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Posts Tagged ‘grammatica della notte’

tanghi lunari

M’era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com’è, piena fino all’inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
  E pensate cosa può essere, colma di tango fino all’orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s’allungano per tutte le notti e i giorni, s’incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell’albergo, sulla piattaforma del lido.
 Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell’ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l’asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
  Io mi preparavo da un anno. M’era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
 Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l’acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
 Il tango s’è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l’arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d’un suo intimo vals.

  Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s’apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c’erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d’altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:

gli incontri.
 I mondi, vicini e lontani, s’incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c’erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l’elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d’allegria condivisa, come un’anguria, come un cornetto algida, come un tango. 
 Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m’ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.

gli abbracci.
 Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l’esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
 L’abbraccio di quest’anno è senz’altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell’abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell’uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l’altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l’omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
 (ci ho provato anch’io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l’altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell’asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).

la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s’affrontò la questione. Ma qui s’impone.
  Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s’è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l’attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d’invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c’ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
  Allora, Veron. Io m’aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l’abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n’è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
  Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l’arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c’è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
 E Veron resta un mistero. C’entra, col tango? Forse sì. Forse.

i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell’italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell’uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c’è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
  E quell’abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d’artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell’amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.

le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
 Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L’organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.

le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.

le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.

i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m’avessero fatto l’antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.

le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una
scarpa in più.  

Pugliese.                                                                                                                                   Chi l’havisto?                                                                                                                                                   

la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo
Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s’è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?

Insomma, l’anno prossimo ci torniamo tutti.

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i limoni di pedro cano, i miei preferiti da mangiare col sale, l'aceto e i sospiri

   La primavera eccita i baronti.
Penso che sia perché è una stagione furiosa e infiammata, e loro queste cose le sentono. E’ scirocco da una settimana, e la polvere di polline e sale che copre tutte le cose in fermento arriva fino ai loro nidi, nelle stanze del caos. Come i gerani di vedetta sui terrazzi, come le bouganville attente e carnivore, come le piante tropicali dal tronco spinoso che s’affacciano oltre il recinto dell’Orto botanico, anche i baronti – che pure hanno un corpo d’ombre, di stracci, di ricordi tenuti assieme malamente – fioriscono in qualche loro strana maniera.
Almeno, smettono tutte le loro abitudini invernali: le lotte serali con la gatta – che di solito impazzisce e salta sui letti, fa a balzi il corridoio, si lancia dai tavoli per afferrarli – le conversazioni perfettamente silenziose in cucina, quando io rimino la salsa e penso ai morti, il disordine che aggiungono ai nostri disordini, per quanto questi siano metodici e sorvegliati. In primavera amano gli agguati, negli angoli degli specchi, nello sgabuzzino delle scope, in mezzo alla collezione di sassi del salotto.
  I baronti si scoprono burloni e un poco assassini, a primavera. Smettono pure quei loro tramestìi da soffitta, il loro strascicare da cantinato: amano di più la vista, in primavera, che pure è una stagione aromatica con un ricco corpo di spezie calabro-africane e certe cose che proust sarebbe morto stecchito nel suo lettino foderato di sughero: agavi, felci primordiali, limoni rasposi, tigli che cominciano a rimescolarsi anche se da fuori sembrano sempre grigi urbani e impenetrabili. Le fresie no, che sono d’allevamento. Ma pure loro gettano lanci da sirena odorosa, quando gli vai vicino.
 I baronti sono sensibili agli odori, certo, anzi c’è chi dice che sia il loro senso principale. Ma io so che il loro senso principale è la fame, la smania. Nemmeno fossero vivi.
  E comunque dev’essere per questo che dormono quasi tutta l’estate, perché il caldo li dissecca e l’aria è talmente nutriente che comunque non hanno bisogno nemmeno d’andarsene in giro, per mangiare. Ma a primavera no. Cavalcano le onde d’aria selvagge, i cavalloni di rinascita e ormoni che si gonfiano. Si eccitano al pigolìo delle gemme che aspettano di rompere, nei punti designati, il guscio dei rami, dei fusti, delle cortecce. Bevono di nascosto dalla ciotola della micia e dalle piante. Catturano i calabroni confondendoli con falsi segnali animali.
  Sanno che la primavera è violenta, come sarebbero loro se solo avessero più corpo, se solo la gente ci credesse appena un poco di più (noi no, noi ci crediamo talmente che viviamo con loro da innumerevoli generazioni, e ancora non sappiamo se ci piacciono o ci disturbano, come i veri parenti).
Così la micia è attonita e non gioca più di notte, gli specchi sono popolatissimi, la stanza del caos cambia ogni giorno e basta attardare un passo per sentire il corridoio riempirsi di fruscìi.
  I baronti sono persino felici, a primavera. Forse perché, in fondo, ormai non devono difendersi più. 


  Parlavamo di primavere, con un caro amico, l’altro giorno. E riflettevo su tutte queste tempeste che non lasciano in pace nessuno. Chi lo dice che è una stagione quieta e contemplativa? E’ rissosa, la primavera. Si piglia le questioni. Fa a botte con ogni impossibilità: di nascere, di fiorire, di spaccare il guscio, il legno, il cemento. Mi sento una specie di Dafne, a primavera. E Dafne, si sa, era una creatura assolutamente tragica. Che dite, saranno gli ormoni?

 

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le esplosioni di notte io le sento.

  A casa mia non è mai notte.
Non nel senso che non ci viene, la notte, a casa mia. No, è notte un sacco di volte al giorno e va benissimo così. Piuttosto, non andiamo mai a dormire, non spegniamo le luci e non chiudiamo le imposte, non smettiamo di fare quello che stavamo facendo, anzi cominciamo a fare qualcosa di nuovo e che duri (chessò, i carciofi ripieni, la riforma dello sgabuzzino, un post, una partita a Risiko, una causa di divorzio). La miciazza salta in giro, litiga con gli spiriti e partecipa alle nostre attività. Ma lei parte avvantaggiata, perché è già notturna e nittalope, beata lei.
Noi finché ce la facciamo e il fisico ci regge neghiamo la notte, invece, le indichiamo diversivi. Non che non l’ammiriamo. L’amiamo tanto da costellarne il giorno: ci sono riserve di notte in un sacco di posti, noti a noi tutti, miciazza compresa.
  Mia madre teneva la notte nei mortai, in alcune agende, in certi angoli del corridoio che ancora sono bui e la notte non viene via nemmeno a grattare con la lisciva, e la nuova inquilina ha speso una fortuna in solventi ed esorcismi, niente da fare, la notte macchia, come il sugo di ciliegie, il caffè, l’inchiostro, il dolore.
Io tengo la notte per lo più sulla carta, nella stanza del caos, in un taschino sul cuore, in barattoli di vetro (dove poi dimentico di scrivere la data di scadenza), in alcuni pensieri che non riferirò. Tra i libri, poi, c’è un sacco di notte, come sanno tutti quelli che hanno una libreria, anche piccola. Certe volte cola fuori, e bisogna cambiare disposizione dei volumi, chessò, mettere quelli più chiari, o quelli con più porte e finestre, o quelli coi petali che seguono il sole, vicino al bordo. Ma sono cose molto personali, le librerie. Figuriamoci.
 La miciazza ha le sue provviste personali di notte, la sua notte felina a noi ignota dove striscia e sprofonda nel sonno definitivo dei gatti (il gatto è l’animale che dorme di più: la sua saggezza superiore si rivela anche in questo, suppongo).
  E comunque non è il sonno. E’ il salto, quello che ci spaventa.
Ci spaventa decidere che il giorno è finito, chiuderlo, tagliarlo via con gesti che pure si facevano e si fanno: mio padre chiudeva cerimoniosamente la serratura della porta di casa, facendo schioccare i colpi blindati, in modo che si sapesse; mia madre ritirava il bucato prima che prendesse la brina di sirino, che lo ricamava con piccoli fori di ghiaccio. Ma io mi ritiravo nel cerchio magico della lampada, e schieravo matite e pennini e musica, soprattutto musica, e mio padre si chiudeva nel suo studio, circondato da schemi, scacchi, diagrammi fitti di numeri con un lieve rumore di macina. E le luci erano tutte accese, nel corridoio e nelle camere, e svariate tivvù si parlavano tra loro, e la cucina sbuffava di vapore come una locomotiva.
  Ora è esattamente lo stesso.
 Perché ogni giorno che passa lascia un’ombra, anche piccolissima, e perché la notte ha una bocca enorme e vuota, e potrebbe non lasciare nulla di noi. Perché la notte preme da ogni lato sulle pareti della casa, e non è la notte ingannevole e ingioiellata distesa sullo Stretto, intenta a far navigare le terre attraverso i pescherecci: è sempre la stessa notte originaria del paese di mia madre, una notte di castagni invisibili, di vallate completamente cieche, di richiami spaventosi, di lupi, di futuro.
  Così noi resistiamo finché possiamo, e quando non possiamo più ci addormentiamo di colpo, come per una fucilata, e dormiamo tutta la notte con un’ingordigia che la consuma per intero.
La mattina dopo, infatti, il mondo è nuovo e la notte – se solo siamo bravi, se solo riusciamo a resistere, stasera – potrebbe anche non tornare mai più.

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un natale storto: il giorno di notte

   Non capita spesso che dicembre cada di marzo, ma qualche volta sì.
E io lo dovevo capire, che era un Natale storto, da quando, l’altro giorno, l’antivigilia dell’antivigilia, s’è manifestato un cielo assolutamente improponibile. Alto, concavo, enorme, conteneva l’isola e la calabria dirimpettaia intere, e spazi non misurabili oltre le colonne d’ercole elettroniche (i piloni gemelli che chiudono lo Stretto), almeno fino alla torre saracena di Bagnara, fino al Capo che spartisce i venti ionici, fino agli entroterra arrampicati e chissà fino dove altro. E perfettamente chiaro, col fondo piatto che ci poteva viaggiare qualunque nave celeste, galeone spagnolo o transatlantico emigrante o barca fatata di re artù, ulisse o chiunque altro. Con le nuvole giuste, pure: candide, fioccose, la cotonina del cielo profusa. Ma proprio al centro, un centro minaccioso e vorticante che ruotava sopra la città e ci seguiva ovunque andassimo, c’era un nuvolone nero, pieno di grandine, fulmini imprigionati e natali storti.
  La gente continuava a guardare in alto e non si capacitava (come, si dice, un tempo avessero guardato un’assurda stella viaggiatrice controvento, con una coda piena di presagi), perché il cielo era così basso e privo di speranze, nel centro, sopra la città, al centro esatto della tua vita, che si spostava ogni volta che ti spostavi. 
  Dicembre quando cade di marzo fa così: la luce della primavera, ma un azzurro duro a cui s’appoggiano le punte ghiacciate della calabria. Il sole liquido su cui viaggiano le navi bianche di mattina presto, e poi, alle undici in punto dell’orologio meteorologico, una tempesta che fa esplodere gli ombrelli e cancella ogni navigazione presente e futura.
  Insomma, io dovevo saperlo.
Specie quando ho forato la gomma per quattro volte di seguito. Vabbè, la prima era certo la storia di Pasqualina, che lasciava ovunque bruciature come di sigaretta, col bordo che continuava ad ardere per conto suo. Ma le altre no, le altre erano il Natale storto che si manifestava.

  Sono stati giorni metafisici, di colloqui col gommista Musumeci Stefano – una cara persona con cui siamo diventati ottimi amici e che certo ieri, stappando lo champagne francese, m’ha pensata – e d’approvvigionamenti coatti per la cena di vigilia. Il menù l’aveva scritto di suo pugno il mio ex marito, che odia le feste comandate e, visto che non può sopprimerle, cerca di farle diventare eventi situazionisti. Voi obietterete che le feste comandate sono già eventi situazionisti, e avete ragione.
Ma lui non lo sa.
  Abbiamo mangiato cose invereconde, terrine di fagiano, tagliatelle limone e vodka e cappone ripieno di qualunque cosa (pistacchi, tavolini, tritato, stilografiche, fodere di velluto, crema di latte, plaid scozzesi). Una batteria di tartine caviale-pomodorisecchi-camembert-tartufo-carote e impermeabili da donna, marrone. E bevuto, anche. Un margarita cadauno (sì, vi pare normale cominciare una cena di magro con un margarita?), traminer aromatico, un Beaune in omaggio a certe gioventù scomparse, un distillato impronunciabile che faceva vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro. Alla fine, una torta setteveli falsa.
  Io ho mandato il mio clone.
C’era una brioscia seduta a mangiare, e soprattutto bere, compiacendosi del fagiano e del bitume e raccontando aneddoti d’epoca, e una brioscia esiliata dentro il suo stesso Natale storto, che ricapitolava le assenze e si piangeva addosso, con tutte le gomme a terra.

  Così non avevo scelta. Ho dovuto mangiare un cenone immaginario, quello che avevo raccontato a Musumeci Stefano, alle zie, ai colleghi, al portiere.
Vongole lasciate a spurgare dentro il vaso marmorizzato, ghiotta di stocco con le olive e senza, col cavolfiore e senza, con le patate e senza. Carciofi, caponatina, tortelli di magro. Mia madre che dimentica il servizio col bordo dorato, i cesti di clementine senza semi. Il pane coi nastri rossi. Mio padre che cura il capitone come se fosse il padre d’Isacco. Le scacce. Persino mia nonna, il suo insopportabile rollò che sa di scantinato, di prosciutto, di dopoguerra. Le crocchette di besciamella della prima zia civilizzata, zia Rosalba. L’insalata russa col doppio segreto di zia Enza. Il risotto sperimentale di zia Paola. Il cavolfiore bollito che ci dividiamo tacitamente io e zio Renato, nelle retrovie. Le olive col formaggio di capra. Il vino pessimo, aspro e acetoso pieno di strade di campagna e seminterrati col tappo a corona. E poi panettone con canditi e uvetta, fichi secchi imbottiti con le noci, torrone duro con le mandorle e il miele scuro dei fiori d’aspromonte.
  Tutto l’amore di quei natali pieni di odio, di sopportazione. Io che stavo seduta a mangiare e il mio clone immaginario che frugava vari futuri, tutti inverosimili, scavalcava lo Stretto, mangiava in gran segreto natali di fagiano e bitume e fuga e camembert.
  I finocchi arrivavano alla fine, per togliere il sapore (ma non era vero: era per introdurre una cosa bianca che nettasse, ripulisse via tutto il sugo, gli eccessi di pomodoro e condimento e rancore della grassa vigilia di magro; era per fare una comunione pagana e vegetale, scambiatevi un segno di tregua e mangiatene tutti).
Non si può mangiare il cenone immaginario, ma è molto nutriente lo stesso.


  Sono stata molto infelice, ieri sera. Stamattina faccio colazione col cavolfiore e stabilisco che non accetterò mai più di mangiare un cenone immaginario. E che a Capodanno voglio zampone, lenticchie e tortellini. E mia madre e mio padre.
E il mio albero obeso di due metri. E mia nonna coi suoi rollò. E il vino cattivo. E D.

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l'angelo domestico, di Mario Bianco

   L’angelo non resistette più, e alla fine si aprì un blog.
Un blog minimalista, bianco e nero, senza una sola pennellata di celeste. In alto a sinistra c’era pure la sua immagine, piccola, ritoccata col Photoshop.
C’aveva messo ore, a scattarla, con la fotocamera che prendeva di continuo abbagli, e sputava nuvole, aurore boreali, arcobaleni fuori asse. E non c’era traccia, del suo orecchino a boccola col teschio, del suo piercing al naso, del suo mascara nero assassino.
  "Accidenti" pensava l’angelo, e un tuono echeggiava in qualche alto strato dell’atmosfera, dove l’ozono è di continuo bucato dall’andirivieni di mondi e creature e ire divine di cui non sappiamo.
Eppure sembrava assai facile: ti trovi un nick, scrivi il tuo indirizzo di posta, un paio di cliccate, un template. E che ci vorrà mai. I blog nascevano ormai più fitti dei fili d’erba, e da quando la circolare 89000.pigreco aveva equiparato le creature virtuali a quelle reali c’era tutto un traffico di custodi e angeli protettori che sobbalzavano a ogni vagito e ad ogni clic.
  "E io che sono, il figlio della serva?" s’era detto l’angelo, che di sua natura era piuttosto invidioso degli uomini e delle due cose inesauribili che essi sembrano avere: la sopportazione e le idee. E dei blog, naturalmente.
Certe volte se ne andava di nascosto in un internet point, mimetizzato con la folla in anfibi e piume d’oca che lo circondava da ogni lato, si connetteva col pensiero e leggeva un sacco di blog che gli piacevano molto. Blog leggeri e aerei, blog acquatici, blog pesanti con mandibole d’acciaio. Blog di carta di riso, blog sporchi di maionese, blog con un tenue odore di cannella. Blog cinesi e birmani, blog messicani e speziati, blog in lingue morte o immaginarie che lui leggeva senza sforzo.
Certe volte lasciava pure un commento, firmando "a." con la minuscola, e capitava che gli dessero dell’anonimo e lo bannassero pure, al che lui s’intristiva tanto che, attorno, le piante morivano e le mosche ci restavano secche.
A volte caricava l’Ipod, ma ci metteva tanta roba che ne risultava una babele incomprensibile persino a lui. E poi in servizio non poteva portare gli auricolari, nemmeno nascosti tra i riccioli.
  Era quasi diventata un’ossessione: leggere, commentare, seguire i feed.
E ogni tanto qualcuno gli faceva pure: ma tu non ce l’hai un blog tuo? E lui doveva ammettere che no, non ce l’aveva, ma gli sarebbe tanto piaciuto.
Così lo aprì, finalmente.
Col nick animapersa.
Bel blog.

Tutta questa premessa perché quel folle di Proteus, alias giowanni, alias Giovanni Monasteri, ha piazzato nei suoi Feaci un e-book audacissimo composto a quattro mani da me e  Mario Bianco, pittore scrittore poeta cartografo folle e rappresentante dell’anima sulla terra. I protagonisti sono angeli, appunto, e case. Angeli stravaganti, che mangiano carbone o piangono lacrime di nafta, e talvolta persino esplodono nell’aria sottile (l’illustrazione è l’acquerello dedicato da Mario all’Angelo domestico, quello che candeggia la roba di dio, perde con lui a briscola e gli trova le soluzioni senza darlo a vedere. Una moglie, in pratica). Le case invece muoiono, con tutto il loro immenso assortimento di cose invisibili che non è possibile portare via, nemmeno col trasloco, nemmeno con gli esorcismi.
  Io ho scritto una serie di assurdità, Mario invece ha dipinto cose bellissime, coi suoi acquerelli molto poco acquerellici e assai energetici, con una predilezione per rossi e aranciati e gialli che ardono come piccoli soli felici.
Insomma, l’e-book è questo, ma vi do un consiglio: a parte l’introduzione, magnifica, di Zena Roncada – che conosce tutte le esagerazioni dell’affetto ma resta una delle penne più fini e pregevoli che io abbia letto in queste lande e in tante altre (sì, l’ho sempre pensato: lei scrive con penne d’angelo, ormai è chiaro) – guardate solo le figure.

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  Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
  Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
 Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
  Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.


  I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
  I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.

  La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
  La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
  La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.

  E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
  Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.

 La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
 Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto – è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
 In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.

 La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
  Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
 La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
 Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, – lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece – con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.

sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d’ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d’affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.

non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.

ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.

ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l’opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.

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La vita è in salita.
Ballare è in discesa.
Il sesso è in discesa.
L’amore è in salita.
Gli amici sono in discesa.
L’amicizia è in salita.
Comprare il pane è in discesa. Assaggiare il pane mentre si cammina è in discesa.
I tigli sono in discesa. I tigli di questo giugno autunnale e gramsciano sono fiammate verdi agli angoli delle strade: tirano fuori la somma di due inverni passati ad ardersi dentro. La cupola viva dei tigli è in salita per il cuore, in discesa per il corpo. I tigli mangiano ricordi, inverni, attese: restituiscono impazienza, febbre, sommovimenti tellurici che scuotono i marciapiedi.
Il gatto è in discesa.
Il lavoro è in salita.
Lo Scarabeo è in salita.
Le fotografie sono in salita: conservano la morte di ogni istante.
La granita è in salita, con la panna è in discesa.
Vestirsi è in salita.
I tacchi alti sono in discesa.
Darsi lo smalto è in salita.
Portare lo smalto è in discesa.
I capelli lunghi sono in discesa.
Lavare i capelli è in salita.
L’estate è una salita durissima che comincia col corpo tiepido delle notti di maggio, i pontili aperti, le vene del mare che spargono sale nell’aria. Il corpo bianco, malaccorto. Le nespole. I vestiti leggieri. La gente nuova che certifica l’implacabile giovinezza del mondo.
Il rossetto è in discesa.
L’automobile è in salita.
Gli spaghetti con le vongole sono in discesa.
La carne arrosto è in salita.
Mangiarsi le unghie è in discesa.
Le gardenie sono in salita, e poi a picco, dentro ambiti di cuore vertiginosi che non si possono esplorare senza danni. Le gardenie mi ricordano un uomo che non ho conosciuto, che aveva un patto segreto con loro.
I gerani sono in discesa.
Il budino è in discesa.
I fazzolettini sono in discesa.
Piangere è in salita.
Cantare è in discesa.
Ascoltare musica è in salita.

E tu, tu che cosa sei?

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