla spiaggia, in fila indiana, coi secchielli e le palette (ci chiedevamo: ma ci sarà la terra, sulla luna?) e il cestino della merenda. La luna cominciava con una passerella di assi piccole, un acciottolato di sassi bellissimi, con una risacca leggera di schiume. Perché l’unica cosa che sapevamo con certezza era che sì, il mare c’era, sulla luna. Anzi, i mari. Con nomi poetici come Mare della Tranquillità o Mare della Fecondità. E quindi avevamo i costumini bene allacciati, per farci il primo bagno lunare.
Sapevamo ogni cosa, della luna: che attirava i lupi, i pesci e le maree. Che gradiva l’argento,che si mangiava i morti. Che aveva una faccia nascosta (ma noi la vedevamo lo stesso, che guardava giù col naso e gli occhi a punta). Che a volte era dipinta di rosso, ed era così enorme che mamma tirava dentro la biancheria, perché non ci cadesse su la polvere lunare. Che arrivava su un carro, ma secondo noi era una barca (infatti era una barca). Che penzolava dai rami, ma anche dal niente. Che a volte si piazzava nel centro esatto dello Stretto, a galleggiare cantandosi incomprensibili canzoni lunari che agitavano i sonni e i pesci. Che ad agosto non se ne andava mai da casa, dove entrava sotto forma di fiumi di latte appiccicoso, latte di mandorla probabilmente. Allora camminavamo con la luna alle caviglie, e poi facevamo storie, prima di dormire, perché non volevamo lavarci i piedi.
Insomma, si trattava solo di salirci sopra, ormai. Camminare sulla luna era normale. Faceva rumore di passerella, e odore di lido e oleandri. Faceva rumore di sandali, e odore di cabine bagnate.
Facemmo anche il bagno, in un mare a caso che sembrava preciso il nostro: freddo, blu, pieno di correnti, nervoso.
All’una eravamo a casa per mangiare le penne al sugo.

dedicato alla luna, che non è mai più stata la stessa, dopo.

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... e ho detto tutto...

  E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due  già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.

  Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando – poniamo – s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.

Insomma, io non credo che sia morto.
E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.

Sono indiscutibilmente vivi:

Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.

Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.

James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.

Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.

Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall’altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia. 


Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.

Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.

Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.

Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.

Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci – dice lei – devo ancora finire il capitolo".

Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.

Sono incontestabilmente morti:

Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.

Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.  

Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.

JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.

Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d’accordo.

Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E’ cerulea, com’era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.

In effetti, l’elenco sarebbe ancora lungo, ma c’è anche tanta gente che di sicuro non conoscete (miei colleghi, molti parenti, diversi politici, intere città). Comunque vi invito a farlo: contate i vivi e i morti, contateli. Sarà sorprendente, sapere quanta gente morta cammina in giro, e quanta gente è così viva che la morte non ci può nulla. Nulla.

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la paura non vi fa paura?

  Avevate voglia di nuvole? Io sì, disperatamente. E siccome c’è un angelo, al DDD, Dipartimento Desideri Del cavolo, molto molto efficiente (dopo la circolare Brunetta si sono dati anche loro una regolata), ecco che ieri lo Stretto s’è esibito nella più grande parata di nuvole preautunnali mai vista, e oggi – oggi – è stato aperto Blog&Nuvole .
  Blog&Nuvole nasce da un bisogno (sì, disperato, come quello delle nuvole in genere) di salvare le scritture della rete, che è bella ampia e ricca ma passa e si autocancella una ‘nticchia, come le nuvole, e ne restano solo impressioni di bellezza e d’assurdo, come le nuvole.
 Allora Lucia (cronomoto) e Cristina (fruscii) si sono dette: ma cosa sono le nuvole, dove vanno le nuvole? E hanno inventato, appunto, Blog&Nuvole, che è un concorso ma mica una cosa alla Miss Italia, per le scritture di coscia lunga e tatuaggino sul malleolo e "tantibacioniamammà". No, no. Una cosa molto poetica, un po’ visionaria, molto eccitante come sfida.
 Si tratta di mettere assieme scritture – che per loro natura sono nuvole – e fumetti – che sono ancora più nuvole delle scritture. Un esperimento che è stato già tentato con sei “storie guida”, che saranno pubblicate da oggi.
  Ebbene, lo confesso, una delle storie è mia. Niente di che, ma l’ha presa sotto la sua matita Stefano Misesti, che è un genio. Stefano non è un disegnatore, è un inventore di mondi. Mondi di omini coi pesci in testa, di canguri con paure nel marsupio, di condomini nei risvolti delle giacche, di aerei-pesce che nuotano nel cielo. 


  Stefano ha un tocco poetico e assurdo di cui – io credo – c’è molto bisogno. Se una nuvola potesse disegnare, sarebbe Stefano.
Insomma, qui metto la mia storia, e solo un frammento delle nove tavole di Stefano: il resto è lì, tra le altre nuvole di Blog&Nuvole.
 Ah, per giunta si vince: 500 euro, una pubblicazione e, comunque, la sonora ribalta della Triennale di Milano, grazie alla Triennale medesima e alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte. Mica cotica, diceva un blogger-ei fu.
Buone nuvole a tutti.

Il Portapaura

La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Ma per fortuna esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta nel corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è molto più grande, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via.
I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda.
La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo, perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.

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Io nella Libreria, appena ho trovato il mio papiro necessatio (Sir Lawrence Alma Tadema - Il poeta preferito)

  Appena ha saputo che stavamo arrivando, la libreria è rispuntata dal fianco della roccia. Ha messo fuori un’insegna, ha allargato due vetrine, una soglia di pietra, ha aperto con cura cigolante un cancelletto di ferro battuto, quasi fosse un frontespizio. Quando siamo arrivati sul corso di Lipari, la Libreria delle Necessità era ancora lì, come se ci fosse stata da sempre. Solo l’insegna era cambiata: adesso diceva, con le stesse lettere composte, “Libreria del Desiderio”.
   Siamo entrati con timore, reverenza e un solletico appena alla punta del cuore: cosa avremmo trovato, stavolta? Di solito usciamo da lì ubriachi, con le braccia cariche di libri che non sapevamo, ma c’aspettavano, o che non lo sapevano loro, ma noi li stavamo aspettando, o che lo sapevamo tutti e due, ed era solo questione di tempo. La libreria passa giorni e mesi a scriverseli, quei libri. Ce li prende da dentro, dalle riserve nascoste di sogni, idee, ricordi nemmeno tutti nostri.
  Sono quasi certa che il libro su Coppi e Bartali era destinato a mio padre, ma lui non è riuscito a venire a prenderselo, in questa vita. Lo prenderò io, la prossima volta.
La libreria, raccolta in se stessa, mascherata da edicola-cartoleria, leviga le sue pagine con la polvere di pomice, e scrive con certe lunghe piume d’oca di cui s’avverte appena lo scricchiolìo, ma solo in nottate di calma assoluta. E’ praticamente impossibile sentirla: il suo rumore si confonde col borbottìo delle motonavi, coi cori d’angelo sintetico delle autoclavi, persino col fruscìo segreto delle lucertole, che sono le regine vere delle isole ma non lo sa nessuno, secondo il patto segreto dei rettili.
  Insomma, appena entro, leccandomi le labbra, lo trovo aperto su un leggìo: “Lawrence Alma Tadema e la nostalgia dell’antico”. Il catalogo. Il catalogo della mostra a cui non sono riuscita ad andare, fermata dai muri di monnezza fra Napoli e il resto del mondo.
 Non so se conoscete Alma Tadema. Dietro quel nome ingannevole, da fattucchiera turca, c’è un baronetto vittoriano col gusto malato per le antichità e le decadenze. Dipingeva preferibilmente scene di vita in qualche Pompei prima della catastrofe, piene d’una luce ferma e soffusa, con un languore che chiunque riconosce subito come suo. Ha un modo, Sir Alma Tadema, baronetto kitsch col nome di fattucchiera, d’uncinare la nostalgia pescando nel cuore, e di tirarla piano piano in superficie facendoti gemere un poco.
La stessa cosa della libreria.
  Così ha gettato la lenza e ha agganciato e poi tirato, la libreria, e come al solito s’è portata in superficie il mio cuore d’argento, con squame e coda e voce di donna.
Lei lo sapeva che volevo vedere quella mostra. Che ogni volta, davanti ai quadri impossibili di Alma Tadema io – lo confesso – mi fermo e comincio a sognare così pervicacemente che qualcuno deve venire a scuotermi, a mormorare controincantesimi e qualche volta a pizzicarmi forte. 
  Ho preso subito il catalogo e tenendolo stretto perché non mi sfuggisse (non so se la libreria cambia idea d’improvviso, ma potrebbe) ho continuato a girare: D., intanto, s’era perso per suo conto nei corridoi che la libreria aveva deciso d’aprire per lui.
 Non so quanto ci siamo stati. Due, tre ore, tre giorni. Non lo so mai con esattezza. So solo che quando usciamo dobbiamo bere qualcosa, e l’isola fa una fatica del diavolo a recuperarci per intero, odori sapori ombre e tutto, lontani come siamo.
  D. è riemerso con varie cose, tra cui “Treno di notte per Lisbona”, che parla di una libreria e di libri elusivi, forse inesistenti.

   Ma parliamoci chiaro, esistono i libri inesistenti?
Se riesci a immaginarlo, un libro esiste. E se lo immagini abbastanza forte e chiaro (ma anche abbastanza forte e oscuro), la libreria te lo fabbrica e te lo consegna. Se lo scrive mentre tu fai i tuffi, mangi la bruschetta di cappero e sgusci le vongole. Mentre tu guardi un punto incollocabile nel mezzo d’un tramonto, mentre pensi a certe assenze che ti camminano così vicino, sulla pietra lavica, che puoi sentirne i passi.
Lei sa, lei scrive, lei ti fa trovare sotto una copertina e un titolo esattamente quello che volevi trovare.
 “Elogio della menzogna", “Un difetto impercettibile”, “Il vero giardiniere non si arrende”, “La lampada resterà accesa”. Ogni titolo mi diceva qualcosa, mi indicava qualcosa di mio. Magari un desiderio messo un po’ storto, che non sapevo riconoscere, visto così.
  Abbiamo speso una cifra non calcolabile, nella Libreria del Desiderio, a Lipari. E siamo usciti, come sempre, ubriachi ed enormemente più ricchi.

    Sono stata tre giorni tre a Lipari, la mia isola madre preferita. Giugno quest’anno è caduto d’ottobre, si sa, e quindi ha pure piovuto, e le sere erano così fresche che bisognava coprirsi, o le nostalgie – che già scorrazzano libere e si abbeverano in riva al mare – ti mordevano il petto e ti lasciavano i segni.
Ma ho bevuto la mia malvasia, mangiato un gelato di cannella che mi ha provocato le lacrime, visto due partite, maledetto Donadoni in calabrese, fatto due bagni e un giro nel cimitero (che mi aspettavo pieno di vascelli spezzati e canti di marinai e ho trovato colmo di virtù ottocentesche e morbi napoletani), e come sempre mi sono lasciata attrarre dal tremendo potere della Libreria. Ho anche fatto qualche domanda, e so il nome del proprietario, M. B., e so pure che dice d’essere una persona disordinata. Il suo disordine mi ricorda quello del giardiniere, del cuoco, del sarto. Quello dei semi che cadono nella terra. Quello degli dèi che mischiano pelle, petali e schiuma e creano animali, storie, uomini. Libri.

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Il sogno di Stromboli (Guttuso, Fuga dall'Etna, 1937)

Alla riunione del Senato dei vulcani i più giovani, come sempre, alzavano la cresta. “Ora basta – diceva quella testa calda di Stromboli – sono stufo di stare lì buono a farmi camminare sopra dai turisti. Sono stufo di esibirmi per le barche, di farmi offendere dai loro flash, io che ho il fuoco più antico del mondo. E quando gli rispondo, e getto in alto la mia materia rossa, e gliela lancio fin dove posso, lungo la Sciara del fuoco, e non li prendo mai, quei maledetti sui barconi dipinti, loro mi fanno l’applauso, loro”.
“Ma quattro anni fa mi pare che non è stato così…” disse con la sua lunga voce di bue il vulcano spento di San Venanzo, con un forte accento umbro e la calvizie da frate. Teneva le dita di basalto intrecciate sulla vasta pancia, e Stromboli lo odiava.
 Un mormorìo corse fra tutti i vulcani, spenti e accesi, esplosivi ed effusivi, quiescenti e solfatarici. Uno spesso odore di cenere e d’ossido di ferro faceva l’aria soffocante, e i vulcani la gradivano: dai satelliti si vedevano nuvole basse e grigie, con una concentrazione di silicio e acido cloridrico preoccupante, se non fosse stata coperta dalle scorie chimiche e meccaniche degli umani.
 “Essì, vaja, uno tsunami piccolo piccolo, insignificante, talè, nemmeno buono per bagnargli le mutande a Bertolaso…” rispose Stromboli in siculo stretto, i pugni digrignati, le ferite accese nelle carni di vulcano giovane. Dietro di lui, muto, Strombolicchio annuiva: fra poco non l’avrebbero più fatto entrare, ché ormai non era nemmeno un vulcano spento, era il ricordo d’un vulcano, rattrappito e senza fuochi: uno scoglio, murato nel limo, acquatico, con lunghi capelli d’alga che lo facevano sembrare pure femmina. Che disgrazia nascere prima, quand’era lui, Strombolicchio, il vulcano, “Iddu”, e vicino c’erano isole giovani e analfabete, e a parte le tartarughe marine e gli squali mastodonti solo Dio l’ammirava – nell’aria ardente d’ammoniaca e creazione – affacciandosi dalla finestra a ovest.
 Che poi questa cosa dei vulcani maschi nemmeno era chiara: Stromboli lo chiamavano “Iddu”, Etna era “’a Muntagna”, per la sua finta indole accogliente, le sue gravidanze interminabili, il suo modo d’incubare giganti, titani e ciclopi, la sua estrema coltivabilità, la sua capacità di convivenza, i suoi ammonimenti materni. L’umore capriccioso e volitivo di Stromboli lo resero subito maschio, e sterile come la cenere nera che piove lungo la sciara. Ma nel suo cuore di magma nessun vulcano è davvero maschio, o femmina. Mai come i laghi vulcanici, però, il cui immenso occhio celeste si confonde con l’indistinto del cielo, dell’origine.

 E Stromboli puntava i piedi, rivendicava i suoi duemila metri sottomarini, la sua temibilità. Con sé aveva il partito degli stromboliani, ovviamente: temperamenti ‘mpitusi come lui, dai fianchi stretti, i basalti ripidi, le fontane di lapilli sparati in aria così, per divertimento e minaccia. Pochi, pochissimi.
 Aveva con sé pure quei carusi, i soffioni, i geyser, le solfatare e pure le fumarole. Ma erano lì come osservatori, e non avevano diritto di voto. Si limitavamo a fare la claque, agitando i loro vapori e sparando zolfo nelle camere, così, tanto per dare fastidio.
Che poi gli altri italiani non si capiva da che parte stessero: un po’ stratovulcani e un po’ no, un po’ svegli e un poco addormentati, un poco visibilmente pieni d’un temporale interiore che s’avvertiva micidiale, un poco assorti in pensieri vecchissimi, del tutto distratti dal presente. Il Vesuvio celeste e dimentico, l’Etna voltagabbana: vulcani democristiani, pensava in cuor suo il giovane Stromboli. O il vulcano dell’Isola Ferdinandea, che nemmeno si capisce se c’è, e come si chiama (che l’hanno chiamata anche Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, e se la sono contesa fino a farla sparire di vergogna e di noia, sotto il pelo dell’acqua e dell’immaginazione, dove vanno ancora a sconcicarla, e ci piazzano col cemento le targhe: "…era e resta dei Siciliani", come se la pietra nera e il cuore di fuoco appartenessero a qualcuno oltre che a se stessi).
 Assai meglio, allora, quelli del Pacifico, gli spiriti ardenti della “cintura di fuoco”, che mescolano la lava al mare, e poi ancora, e parlano la stessa lingua di folgore degli dei. Ma sono così diversi, così contenti dei loro circoletti, così accovacciati. E poi non si capisce niente, quando parlano in polinesiano, con tutte quelle sillabe di lava fluida e i coni larghi.
 Il Vesuvio, in un angolo, conversava coi Decani, i Vulcani a Vita: il perfetto, nitido Fujiyama, che regna su una popolazione di 192 piccoli vulcani coi quali comunica con scosse misteriose e immensi silenzi nevosi, il Krakatoa fitto di rancori e pappagalli multicolori, capace di ire e apocalissi, il ruminante Popocatepetl. I giovani non osavano nemmeno camminargli vicino. Tranne Stromboli.
“Io non ho paura – li affrontò – sono pronto. Voi tutti – e qui li fissò uno per uno, cogli occhi stretti d’un rosso vivido – avete plasmato la vita. Avete fatto e disfatto civiltà, inabissato isole, creato mondi. Ora tocca a me”. Era quasi un urlo, la sua voce.
Lo misero ai voti.
Stanno ancora votando, che i vulcani sono, molti, assai antichi, e ci vuole tempo. Il quorum, m’hanno detto, è 160.

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