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Posts Tagged ‘Gomorra La serie’

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Miei adorati, perdonate il ritardo sulle puntate 9 e 10 di Gomorra 3 (le penultime! Dopo, non so come potrete vivere senza i miei resoconti), ma eccomi all’appuntamento, forse non puntuale, ma ineluttabile come un esattore d’ O Stregone.

All’approssimarsi delle feste natalizie si tinge ancora di più di quel suo colore ferroso e sanguigno, la nostra Gomorra, dove il tema delle penultime due puntate prenatalizie è uno solo, per quanto bifronte, e assai appropriato: la Famiglia/il Tradimento. Ovvero, le accezioni del concetto di Appartenenza, che in qualche modo è determinante, a Gomorra (e nelle mafie tutte, di cui questa non è che una declinazione narrativa, un riassunto di archetipi).

Cirù appartiene a Genny? Sangue Blu appartiene a Cirù? Azzurra e Pietro appartengono al Venerabile Ancorché Incazzoso Avitabile? Patrizia appartiene a Scianel? E ancora, Forcella appartiene ai Confederati o agli hipster? Secondigliano appartiene alle scimmietelle solite, con la scimmietella capo femmina, Scianel? (che brinda con Patrizia: “Alla nuova regina di Secondigliano”. La precedente era stata Donna Imma Savastano, che però era reggente, in nome e per conto di Don Pietro carcerato: siamo di fronte a un’evoluzione? O piuttosto è solo gender mafioso, cioè una cosa reale quanto un unicorno o un pensiero di Giovanardi: il sistema di potere, di potere violento, è lo stesso, ed è maschile, quindi Scianel & Patrizia o O Stregone e O Sciarmant è la stessa identica cosa).

Perché ciò che lascia più sconcertati è questo riferirsi ai pezzi di territorio posseduti, spartiti, messi a frutto. Interamente posseduti: avete presente quelle scene in cui i guaglioni del team Forcella, o anche dei Confederati, arrivano a montare qualche bisinìss? Li vedete entrare in case, cucine, tinelli mentre la gente fa l’uncinetto, conversa, prepara la moka. Come se entrasse un colpo di vento, uno spiffero, niente: continuano a vivere la loro vita, in bassi angusti dai muri scrostati, in vie miserabili, in edifici che cadono a pezzi, senza quasi vederli, quei traffici continui, fitti, complicati. Quegli oggetti (quei borsoni) che cambiano posto. E’ l‘immanenza di Gomorra, una categoria dello spirito e della materia, la sua natura di Ultracorpo che prende il posto di tutta una convivenza civile, della sua economia, dei suoi rapporti di forza, delle sue relazioni più intime.

Sangue Blu ha vinto, all’apparenza: lo spin doctor Cirù Ex Immortale va a parlare co O Stregone, il Gandalf dei Confederati (identico, ma senza barba: pure l’anello, c’ha. I gomorresi tutti hanno un’attrazione fatale per gli anelli, come già sapeva Tolkien: un anello per ghermirli e nel buio incatenarli), e gli dice quello che lui sa già (mai dimenticare che le conversazioni a Gomorra sono tutte simboliche: ogni parola sta in luogo di qualche gesto, ogni gesto di qualche fatto, ogni fatto vale quanto un discorso, o anche più. Le conversazioni hanno luogo non per comunicarsi qualcosa, ma per continuare con altri mezzi i combattimenti, lo studio dell’avversario, l’esposizione di colori di guerra, penne di corteggiamento, profferte segrete, l’osservazione in cerca di segnali di cedimento, o di tradimento, o di debolezza)(Falcone lo diceva, che tutto è comprendere quel linguaggio, che non somiglia nemmeno lontanamente al nostro: Buscetta, prima ancora di rivelargli qualunque fatto, gli insegnò il linguaggio dei fatti, dei detti, dei non detti).

E allora Forcella può festeggiare, né più né meno come avviene la sera dopo le elezioni, il suo Sangue Blu (una cosa tipo la corona di nuovo ai Savoia, o Palazzo Chigi di nuovo a Berlusconi, diciamo). E lì Carmela, la sorella saggia di Enzo, pur mettendolo in guardia nel suo ruolo di Cassandra (che le donne sono tutte un poco Cassandre, e infatti scassan-drano-o la minchia a dovere), poi per la prima volta lo chiama col suo titolo: Sangue Blu. Ripristinato il diritto di nascita, nella monarchia di Forcella.

Che poi Carmela c’ha un altro problema: Cosimino, suo figlio. Il principino, sarebbe. Che lei vuole lontano dalla strada, per il noto paradosso: siamo i re di Forcella, ma ci piacerebbe essere puliti e altrove, anzi mo’ ci proviamo, ma per le prossime generazioni. Che intanto crescono col nostro esempio, e vogliono solo essere noi. Il dilemma delle generazioni.

Infatti, appena Carmela muore – una morte strumentale, per aumentare il caos e spingere alla guerra – Cosimino va dove lo porta il cuore: a sparare per il quartiere in sella a una motocicletta. E quindi io vi chiedo: Cosimino a chi appartiene? A Forcella, su cui vuole regnare (imbottendola di droga, inquinando la sua economia, imponendole le decime, ma dicendo la solita cosa: “Questo è il paese che amo”)? A sua madre Concetta, uccisa in un camerino mentre indossa il vestito più brutto del mondo? A suo zio Sangue Blu, che parte per la vendetta a testa bassa, che era esattamente l’effetto che il regista occulto di tutto ciò voleva ottenere (voi non ci crederete mai, ma Genny Savastano, malgrado l’aspetto da cercopiteco rasato male e malgrado lo ricordassimo tutti come un ragazzotto fondamentalmente sciemo e succube di Cirù e di sua madre, in quest’ordine, dopo l’Erasmus in Honduras, che evidentemente fa miracoli, è diventato una specie di Andreotti-MichaelCorleone-Zu’Totò)?

E mister Avitabile, l’Apicella incazzoso suocero di Genny che tiene in reclusione sua figlia Azzurra col nipotino, che senso della famiglia ha esattamente, visto che consegna il bambino ai Confederati, presumibilmente non per una vacanza studio ma come ostaggio di rango per piegare Genny-Giulio-Michael, ma quando poi torna accenna una carezza invisibile a madre e bambino? Dove scorre l’amore, a Gomorra, il luogo in cui tutti tradiscono gli affetti più cari (o li uccidono, come fece Cirù con la moglie Debora, come fece Genny col padre).

E Azzurra, che nella serie precedente non aveva mosso ciglio quando Genny aveva spedito suo padre in carcere per toglierlo di mezzo, e ora va e gli dice “Se Pietro non torna a casa io t’acciro”, lei a chi appartiene?

L’appartenenza di ciascuno – spesso proclamata, sempre sostenuta da grandi manifestazioni di sentimento e attaccamento – è continuamente mobile, riposizionabile, a volte contraddetta da tradimenti, rovesciamenti, sparigliamenti che le sole ragioni del mercato e del potere non spiegano. I due esempi più eclatanti sono il rapporto che lega Cirù a Genny, che le categorie freudiane non bastano a spiegare (è una ‘nticchia edipico e una ‘nticchia proiettivo e una ‘nticchia competitivo), e la figura di Patrizia, che fa un doppio o triplo gioco rischiosissimo (ma di lei non sappiamo molto, pur essendo di solito, noi spettatori, onnisciemi. Patrizia è interamente chiusa, selvatica, fredda: la sua sicurezza non è di chi ostenta potere, ma di chi ha l’immenso potere di non avere nulla da perdere, di non essere toccato in alcun modo da quello che accade. Uno dei personaggi più inquietanti, sui quali il potere di Gomorra di pervertire le esistenze ha dato un risultato pazzesco, tanto che Patrizia sembra quasi umana, rispetto alle maschere di Grosz degli altri. E invece.).

E gli hipster di Forcella, a chi appartengono, adesso? Dalla comunità solidale ed egualitaria dei vecchi tempi si sono trovati in una monarchia costituzionale con a capo Sangue Blu, poi in una tirannide eterodiretta da Genny-Michael. Loro che si credevano una forza d’opposizione al Sistema,  ci si ritrovano dentro fino al collo (ma come, non lo dovevano aprire come una scatoletta di tonno?), a prendere ordini dagli uomini d’O Sciarmant, essere costretti a spacciare merda (mentre il loro prodotto sì che era di qualità, mica questa roba cinese) ed essere sorvegliati pure in casa loro.

Il colmo è quando i due responsabili d’una fronda spacciatoria vengono platealmente puniti e uccisi da Genny in persona davanti ai Confederati, Lì è il momento “La stangata”: tutto finto. L’irruzione, l’esecuzione. Li vediamo colpiti a morte sul molo, uccisi a beneficio delle telecamere e dei Confederati, e poi sbucare dalla scaletta, coi giubbotti antiproiettile (e certamente inseriti, da subito, in qualche programma protezione testimoni che deve esistere pure a Gomorra, no?).

Un altro doppio gioco.

L’appartenenza è sempre tra chi è Famiglia e chi non lo è. Il Padre, il suo fantasma, assilla, come fossero Amleto, tutti: chi lo ha avuto e lo ha perso per mano d’altri, chi non lo ha avuto mai e lo ha visto nel padre di altri, chi lo ha ucciso, chi vuole incarnarlo, chi lo fugge. Una psicanalisi di Gomorra ci aiuterebbe a capire tante cose.

Postilla onomastica

Assieme alla lingua, una delle cose più sorprendenti è l’onomastica di Gomorra. Se invece che spacciatori e assassini i gomorresi si mettessero a fare gli sceneggiatori sarebbero i primi del mondo.
O Stregone. O Sciarmant, O Crezi e O Diplomato: i Confederati sono un trattato del potere e delle sue maschere, ma anche dei suoi epiteti.
Scianel (che con O Sciarmant si trova benissimo: nomina sunt consequentia gomorrae). L’Immortale. O Bellebuono, O Golia, O Vocabulario (alcuni del team Forcella). O Cardillo, O Principe, O Capaebomba (gli estinti ragazzi del vicolo Miracoli).
I personaggi non stanno dentro i loro nomi (che poi sono tutti uguali: Ciro, Gennaro, Vincenzo, Antonio), esondano, si forgiano un soprannome che è un epiteto omerico, un grido di guerra, uno stemma araldico.
Che cosa singolare, vedere una delle forze più potenti della Terra, l’immaginazione, al servizio del Male, del Poco, dell’Orrido, del Criminale.

La frase del giorno

La dice Carmela moritura al figlio: “La morte fa schifo. E’ uno spreco esaggerato”. Esattamente. Pensate quanta morte semina e ha seminato Gomorra. Che spreco esaggerato.

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dragone

Miei adorati, stamane Sky mi ha fatto trovare, come un regalo di Natale, le puntate 7 e 8, e così non posso esimermi. Le avvertenze sono le solite: se non volete spoiler, non leggete. Se non vi piace Gomorra, forse posso volervi bene lo stesso, ma non è sicuro.

Se le puntate 5 e 6 erano un trattato di economia politica, le puntate 7 e 8 sono il trattato dei trattati: l‘Arte della guerra. O meglio, l’Arte della guerra da Sun Tzu a Sun Zu’ Totò. Perché c’è poco da fare: quando è guerra, è guerra pi’ tutti. E mo’ che Genny e Cirù, gli Unionisti, sono scesi in campo, i Confederati devono fargli la guerra, si sa: nordisti contro sudisti, Quartieri Spagnoli contro Forcella, Vomero contro Secondigliano.

La guerra a Gomorra è molto strana: consiste in un sistema di attese e differimenti, di movimenti falsi e immobilità frenetiche (“Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile”, diceva Sun Zu’ Totò, che chiaramente era nato a Mergellina), di pazienza e furore in parti uguali. Tanto, come diceva donna Imma Sun Tzu Savastano, “E guerre n’è vince chi è cchiù forte, ma chi è cchiù brave a spittà”. E non c’è nessuno più bravo di Cirù l’Immortale (che da questa puntata sappiamo pure perché lo chiamano così: mica perché è sopravvissuto a tre guerre di camorra, una spedizione suicida in Spagna a trattare coi russi, una sessione di roulette, appunto, russa e una flûte intera di pipì del boss, ma perché fu l’unico sopravvissuto di un palazzo intero al terremoto).

La guerra a Gomorra si fa con le armi dell’avversario, possibilmente: in senso psicologico ma anche pratico (e qui, non vorrei doverlo ripetere, si evidenzia ancora una volta la presenza del borsone come accessorio determinante per la vita stessa di Gomorra: un proibizionismo applicato ai borsoni darebbe più risultati del sequestro giudiziario dei beni).
La guerra a Gomorra si fa prevedendo le mosse altrui, e non facendo le proprie (“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”: “Nun t’accirimme mo’ picchì nun è o’ momento”).
La guerra a Gomorra si fa come si fa tutto il resto: con la minaccia e l’avvertimento, e possibilmente combattendo il meno possibile (“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”), e pensando molto prima di ogni mossa: chi non pensa, muore (ve lo ricordate, no, Sonny Corleone nel Padrino?  Quello sparava invece di pensare, ed è finito com’è finito).

La guerra per Genny e Cirù la deve fare anzitutto Sangue Blu, l’hipster pizzaiolo di Forcella, ma è necessario fargli un seminario apposito: “Tu addà pensà prim’e sparà”, gli dice Cirù. E poi, la guerra vuole i generali e i soldati: basta con questa cooperativa. La camorra comunista, solidarista e dal basso di Sangue Blu e i suoi ragazzi non si addice alla falange macedone necessaria per battere i Confederati: “Tu addà cumannà”. Senza primarie. Manco fosse Forza Italia.
Così Sangue Blu fornisce la falange, Scianel – che ora lavora nel rame pompe funebri, introducendo il suo tocco Pompeiano Circense alla già sobria estetica funeraria partenopea – i capitali e Cirù la strategia. Genny – dalla sua base operativa, un appartamento in Barocco Allucinogeno con vista sulle Vele di Secondigliano – fornisce il rancore e i rudimenti di diplomazia internazionale appresi durante lo stage in Honduras.

La cosa più interessante è il nuovo arrivato, Valerio detto “Vocabolario”, l’unico (dopo Geggè buonanima, il contabile ucciso per contrappasso con un dono di laurea usato come tirapugni) a non avere bisogno di sottotitoli e a usare un sicuro congiuntivo. Perché è un ragazzo di Posillipo, e nel rigido sistema di caste partenopeo più o meno un Bramino. Valerio è un “chiattillo”, ovvero un fighetto altolocato (“Pure i chiattilli tengono e ‘palle”), ma procaccia ottimi affari e sembra pure di sangue freddo (sembra), e fondamentalmente incarna questo mistero profondo di chi nasce in vetta ed è attratto dal fondo, da quelli del fondo che non vorrebbero altro che arrivare alla vetta. La casa di Vocabolario è grande, piena di stucchi, sculture, mobili antichi: la caricatura di quella casa, la sua parodia atroce è quella che vediamo abitare ai boss, col loro Napoleonico Dopato, il Rococò Confusionale e il Tardo Secondiglianese Stroboscopico (il pezzo forte di queste puntate è il dragone dorato sulla scrivania di uno dei Confederati, Elia). Allora ci appare chiaro, il mostruoso scontro di poteri antichi e poteri antichissimi, di zecchini e bitcoin, di caste remote e recenti, di monarchie plebee e repubbliche tiranniche, di conflitti e collusioni che s’intrecciano convulsamente, come una capigliatura di serpenti in testa a un solo idolo: il Potere.

Ancora una grande prestazione del Team Forcella, che in questa puntata fa a pezzi un intero carico di sanitari e ripulisce il capannone in un’ora e poi mette su in una mattinata un sistema di pony express con consegne personalizzate (ma glielo vogliamo trovare un progetto socialmente utile, a questi ragazzi?).

Postilla sul gomorrese.

La lingua di Gomorra è un idioma di ceppo indoeuropeo affine all’Alto Elfico.
La caratteristica principale è la compressione, ovvero quel fenomeno glottologico per cui i parlanti tendono a pronunciare il numero maggiore di sillabe in un’unica emissione di fiato. Esempi: “songhì” (sono io); “aggittnò” (ho detto di no); “s’nannaì” (se ne devono andare)(è una delle declinazioni fondamentali di Gomorra, la flessione per intero è: mnnaì, tinnaì, sinnaì, cnammaì, vnataì, s’nannaì); “chbbuòemè?” (che vuoi da me?).
Altra caratteristica forte è, all’opposto, lo strascinamento sillabico: un’unica sillaba viene prolungata per un numero variabile di secondi. Esempio: “rishhhhh” (Dici, che si usa al telefono al posto di “pronto”).
Tutto è entrare nel ritmo dell’emissione e contrazione di fiato, quest’enorme respirazione collettiva che fa sembrare qualunque conversazione un sospiro, un’esalazione, un gemito sfuggito, doloroso.
Molti non comprendono la natura respiratoria del gomorrese, e si irritano perché hanno bisogno dei sottotitoli, come se fosse una lingua straniera. Invece non lo è: abitiamo tutti una qualche porzione di Gomorra, senza saperlo. Basta tendere l’orecchio, e si avvertirà l’eco del suo respiro pesante, del suo sfiato, del suo gemito senza fine

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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ciro assassin creed

Miei adorati gomorroici come me, sento irrefrenabile l’istinto di commentare le puntate tre e quattro di Gomorra -La serie.
Se vi piace e non volete spoiler, saltate il post.
Se non vi piace, state senza penzieri: vi faccio contattare da un amico mio, Genny Savastano.

Puntata tre

Dove scopriamo che forse tutta l’Europa, o persino tutto il mondo, è una Scampia, ma con meno friarelli.
Cirù l’Immortale sta scontando la sua pena facendo il picciotto d’un bulgaro feroce, tale Valentin il Butterato, che passa il suo tempo in una palestra allenando lottatori, che poi sarebbe la metafora di quello che in effetti tutte le mafie fanno dappertutto: tengono schiavi che aizzano a combattere per riscuotere le scommesse, ingrassando sul sangue altrui e fingendo che in quella lotta ci siano regole e persino sportività.

Cirù parla bulgaro come se fosse nato a Sofia, e sa essere feroce quanto e più d’un mafioso bulgaro medio, ma la tesi qui è che in fondo gli affari sono affari, e tutta quella crudeltà gratuita ed epicurea che ci mettono ‘sti slavi non sta bene, infatti Valentin e suo figlio, Mladen (che ricordano tanto don Pietro e Genny prima versione, ma Genny invero molto più babbasonazzo, che in siciliano vuol dire scemone, e pure un poco mammato), sembrano i veri cattivi – ma qui si tratta, come mi venne detto da uno gruosso, di cogliere l’eterna lotta tra cattivissimi e pessimi.
Dunque il cattivissimo Ciro, uccisore persino della propria amata moglie (che s’era miessa into’ miezzo), di fronte ai pessimi bulgari ci fa pure una bella figura. Anche perché loro mica si limitano a un onesto narcotraffico e a una civile rete di estorsioni:  fanno cose ancora più nauseanti, tipo il traffico di clandestini (Cirù quasi si commuove quando quello morto durante il trasporto nel vano ruota di scorta del suo Tir viene cremato, forse addirittura cromato, in un altoforno) e la tratta delle bianche, mostrando la superiorità etica del camorrista rispetto al mafioso dell’Est.

Quella che è certificata è la bruttezza come tratto distintivo dei territori in mano alle mafie, un criterio ancora più certo della scia di sangue: segui il brutto, arriverai al pessimo (questo anche come consiglio alle forze dell’ordine, che in Gomorra non sono presenti nemmeno per sbaglio, come se fosse un mondo invisibile e parallelo, un Mondo Di Sotto del quale, da sopra, si vedono solo incerte tracce, si tenta di ricostruire fatti e passaggi oscuri: eppure la bruttezza è così evidente e clamorosa che fa da assoluto segnale).

I bulgari, però, oltre che feroci, sono pure scemi, e quando tentano di fregare Cirù, coinvolgendo persino una banda di onesti camorristi perdenti che spuntano dalla lontana Forcella con un borsone di soldi falsi (alla terza puntata della terza serie possiamo affermare con certezza che il borsone è un accessorio fondamentale per le mafie tutte, compare in ogni scena importante, trasporta armi, denari, droga e all’occorrenza tranci umani macellati all’Eurospin – cfr. puntata due – e tracciare i borsoni darebbe risultati più concreti che intercettare le telefonate)(poi non dite che non ve lo avevo suggerito, Procure) per comprare droga vera, in un marchingegno talmente contorto e inutile che sembra un emendamento di Calderoli, è chiaro che Cirù s’incazza di brutto e, come è sua indole e suo destino, sovverte una ‘nticchia le gerarchie e li ammazza tutti: Mladen davanti alla Jacuzzi e Valentin sul parquet della palestra.
Ovviamente,  Cirù, che qui è sia bruto (con la minuscola) che uomo d’onore, libera la schiava sessuale di Mladen, la riporta in Albania e in un impeto paterno le dice “Fa ‘a brava”. Un bulgaro l’avrebbe rivenduta subito, per dire. Che tempra morale: o tempra, o mores.

Puntata quattro

Ragazzi, peggio di Scianel ho visto in tv soltanto Cersei Lannister. Sono tutte e due bionde, perfide, assetate di potere e con figli più scemi di loro che regolarmente muoiono per colpa loro. Hanno pure più o meno la stessa età, con la differenza che Cersei è una figa spaziale mentre Scianel subisce l’effetto anagrafico gomorroico (un anno di un personaggio di Gomorra, ma in effetti di tutto il mondo, vero, delle mafie, vale come sette anni di una persona normale), quindi Cersei ha 40 anni e Scianel poco di più, ma ne dimostra 280.
Ora è uscita di prigione, ed è talmente preoccupata della sua piazza di spaccio e dei rapporti con Genny Savastano che lo incontra ancora prima di rifarsi i colpi di sole (e ho detto tutto).

Tanto, ormai come consigliora c’ha Patrizia, che è meglio pure di Tom Hagen nel Padrino (anche perché vive in una casa tutta di piastrelle verde salamandra fino al soffitto, con un tabernacolo luminoso della Madonna che ricorda la sobria scenografia della casa di “Carrie, lo sguardo di Satana“, e quindi c’ha tutta una sua concentrazione ascetica e infallibile).

Ma ora per Genny i nodi vengono al pettine: il suocero Avitabile (che somiglia sempre di più a un Apicella, ma più incazzoso) ormai tiene in pugno il contabile Geggè e si sa, chi ha il contabile ha tutto (vedi Al Capone o Equitalia).
Confermando che il contabile del boss è il mestiere più pericoloso del mondo, il buon Geggè, così studioso e puliticchio, ci lascia le penne, e viene ucciso in modo ineccepibilmente simbolico, oserei dire freudiano: Genny lo uccide a pugni, usando come tirapugni l’orologione d’oro che suo padre Don Pietro Buonanima aveva regalato a Geggè per la laurea (sottotesto: mi era sempre bruciato che tu fossi quello istruito e mio padre a me, a parte motociclette e conti a Panama, non avesse mai regalato nu’ cazzo, e mo’ mi vendico in un colpo solo di lui e di te, sfaccimm’ col congiuntivo e l’orologio).
E quando arriva l’ultimo carico di droga honduregna Genny, che si era presentato all’incontro coi “calabresi” – devo sottolineare, con un moto d’orgoglio, che i “calabresi” costituiscono entità ulteriore e iperurania persino per i gomorresi: c’è sempre un calabrese che compra o vende droga, un calabrese che fa un agguato in Germania (ogni riferimento a fatti o persone è intensamente vero), un calabrese che si può interpellare per risolvere o complicare le cose. I calabresi sono la Suprema Corte, la Cassazione del Crimine. E queste sono soddisfazioni – dunque, Genny viene rapito. Gli ammazzano pure gli ultimi due Ragazzi del Vicolo, il mitico CapaeBomba e O’ Cardillo (che O Principe e O Track erano già morti nella seconda stagione), subito dopo il giuramento di fedeltà brindando con la Peroni.
Bene, voi direte, ma quindi questo cazzo di suocero è un quaquaraquà o uno gruosso? Gruosso, anzi gruossissimo: spuntano con lui tutti i boss di tutti i quartieri di Napoli, praticamente tutt’O’ Sistema. Tutti a sputare su Genny, insanguliato e mullingianato pesante a terra, spogliato di ogni ricchezza, appoggio (gli mostrano pure il compare honduregno decapitato con una foto sul gruppo boss Whatsapp) e signoria. Il suocero gli sussurra che pure moglie e figlio non sono più cosa sua. E viene lasciato come un sacco di monezza in mezzo a Scampia, che pure per il Sistema è periferia.

Ma intanto, che era successo? La puntata in effetti era cominciata come “Assassin’s Creed“, con Cirù nei panni di Ezio Auditore, o Callum Lynch, o Aguilar De Nerha, che poi sono sempre lo stesso personaggio: un assassino pericolosissimo che gira col cappuccio. Cirù, col cappuccio, torna a Napoli e si presenta a Forcella, dai camorristi hipster perdenti, discendenti del capostipite di tutti i gomorresi, O Santo (“Mio nonno faciva i miracoli come San Gennaro“), ma ridotti a una decina di giovincelli pluritatuati e sostanzialmente ladri di polli.
Il capo, il roscio Enzo, gli fa un’offerta che Cirù può tranquillamente rifiutare (con un momento davvero scespiriano: “Due sule cose cuntano: a sciorte e ‘e cumpagne“), ma sappiamo che non durerà.

Insomma, sono tornati al vicolo corto, passando di nuovo dal via. Cirù e Genny, soli contro tutti. Minchia.

 

(ci vediamo venerdì prossimo. Statev’accuort).

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