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Posts Tagged ‘grammatica della notte’

luna vera

  Che io ci credo, ai segni. Tutti. Figuratevi una luna rossa che ruzzola, immensa, nel cielo del dopo-referendum. Mi ero detta: bene, un altro festeggiamento. La passione sale fino al cielo e tinge pure la luna, la scettica, mutevole, irresponsabile luna.
 Carica dei miei simboli civili – segni, tutti segni: siamo vocabolari a cielo aperto, ma con le pagine mischiate e di una lingua sconosciuta – me ne sono andata in terrazza, a brindare. Avevo il tricolore garibaldino, l'adesivo senonoraquando con l'aquilone, la spilletta antinucleare. Avevo vent'anni da recuperare, alle scuole serali della giovinezza sfumata; vent'anni di attenta osservazione dell'ombelico, di m'ama-non m'ama (non m'amava quasi mai), di case concentriche (che sono altre forme d'ombelico), di ripiegamenti che sono le sconfitte di chi pareggia. Avevo quattro sì e ventisette milioni di matite copiative che tintinnavano in tasca come un gruzzolo nuovo, avevo un sindaco che a Milano aveva stretto venticinquemila mani senza smettere di sorridere. Avevo un numero imprecisato di amici conosciuti negli ultimi mesi, negli affannosi corsi di recupero in Manutenzione Democrazia, Gestione Risorse Civili, Agraria Costituzionale e persino Storia del Risorgimento A Venire: universitari sui tetti, precari nelle piazze (la peggiore Italia: quella che fa vergognare tutta l'altra mezza solo mostrando la faccia), giovani settantenni animatori della resistenza online, terroristi della gentilezza, kamikaze dell'ironia (si fanno esplodere in risate per tutti i socialnetwork e i blog, lo giuro: attorno a loro piovono le vittime: governanti, gerontocrati quarantenni, analfabeti telematici, nani e olgettine).
  Lo sapevo, erano tutti come me in quel momento, naso all'aria, a vedere pure questa: Santoro e Crozza e la Bindi a tingere col ducotone rosso la luna.
 Ho versato nel bicchiere il vino (rosso), e aspettato. Ma la luna non compariva. Che m'è venuto il sospetto che fosse come in Ecce Bombo (gli dei l'abbiano in gloria): l'aspettavamo da qui, la luna rossa, ed è spuntata dall'altra parte. Come l'alba, l'amore o la rivoluzione (in rigoroso ordine d'utopia).
No, eccola.
Piccola, dura, refrattaria. Camminava precisa nel cielo dello Stretto che era stato tutto il giorno fosco ma sgombro, del colore azzurro cinerino dello scirocco. Alle nove e mezza di sera – ed è un'ingiustizia – il Sud è buio come a mezzanotte, per la solita beffa palindroma della luce.
La luna, di taglia piccola, di bordo tagliente, saliva lungo la curva invisibile del cielo. Invasa come da un fumo scuro, come da un malumore. Mentre lei cambiava di colore, arancio-nero-violetto-porpora-grigio-sanguigno, io sono rimasta pietrificata, di pietra lunare, di pietra di catania, di pietra di sale.

  Ci sono segni che non si possono scomodare, altroché.
M'è presa una paura sicuramente antichissima, mentre lei si faceva così scura da scomparire. Sentivo i cani del quadrivio, le gatte pazze che si muovevano nervose. Sentivo il silenzio agitato, invaso dal fermento sobillatore dei tigli, dalla salsedine che sale ai piani alti, con la tristezza già estiva del mare di notte. Sapevo cose di raccolti rovinati, di controincantesimi, di fratindovini, di sortilegi distesi nella campagna.
  Non era una luna di vittoria: era la luna temibile dalle labbra chiuse, dagli occhi sigillati, dal latte rappreso. La luna remota dell'inizio dei tempi, quando sulla cima angusta della terra stavamo a guardarla pieni di terrore, sprofondati nel buio per sempre.
Mi dolevano tutti i dolori (i miei nel cimitero che guarda la montagna, il vasto coro degli assenti, le cicatrici degli errori, le occasioni mancate, gli oblii e i peggiori di tutti, i ricordi). Il futuro s'era cancellato, e non avremmo avuto che la notte, e il nostro proprio cuore da mangiare.

 

Ma è stato a quel punto che la luce è riapparsa, come un punto acuminato che feriva gli occhi. Dalla coda della luna – che è una sirena rotonda – ha cominciato a crescere. Lenta, veloce, calmissima, equatoriale. Spingeva la linea d'ombra liberando striscia a striscia la superficie di sasso della luna, che era d'osso bianco e sabbia di clessidra.
Il rosso si dileguava come il nero, come la paura.
Allora ho capito: era quello il segno, e il messaggio. Quella luce caparbia che spingeva con centomila mani l'ombra, per quanto potesse essere nera, per quanto potesse essere forte, e antica, e invincibile. Quella luce che splendeva per tutto il cielo, restituendo il futuro palmo a palmo.
C'eravamo tutti: io, le zie, Garibaldi, i tigli impetuosi che si muovono in branco per le notti. I “noi” ritrovati (il mio mi entrava alla perfezione, come se non fossi ingrassata d'un chilo), le bandiere. I figli – tutti i figli, che i figli non sono mai di due soltanto – il vino, le gatte, persino il mare.
La luna s'era quasi liberata tutta, quando ho brindato a lei con la marea del bicchiere, che la percepiva e s'impennava. Come una speranza.

 

Dedicato a tutte le lune rosse che inseguiamo, salvo poi aver paura del buio, come al solito.

 

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Il Sud è femmina. Ha centinaia di migliaia di milioni di corpi – di carne, di pietra, di legno, d'acqua, d'aria – e sono tutti femminili. E' femmina il corpo, è femmina il sangue, è femmina il dolore, è femmina il sogno che apre le porte dei mondi.
  Nel Sud tutto è corpo: il sogno, la parola, il nome, il dolore. Un corpo immenso, morbido, striato d'un sangue antico che fa un odore vertiginoso – quello che attira gli dei, che sono golosi e mangiano la sofferenza degli uomini e soprattutto delle donne, si fortificano dei loro sospiri, tali e quali agli spettatori.
  Il corpo di Vittoria è il Sud morbido, bianco, immenso, mortificato. Vittoria cammina con le gambe strette, lo sguardo basso, le braccia sbarrate a trattenere l'onda del seno, del latte di meraviglia che sprizza dalle sue carni compatte di tonno, di lupo, d'angelo. Di femmina.
 Vittoria cammina tutta intera, e fa fatica a trattenersi tutta, ad abbracciarsi tutta, tanto il suo corpo – ma lei non lo sa – è grande, fino all'orizzonte e oltre, fino alla montagna dove siede una Madonna immensa come lei, solo che la Madonna se ne sta al sicuro nel suo nido d'aquila al bordo della rupe, e non viene spogliata e fatta a pezzi dagli occhi dei maschi, non viene comprata e venduta, non viene data in sposa a un uomo brutto, sciancato, manesco, non deve dire sì, solo sì, sempre sì, e mettere al mondo uno dopo l'altro sette figli, ventisette figli, centosette figli, perché il corpo della donna è sempre gravido, immenso com'è, e fertile com'è, che s'impressiona di tutto, e su di esso qualunque cosa cade germoglia: alberi, frutti, case, madonne zitte, muri a secco, seme egoista.
  I figli s'incistano nel corpo immenso delle donne, crescono come bacche dappertutto, salgono come palloncini di sangue delicato, gli occhi chiusi nelle palpebre violette, il cordone granata che pulsa, scambia il sangue, i sogni, le voci. E le donne si disfanno e si ricominciano, spingendo col pieduzzo la culla e tenendo in braccio un bambino, e nella pancia un altro bambino, e nella testa tutti gli altri che sono sempre figli suoi figli comunque figli per sempre: case, parole, bambini, madonne zitte, mariti selvatici, alberi di fichi maturi, sentieri, montagne a perdita d'occhio, e nidi d'aquile femmine.
 Le donne a volte non li vogliono, quei figli che spuntano a grappoli dalle loro carni aperte, piantati nel loro corpo arrendevole senza piacere, senza amore, senza nient'altro che non sia la spinta cieca e sorda della vita, che è femmina e immensa e ingiusta e rapace.
 E le donne si fanno pungere, trafiggere, avvelenare col prezzemolo, squartare, aprire con le mani sporche, fare a brandelli, accecare, azzoppare. Le donne si fanno morire in qualche parte del loro immenso corpo bianco, morire di punta e taglio e dolore, e nessuno a parte loro stesse e le loro sorelle mute lo sa.
  Vittoria tutto questo – che è un segreto talmente immenso da essere sotto gli occhi di tutti – lo racconta in sogno a Gesù, che è maschio e mica le sa, queste cose. Gesù sta seduto nel suo cenacolo di maschi, con la faccia brutta: tu, traditora della vita, le dice, a lei che è stata trafitta e squartata e crocifissa più di lui. Tu, traditora.
E la traditora gli racconta, seduta sul suo corpo infinito, sul quale sorge la montagna e il cenacolo, e siedono gli apostoli maschi, e Gesù maschio figlio di dio maschio. Il corpo bagnato dal mare e alto fino al cielo e profondo fino all'inferno, l'inferno dove nascono e muoiono i figli.
E Vittoria gli racconta, traditora, la sua vita di donna, crocifissa quanto Gesù, più di Gesù, per amore dei figli, della vita. Vittoria senza giovinezza, senza marito, senza amore, Vittoria sola col suo corpo immenso dove sorge il sole e passano i carri e camminano gli uomini con le scarpe piene di chiodi.
Vittoria racconta, e Gesù si commuove: mica lo sapeva, Gesù, quanto dolore ci può stare, nella vita di una donna.
   Ah no, che non lo sapeva. Che ne sanno, i maschi.

 

Saverio La Ruina è maschio, e queste cose non dovrebbe saperle. Forse nemmeno le sa: le sogna perché i sogni glieli mandano le donne del suo paese, della sua montagna. Lui ci parla, con le donne, si fa raccontare le cose delle donne grazie a un dono speciale dei suoi occhi profondi, grazie a un'attitudine di capretto che ispira fiducia. Lui si fa forse attraversare da queste cose – come ha fatto con Dissonorata, come ha fatto con Vittoria – come le canne si facevano attraversare dalla voce degli dei, o gli alberi.
 Lui ci dà la voce di questi corpi, di questo corpo immenso grande come il Pollino, l'Aspromonte, lo Stretto, tutto il mare, tutto il cielo, tutta la montagna. Lui forse, alla fine dello spettacolo – che somiglia più a un sacrificio pieno di fumo sacro e coltelli e un certo dolore prezioso – non sa nemmeno cosa ha detto, quale voce lo ha attraversato.
 Sembra evidente, questo, alla fine della storia di Vittoria, quando Saverio si batte il petto col dito e col pugno, e senti quel rumore di guscio, di canna, di osso sottile che ci separa dai sogni, dalla morte, dall'anima.

 

(dopo aver visto La Borto, monologo scritto e interpretato da Saverio La Ruina, ultima produzione di Scena Verticale, compagnia teatrale di Castrovillari, uno dei motivi per cui la Calabria stupisce senza fine persino noi calabresi, mi sono capitati, al solito, una serie di incidenti: le cose si strappano, si perciano, si bruciano: è il potere magico della parola, la parola diritta come una freccia infuocata. Provate anche voi: se vi capita La Borto non fatevelo scappare)

La Madonna del Pollino regna sugli uomini e sulla montagna

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gemelle e predatrici

  La prima volta che stava per morire, mia madre era incazzata nera con la vita e con dio e pure con noi. La prima notte d’agonia, col suo cervello che continuava a spegnersi e accendersi, la sentivo imprecare con tutta la sua forza di albero, di torrente, di roccia quaternaria, di gramigna.
 La vita d’altronde s’era sempre manifestata in lei come una forza spaventosa, che distruggeva almeno quanto poteva creare: quando partorì la prima volta restò aggrappata per diciannove ore alle sbarre del letto, lottando contro la vita, contro il dolore della vita, e contro la paura della morte. Io sola so che non lottava per assecondare, ma per opporsi a quella vita che lei sentiva esattamente com’era: vasta, potente, distruttiva, spaventosa. La vita era quella tempesta che lei poteva leggere nei fulmini anche una notte prima. La vita era quell’enigma che lei, da medico, affrontava con gli strumenti degli sciamani, delle veggenti, delle guaritrici. 

  Quando partiva per le giogaie diseguali dell’Aspromonte, a dorso di mulo – era medico condotto con indennità di cavalacatura – recitava le sue personali formule, mentre il mulo dondolava e le boccette di vetro, nella borsa, facevano il loro scientifico tintinnìo.
Lei non ci credeva, nella scienza. La scienza la ripagava ignorandola. E lei guariva dove poteva, col tocco delle mani o delle parole, a volte solo aggiustando le uscite imperfette tra i mondi. A volte solo assistendo con le labbra strette a travagli, agonie, decorsi sui quali non c’era nulla d’umano che potesse interferire.
La donna che si uccise legandosi un filo di seta al neo maligno; la famiglia sterminata dai funghi sicuri; la donna con la coda; il bambino ammazzato dalla levatrice che gl’aveva reciso il velo palatale con l’unghio sudicio.
La sua medicina era favolosa, pericolosa. Le sue diagnosi erano romanzi, invettive, lettere a dio.
  Quando toccò a lei non fu diverso. La morte ci provò in un sacco di modi. L’epatite, poi la cirrosi: il fegato secco e duro come una prugna. La pressione che s’alzava e s’abbassava in onde, cavalloni che le riempivano il corpo di liquidi, di malinconie, di urgenze, di letargo.
Il tumore al colon, che chissà da quando aveva cominciato a crescere, come un serpente rosso, e che reagì esattamente con la forza della vita, quando i medici lo scavarono col bisturi: si costruì caverne, giungle, foreste di vita sbagliata, smodata. Era un’altra espressione di quella vita dilagante e distruttiva che lei portava con sè, che lei sapeva sentire dentro la terra e dentro l’acqua.
Noi non capimmo, nella prima notte d’agonia, che lei voleva vivere almeno quanto voleva morire. Che la vita e la morte si equivalevano attraverso di lei, ma col prezzo soprannumerario del dolore.

  Mettemmo quella firma, la condannammo ad altri due mesi di sofferenza. La vita si prese quello che era suo, la morte pure: stavano tutte e due accanto al letto, a schiaffeggiarsi e urlarsi insulti che percepivamo in forma di elettricità, correnti d’aria, cattivi pensieri, temporali di là dallo Stretto. E poi facevano pace e ricominciavano.
Anche l’ultima notte fu così: la vita e la morte erano talmente gemelle che non riuscimmo a distinguerle, quando si misero tra noi e lei, e non riuscimmo più a vederla. Mai più.

Mia madre mi disse che avevo fatto male a firmare per quell’intervento disperato, anche se dopo tre giorni di coma s’era svegliata e venivano a visitarla dall’altra ala dell’ospedale, perché dicevano che era un miracolo, e il chirurgo si guardava le mani e il primario diceva con la sua voce gentile che la speranza è il loro vero lavoro.
Le regalammo altri due mesi.
Io non so se li vorrei, quei due mesi come i suoi. Penso di no.
Voglio fare testamento fin da quella notte, sono ossessionata dal pensiero di chi e come sceglierà per me. Voglio poter scrivere la mia definizione di vita.

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Leda col cigno, appunto

 La donna camminava circondata da uno sciame: erano fiori, o farfalle, o fate molto piccole. Avevano visi stretti dal mento sfuggente, occhi a punta e frinivano in modo riconoscibile. Lei ci parlava ininterrottamente, consigliandosi con loro, o rimproverandole per qualcosa. Era perfettamente chiaro che si trovava a proprio agio.
 Passò davanti all’uomo avvolto nel pitone, che gli rosicava lentamente la base del cranio, senza che lui lo desse a vedere, d’altronde. Nella vetrina si specchiavano tutti e due, l’uomo e il serpente.
La donna delle fate-fiori passò oltre, gesticolando in mezzo allo sciame: non era mai sola, lei.
Viceversa, la donna con la boccia di piranha aveva un’aria afflitta: teneva una mano dentro l’acqua, che nemmeno si vedeva, con tutti quei pesci d’oro terroso e rosso che s’affollavano attorno.
L’uomo coi gatti sembrava sereno: ne aveva due, gemelli, d’angora bianca, che gli camminavano accanto, uno per lato. Avevano un pelo candido che catturava la luce e altre cose. L’uomo sorrideva lievemente. Quando gli passò accanto la donna con la pantera, i felini si sogguardarono e qualcosa d’elettrico corse tra le pellicce degli animali e gli occhi degli umani.
  Per gli animali pesanti c’erano corsie separate: andavano e venivano orsi bruni, elefanti indiani, una giraffa. Due cammelli dondolavano di lontano, ruminando incessantemente e facendo ondeggiare i finimenti dorati: gli uomini accanto a loro avevano visi impenetrabili.
 Una tigre reale passò a grandi falcate, lasciando una scia d’odore muschiato: la donna che portava in groppa era aggrappata al suo collo, i lunghi capelli neri che si confondevano con le strie della tigre.
 Sotto l’arcata del Ponte, lo Stretto era continuamente attraversato da pescespada, orche marine e megattere, accanto a cui qualcuno nuotava o si lasciava portare dalla corrente: non si potevano distinguere le rotte degli uomini e dei pesci, e i loro tracciati argentei disegnavano come una ininterrotta scrittura.

Pensavo alla forma dell’anima, oggi: a volte è una vipera, a volte un moscerino, a volte una cavalletta d’oro posata come una spilla sul risvolto della giacca. Ma a volte è un elefante bianco, a volte un dromedario, a volte una tigre reale. Stamattina m’ero svegliata con accanto un serpente verde veleno. Poi è diventata un gatto pensieroso, una tigre da guerra, una sfinge, una poiana. Dopo aver perlustrato il cielo con gli occhi rapaci e aver riempito le penne d’ossigeno fresco, l’anima è volata giù, s’è accucciata e s’è messa a dormire, il pelo bianco che si muoveva appena al vento.

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anna, anche lei

 “Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
 “Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa – aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
 “Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti.
Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

 “E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse "si gira": gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d’una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Lo so, oggi è la Giornata della memoria, che è una cosa infida e bifida. Ma Anna Frank è stata una di famiglia, molto tempo fa, e volevo ricordarmela. Questo post è stato pubblicato, mille anni fa, nel defunto blog "Incontri impossibili" – gli dei abbiano in gloria il suo ideatore, Herzog. L’incontro impossibile, come è evidente, è tra quel truffaldino di Steven Spielberg e Anna Frank. Ma esistono davvero incontri impossibili? Non li mettiamo continuamente in scena, nella nostra immaginazione che è bulimica e sincronica, come l’inconscio, come lo stomaco?
Memoria e oblìo a tutti voi, in parti rigorosamete diseguali.

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lo stato delle cose fa sembrare il mare una collina erbosa

Anche stasera la porta scorrevole non mi ha tagliata in due.
Novembre sembra aver messo la testa a posto.
Ci sono una quantità di morti, amici e non, che scalano le rovine, e io posso vederli.
Le due uova al tegamino hanno preso decisioni alternative.
Tu mi hai deluso un poco, ma ho saputo sostenere la cosa. In fondo, mi chiedo se non sopravvalutiamo le delusioni.
La notte è equamente distribuita dentro e fuori.
Sotto la spalliera d’edera si muovevano cose, ma era un rumore sano.
C’è qualcosa di marino, in quest’odore di notte.
Vorrei portarmi pietre e cioccolatini in egual misura, domattina.
Tutto questo disegnare alberi m’ha riempito il cuore di paletti. Non era frassino.
Le buche cambiano di posto, ormai ne sono certa. O forse è la strada che si ridisegna con la mano mancina.
L’ultimo ficodindia aveva un retrogusto di paradiso.
Ci sono momenti in cui la mia lucidità mi inquieta. Ma di solito mi sbaglio. Non è lucidità.
La paura era così piccola e solida che l’ho messa a sedere sul letto come una bambola brutta. Inutile farle domande, però.
La miciazza non solidarizza nemmeno.
Passo accanto a tre o quattro superstizioni, che mi salutano affettuosamente.
A volte le cose accadono così lentamente che è come se non avessero suono né peso.
Mi sento come se dovessi andare in miniera. Sarà forse perché devo andare in miniera.

Lo so, sono criptica. Ma ci sono tante cose così misteriosamente collegate. Mastro Jodo dice "la danza della realtà", che solo di rado è una cosa tipo pesci che saltano dal mare, biglietti della lotteria e nodi che si sciolgono. Lei danza quando sembra così immobile che passiamo dormendo, e nemmeno ci accorgiamo di esserci.

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tempeste marine nella voce (per dare una pallida idea)

  Che noi in realtà lo sapevamo: il Mediterraneo parla un sacco di dialetti, ma una lingua sola. Un sardo-siculo-fenicio-castillano-enotrio-catalano-greco-normanno-arabo-ligure, con qualche inflessione locale. Una lingua originaria, spuntata dal mare – che è sempre lezione di coscienza e linguaggio – col suo armamentario di reti, desinenze, nasse, suffissi e vele bianche e nere.
  Noi non sapevamo di parlare così bene il catalano, ma ieri lo abbiamo saputo. Quando Franca Masu, un donna piccola alta quattro metri, una donna esile come un albero maestro, fragile come il ferro battuto, bella come una tempesta marina, è salita – scalza e nera – sul palco. Ha alzato una mano – una mano bella che comanda i venti e le ombre – e lo Stretto è stato subito ai suoi piedi. Navi, costellazioni e fari e tutto il resto. Perché ha riconosciuto l’altro mare, e la donna che lo portava nei gesti, nelle pieghe della gonna e dello scialle, nell’anello rotondo di turchese, nei capelli lucidi pettinati a crocchia. Nella voce.
  Franca Masu viene dalla Sardegna profonda, dove si parla la nostra stessa lingua: sale, dolore, astri che rigano le notti, soli rossi, una nostalgia cupa e acquatica, spiagge, vele, ritorni, sere intrise, sabbie, sassi dell’inizio del mondo, legno, argento vecchio. Le stesse sillabe, che lo Stretto ha riconosciuto, partecipando al sortilegio con le sue terre che cambiavano di posto, le sue stelle piantate sul lungomare, i suoi fanali appesi in cielo, le sue navi zitte, le sue sirene in ascolto.
Franca Masu ha cantato di Alghero, che nessuno di noi ha mai visto ma non ha importanza: abbiamo visto Chianalea, Ortigia, Faro, Scilla, Cefalù. Favazzina, Mortelle, Capo Peloro e Capo Spartivento, e questo può bastare, per un alfabeto.
  Così, Franca ha cantato a beneficio dei venti e delle sabbie, con una voce che passava in un istante da dentro la pancia alla punta della luna, dal fondo celeste del mare alla cima inquieta delle palme o delle dita. Ha inventato alberi, flotte, nasse che salivano cariche di aragoste, coralli, diamanti, alghe, dimenticanze. Ha cantato in catalano, in sardo, in castillano, in italiano. In jazz, in blues, in tango, in flamenco, in bolero, in tristezza e in trionfo, in pace e in agonia. 
  Accanto a lei un chitarrista dalle mani sensibili, un contrabassista, un percussionista scalzo che sapeva fare ogni cosa: i versi dei coralli, delle pietre, della risacca. L’acciottolato dei vicoli, il filo del coltello, la madrepora. Il tintinnìo che fanno certe tristezze, di sera, davanti al mare. Il rombo basso, tellurico, del ricordo.  La verità quando fa rumore di tela strappata.
  In quella foresta di suoni Franca era un albero vivo, da cui sgorgavano racconti in una lingua che sapevamo. Piano piano, era diventata altissima, più alta del pilone, vasta quanto la notte che a volte è così grande che lo Stretto non ce la fa a contenerla tutta, e si riversa fuori impetuosamente, rimescolandosi nel Mediterraneo, che non è solo un mare ma un cosmo e contiene mondi e notti e foreste.
  Quando ha raccontato la storia di Alfonsina il mare è uscito dagli argini e ci ha sommersi: nuotavamo trafitti dal dolore come pesci, mentre Franca liberava dalle mani cavallucci marini, anemoni e stelle. Cantava in sillabe d’acqua che noi potevamo respirare, come i pesci, e adornarci, se volevamo, con stelle marine di dolore, scaglie d’argento di dolore e collane di coralli d’un dolore rosso e vivido che brillava nel buio, e i naviganti potevano seguirlo senza perdersi, come una stella polare sommersa.
  Infine, Franca ha richiamato la notte e il mare con un gesto, li ha riposti nel segreto del suo petto e se n’è andata, come una cometa marina.

Insomma, ci vuole fegato a fare un festivallo cinematografico & co. in riva allo Stretto, alla fine di luglio, parlando di legge 180, violenza sulle donne, cinematografia araba e altre lepidezze (no, il dibattito noooooo). Ma qualche volta si viene ricompensati,  della fiducia e della curiosità, e ieri notte era una di quelle volte. Anche la notte prima, in verità. Un poeta (per fortuna) non laureato, Lello Voce, capitanando una flottiglia di farfalle da combattimento, davanti a una trama elettronica, ha parlato di follia: quella che si vede e quella che non si vede. E siccome la Voce di un poeta fonda un mondo, eravamo un bel mondo di folli che se ne rotolava per la spiaggia di Capo Peloro, tra le navi che ci attraversavano, le luci che cambiavano di posto e i fari che s’immergevano per nuotare di notte. Gli ho chiesto mezza poesia (sette anni prima lo avevo incontrato, e lui aveva spezzato una poesia come un pane, mezza per me e mezza per la mia amica Ughetta), me ne ha data una quasi intera, togliendogliene solo un pezzettino, come una mezzaluna.

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