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Posts Tagged ‘immaginaria’

L’anno nuovo cominciava sempre il giorno prima, almeno, e qualche volta anche due giorni prima. Quando si compravano le munizioni.
Quelli del secondo piano scambiavano informazioni e tiravano sul prezzo con l’ambulante, su “candele romane”, “venti di guerra” e “tuoni di mezzanotte”. Non erano trattabili, ovviamente, il “razzo lucifero” e la “bomba kamikaze”.
 Emiliano Zapata, ovvero il cugino Bartolo, portava in giro le sue cartuccere da trecento pezzi fino dall’antivigilia di Natale, e li vendeva negli angoli, senza porto d’armi: “barrage 120” con botto e scenografia, razzi “Soviet” a decollo verticale e un assortimento di “supermagnum” con minimo tre grammi di polvere da sparo, che sennò nemmeno si sente.
 I cugini più grandi non dicevano niente, e assaporavano il peso pieno delle “cipolle”, 125 grammi precisi di esplosivo a basso potenziale confezionato nella plastica (che oramai il cartone pressato non lo voleva più nessuno) e con la miccia legata stretta ad almeno dieci giri, gialla e compressa come una tigre che aspetta nell’ombra.
Loro non avevano il permesso, ancora, d’aprire la vetrina delle armi, dove riposavano, a canna in su, i fucili di famiglia. E pochissimi di loro sapevano altre cose, cose di armi seppellite nella terra fresca, brune e abrase e deposte come delicati semi di guerra.
  E poi, tutti cercavano i modi più propri, per arrivare a mezzanotte: spilli, capretto ripieno di capretto, rancori familiari sott’olio e sotto sale, litigi aggrovigliati negli angoli e intermittenti come luci, roncole, biglietti amari scritti con inchiostro selvatico e succo di prugna, sgarbi, fiati pesanti. In tasca, nel cuore, appesa alla cintura o alla fondina, chiunque aveva almeno un’arma, un segreto, un modo.
Si sorridevano, lungo la tavolata, con i canini luccicanti.
E sì che c’erano anche olive ripiene, giambotta di melanzane, pauro murato nel sale, lenticchie rosse e un’eternità di fichi secchi mandorlati.
  Alle undici e trentacinque passò la barca a prenderli, come ogni anno.
Si sistemarono ondeggiando, i giubbotti stretti e abbottonati al collo, i cappelli calati fino agli occhi: visti così, nella barca, non si sapeva proprio chi erano i vecchi e chi i nuovi. Erano tutti giovani, eccitati dall’odore d’olio e di ferro. Erano tutti vecchi, e l’avevano fatto mille volte, come ogni cosa.
  Nel centro dello Stretto l’aria era così pulita che le sponde si toccavano la fronte, casa per casa. Le navi traghetto erano immobili, i fianchi larghi fermi e ancorati, e pure loro aspettavano. La luna s’era assentata brevemente, o osservava da dietro il velo, gli occhi come fessure.
  Eccoli.
Tutti e due, l’anno nuovo e l’anno vecchio. Pure loro difficili da distinguere, nel nero della notte. Volavano vicini, le grandi ali di falco spalancate, i becchi appuntiti sulla faccia d’angelo. I corpi pieni di nervi si tendevano, e non si capiva bene quale fosse dei due quello così vecchio da dover morire proprio quella notte lì, precipitando nel mare liscio e freddo e piatto come uno specchio.
  Quando furono proprio nel centro dello Stretto, la mezzanotte partì come un’onda dai due lati opposti, dall’altopiano dell’Aspromonte che vegliava basso e coperto di nuvole e dal corpo di selce dell’isola triangolare, o forse dai suoi vulcani sprofondati. Un’onda nera che fece un rumore impressionante, coperto – per fortuna, come avveniva ogni anno – da un clamore d’esplosioni.
  Dalle sponde, dalla barca cominciarono a tirare sui falchi in volo: doppiette, canne mozze, fucili caricati a lupara. E anche mortaretti, mezzebotte, track con tronetto. Razzi cinesi, a cuore rosso, o giallo a colpo forte, mortai a sei colpi con base in legno. Raudi, mephisto e colibrì a scoppiettìo. Zeus a detonazione forte e cobra con la miccia. Una magnum sparò un colpo isolato, un kalashnikov di vecchia fabbricazione disegnò in cielo peonie, pesci , uova di drago. Un tintinnìo di bossoli si poteva sentire appena, dietro e sotto i boati.
  Una delle due sagome in volo s’impennò di colpo, chiuse le ali muovendo un’aria torbida e precipitò a cerchi larghi, lenti nello Stretto.
L’altro non si voltò nemmeno, un attimo dopo era sparito.

auguri a tutti noi, che siamo in volo di notte, e ci tirano sempre addosso, quei bastardi. 

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pesci di pietra piangono lo Stretto perduto 

 Signore e signori, questo è un invito. A tuffarvi nell’estuario dei romanzi fiume, o meglio ancora a portare altra acqua da disperdere nel mare.
E’ aperto il sito "Microcenturie"
http://www.microcenturie.it/ (appunto, "estuario per romanzi fiume di breve corso"), inventato da quel geniaccio di Effe, blogger spretato e terrorista della Rete (avete presente una sorta di Greenpeace della letteratura? ecco), dalla finissima Zena, allevatrice di pesci di nebbia, dalla vulcanica Cronomoto, esploratrice di ucronie, il tutto amalgamato dalla websapienza del nuovo Asimov, l’Hari Seldon di isola virtuale. Lo scopo non è allineare in bella mostra belle scritture, ma raccogliere bicchieri di romanzi fiume e versarli dove ce n’è più bisogno: là fuori, in strada, tra la gente.
  Lo scopo è scrivere, ma soprattutto diffondere: copiare (a mano è assai bello, ma col copiaincolla è più veloce) e lasciare per strada, sulle panchine, sui sedili del treno, del bus, del tram, del taxi. Mettere in una bottiglia e abbandonare ai flutti dello stagno della villa comunale, dello Stretto, del porto, del lavandino della pensione.
Quindi scrivete, scrivete, scrivete ma soprattutto portate con voi, attraverso voi: il mondo ha sete di storie, anche se non lo sa. 

  Ah, io ho contribuito con questa microstoria qui sotto (ma ce ne sono già altre, strabellissime). Ma sono del parere che siano anche meglio romanzi fiume più piccoli, di tre righe al massimo. Romanzi a dorso di formica, appunto.
Lo so, la brevità è lunghissima a farsi. Ma poi scenderemo tutti in paradiso, prima o poi (che a salire all’inferno son bravi tutti).
Una raccomandazione speciale a Jacopo Masini, confezionatore squisito di romanzi illimitati in tre righe. Jacopo: c’è molto da fare, là fuori.

L’ULTIMA CASA

L’ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.

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nel bosco dei libri-albero

Libri. Libri librati in volo nelle voliere appese al muro, libri rampicanti che fioriscono fuori stagione, libri animati che scodinzolano sul comodino, sotto il letto, sul tavolino. Libri che pigolano, che urlano appena li apri, che sgocciolano tutta la notte e non ti lasciano dormire e a volte infiltrano il pavimento e la vicina del piano di sotto chiama: "Signora, c’è Tolstoj nel mio tinello, vuole riprenderselo, che mi dorme sul divano e spiegazza i cuscini?", oppure Von Clausewitz che gioca coi soldatini del bambino. O Gabo in cucina che litiga con Donna Flor sulla quantità di sale del risotto e dell’amore.
  E poi i libri che sono solo interiori: i diari di mio padre e mia madre, i miei diari scomparsi, i diari di mia nonna analfabeta, tutti telepatici e genetici (ci troviamo scritti i lobi sottili, le ossa sensitive, la schiena diritta, il gusto per il sapore dell’acqua e delle parole, una certa forma del naso e dei pensieri, la testa calda, i piedi freddi, il sangue salato, una vertigine all’attaccatura dei capelli e del cuore, il presentimento delle comete).
 I carteggi di lettere non scritte e non spedite oppure mai aperte, dove l’inchiostro continua a sobollire piano, come catrame.
 I manuali per costruire barche, arche, scaffali e relazioni. Il Grande libro dei nodi (il mio preferito è la gassa d’amante, ma non saprò mai riprodurlo, con nessuno e con niente).
 E i vocabolari. Libri bulimici che vogliono tutte le parole ma non le sanno usare, le mettono in fila come non saranno mai, né dentro né fuori. Vocabolari dove lettere come la x, la y, la k cambiano di posto ogni volta che li apri (sono incognite, come d’altronde tutte le lettere dell’alfabeto, ma loro di più).
 E poi ci sono i libri che sono usciti, e sono diventati stanze, terrazze, case, città, pianeti.
Nella mia casa ci sono camere sudamericane, camere dello scirocco e camere della tortura. Un patio con gardenie immortali, da cui s’intravvede un sanatorio ottocentesco, una fabbrica abbandonata, alcuni mari, due vulcani, montagne incantate, stazioni dove nelle notti d’inverno s’aggirano viaggiatori, città del tutto invisibili.
 E i libri che ho immaginato, e per oscure ragioni sono diventati veri, o viceversa: libri che ho letto talmente tanto da farli diventare totalmente immaginari. Come la cena di Trimalcione, le ricette di zia Enza, il taccuino di Carmosina, le botteghe color cannella. Le cronache marziane le scrissi quando ero giovane, ora forse vorrei immaginare Declino e caduta dell’Impero romano, oppure il Ciclo della fondazione.
 Ho amato una quantità di uomini e donne, sotto i più vari travestimenti: alcuni li ospito ancora a casa mia. Il Che che non riesce ad allacciarsi gli anfibi, perché ha troppa fretta di vivere. Frida che cammina sbilenca e disegna sui muri con lo smalto rosso o col sangue. Ino Moxo che cerca la terza metà, o i ponchos ricamati dalla vecchia Ana, cieca e veggente nella migliore tradizione (qualche volta confabula con Edipo, e non so mai se li interessi sapere come è stato che hanno visto, o come è stato che non hanno visto).
  E qualche volta i libri sbocciano in forma di rosa. Stat rosa pristina nomen.
Il balcone olezza di rose al gelsomino, rose al tiglio, rose al peperoncino, rose all’avverbio di modo, rose al carbone bagnato, rose al bandoneon. E i nomi si affollano, e noi li cogliamo per metterli nei vasi, o nei libri, libri che parlano di rose…

 E’ che nella mia altra vita in rete (nessuna delle centoquindici reali) si parla di libri, si compilano liste di libri, ci si scambia catene immateriali di libri che poi ti si affollano attorno e non vedi più niente, solo pagine aperte come ali, e confondi la realtà coi libri, o viceversa, ma forse è sempre così: se non avessimo i libri attraverso cui filtrarla, la realtà sarebbe senza rose e senza pepe, o viceversa, se non avessimo terra da metterci, i libri si alzerebbero in volo, e potremmo solo contemplarli da lontano, schermandoci gli occhi con la mano.

In effetti, mi si è chiesta la fatidica lista. I 25 libri della mia vita. Ma che, scherziamo? (comunque la aggiungerò presto)

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Leda col cigno, appunto

 La donna camminava circondata da uno sciame: erano fiori, o farfalle, o fate molto piccole. Avevano visi stretti dal mento sfuggente, occhi a punta e frinivano in modo riconoscibile. Lei ci parlava ininterrottamente, consigliandosi con loro, o rimproverandole per qualcosa. Era perfettamente chiaro che si trovava a proprio agio.
 Passò davanti all’uomo avvolto nel pitone, che gli rosicava lentamente la base del cranio, senza che lui lo desse a vedere, d’altronde. Nella vetrina si specchiavano tutti e due, l’uomo e il serpente.
La donna delle fate-fiori passò oltre, gesticolando in mezzo allo sciame: non era mai sola, lei.
Viceversa, la donna con la boccia di piranha aveva un’aria afflitta: teneva una mano dentro l’acqua, che nemmeno si vedeva, con tutti quei pesci d’oro terroso e rosso che s’affollavano attorno.
L’uomo coi gatti sembrava sereno: ne aveva due, gemelli, d’angora bianca, che gli camminavano accanto, uno per lato. Avevano un pelo candido che catturava la luce e altre cose. L’uomo sorrideva lievemente. Quando gli passò accanto la donna con la pantera, i felini si sogguardarono e qualcosa d’elettrico corse tra le pellicce degli animali e gli occhi degli umani.
  Per gli animali pesanti c’erano corsie separate: andavano e venivano orsi bruni, elefanti indiani, una giraffa. Due cammelli dondolavano di lontano, ruminando incessantemente e facendo ondeggiare i finimenti dorati: gli uomini accanto a loro avevano visi impenetrabili.
 Una tigre reale passò a grandi falcate, lasciando una scia d’odore muschiato: la donna che portava in groppa era aggrappata al suo collo, i lunghi capelli neri che si confondevano con le strie della tigre.
 Sotto l’arcata del Ponte, lo Stretto era continuamente attraversato da pescespada, orche marine e megattere, accanto a cui qualcuno nuotava o si lasciava portare dalla corrente: non si potevano distinguere le rotte degli uomini e dei pesci, e i loro tracciati argentei disegnavano come una ininterrotta scrittura.

Pensavo alla forma dell’anima, oggi: a volte è una vipera, a volte un moscerino, a volte una cavalletta d’oro posata come una spilla sul risvolto della giacca. Ma a volte è un elefante bianco, a volte un dromedario, a volte una tigre reale. Stamattina m’ero svegliata con accanto un serpente verde veleno. Poi è diventata un gatto pensieroso, una tigre da guerra, una sfinge, una poiana. Dopo aver perlustrato il cielo con gli occhi rapaci e aver riempito le penne d’ossigeno fresco, l’anima è volata giù, s’è accucciata e s’è messa a dormire, il pelo bianco che si muoveva appena al vento.

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anna, anche lei

 “Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
 “Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa – aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
 “Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti.
Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

 “E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse "si gira": gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d’una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Lo so, oggi è la Giornata della memoria, che è una cosa infida e bifida. Ma Anna Frank è stata una di famiglia, molto tempo fa, e volevo ricordarmela. Questo post è stato pubblicato, mille anni fa, nel defunto blog "Incontri impossibili" – gli dei abbiano in gloria il suo ideatore, Herzog. L’incontro impossibile, come è evidente, è tra quel truffaldino di Steven Spielberg e Anna Frank. Ma esistono davvero incontri impossibili? Non li mettiamo continuamente in scena, nella nostra immaginazione che è bulimica e sincronica, come l’inconscio, come lo stomaco?
Memoria e oblìo a tutti voi, in parti rigorosamete diseguali.

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la paura non vi fa paura?

  Avevate voglia di nuvole? Io sì, disperatamente. E siccome c’è un angelo, al DDD, Dipartimento Desideri Del cavolo, molto molto efficiente (dopo la circolare Brunetta si sono dati anche loro una regolata), ecco che ieri lo Stretto s’è esibito nella più grande parata di nuvole preautunnali mai vista, e oggi – oggi – è stato aperto Blog&Nuvole .
  Blog&Nuvole nasce da un bisogno (sì, disperato, come quello delle nuvole in genere) di salvare le scritture della rete, che è bella ampia e ricca ma passa e si autocancella una ‘nticchia, come le nuvole, e ne restano solo impressioni di bellezza e d’assurdo, come le nuvole.
 Allora Lucia (cronomoto) e Cristina (fruscii) si sono dette: ma cosa sono le nuvole, dove vanno le nuvole? E hanno inventato, appunto, Blog&Nuvole, che è un concorso ma mica una cosa alla Miss Italia, per le scritture di coscia lunga e tatuaggino sul malleolo e "tantibacioniamammà". No, no. Una cosa molto poetica, un po’ visionaria, molto eccitante come sfida.
 Si tratta di mettere assieme scritture – che per loro natura sono nuvole – e fumetti – che sono ancora più nuvole delle scritture. Un esperimento che è stato già tentato con sei “storie guida”, che saranno pubblicate da oggi.
  Ebbene, lo confesso, una delle storie è mia. Niente di che, ma l’ha presa sotto la sua matita Stefano Misesti, che è un genio. Stefano non è un disegnatore, è un inventore di mondi. Mondi di omini coi pesci in testa, di canguri con paure nel marsupio, di condomini nei risvolti delle giacche, di aerei-pesce che nuotano nel cielo. 


  Stefano ha un tocco poetico e assurdo di cui – io credo – c’è molto bisogno. Se una nuvola potesse disegnare, sarebbe Stefano.
Insomma, qui metto la mia storia, e solo un frammento delle nove tavole di Stefano: il resto è lì, tra le altre nuvole di Blog&Nuvole.
 Ah, per giunta si vince: 500 euro, una pubblicazione e, comunque, la sonora ribalta della Triennale di Milano, grazie alla Triennale medesima e alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte. Mica cotica, diceva un blogger-ei fu.
Buone nuvole a tutti.

Il Portapaura

La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Ma per fortuna esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta nel corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è molto più grande, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via.
I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda.
La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo, perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.

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libri gonfi di scrittura (Botero, appunto)

  Si può secernere una quantità limitata di scrittura, io credo. Come gli ormoni, l’adrenalina o il malumore. C’è una ghiandola apposta, da qualche parte. No, non nel cervello. Lì ci sta lo stomaco dei pensieri, i delicati processi di ruminìo, assimilazione e fotosintesi delle cose che c’arrivano dal cuore, dalla pancia, dai polpastrelli e persino dagli occhi, quei bugiardi.
 Io credo che sia piuttosto tra il ventre e il petto, magari un organo mobile, con radici che va affondando qua e là, spostata a caso dalla malasorte, dallo scirocco, dai fidanzati e persino dai parti. Comunque c’è, e produce quantità variabili di scrittura, leggera o pesante. Ma questo non si può prevedere.
 Anche a metterla ogni sera in una caraffa con le tacche, e scrivere sul taccuino quanta se n’è fatta, i conti poi non tornano mai, i numeri si confondono o si cancellano, non corrispondono mai con le righe, i moduli, le colonne. Né col metro viene meglio, o con la squadretta. E nemmeno col contachilometri, l’orologio e il barometro. La scrittura si misura con se stessa, e a volte nemmeno: ci sono una quantità di scritture trasparenti, che si scrivono chissà dove addosso a corpi e cose, e uno nemmeno se ne accorge, ma sta scrivendo. Sarà per questo che, a volte, appaiono in controluce pensieri bellissimi su qualche pezzo di cielo, su muri, portoni e persino guance, incavi del collo o del braccio, angoli dell’occhio. Chissà chi li ha scritti.
 Insomma, la quantità è quella, e non si può farne di più. Nemmeno se te lo chiedono, nemmeno se ti pagano.
Certe volte io verso tutta quella che ho, che è densa come budino di cioccolato, o sanguinaccio, dentro stampini da forno, nella rotativa rovente che profuma di toner e metalli pesanti. Scrivo, chessò, di Guareschi e poi di Marquez (che ha scongelato un altro romanzo d’amore, e io sono terrorizzata da questo fatto, perché la scrittura a volte funziona pure all’indietro, e si mangia le scritture precedenti, e se questo romanzo, putacaso, si rimangia "Cent’anni di solitudine", e "L’amore ai tempi del colera", e persino "Cronaca d’una morte annunciata" come facciamo?), poi di falsi premi letterari affollati di befane e saltimbanchi, e mi trovo con la caraffa vuota, e attorno tanta scrittura leggera che evapora subito, o si sbriciola.
 Invece io volevo qualche parola di quelle pesanti, che cadono sul fondo con un rumore di pietra sott’acqua e restano lì a prendere muschio. O volevo scrivere un post sulle scritture che fanno a botte tra loro e ti riempiono di lividi, che nemmeno puoi toccarti dentro e ti fa male quando respiri (ma così sai per certo, che respiri). Perché loro sono rissose, le varie specie di scrittura, e sgomitano per uscire: io, io, prima io, gridano e si agitano, e tu pensi che è insonnia, colite o cattiva digestione.  

  Solo una piccola parte di scrittura, per fortuna, se ne va in note della spesa, ghirigori mentre parli al telefono, firme sulle cambiali, segni sul calendario.
Ma bisogna stare attenti, e farsela durare fino a fine mese.

Si ringrazia l’ineffabile ispiratore trash, che sta dietro questa scrittura (tipo la peperonata che sta dietro una notte di incubi, o Prodi che sta dietro la sparizione della sinistra dalle specie conosciute).

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navigare a letto (Chagall)

   La mia casa è un’ellisse con due centri. Oddio, ho visto ellissi più ellittiche di lei, che è abbondante di verande e ha gli armadi così gonfi che sporgono fuori. Non ha pavimenti diritti, spigoli, angoli vuoti: è una casa sovrabbondante e affaticata, dove ogni cosa è poggiata sopra altre cose, e non si sa mai bene cosa contenga e cosa sia contenuto, in una confusione di rami e radici che piglia noi per primi. I libri si arrampicano sulle pareti, figliano incontrollati nel cesto della biancheria, mettono foglie nuove nelle stagioni più impensate, e io mi sbaglio e li annaffio, pensando che siano ficus, amarante o spatifilli lanceolati dal cuore orientale (no le kentie no, non ci sono mai piaciute: mia madre diceva che erano piante rassegnate e si sentivano oggetti, e non le poteva vedere. Aveva ragione).
  Insomma, i due centri sono i fuochi della cucina e il letto grande. Io ho provato a ridisporla, a spostare i confini, a fabbricare un nuovo centro in mezzo ai divani, che mi sembravano un luogo ideale, così capsule e davanzale come sono. Con tutti quei cuscini, i tappeti che gli scondinzolano davanti, le finestre che spalancano ogni bendiddio (lune, soli, navi bianche, nuvole catafratte, allodole, fantasmi, velieri, cisterne, impalcature, piogge che avanzano, o indietreggiano, dal Continente, stormi, scialuppe, triremi, rondoni di mare, navi da crociera grandi quanto interi isolati). Con tutti i libri, quelli degli scaffali e quelli girovaghi, che non si scambiano tra loro una sola parola. Con la lampada disegnata a mongolfiere.

  L’altro giorno ho stabilito un tinello per decreto: nella mia qualità di capofamiglia e capobranco, per sanmichele e sangiorgio, io ti nomino tinello. Avevo in mente certi mobili di legno vecchio, un tavolo rotondo, un divano d’un verde granuloso: la mia vecchissima casa era un sacco, e portava il cuore in fondo, in quel tinello rotondo che non affacciava su niente, su case basse coperte di incannucciato e catrame, su un cortile sbieco e desolato, su un miraggio di palazzi lontani che, come gemelli, si accendevano e si spegnevano alla stessa ora del nostro, copiavano ogni nostra mossa.
 Però, niente. Il tinello non ha funzionato: la gatta lo diserta, a parte qualche grattata sdegnosa al divano. Noialtri pure, e nemmeno possiamo sfogarci grattando. Io sprimaccio i cuscini, medito un poco, in piedi, passo un dito sul tavolino (sì, c’è polvere), e poi me ne vado. A letto.
   Il letto è il cuore della casa.
 La gente verticale non sa cosa si perde: noi a letto mangiamo, dormiamo, dichiariamo amore e guerra. Parliamo al telefono, ci contempliamo l’ombelico, guardiamo alternativamente – e qualche volta pure contemporaneamente – la tivvù e lo Stretto, che sono sempre accesi e cambiano in continuazione. A volte sullo Stretto ci sono film drammatici, in bianco e nero: lei bacia lui tra corone di fulmini, il parapetto della nave oscilla, bianco come l’orlo del mondo. Il mare nero preme e ondeggia, e sta per inghiottirli. Jingle.
 La tv, in compenso, trasmette voli di gabbiani senza peso,e qualche volta levita fino al soffitto.

  Ma forse è un acquario, sì la camera da letto è un acquario dove nuotiamo in tutte le direzioni, specie di notte quando il sonno la riempie per intero, e i vestiti si agitano come alghe, e i sogni.
Il mare di fuori si riversa un poco dentro, le posidonie agitano il loro saluto carico d’ossigeno, le navi vengono a muggire dietro la porta, e noi ci parliamo come dentro una bolla, in cui siamo tutti uno dentro l’altro, dormendo e sognandoci, dormendo ed escludendoci vicendevolmente, paralleli nel letto, con la micia distesa sui piedi, al modo elastico dei gatti che diventano lunghi anche due o tre metri.
  Il letto allora, qualche volta, si stacca dalla banchina e comincia a navigare molto piano per tutte le acque: film drammatici, telegiornali, scatole di cioccolatini, fogli a matita, nostalgie fitte come plaid scozzesi. Sul letto possiamo piangere, cucire, farci la ceretta, scrivere un diario, aggrapparci al parapetto per guardare la costa che sfila veloce e lenta, col telefilm del pomeriggio, gli spot meravigliosi, i cartoni animati (il mio preferito è "Gli amici immaginari di Casa Foster", quello di mio figlio "I fantagenitori", la gatta adora il Meteo sulla Sicilia: sospetto che senta un’affinità remota con la natura triangolare e magica dell’isola).

   In questi giorni lo Stretto era guasto: trasmetteva solo uno sfarfallìo lattiginoso. Nessun canale. Manopole inservibili. Sigillato davanti e dietro, sopra e sotto: avevamo solo un presente piuttosto fastidioso, un monoscopio color nebbia dove non si vedeva nulla, nemmeno il futuro. Parlavamo, e dalla bocca ci usciva nebbia, caglio, manna. Non potevamo prendere appuntamenti e pure i ricordi ci venivano male, così lontani com’eravamo dal sole, dall’ombra e dalle stelle.
Ieri, qualcuno ha drizzato l’antenna: il cielo s’è sgomberato, lo schermo è diventato d’un azzurro diafano che lasciava trasparire ogni cosa, anche sottile, anche inesistente. Siamo tornati a letto, che ha steso le ali ed è ripartito subito.

sono stati giorni d’uno scirocco che fasciava la testa: andavamo davvero in giro come sonnambuli, sigillati in noi stessi.  Io, poi, piena di mummie di Cappuccini stavo davvero diventando pazza. Forse era novembre che si stava covando come un uovo gigantesco,  con le sue sorprese di marmo triste. Ma ieri, quando cominciavamo a non crederci più, il cielo è ricomparso al suo posto. Le nuvole, la Calabria, tutto. Anche io.

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una coppa di storia nell'altopiano (La corda sensibile, Magritte)

  La storia veniva da molto, molto lontano.
Mia madre giura che l’avesse portata il merciaio, sulla spalla dispara a forza di trascinare la cassetta di legno piena di nastro colorato a metro, agorai e allume di rocca. Ne lasciava un pezzo in ogni paese, e la storia ricresceva: bastava metterla nell’acqua, portarsela appresso alla fontana, legarla con un nodo doppio alla cintura dei pantaloni, appenderla assieme con le pentole d’alluminio all’albero custode sul retro della casa. La storia stava lì, e minuscoli pezzetti cadevano a terra, come sassolini o molliche, e gli uccelli andavano a beccarli, e se li portavano in volo verso altri paesi, altri alberi, altri cieli tagliati dalle nuvole diritte dell’autunno.
  La storia cadeva, penetrava nella terra, un poco alla volta, come smemorata, cogli occhi chiusi dei semi, che poi però nel buio ricordano tutto, e sviluppano gigantesche memorie di sotto e di sopra, scatenando radici e rami e autentiche tempeste di foglie. La storia cadeva, e poteva restare anche mesi o anni, intere stagioni, nello stesso posto, fino a che gli animali, gli angeli o gli uomini tornavano a spostarla, a portarsela addosso, tra le ali, nel becco, sulla punta delle parole.
  Quella storia era tutta sporca, quando arrivò da noi: gesso, sale, bucce di castagna. Mia madre, a ogni buon conto, se la portò nella casa di città, assieme al macinino del caffè che cigolava come i castagni, alle manine di bronzo senza portone e alla malinconia. 
 

   Le storie vengono ripetute e ripetute, e cambiano un poco forma ma non troppo: ogni volta se ne stacca un infinitesimo pezzetto, che se cade nel terreno diventa la stessa o un’altra storia. O se vola col vento, e persino se cade nelle praterie fertili del mare, dove crescono navi e pesci e soprattutto storie.
 La storia mia madre la raccontò a mio padre, alle mie zie, a me e a mio fratello, e a tutti i figli non nati, covati però allo stesso modo. Ai suoi colleghi, alle sue amiche e ai suoi nemici. A dio, durante le conversazioni dell’alba, quando solo loro – dio e mia madre – erano svegli nell’universo, a parte la gatta che li spiava zitta dalla fessura della porta e quando scivolava via si portava un poco di storia attaccata al pelo bianco e nero. Poi, tanto, non andava mai a cuccia – dico la gatta, non dio. Dormiva sui sofà, dentro i letti o in certi nascondigli solo a lei noti: la casa le apriva apposta passaggi, sollevava le zampe di mattoni e creava nidi e cavità dentro l’albero degli infissi, nei muri, sopra le porte. Nel loro modo misterioso, la gatta e la casa condividevano segreti, e forse pure parti di storia, che la casa custodiva coi suoi tesori: unghie, gocce d’ambra, palline di stucco, anelli rotolati nelle commessure del parquet, tappi a corona, rumori. Certe volte, gli operai trovavano la storia schiodando le assi, e se la portavano al cantiere e poi a casa, sporca d’intonaco. A volte, però, la lasciavano nel secchio del cemento, con la cazzuola e l’acqua per l’impastatrice.

  La storia, in effetti, amava soprattutto l’acqua: poteva viaggiare per chilometri e paesi, attaccata a una goccia d’acqua che, rovesciato, proiettava il mondo intero. La storia viaggiava appiccicata al minuscolo mappamondo d’acqua, attraversando strati alti e bassi dell’atmosfera, il cui mormorìo saliva in colonne fino al bordo nero del vuoto.
Le gocce a volte si rapprendevano in nuvole artistiche, che erano a forma di storia e la gente se le indicava e riconosceva le figure, che piovevano tali e quali alle gocce, originando altre storie che cadevano nella terra svegliando storie addormentate, storie cogli occhi spalancati dentro le pozzanghere, storie distese sui vetri, e falde di storie che correvano molti metri sottoterra, tra i filoni di roccia, dove s’alimentavano e crescevano e finivano per sgorgare delle fontane, e le persone e gli animali andavano a bere storie e se le portavano nell’umido della bocca, nell’immagine un poco lucente dell’acqua quando c’attraversa dalla gola all’anima, con tutta quella storia dentro.

 In effetti, volevo raccontarvi una storia, ma ora non so più quale.
D’altronde, le storie vivono fino a che non sono del tutto consumate, e poi spariscono, in un taccuino, in un quaderno, in un libro. In un blog.
(leggevo di questo ciùk palaniùk che mi faceva spontanea antipatia senza averlo mai letto – ma l’antipatia motivata non vale – solo per quel fàiting club che m’aveva scombussolata, al cinema – diffido sempre di chi mi sgomenta, e lo so che non dovrei, ma ho geni calabro-aspromontani, che posso farci – e lui diceva una cosa del genere: una storia cammina fino a che non è stata davvero raccontata tutta tutta, e poi sparisce. Io penso, però, che nessuna storia si crea e nessuna si distrugge ma si trasforma parecchio, e lascia cadere ovunque pezzetti, semi, bioccoli che possono diventare quella, altre o nessuna storia. Che è sempre un’altra storia).

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candela retroversa (Magritte, La fata ignorante)

  Qui sta succedendo qualcosa. O forse no, qual è il contrario di succedere? Insuccedere, abcedere, retrocedere, retroaccadere?
 Le lampadine si fulminano una dopo l’altra, con un lampo, una capriola all’indietro, un flash di buio: cammino nel corridoio e mi sento una fata ignorante, con la candela che fa buio e le ombre rovesciate. I filamenti di tungsteno s’assottigliano di colpo ed esplodono, con un fragore di mondi appena smorzato dal vuoto del bulbo e del pomeriggio.
  Il forno, invece, tende all’incandescenza: carbonizza qualunque cosa. Non ragiona più, le manopole girano a vuoto e mi sembra di riconoscere l’accanimento di famiglia, a bruciare senza riflettere. In compenso, lo specchio ha una macchia proprio al centro, come una distorsione, un fuoco opaco che corrode le immagini, le sprofonda verso gli abissi marini degli specchi, il delirio intrappolato dalla lastra d’argento, dal muro, dalla convenzione d’uso che stabiliamo con loro.
  Il cavatappi s’è spezzato nel collo d’un syrah, il suo passo di ballerina d’acciaio – che pure sembrava illimitato: pochi oggetti sono rassicuranti quanto un cavatappi – interrotto, inservibile. La tenda è morta di consunzione, logorata dallo scirocco: il filo s’è dissolto, l’incannucciato è precipitato con un rumore d’angeli caduti, d’ali perse, di sgomento.
  E i sogni, i sogni – governati dalle lune di settembre, che sono terribili – si sono fatti insostenibili. Sogno corridoi, ascensori, cimiteri. Sogno i morti (e pure Garcia Marquez, che qualcuno dice che è morto da almeno quindici anni e forse è vero: tutti gli ultimi romanzi sono decisamente postumi)(e comunque, se lo sogno vuol dire che lui pure è un oggetto terminale, con fili e manopole e lastre d’argento prossime a fulminarsi). Sogno me stesse come lampadine bruciate, forni irragionevoli, specchi spalancati e tende precipitate. Sogno morti addomesticate che mangiano dalle mie mani e s’acciambellano sul sofà.
  “E’ l’autunno” mi dice il coro greco delle zie, senza crederci.
Io credo sia piuttosto qualcosa che si congeda, ma non so leggere cosa. Perché siamo analfabeti, certe volte?

E mentre io mi balocco con queste morti striscianti e domestiche, con infime tragedie da veranda, nel mondo accadono cose vere.
I monaci birmani, per esempio.
Loro camminano per le strade della città occupata, sussurrando mantra, le tuniche rosso volontà ben strette attorno al corpo. Non fanno caso alle pallottole. Il punto non è morire.
Ho spiegato a mio figlio la bellezza straziante di questo coraggio, e la natura delle prove che certe volte, a certe comunità umane, vengono chieste. Gli ho parlato d’un sacco di parole maiuscole, quelle che non uso mai mai: l’Uomo, la Libertà, i Diritti, la Verità. Mi fermavo un attimo e raccoglievo il fiato, prima di pronunciarle. Le maiuscole si devono usare solo nei casi necessari.
Gli ho parlato dei monaci che percorrono, avanti e indietro, la capitale defunta e assassinata, e i loro passi che battono ritmici ne risvegliano il cuore, che prova a pulsare, rosso volontà e poi rosso sangue, una due volte, una mille volte.
Un’eco del battito arriva fino a qui, pensate. In mezzo alle lampadine esplose, alla morte minuscola che dorme sul balcone, rivolta allo scirocco o alla luna, sotto la tenda crollata.

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