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Posts Tagged ‘farcia forever’

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la casa delle zie tra i mondi

Alla cena di Natale eravamo centotré, inclusi gli animali domestici (le miciazze, gli acari, mia cognata e lo iorksciair terriè del Cinese), i morti, i finto viventi e i vicini derelitti. Ché a Natale non si chiude la porta in faccia a nessuno, e le zie hanno una specie di mensa caritas almeno fino all’epifania, che non ti puoi affacciare nel loro giardino e dire: “commare c’avrei un languorino” che loro t’ammollano una porzione di lasagne, uova come viene viene, un petrale benedetto e un sorso di nocino solforoso.

Tanto, le zie cucinano ininterrottamente dal 19, ma non so di quale mese preciso.

E’ che a Natale, finalmente, ci parliamo. Ovviamente, ciascuno con le parole che può e che ha. Zia Vanda, per lo più, si esprime in petrali: tira la pasta con duecento uova e fiordifarina, li farcisce di fichi secchi, mandorle, vino cotto, amore feroce, nocciole, pensieri, scorza d’arancia, preghiere, li cuoce in forno a temperature sconosciute, li glassa di bianco e di rosa, con la granella colorata e i diavolini d’argento. Zia Mariella amministra la giustizia, divide i pani e i pesci e probabilmente li moltiplica: i pacchetti per i nipoti degenerati, per i bisnipoti ingrati, per le cugine amorose, per la vicine commari, per i nemici e per gli alleati. Zia Enza pulisce i carciofi – che è come fare il confessore o lo psicanalista – e impasta polpette che poi distribuisce così, girando attorno al tavolo col vassoio e imboccando gli ospiti, ed è ovviamente una comunione familiare, in cui si viene compresi e assolti, quali che siano i tuoi peccati o i tuoi pensieri.

I morti vengono sempre, e hanno sempre fame: mio padre, che è uomo retorico e aristotelico, fa discorsi, mia madre sta in disparte con lo scialle e la faccia assorta (non sopporta la morte, e si considera ancora offesa personalmente), altre file di sedie sullo sfondo ospitano non so bene chi, cugini col cappello e bisnonni leggendari e anche ospiti di passaggio, che non hanno fatto in tempo a raggiungere altre tavole, o forse sono stati catturati dal cerchio inossidabile che stringe tutti noi. Mangiano pensieri, briciole, sguardi che cadono di lato, desideri.

Mia cognata pure, mangia tutto e ne chiede ancora. Puoi darle ogni cosa, gamberi caponata benzina verde chiavi inglesi da sedici. Con la bocca stretta dipinta di vermiglio, la pelliccia di Crudelia Demon che non si toglie neanche a tavola (è segretamente convinta che vogliamo derubarla, non si persuade che mio fratello gliel’abbiamo regalato senza nulla a pretendere e avremmo qualche difficoltà a riaccettarlo indietro) e la borsetta di pelle umana appesa alla sedia, mia cognata mangia fino all’alba del giorno dopo, fermandosi solo per aprire i regali (quest’anno le ho regalato il “Galateo” di Monsignor Della Casa, con un biglietto del tipo: “Cara M., come sai detesto i regali inutili. So che questo ti sarà utilissimo. Con stima e simpatia”) e tentare di assaggiare il polistirolo delle imbottiture.

Ogni tanto scendono le vicine-commari, che fanno parte della famiglia almeno quanto la moglie di mio cugino, o anche molto di più: Franca di sopra, Teresa la cartomante, Nuccia di sotto, la fidanzata del prete, Rina senza uomo, Milleunanotte.

I cugini sono molti: trentotto si chiamano Stefano, venticinque Michele. Stefano è il nostro santo preferito, dopo il nonno, Togliatti, Padre Pio e Che Guevara. I nostri Stefani sono molto belli, di solito: hanno polsi sottili, chiome abbondanti e voci musicali. Portano i segni della famiglia: le sopracciglia unite, i denti luccicanti, le ossa piene di presentimento.

Mangiamo tutti ogni cosa: i pesci, i pani, le polpette. Il capitone, i tortellini, il babà alla panna. Mangiamo il fatto di essere così vicini, così identici da non poterci quasi sopportare. Mangiamo la distanza che di solito ci separa e qualche volta ci salva. Mangiamo il mistero di amarci nonostante e soprattutto. Mangiamo il fatto di essere così pochi, così tanti, così circondati dal buio, così caparbi a volerci.  

Mia trisnonna Carmosina appare verso mezzanotte, scendendo come una colomba di centocinque anni dal soffitto, bianca come lo zucchero o gli angeli, in posa benedicente.

Prendiamo la sua benedizione e la spezziamo e la mangiamo. Per tutto l’anno.  

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la casa blu per il 2009

Preferisco sottintendere.
Preferisco il pomodoro con il pane.
Preferisco essere smentita da ottime evidenze.
Preferisco il cinema alla tivù, e il teatro al cinema, e la vita quando impara da tutti e due e viceversa.
Preferisco i viaggi nel tempo alle agenzie di viaggio.
Preferisco le parole cariche come nuvole temporalesche.
Preferisco farcire.
Preferisco la prima impressione.
Preferisco i sogni della fine della notte.
Preferisco le bugie vere alle verità bugiarde.
Preferisco ricordare che riuscire a dimenticare.
Preferisco gli usignoli, ma anche i corvi, che cantano sull’albero genealogico.
Preferisco l’odore muschiato delle tigri.
Preferisco conservare le cose, perché le vita ama sprecarsi e non è giusto.
Preferisco giudicare: è quello che ci distingue dagli animali.
Preferisco ridere: anche quello ci distingue dagli animali.
Preferisco i luoghi che ti mantengono giovane e ti salvano dalla banalità, come lo Stretto, i sette mari, i paesi di mezza costa, certe città. Nessuna montagna, però.
Preferisco fare.
Preferisco la bellezza, ma so che costa carissima.
Preferisco coniarmi da me il denaro.
Preferisco i capelli lunghi.
Preferisco gli avverbi di modo.
Preferisco i gatti.
Preferisco considerare le ipotesi stravaganti.
Preferisco essere sorpresa.
Preferisco gli orecchini.
Preferisco le spiegazioni fantasiose: la terra che gira attorno al sole, l’amore eterno, la fata dei denti, la bontà dell’uomo, la letteratura, il cinema.
Preferisco gli esercizi di pazienza della cucina.
Preferisco i rossetti luccicanti.
Preferisco le fate madrine.
Preferisco le zucche che tornano principesse.
Preferisco i piccoli.
Preferisco l’argento.
Preferisco gli angoli acuti.
Preferisco la pizza margherita.
Preferisco le domande.
Preferisco le cose invisibili.
Preferisco le case blu.
Preferisco non saper scegliere tra due cose, e volerle entrambe, e forse anche una terza.
Preferisco le moltiplicazioni alle sottrazioni, e le addizioni alle divisioni.
Preferisco contare su numeri immaginari: millanta e passa, centodì, ottobre, vantanove, trentini, nuvette e candotti, cinquìschio, seibello, eccetera eccetera…

Il presente elenco vale come manifestazione di buone intenzioni per il 2009, tra cui quella di evitare la desertificazione del blog. Naturalmente è evidente che si tratta di una ecolaliste basata sull’immensa poesia di Wislawa Szymborska qui, alla quale l’imbrattapixel di questo blog non è degna nemmeno di temperare le matite, s’intende. Ma la buona volontà c’è tutta. Anche perché, come si è sempre detto, questo blog è per Molly Bloom, la donna che dice sempre sì, piuttosto che per Mr. Bartleby, quello che, comunque, preferirebbe sempre di no… Che sia un anno di farcia e di sì. Sì, sì, sì…

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l'estate libera sparvieri di luce

  Che io oggi vorrei proprio scrivere un consuntivo di quest’estate, coi suoi uccellacci neri e le sue mariecristine, e invece no. L’estate, appollaiata sul balcone, mi fa “no” col ditino.
Non sono ancora finita, che credi?
Ma prima o poi dovrai finire: stanno cominciando le scuole, fra poco porteranno i panettoni al supermercato. E ci sono già i vestiti invernali, nelle vetrine. A proposito, quest’anno si usa il viola.
Bella forza, sono anni di penitenza
.
E tu che ne sai, di penitenza?  Le dico schermandomi gli occhi, perché oggi è una giornata di luce ostile e diffusa, con lo scirocco che sfuma i contorni di tutte le cose e infila microscopici specchi nelle bolle d’aria, e tutti riflettono il cielo nebbioso di chiarià insopportabile.
  Lei non risponde, fa un gesto neghittoso dei suoi e vola sul balcone vicino, come un angelo pavone dalle piume azzuroviola (ah, ecco).

Comunque. Principio l’inventario irragionato dell’estate fin qui trascorsa (lei si volta con quella faccia di gorgone bella, mentre scrivo: le faccio un cenno, essì, ho capito ho capito).

  PROFEZIE, UCCELLACCI E UCCELLINI

 L’estate di Cassandra è cominciata con l’autotrasloco, il trasloco endogeno: dalla  stanza del caos al resto della casa. Una guerra civile. Un naufragio. Come se la casa fosse esplosa e continuasse ad eruttare vite, dispense, perline, appunti non decifrabili, monete, tagliaunghie, sottocoppe, graffette.
  E io che, ogni giorno, con una pazienza minerale che non so da dove mi viene (dall’Aspromonte, suppongo), mi metto a dividere il grano dal loglio, e poi a riconsiderare il loglio e rimetterlo nel mucchio del grano, trovandomi esattamente al punto di partenza. Il fatto è che non riesco fisicamente a staccarmi dalle cose: la casa è fatta di cose appiccicose, non tutte visibili, che ti restano addosso. Moriremo come tartarughe ciclopiche, con case e case incollate addosso.
  Insomma, a un certo punto arrivo – facendomi strada tra mucchi di fotografie, golfini, matite e custodie vuote di cd – a una borsa preziosa. Ci sono le mie foto più amate: quelle di mia madre da ragazza, quelle in bianco e nero del mio periodo grigio, quelle di mio figlio piccolo, quelle inclassificabili piene di morti e vivi. C’è molto di più, in effetti. Bollette, cedole di stipendi del ’93, bottoni enigmatici, gessetti spezzati.
  Alcune foto le metto da parte: le mie zie al completo, coi canini che scintillano. Io piccolissima e loro vestite a lutto. Mio padre giovane davanti a una pupa di ghiaccio (erano gli anni Cinquanta e le donne erano pure ipotesi di fantasia). Mio padre, mia madre e in mezzo il Cinese.
  Il Cinese è un mezzo parente, non molto caro anzi quasi per niente. La cosa più significativa che si può dire di lui è che ha gli occhi a mandorla e ama dirigere il valzer di Strauss con la forchetta, mentre è a tavola. Immagino sia tutto.
E io, chissà perché, resto a fissarlo, lì stretto tra i miei genitori, che sono neri e brillanti, e mi dico: ma guarda il Cinese.
 Intanto, mentre frugo nella borsa, che è profonda anni e anni, comincio a sentire un odore sempre più forte. Dolciastro, sgradevole. Insopportabile. Mi guardo attorno, guardo la miciazza che, accanto a me, s’è ridestata dal suo sonno di gatto diurno, e ha le vibrisse tese. Dentro quella borsa c’è qualcosa.
L’odore è sempre più forte e mellifluo. Ha qualcosa di irrimediabile.
E no, non viene da fuori. E poi la miciazza è inequivocabile: gira attorno alla borsa, coi suoi cerchi da barracuda peloso. Miagola storto e profondo.
Insomma, credo di capire.
Un cadavere, certamente. Sogguardo, e vedo qualcosa di molto grosso, e nero. Forse non proprio un mammifero, ma.
  Non ho il coraggio di andare fino in fondo – anche se ho visto un sacco di telefilm e adoro Tempe Brennan – e aspetto rinforzi.
Quando – sono le due ed è appena finito il telegiornale – arriva il mio ex marito, col suo completo da becchino, mi sembra il più adatto. Lo lascio solo con la miciazza e la borsa.
  Resto fuori dalla porta dieci minuti, a torcermi le mani e pensare alla sepoltura.
Quando esce, persino lui è sconcertato:
Ma sai cosa c’era lì dentro?
Non sono nemmeno sicura di volerlo sapere
.
No, lo devi sapere, mi fa lui positivista.
Dai, dillo, sospiro io.
Fa una faccia strana, deglutisce: C’è un… uccellino.
Morto? dico io che mi aspetto sempre di tutto.
Certo.
Ah.
 In effetti non è un uccellino, è più una gazza robusta, nera con qualche penna bianca, ma non lo saprò mai con certezza perché non partecipo alla rimozione del cadavere: se la vedono lui, la miciazza e il bambino, positivista e necrofilo come spontaneamente i bambini.
 Alle tre è finita, e io singhiozzando porto nel bidone tutte le mie foto più care.
Alle cinque mi chiama zia Mariella: Hai saputo?
No zia, cosa
.
E’ morto il Cinese. Improvvisamente, alle tre.

1- continua

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i carciofi sono rose, ma consapevoli

  Mamma, ho fatto i carciofi ripieni.
Sì, li ho scelti come dicevi tu: violetta, ma spinosi. Protesi, ma chiusi. D’un verde soprannaturale, un verde carne di mostro. Sono fiori animali, i carciofi. Non si limitano a essere, loro si comportano. Basta vedere l’aria che prendono quando li metti in una boccia di vetro con l’acqua.
 Sì, mamma, tu riempivi la casa di fiori-non fiori: i carciofi, il prezzemolo, le zucche, le patate americane che fiorivano a cascata sopra le librerie. Poi, quando ti regalavo le rose, sbuffavi e le facevi morire. “Sono già morte” dicevi tu, ma era la tua natura assassina che parlava. E comunque era vero: arrivavano congelate dall’Olanda, stecchite.
 Le uniche rose che ti piacevano erano quelle rubate, selvatiche, prepotenti peggio dei carciofi. Allora potevi farle sopravvivere per mesi, nutrendole solo del tuo sguardo succulento (ma era un incantesimo, e io non sentivo le parole).
Avevano colori inverosimili, d’altronde. Nero albicocca, viola temporale, azzurro pesca. Verde carciofo.
 “Sono pieni d’acqua amara” dicevi, e li sbucciavi col coltellino, i carciofi, poi li tuffavi in una tiana d’acqua e limoni tagliati. L’acqua diventava marrone scuro. Io pure, mamma, certe volte diventavo marrone scuro: mi lasciavi a macerare nella mia propria acqua di rancore, e aggiungevi pure il limone. Io ero adolescente, e le acque scure m’erano familiari. No, non era dolore. Era un dolore del corpo, piuttosto, di quelli che identificavo come malattie mortali, ogni giorno una diversa. E tu ogni giorno facevi la magia, e mi guarivi.
 In realtà era il mio corpo che sfuggiva al tuo, e non se ne dava pace. Mi chiamava altrove, e non poteva perdonarselo. Mi voleva bella, pronta per altri futuri, e non si rassegnava. Nemmeno tu, mamma.
  Così tu sbucciavi veloce, un giro dopo l’altro, e tuffavi nell’acqua acida, dove restavamo in silenzio anche per mesi e per anni. Ma prima mi avevi mostrato una cosa che dovevo sapere: il cuore era un inganno. C’era tanta di quella paglia, attorno.
 “Guarda, si fa così”: afferravi un cucchiaino e col manico scavavi in un attimo il cuore del carciofo. Lo facevi sempre, con tutti i cuori. Ma tu toglievi la paglia, io lo so. E poi le cicatrici si chiudevano, e tutti a dire: mmmmmh che delizia questo cuore. Era un cuore scavato e rosolato, spremuto dell’acqua amara.
Non servono a niente, i cuori con tutta la paglia e l’amaro. Il tuo, quando moristi, era così puro e netto che si rifiutò d’accettare la morte per quasi una notte. Avevi passato una vita a togliergli paglia e acqua, paglia e acqua. E noi vedevamo solo il gesto delle tue mani abili, e pensavamo che tu fossi spietata. Sì, lo eri. Come lo sono gli angeli, i demoni, le gardenie, i carciofi.
 Poi ti voltavi, e preparavi la mollica consata: mollica di pane vero, che macinavi da sola, usando i resti del pane. Ti mancava, fare il pane. La pasta, la croce sulla forma prima d’infornarla. E non usavi mai il coltello: “Il pane si spezza con le mani”. E’ fatto apposta. E’ l’alimento più umano, perché sazia prima lo spirito, il gesto.
 Io non taglio mai il pane, e tutti mi guardano male, ma io so quello che faccio, e il pane poi è contento.
Mollica, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, olio. La farcia.
Tu scavavi e poi farcivi. Aprivi e chiudevi le ferite, con le stesse mani.
Foglia per foglia, e poi abbondante nel cuore scavato: per farcire ci vuole un vero senso dell’abbondanza, che è solo un’altra forma dell’amore. Farcivi furiosamente, come a stipare in quel cuore tutto quello che avremmo potuto perdere, quello che avremmo dovuto conservare, e non separarcene mai più.
  Ho farcito tutti i carciofi, ci ho messo dentro la tua furia amorosa che faceva il vuoto per fare il pieno. Mollica, formaggio, prezzemolo. Tre anni di malattia, quella Pasqua sul terrazzo, guardando lo Stretto con un’intensità da far tremolare l’aria e muovere i gelsomini chiusi. Ci ho messo tutte le volte che ho preso il traghetto, compresa l’ultima col cuore che mi raschiava la gola, (la paglia era già venuta via, restava la prima pelle). E tutte le volte che l’avevo preso, sì, ma per fuggire da te, dal tuo coltello, dalla tua acqua amara. Prezzemolo, aglio, olio. Ti lasciavo nelle tiane d’acqua marrone, nella penombra della casa che s’era fatta stanca. La paglia accumulata negli angoli con gli anni s’era schiacciata, adattata. Non la vedevamo neanche più.
  Li ho fatti cuocere nel loro stesso vapore, per un sacco di tempo non calcolabile. “Ci vuole il tempo che ci vuole” dicevi tu, ma non era reticenza. Era che non glielo potevi spiegare, come facevi tu a misurare il tempo. I carciofi cuocciono il tempo di un’adolescenza. Il tempo d’un vaso impastato di dolore. Il tempo d’una rosa selvatica rubata all’inferno. Il tempo d’un traghetto in un giorno di scirocco. Il tempo americano nella pendola e il tempo spagnolo del coltello. Il tempo delle mollette, del soffritto, del rammendo. Il tempo della distanza.
Mi tocco il cuore, oggi, mamma. E’ ripieno.

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la dispensa immaginaria della spesa immaginaria: serve per vivere

  Sono andata a fare la spesa. Era uno dei supermercati dell’anima: certi luoghi di pellegrinaggio dove torno a contemplare le olive aspromontane, le uova di quaglia, il formaggio greco con la scritta in greco, mio padre che spinge il carrello carico di roba inutile, tra cui un set completo di cacciaviti e trenta prese scart, mia madre che compra diciotto bottiglie di tisana di rosa canina e fiori d’arancio (ma non le berrà mai: lei fa come me, compra le idee, il garbo, la promessa delle cose, e volete dire davvero che quella non sazia più di tutto?). Ho incrociato me stessa al liceo, che scopriva le orecchiette pugliesi al dente: a casa mia la pasta si mangiava insopportabile e scotta, come la faceva mia nonna che metteva a bollire la vita anche per ore, nel tentativo d’ammorbidirla. La pasta scuoceva, la vita mai. Poi c’ero io negli anni dell’ospedale, quando mi rifugiavo al supermercato tra un turno e l’altro, e compravo salviette bagnate, cuscini da collo, cioccolata disperata, molti fazzolettini di carta e spray disinfettanti. Il cuore mi batteva così forte che a volte bloccava le ruote del carrello, e l’angoscia pulsava come una porta meccanica, come un jingle, come un registratore di cassa.
  Prendo tre di tutto, per sicurezza: tre amori, tre morti, tre chili d’uva spina. Cartelle dal dorso duro, per quando mi verrà voglia d’archiviare le foto e le lettere (in che ordine? lo stesso dei corridoi: prima patatine fritte, volani, macchine per l’arcobaleno, portarotoli, yogurt alla paprika, libri su padrepio, cerette, poi caffè e zucchero di canna, mozzarelle, pepato fresco o stagionato, poi carni rosse e bianche, d’angelo di sirena di manzo argentino di grifone, e quattro tipi di pane, con la giuggulena, coi sesami, col rancore, col coltello), molta frutta e verdura, perché in un’altra vita, la prossima, voglio mangiarne cinque porzioni al giorno.
  Compro tre chili di zucchine, tre mazzi di carote, sei melanzane violetta, peperoni rossi e gialli, per il colore (mia madre faceva le teglie e stendeva il bucato secondo i colori: ha fatto anche una figlia bruna e un figlio biondo per lo stesso motivo, solo che non ci volevano stare, distesi nella teglia a strati alternati, ed è venuto un pasticcio). Un sacco di patate nuove, col loro aspetto di cera fresca. Tutte le clementine che trovo. Tarocchi – arance e carte: leggo il futuro negli spicchi, mangio impiccati e temperanze, spruzzo gli amanti col succo acidulo e li divoro, a volte taglio la polpa al vivo, e la buccia è un unico nastro arancione, che collega il passato col futuro, e noi ci camminiamo sopra, dondolando. I broccoli, certo: so tante cose sui broccoli che non ho bisogno di mangiarli. So che si deve mettere un pezzetto di pane bagnato nell’aceto sul coperchio, prima di cuocerli. So che mia madre faceva cuocere la pasta nella loro stessa acqua, che era verde, e aveva proprietà misteriose. Resuscitava i morti, rimescolava i pensieri. Battezzava le case. Oppure si possono saltare coll’olio, l’aglio e il peperoncino, e poi affogare nel vino. Né rosso né bianco: il vino nero, ci vuole. Allora i broccoli cominciano a dire cose, cose. Cose di rami, di radici. Cose zitte. Cose con certi occhi.
Io forse non ci faccio niente, con queste verdure. Le tengo lì.
Come i cinquanta pacchi di pasta, i rotoli d’alluminio, pellicola e carta da forno. I pacchi di sale, grosso e fino, la salsa delle bottiglie, l’olio. Il riso, e ora pure l’orzo, il farro, il grano. I fichi secchi, le noci. Provviste per la guerra.
  Le facciamo sempre così, tante, tantissime, dieci sacchi, mille bottiglie, tremila quintali, perché la paura della guerra, della fame che aveva mia madre ci metteremo centocinquant’anni, per finirla tutta.
Ma la cuociamo al dente, però. Tiene meglio il sugo.

L’ho sempre sospettato, ma ora lo so. Io faccio una spesa immaginaria (anche se la pago in euri veri), per tutta la famiglia, anche quella morta e lontana, anche quella finta, anche quella che non so, non c’è, non vuole. Devo dare da mangiare a un sacco di bocche, non tutte mie (ma anche mie). E allora compro, compro. Non mi sazio mai, di non saziarmi. Immagino le ricette che potrei fare, le leggo pure e qualche volte le ricopio, le attacco sul frigorifero coi magneti a forma di panini, caffettiere, pacchi di riso. Saziano anche loro. La mia amica dice che "è la farcia", calabra e irrimediabile. Non lo so. La farcia è la superficie delle cose. E non si finisce mai. Mai.  

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