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Posts Tagged ‘ecolaliste’

sì, siamo in un circo. nella parte delle bistecche lanciate alle tigri

Se dovessi acclarare che la Costituzione è stata sostituita nottetempo col regolamento del Monopoli;
se dovessi acclarare che – dopo le ministre Simpatia, Modella Domani, Cinema ed Eleganza – la nuova moda sono i ministri ventiquattrore, i ministri-lampo, e forse in futuro avremo pure i ministri retroattivi, o i ministri usa-e-getta che sono pure più ecologici;
se dovessi acclarare che le intercettazioni ledono la privacy di onesti cittadini che si sono fatti una posizione lavorando duramente dai gradini più bassi della (Onorata) società, fino da quand'erano picciotti;
se dovessi acclarare che la 'ndrangheta si è padanizzata, parla con lo sciusciù milanès, compra condomìni e sta preparando un suo padiglione all'Expo, sezione imprese italiane nel mondo, e magari vota pure per la Lega;
se dovessi acclarare che quattro sfigati pensionati, ormai annoiati dal tressette, avevano deciso di fondare la P3 solo per svagarsi un poco, anche perché d'estate le bocciofile chiudono;
se dovessi acclarare che la cricca sta approntando la sua manovra economica, con tanto di piani di edilizia, grandi opere anzi grandissime, ecoballe, ecomostri, cenette e cotillons;
se dovessi acclarare che per costruire un grattacielo nella Valle dei Templi occorre solo una ricevuta firmata dal portiere;
se dovessi acclarare che andremo tutti in pensione a novant'anni compiuti, direttamente dalla cassa integrazione senza passare dal via;
se dovessi acclarare tutto questo, io penso che resterei sconvolta. Ma poi mi dico che no, non è possibile che sia accaduto a mia insaputa, e senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse.
Mi dico che è fantascientifico almeno quanto il 2012, la laurea del figlio di Bossi o il Ponte sullo Stretto. Mi dico che simili cose non possono succedere, in un Paese appena appena normale. Vero? Vero? Vero?

Pezzullo uscito oggi sull'Unità, ma in gestazione mentale da un po'. In effetti, mancano un sacco di altri "se dovessi acclarare" (non sapete per una calabrese farcitrice come me quanto è difficile contenersi nello spazio di milleottocento battute: il mio horror vacui ha orrore), non tutti così politici.
Chessò: se dovessi acclarare che ho passato più di metà della mia vita a occuparmi di quisquilie, mentre i miracoli si appoggiavano ai nostri lampioni;
se dovessi acclarare che tutti i miei sforzi per essere migliore di mia madre, o anche solo diversa (e questo parallelismo tra diversa e migliore dice già tutto quello che io non posso dire, o verrei immediatamente incenerita dai caschi blu del Super Io);
se dovessi acclarare che la mia militanza nel partito del bello e del giusto è solo illusoria, transitoria, fallace e probabilmente fallimentare;
se dovessi acclarare che la parte migliore di me è già trascorsa;
se dovessi acclarare che le cose di cui ho più paura sono tremendamente vere;
se dovessi acclarare che la mancanza d'amore è quasi meglio dell'eccesso d'amore, e io ho rischiato di non sopravvivere a entrambi;
se dovessi acclarare che l'illusione non si può mangiare, è molto nutriente lo stesso ma io non so come fare a masticarla;
se dovessi acclarare che tutto quello in cui credo non crede per nulla in me;
se dovessi acclarare che non so come si acclara nulla, a partire da me…

continua fino all'infinito e oltre…)

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Premessa: sapete quello che penso delle catene (trattasi di catena telematica, che infuria su feisbuk come una volta, ai bei giurassici tempi, infuriava tra i blog). E di chi mi incatena. Ma siccome sono una peccatrice, col vizio della virtù e il peccato dell’innocenza, vi perdono.

Le virtù teologali

FEDE
La fede è quella di mia madre,di oro rosso con qualcosa di ardente, qualcosa di antico, qualcosa di povero e caparbio. E i nomi graffiati dentro. Ecco, la fede è quando hai un nome graffiato dentro, nel giro del cuore, e non puoi prescinderne. Sicché io ho fede nella cupola del cielo, nella persistenza di mio padre e mia madre dentro di me e qualche volta pure fuori, nella tenuta del castello d'aria e immaginazione in cui vivo e tengo i miei affetti e qualche volta le mie parole.

SPERANZA
Dev'essere quella dea gentile e sfigata che hai solo quando non la vedi svolazzare, come una falena di taglia grossa, attorno alle macerie luminose. La speranza vera è quella invisibile pure a te stesso, quando ricominci, senza nessun talento per il futuro e nemmeno per il presente, ti rialzi e vai.
Ci dev'essere una certa quantità di speranza minerale aspromontana nelle mie ossa di donna calabrese tragediatura ma vitale, che scambia la speranza con il coraggio, e tutte e due con la durata malgrado, nonostante, purtroppo.

CARITA'
A scuola, dalle suore, m'hanno insegnato quella pelosa, quella circospetta, quella che nasconde una compravendita, o una sanatoria.
Poi ho saputo che, nel fondo di quella parola, brillava la charis, la grazia luminosa di ciò che è caro e bello e desiderabile. Allora ho capito che è una forma d'amore, ed è anche più bella quand'è all'ombra. Lasciamocela.

Le virtù cardinali

PRUDENZA
Non correre. Non sporgerti. Non tuffarti da lassopra. Non aprire quella porta. Non mangiarne tanto. Non provarci. Non andarci a letto. Te lo avevo detto, io.

GIUSTIZIA
La giustizia è una malattia. Una sete, una fame chimica, un ronzìo nelle orecchie, un soprassalto di sangue. Una malanova. Quando ti prende vorresti la spada dell'arcangelo, per diventare subito ingiusto facendo giustizia.
Perché in fondo è una dea severa dalle carni gelide e dal tocco imparziale, ma qui in Calabria la veneriamo col nome di vendetta, qualche volta, che è solo la sorella gemella e focosa dagli occhi fosforescenti che ti tormentano al buio.
Io sono vendicativa e rancorosa, maneggio il cric e dentro di me la chiamo sempre Giustizia. Non so se lei si volta, quando la chiamo.

FORTEZZA
E' rocciosa e invisibile. Consiste nel prendere l'aliscafo per duemila volte di seguito e fare la strada dell'ospedale, per trovare lei lì, un poco di meno ogni volta, e inseguire quel suo modo d'andarsene, e poi uscire a cercarla e sapere che non la troverai mai più.
E’ sopportare il prima e anche il mai più.

TEMPERANZA
Ha gli occhi verdi, armoniosi, alieni. Probabilmente consiste nel fermarsi un attimo prima. Troppo presto, per quelli come me.

I vizi capitali

SUPERBIA
Li guardo con disprezzo. Arriccio il naso. Tengo la testa ben alta, e faccio un sorriso mezzo e sottile, sperando che li tagli. Anche le parole le lucido come una collezione di lamette.
Non li sopporto, i cretini.

AVARIZIA
E' un portone sempre chiuso. E' la donna che legge l'oroscopo accanto al letto dove lui rantola con gli occhi ciechi. E' la cassetta dei gioielli di famiglia sepolta viva in qualche cassaforte, cogli orecchini di granato che perdono colore e le perle che appassiscono di solitudine.
Non siamo avari da molte generazioni – a parte mio fratello e mia cognata, che contano pure i fazzolettini di carta – ma siamo l'opposto che pure è un peccato: il mi bisnonno fu l'unico a tornare dall'America più povero di prima, con una sola tazzina da caffè, ma con le mani cosparse di polvere d'oro, di tutto l'oro che ci era passato attraverso.
Abbiamo ereditato quel tocco rovinoso e in fondo felice.
La povertà può essere una forma di ricchezza, e la generosità una forma d'avidità. Siamo avidamente generosi, rapaci di prodigalità.

LUSSURIA
E’ lussuria, se voglio entrare nella sua anima passando dal suo e dal mio corpo uniti e spalancati? E’ lussuria se voglio entrare nella mia anima passando dalla sua? E’ lussuria se amo col tatto, con l’olfatto, con l’immaginazione? E’ lussuria se faccio sogni roventi, ma ero sveglia? E’ lussuria se attraverso giungle di carne e mi fermo ad ammaestrare leoni a divorarmi?
No, infatti.

INVIDIA
L’invidia con gli occhi stretti siede alla finestra e sputa veleno. Ci guarda passare, con gli ombrellini di carta, il rosso sulle labbra, i capelli sciolti, non più belli o più fortunati di lei, solo più liberi, e impreca dentro di sé. Poveretta.

GOLA
La gola non è un peccato, è una sineddoche.
Io ce le ho avute tutte da piccola, la sineddoche, la metonimia, il chiasmo e pure lo hysteron proteron. Perché di questo si tratta: ogni volta, vuoi raccontare l’universo mondo, oppure mangiarlo, incorporarlo e fartene nutrimento.
Sì, io mangio il mondo a mozzichi, con le sue allegorie e la sua cioccolata fondente, i suoi corpi e le sue matite, le sue melanzane ripiene e rivuote, i suoi anacoluti crudi con un poco d’olio e polvere di zenzero, di zanzotto, di zanzibar.

IRA
E’ il mio peccato preferito, o forse sono io la sua peccatrice preferita. L’ho ereditata da mio padre, che soffriva di collere fredde fino a che ha avuto la giovinezza che gliele temperava (a torto si crede la giovinezza una stagione di tempeste: la giovinezza è piena di timori, esitazioni e dubbi), e in vecchiaia è diventato un iracondo tropicale. L’ira confina con la giustizia, con la vendetta, con la tolleranza e l’intolleranza: invade i confini e marcia come sulla Polonia, e tu non puoi farci nulla.
L’ira mi mangia viva, certe volte, e so che ne morirò, come per un guerra civile senza vincitori e con tutti vinti.

ACCIDIA
Solo una vera pigra può guardare negli occhi l’accidia e dirle: non mi piaci. Non mi piaci.

Infine: ho sempre pensato – dal momento che nel remoto passato anche qui c'incatenammo coi peccati – che queste liste siano poco attuali. Aggiungerei un altro elenco di peccati capitali e di virtù fondamentali. Ma è un elenco aperto, che vi invito a continuare voi. (come mi ricordava Matteo Pelliti, qui gioca l'eco di remote catene. Dedico vizi e virtù allo scomparso Effe, al quale si devono alcuni dei nuovi peccati capitali qua sotto, gli dei del web l'abbiano in gloria)

PECCATI CAPITALI

Indifferenza
Intolleranza
Violenza
Sudditanza
Ipocrisia
Silenzio

VIRTU’ FONDAMENTALI

Accoglienza
Coraggio
Condivisione
Partecipazione
Linguaggio

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Chi scrive i libri che nessuno immagina?
Chi legge i libri mai scritti ma che avrebbero proprio dovuto?
Dove se la ride, adesso, Neruda?
Chi indosserà mai più il suo basco da sognatore?
Perché trovai questo libro nel fondo d'un dolore incandescente e come riuscì a distrarmi?
Perché per molto tempo pensai che non esistesse e l'avessi solo scritto con l'immaginazione?
Esisteva?
Esiste?
Qualcuno forse risponde mai alle domande?
I poeti dicono di farlo, ma non sono i più bugiardi di tutti?
Soffre di più chi sempre attende di chi non ha mai atteso nessuno?
E' sensato che io continui ad attenderti?
C'è posto per qualche spina? domandarono al roseto.
C'è posto per qualche rosa? domandarono al roveto.
Perché non so mai quale sia la versione giusta?
Esiste una versione giusta?
Cosa firmeranno i presidenti del cielo?
Sei tu quello che non aspettavo?
La luna ci dà ogni notte lezione d'inatteso, inquietudine e rivoluzione?
O preferiamo il brillante conservatorismo delle stelle?
Il vuoto è di destra, di sinistra o solo un buco nero zen?
Mi senti, quando non ti chiamo?
E' sensato rifiutarsi di credere che tutto sparisca, ma anche che tutto rimanga?
Siamo più portati per la fratellanza o per l'omicidio?
O tutti e due, senza sapere quale, ogni volta?
Dove sarò mai, quando non ci sono?
L'amore è una borraccia o un oceano?
Vieni da me con la mano aperta e i canini affilati?
Quando di nuovo vedo il mare, il mare m'ha visto o no?
Il gatto m'affascina perché sa tutto o perché io non so nulla di lui?
Dove andremo quando finiranno le strade?
Ciò che aspetto, lo sa di me?
Tutte le parole che potrei scrivere fanno romanzi per conto loro?
C'è nel cielo dello Stretto un collezionista di nuvole?
Il colore giallo quale vitamina mi comunica?
Se potessi scegliere sul serio, sceglierei ancora te?
La punta della piramide si sente sola?
Il teorema di Pitagora si applica ai triangoli sentimentali?
Posso fare la rivoluzione da sola? disse la luna
E io, la sto facendo abbastanza o è solo un'orbita di qualcun altro?
I personaggi dei romanzi diventano tuoi parenti, dopo un poco?
Tu resterai abbastanza straniero da abitarmi il cuore?
La poesia è la sovversione più a portata di mano?
E' sensato che un libro scateni la rivolta?
Ogni libro dovrebbe farlo?
La goccia d'acqua troverà mai l'anima gemella?
Chi gridò di gioia quando nacque il colore azzurro?
E il nero quando prese il lutto?
E il latte, che infinita riserva di luce possiede?
Quando si spegne il ricordo di ciò che siamo stati moriamo davvero?
Si può fare poesia con le sole domande? (sì)

Sarebbe la recensione-recinzione del Libro delle domande di Neruda, testo filosofico quant'altri mai, che consiglio a tutti. Mescolate alle mie, ci sono anche 5 (cinque) sue domande (anzi, quattro e mezzo). Le riconoscerete subito, infatti. Ma il gioco che spero è che ne aggiungiate di vostre, un sacco. Un sacco di domande è come un sacco di romanzi che cominciano, o anche finiscono.
Perdonatemi, è solo il legittimo impedimento del cuore sul cervello e della pancia sul cuore.

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la casa blu per il 2009

Preferisco sottintendere.
Preferisco il pomodoro con il pane.
Preferisco essere smentita da ottime evidenze.
Preferisco il cinema alla tivù, e il teatro al cinema, e la vita quando impara da tutti e due e viceversa.
Preferisco i viaggi nel tempo alle agenzie di viaggio.
Preferisco le parole cariche come nuvole temporalesche.
Preferisco farcire.
Preferisco la prima impressione.
Preferisco i sogni della fine della notte.
Preferisco le bugie vere alle verità bugiarde.
Preferisco ricordare che riuscire a dimenticare.
Preferisco gli usignoli, ma anche i corvi, che cantano sull’albero genealogico.
Preferisco l’odore muschiato delle tigri.
Preferisco conservare le cose, perché le vita ama sprecarsi e non è giusto.
Preferisco giudicare: è quello che ci distingue dagli animali.
Preferisco ridere: anche quello ci distingue dagli animali.
Preferisco i luoghi che ti mantengono giovane e ti salvano dalla banalità, come lo Stretto, i sette mari, i paesi di mezza costa, certe città. Nessuna montagna, però.
Preferisco fare.
Preferisco la bellezza, ma so che costa carissima.
Preferisco coniarmi da me il denaro.
Preferisco i capelli lunghi.
Preferisco gli avverbi di modo.
Preferisco i gatti.
Preferisco considerare le ipotesi stravaganti.
Preferisco essere sorpresa.
Preferisco gli orecchini.
Preferisco le spiegazioni fantasiose: la terra che gira attorno al sole, l’amore eterno, la fata dei denti, la bontà dell’uomo, la letteratura, il cinema.
Preferisco gli esercizi di pazienza della cucina.
Preferisco i rossetti luccicanti.
Preferisco le fate madrine.
Preferisco le zucche che tornano principesse.
Preferisco i piccoli.
Preferisco l’argento.
Preferisco gli angoli acuti.
Preferisco la pizza margherita.
Preferisco le domande.
Preferisco le cose invisibili.
Preferisco le case blu.
Preferisco non saper scegliere tra due cose, e volerle entrambe, e forse anche una terza.
Preferisco le moltiplicazioni alle sottrazioni, e le addizioni alle divisioni.
Preferisco contare su numeri immaginari: millanta e passa, centodì, ottobre, vantanove, trentini, nuvette e candotti, cinquìschio, seibello, eccetera eccetera…

Il presente elenco vale come manifestazione di buone intenzioni per il 2009, tra cui quella di evitare la desertificazione del blog. Naturalmente è evidente che si tratta di una ecolaliste basata sull’immensa poesia di Wislawa Szymborska qui, alla quale l’imbrattapixel di questo blog non è degna nemmeno di temperare le matite, s’intende. Ma la buona volontà c’è tutta. Anche perché, come si è sempre detto, questo blog è per Molly Bloom, la donna che dice sempre sì, piuttosto che per Mr. Bartleby, quello che, comunque, preferirebbe sempre di no… Che sia un anno di farcia e di sì. Sì, sì, sì…

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inventario ragionato della vita (Pedro Cano, da Le città invisibili)

Anima: qualche volta l’ho intravista. Nell’angolo dello specchio, riflessa su una vetrina, seminascosta sotto un bavero. Stava con certezza nel gatto, sveglio ma pure addormentato, nel tango quasi sempre, in alcune persone. In altre no, chissà perché.

Brillocco: l’ho scoperto quest’anno. Ora lo so: si può essere felici con un anello da tre euro. E c’è chi ne spende trentamila, pensate.
(ps: questo rientra nella categoria Anima, però: l’anima brilla, ma non solo perché è preziosa, piuttosto perché sa ridere).

Cristiana: non è un aggettivo, è una persona. Ma è una persona che è davvero un aggettivo. Certe volte penso che bisogna cercarne più che si può, aggettivi e avverbi. Magari gli avverbi da vecchi, però.

Dio: niente da fare, risponde sempre la segreteria telefonica.

Estate: quest’anno è durata sei o otto mesi, in una casa come un pozzo. Il giorno che me ne sono andata, il cielo è stato il più bello che ho mai visto: l’azzurro nero profondo che faceva male agli occhi, premeva su tutte le terminazioni nervose dell’anima, spremeva fuori i ricordi come il sangue dalle rape. Era un premio per me, lo so. Gliel’ho pure detto.

Faccia: ho scoperto che mia zia L. ora ha la faccia di mia madre. Mi sono seduta con lei sotto la vite, a sentirla raccontare, ma cercavo di vedere comporsi mia madre, attraverso lei. Poi ho ascoltato davvero.

Gatto: era ora.

Harry Potter: nel mio giornale sono diventata la massima autorità vivente in materia. Vale più del Medioriente, giuro, anche se meno di Prodi.
(Citazione dell’anno: “Occorrerà scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile”. Vero: il contrario di giusto non è ingiusto, è facile).

Isole: non posso farne a meno. Voglio una casa eoliana attraversata da venti, capperi, luce.

Libri: ieri ho visto uno sgabello fatto di libri di legno, bellissimo.

Mamma: è l’anno che mi sei mancata di più, e io lo sapevo che era così. Via via che mi trasformo in te mi manchi come solo si può mancare a se stessi, senza rimedio, senza quiete.

Noi: ho mandato una spedizione di ricerca per trovare i confini di questa parola, disegnare un minimo di mappa, definire una geografia. Non mi danno notizie da mesi, quei maledetti.

Obeso: dicono che il mio albero di Natale è obeso. Non è vero: è il mondo, che è anoressico.

Paura: ne resta sempre troppa. Una persona che ho perso per strada, quest’anno (no, non è morta, s’è solo allontanata, e duole comunque), m’aveva letto così chiaramente le linee della paura, sulle mani dell’anima, che quasi m’aveva consolata, quasi m’aveva fatta coraggiosa.

Qualunque: Cetto La Qualunque è un genio.

Rose: ho ricevuto le più belle rose della mia vita. Sono alte quanto me, tenaci, autenticamente vermiglie. Il loro splendore è così sfrenato e consapevole che incute rispetto.

Simpatia: “con stima e simpatia, affanculo” (vedi Qualunque)

Tu: tu lo sai.

Uova: ne compro sempre troppe. Compro sempre troppo di tutto. Ho la sindrome dello scoiattolo, del rifugio atomico, del becco vuoto. Avere un frigo pieno, una dispensa che trabocca mi rassicura. C’era un sottoscala, nella casa di mia nonna, dove si conservava tutto (angeli, chiavi, salami, peperoncino, amore, sale grosso, coltelli, idee, fazzoletti rossi, caffè, rancori, nocino, rimpianti, alloro), e le cose duravano anni. Alcune durano ancora adesso. Chissà se è ereditario, il sottoscala.

Vino: ho fondato il MOLINA, ovvero Movimento di Liberazione dal Nero d’Avola, quindi regolatevi.

Zie: ne vorrei molte di più, per proteggermi. Ma poi ce ne vorrebbero altre ancora, per proteggermi da loro.
Volevo anche scrivere zen (lo so, non vale, lo sto scrivendo lo stesso, ma questo è un blog calabrese e autoritario), che è la contromisura necessaria alle zie e alla loro benedetta, salvifica, distruttiva calaberritudine.

E’ un catalogo ragionato e abbecedato di quello che è successo quest’anno: i nati, i morti, i matrimoni, i divorzi, le opere pubbliche, il dare e l’avere. Le imposte, le scale, i terrazzi. I parquet, le scarpe da tango (ne ho cinque paia, adesso)(no, non le ho messe alla voce "scarpe" perché questo è stato anche l’Anno dell’Affanculo, e la cosa andava registrata. Esistono, le priorità). I dolci, gli amaretti, i coltelli. I regali rotondi e quelli a punta. Gli amori (ce n’è uno col pelo bianco che sta facendo le fusa qui sulla sedia, mentre scrivo, e così scrivo in bilico, ma io scrivo sempre in bilico), le assenze. Mio padre, che aveva una mente contabile, diceva che i bilanci sono sempre in pari. Mia madre, che aveva una mente incontenibile, lo guardava senza dire niente. Avevano ragione, tutti e due. Buon anno a tutti.

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un bicchiere d'acque (Magritte - La corde sensible)

 Con l’acqua il paese di mia madre cominciava e finiva.
Cominciava con la fontana dell’Acqua medicinale, che aveva sette virtù: faceva i denti bianchi, catturava la luna, dava sapore al pane, curava la gotta, la mossa di stomaco, la risipola e i sogni veritieri, ma non poteva nulla contro il malanimo. La fontana era dopo la curva, circondata da pietre e felci preistoriche.
Dove andiamo? Andiamo all’acqua medicinale.
E così io e le mie cugine passeggiavamo fino all’acqua e poi indietro, dopo aver bevuto alle cannelle di ferro, che erano sempre appannate come di brina, perché l’acqua era gelida, e veniva da un altro mondo, molto più antico del nostro. Infatti non aveva sapore d’acqua: era amara come l’erba, o forse salata come i castagni, o scura come certi boschi impenetrabili che circondavano da ogni lato il paese. Aveva un sapore sottile, diritto in fondo, inspiegabile.
Questa è acqua buona, dicevano a noi di città, ridendo coi loro denti bianchissimi e sgranati.
Sì, annuivamo noi, il mento gocciolante e la bocca intorpidita.
L’acqua, intanto, scendeva nei nostri organismi cittadini, pesante come la salute delle pietre, della valle e della montagna, che risaputamente sono immortali, e più vecchie di dio.

 Il paese finiva all’argine della fiumara, invece, che era acqua cattiva, incostante e femmina.
Appariva, spariva, spingeva la sua lingua di detriti dentro il sottobosco, spaventava gli animali e insidiava le case.
La fiumara ci odia tutti… e qualche giorno… , diceva mia nonna, che aveva il gusto delle catastrofi. Diceva che la sentiva scorrere sotto terra, sotto la strada, sotto la casa, e qualche giorno si sarebbe portata via tutto il paese. La sentiva anche d’estate, quando diventava un ruscello o anche meno, un niente, un ricordo, una sete d’acqua e pietre spaccate dalla rabbia e dal sole.
Lei diceva che un ventre d’acqua tiene ogni cosa, e tutto finisce e comincia lì. Come il paese.

 Questo per rammentare che oggi è la Giornata dell’acqua.
Perché, dai tempi di mia nonna, l’acqua s’è trasformata. Ora gira in vestiti di pvc anche molto eleganti, e la invitano ai convegni degli ambientalisti, la fanno recitare negli spot. Ora ne hanno paura, non perché è troppa ma perché non ce n’è abbastanza. Ora si può parlare dell’acqua secondo la percentuale di sodio, gli oligoelementi e il ph. Il punto è che è rimasta a scorrere là sotto, e la possiamo sentire, lontana e minacciosa.

 E mi viene in mente anche un’altra acqua, di cui m’hanno parlato ma che non ho mai visto o toccato: l’acqua delle saline di Trapani. Anche quella col sale è una guerra antica. Lo si deve attirare fuori dal mare, farlo venire in superficie, bianco come la luce. Così l’acqua passa la sua via crucis per perdersi, sparire, tornare altrove, dappertutto.
E l’acqua non è inodore, incolore e insapore. L’acqua può avere un sacco di nomi. Guardate un poco qui : tutti i nomi dell’acqua delle saline, l’acqua tormentata e spinta via dagli uomini. L’acqua che – secondo mia nonna – prima o poi si vendicherà.
Chissà, fra centomila anni il mondo sarà un cristallo di sale, e l’acqua una corona di ghiacci, in sogno.

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principianti in otto mosse

 Che una ci va con la testa piena di cose false: “il tango è un pensiero triste che si balla”, “Piazzolla odia i ballerini perché ha un difetto a un piede”, “il tango è maschilista”, “attenti al tango, perché divide le coppie e ne riunisce di altre”.
 Che una poi arriva alla palestra, che è una palestra con odore di palestra – gomma, sudore, spugna, caucciù – e rumori di palestra, ma non si sente precisamente in una palestra (anche perché in nessun luogo vai senza portarti dietro quello che hai letto e immaginato, e andiamo in giro carichi come muli di tavolini, sale di specchi, orchestre a plettro, vasi di gardenie, scorci di Buenos Aires. Anche nelle palestre seminterrate sulle colline dello scirocco).
 Che una poi entra titubante, e si domanda cosa la stia portando lì, anche se lo sa benissimo, perché c’è scritto, nero su bianco, lì nel bigliettino “cose da fare per la vecchiaia”: “tango argentino, tagliatelle, greco antico, rose”, e dunque meglio pensarci per tempo.
 Che una pensa proprio le cose che pensa nella vita, la vita là fuori, fuori dalla palestra: non ho un partner, forse non ho le scarpe adatte, forse inciamperò davanti a tutti, non avevo niente da mettermi, non so le parole, forse ci farò un post.

 E poi, invece.
E poi invece il maestro sembra quasi argentino, anche se è di Faro Superiore, e ha le scarpe più luccicanti che io abbia mai visto, e in quegli otto passi – sono otto passi base, “imparateli bene, che poi li dovete dimenticare” – ti fa balenare un intero alfabeto delle passioni: cortes y quebradas, salidas, mordida, ocho adelante, medialuna…
L’hai sempre saputo, che si vive di pause, trasalimenti, comandi impercettibili, impartiti con gesti che nessuno vede, parole mai pronunciate. Lo sapevi già, ma qui ne hai la prova. Di più: qui lo sanno tutti.

 Otto passi, e c’è tutto: lui ti guida, e tu lo capisci soprattutto dalle pause; lui invade il tuo spazio, ti costringe a fare passi, o ti ferma; lui ti fa indietreggiare. Lui si frappone, prende decisioni, ti spinge lungo la salida senza che tu possa oppore altro che la tua assoluta, elastica arrendevolezza, i tuoi incroci obbligati per libera scelta.

 La principiante assoluta non riesce a non guardarsi le scarpe, non riesce a non guardarsi in tutti gli specchi, perché si sente storta, trasportata e sbilenca, e lui – che è un principiante assoluto però è maschio, e, si capisce, anche lui porta lì dentro il fatto che si sente stupido e impedito, e più responsabile del solito, perché quello è tango, mica vita, che uno si può nascondere dietro mamme, gonnelle e presunzioni – lui si fa la sua salida tutto sudato, e ti dà pure la colpa: sei tu che mi anticipi, fai i passi corti, mi confondi.
 Intanto gli altri ci urtano, persi ciascuno nella propria traiettoria, e gli otto passi – “imparateli, mi raccomando, che poi devono sparire” (ma è possibile? dovrò dimenticarli o solo esserli, e dunque perderne memoria?) – si mescolano, e sono diciotto, ottantaquattro o milleotto.
 La salida è lunga chilometri, usciamo tutti dalla palestra, arriviamo al porto, passiamo lo Stretto e ancora continuiamo ad arrampicarci, di otto passi in otto passi, e forse faremo il giro della Terra e arriveremo a Buenos Aires, e l’otto sarà chiuso.

 
 Il principiante assoluto ha caviglie di legno massello, responsabilità che non riesce a governare: hai sbagliato tu, dice a lei col fiato corto, questa volta hai sbagliato tu. La principiante assoluta sorride, ma lo vorrebbe picchiare, e allora fa i passi lunghissimi, così lui s’arrangia, con quelle gambette storte. Tanto, lui è ancora principiante, non sa vendicarsi con una pausa lunga un passo, tre battute o anche una vita intera.

 Chi vi guarda non immagina nemmeno la feroce lotta di contrappesi che c’è tra voi, le intenzioni che strusciano sul parquet, lungo le punte, risalgono le caviglie – “accostate ogni volta, quello che si apre si chiude”.

Allora tu ripassi tutto quello che sai della vita e, cavolo, funziona. L’unico problema è che non puoi dirlo. Devi imparare a camminarlo.


Sì, ho preso le mie prime lezioni di tango (per l’etimologia di tango passare da  ecolaliste). E la colpa è di  quella tanguera di farolit , sappiatelo.

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folla con pazzi

 Una era la duchessa di Verdura, che quando era ormai quasi novantenne cominciò a perdere l’udito e la vista. Lei però si vergognava e fingeva di sentire e vedere ancora bene. In particolare fingeva di ascoltare sempre il canto di un canarino cui era molto affezionata. Quando il canarino morì, i parenti, per non darle un dispiacere, misero nella gabbia un limone, che almeno era dello stesso colore.
La duchessa visse ancora per dieci anni, durante i quali continuò sempre a sedersi di fronte alla gabbia del canarino. Fingeva di vederlo, fingeva di ascoltarlo e sorrideva.
Quando il limone diventava marcio, i parenti lo sostituivano con uno fresco
.

 Questa del limone, come quell’amante dell’Amat citato nei commenti filoferrotranviari di Herzog, è uno dei pazzi del “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo”, del benemerito Roberto Alajmo, collezionista e fabbricante di storie (queste del repertorio sono tutte vere)(ma quale bella storia non è vera?).
 Non perché Palermo si regga sulle geometrie della follia individuale più di altre città, eh. Diciamo che tutte lo fanno, ma non tutte lo sanno. A Palermo, almeno, si sa.
In tempi di liste, mi viene da allungare la lista dei pazzi costitutivi con i pazzi che ricordo della mia città. Ma chiunque altro è il benvenuto.
La lista è necessaria”, diceva dio nella sua drogheria.

 Uno era un professore tedesco che camminava coi calzoni corti e l’impermeabile. Aveva una retina sui capelli e le giarrettiere che reggevano i calzini, e un ombrello – sempre, estate e inverno – che ogni tanto faceva volteggiare in aria, e i ragazzini lo applaudivano perché era davvero bravo, e lo chiamavano a voce alta: “Caramella, tira l’ombrello, Caramella”.
Quando morì in casa sua trovarono sacchi pieni di spazzatura e di denaro.

 Una era Maria Ciaciola, ed era un Lucifero femmina e in bassa fortuna. Aveva una pelle di scorpione, gli occhi rossi e i capelli di ferro, però sempre sottane a fiori e merletti e anche fiocchi di velluto tarlato. Beveva alcol puro, e qualcuno giurava che avesse la coda, che portava arrotolata alla vita.
Ogni tanto, quando vedeva una ragazza carina, la inseguiva urlando parolacce terribili. Poi passavano gli infermieri degli Ospedali Riuniti che una volta al mese la portavano al ricovero e la lavavano con la pompa.

 Uno lo chiamavano Mariella, perché era l’unica parola che diceva. Camminava in fretta, mormorando “mariellamariellamariella” e quando incontrava una ragazza bruna, piccola e coi capelli lunghi si fermava e urlava, con una voce che faceva i buchi: “Mariella!”.

 Uno era Mimmo Robot, perché era grande e grosso, si muoveva a scatti ed era disumano: spingeva in mare i pescatori che stavano seduti sul molo, al porto, oppure faceva inciampare e cadere quelli che pattinavano. Una volta aiutò uno che stava andando in retromarcia, e gli faceva: "vada, vada", con ampi gesti della sua mano meccanica, finché lo fece precipitare nel burrone.

 Uno era inteso “Ipotenusa”, perché spiegava teoremi complicatissimi. Stava per strada, in un angolo, con le mani in tasca e i capelli come una fiamma, e aspettava che qualcuno lo guardasse, per fermarlo e cominciare a spiegargli, con la febbre addosso e gli occhi luccicanti, un teorema, che andava disegnando in aria, col dito.

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libro dedicato a Zirma

 Mica l’avevo notata, la prima volta.
Doveva essermi sfuggita, tra il ristorante dei fiori di cappero e l’agenzia dei viaggi in barca, motonave, aliscafo piccolo. O forse s’era persa nello struscio all’olio di cocco e vaniglia delle sere di fine agosto, che l’anno scorso era pure piovoso e acciaccato, pieno di reumi grigioperla e spiagge bagnate fino all’osso. L’autunnale agosto incombeva su Lipari con un cielo sghimbescio carico d’acqua, inclinato da un lato e che già colava gocce fredde. E tutti erano un poco mesti, un poco delusi, anche se s’annunciava, coi suoi botti porporini, la notte di San Bartolomeo.

 Io non l’avevo proprio vista. Essì che giravo come un’assetata, per l’isola, nemmeno fossi stata una lucertola vicina ai cucunci maturi, e cercavo di mandarne giù il più possibile (ogni volta che ritorno – e torno pur sempre in un’isola – mi viene mal d’isola, e passo giornate malinconiche di mandorle spezzate, sassi e cartoline color malvasia).
Insomma, al trentesimo giro – ché Lipari, lontana dal mare com’è, girata in se stessa e con lo sguardo in dentro com’è, concava e apparente com’è, ti porta sempre negli stessi posti, ovunque sei – la vedo, tra il ristorante dei fiori del cappero e l’agenzia di viaggi in barca: la Libreria delle Necessità.

 Persuasa che, intanto, il nome sia assolutamente appropriato, entro. Una libreria normale, anzi, un poco cartoleria e pure edicola. Molti oggetti, copertine e utilità. Portafiori, candele alla cannella e piccole pomici domestiche.
Ma c’è un corridoio, dietro dietro. Molto dietro, dove non è facile e forse nemmeno consigliabile arrivare, c’è un corridoio tra due pareti di libri, di smisurata altezza e profondità. Ci sono libri in tre, quattro file, o anche cinque o sei. Ci sono libri in fila fino al cuore dell’isola – un vulcano appassito, una prugna lavica, un seme sordo che cento milioni d’anni fa era ferro e fuoco. Non so quante file, io arrivo a cinque o sei perché oltre non riesco a sporgermi, mi si strappa il vestitino a fiori da orfanella che mi piace tanto, soprattutto in un agosto deluso e autunnale.

 Ci sono di certo ottanta o novanta file di libri. E sono libri impossibili da credere.
Perché una libreria di Lipari, nascosta tra il ristorante del fiore del cappero e l’agenzia dei viaggi in barca, dovrebbe avere Wittgenstein, e per giunta in tedesco (il Logisch-philosophische Abhandlung, e poi il Libro blu e il Libro marrone)?
Come ha potuto sfuggirmi, fino a ora, “La battaglia dei sogni”?
Quando è nato il poeta Nunzio Verdirame, il cui “Poema per inciampi” mi sembra, alle prime terzine, incatenate e dantesche, superbo?
Chi è la monaca investigatrice Fidelma, di cui c’è l’opera completa (“L’abbazia degli Innocenti”, “L’astuzia del Serpente”, “I crimini del Ragno” e l’attesissimo “Un sudario per il Vescovo”)?
Da quanti anni nessuno legge più i sette tomi dell’”Anatomia comparata degli angeli”?
Secondo voi è possibile che una tal Marosia Castaldi (nome straordinario, invero) abbia pubblicato ben tre romanzi per Feltrinelli (“Dava fine alla tremenda notte”, “Che chiamiamo anima”, “Per quante vite”) senza avvisarmi?
Chi vorrà mai leggere, seppure in un agosto declinante e autunnale, “Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano”, in tre volumi, di Edward Gibbon?
Cosa vi dice il nome di Joaquim Bartolòn?
Di chi è il “Testo anonimo della rosa dei corpi”, rilegato in una pelle sottile e conciata, con un odore di porpora e sacrificio (e qui mi vien in mente il marinaio di Zirma, che porta la mappa della città tatuata sulla schiena, mentre percorre la città)?
Saranno autentici, questi disegni su pergamena di Leonardo, dove c’è una bicicletta ma anche elicotteri, caffettiere e la faglia di Sant’Andreas?
Chi è Clio Pizzingrilli, autore dell’enigmatico, ma feltrinellico, “Uscita dei uomini secondari” (sì sì, proprio “dei”: e dentro è tutto una sintassi sghimbescia e rovesciata)?
Perché m’inchioda l’incipit di "Sonnambulismo", di Meg Wolitzer? Cosa ha spinto Matilde Sanfelice a scrivere “Acconciature etrusche”?
Come ho fatto a non accorgermi dell’esistenza dei “Diari nascosti e variamente incomprensibili” di Neruda?
Da quanto tempo non vedevo una copia de “Le scarpe di Polifemo” di Roberto Alajmo?
Perché sto sfogliando “Uso corretto d’una necropoli”?

 Quasi senza accorgermene vado a finire, di scaffale in scaffale, strisciando e spostando e sfogliando e avanzando, fino al fianco ospitale della montagna, dentro la roccia millenaria, o dentro le cave di pomice, polvere di lune morte, pelle secca di vulcano e tallone d’isola: ci trovo tutti i libri che volevo, pensavo, avrei voluto, talora ho pure immaginato di comprare, ma per qualche ragione mi restavano autunnali e sghimbesci, e li rimandavo a stagioni fiammeggiante, altre e imprecisate (che invece poi stiamo sempre immersi fino alle ginocchia in qualche agosto gelido).
“La tonsillite di Tarzan”, “Piccola enciclopedia disumana”, “La morte di Virgilio”, “Cataloghi scaleni”, “Il libro della sovversione non sospetta”, “Il volo nel cassetto”, “L’inizio di una sedia", "Il furto del tempo non sarà punito”,“Il pappagallo di Flaubert”, “Guida triste di Parigi”.

 E poi lui. Il libro che sto cercando da almeno venticinque anni. Che non trovo da nessuna parte, o meglio ne trovo una sua versione decaffeinata e light, un millelire di carta riciclata, grigia e piena di buone intenzioni.
Fu il primo regalo di mio padre a mia madre, in una stagione di scambi e promesse di cui non so nulla. Divenne tra loro un simbolo, una chiave, un punto fermo nel tempo. Essì che non erano avvezzi alle metafore, e in loro la vita scorreva senza segni, compatta e originaria come la linfa nelle vene dell’isola.
Era “Il codice dei fidanzati”, illustrazioni di Raymond Peynet su testi di Achille Campanile. Libro relitto e disperso nei naufragi delle case e delle cose, libro rinnegato e dimenticato, libro sparito dalla memoria di tutti eccetto che dalla mia. E da quella della Libreria delle Necessità, che quando entri ti legge dentro e ti dà scaffali quanti te ne servono, fin dentro le cave di pomice, o al largo delle barche di legno cerato, o davanti alle spiagge bianche col fondale azzurro segnato dalle ancore – che sono le firme e le metafore delle navi, i loro libri di fidanzamento, perenni quanto un segno sulla sabbia, effimeri quanto una roccia – o sotto i faraglioni rosicati dal mare. E ti confeziona i libri che cerchi, i libri che stavi aspettando, i libri che qualcuno aveva rivolto a te, aperti come ali o finestre.

 L’ho preso con emozione, celeste e liso com’era, leggero col suo carico d’assurdo, di ironie disegnate e arricciate come ciglia, balconcini o cuori. L’ho preso religiosamente, perché mi parlava di una vita antecedente spenta per tutti – i miei genitori fidanzati, lontani e sepolti più di adesso, in corpi giovani e irraggiungibili, in parole d’una lingua perduta e incomprensibile – eccetto che per me e per la Libreria delle Necessità.

 Sono uscita stringendo la copia del mio libro necessario, mentre agosto autunnale e grigioperla s’addensava alle mie spalle, e la Libreria forse spariva, inghiottita dalla soddisfazione e dalla pietra, forse si ritirava a sfornare il suo prossimo libro necessario, cuocendo desideri, distanze e imprecisate serie d’agosti e autunni, non diversamente da come le isole avevano elaborato, nel loro cuore lavico, la roccia nera e la pomice e le fessure profonde da cui sbucano i capperi, e i loro impossibili fiori.

 

In effetti, sto cercando quel libro da sempre, e sempre ne trovo versioni accorciate di cui non posso accontentarmi. Ho memoria precisa di quel che ho letto, un milione d’anni fa. Ma forse la Libreria delle Necessità ce l’abbiamo dentro, e ci fabbrica false memorie di libri inesistenti, necessari. E comunque la libreria a Lipari esiste davvero, e contiene la scelta più strana di libri che abbia mai visto. Se l’ho vista davvero. L’alternativa è credere che esistano luoghi che solo i tuoi desideri costruiscono. Come i libri e gli amori, in effetti.

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(e come sorridevamo)

L’archetipo. D. era semplice, lievemente illuso, preoccupato precocemente di perdere i capelli. Ora li ha perduti, in effetti.

L’impossibile. C. non era possibile, e lui stesso lo sapeva bene. Tentò d’uccidersi soprattutto con l’anoressia. Ora gli va assai meglio: ci sta quasi riuscendo con un matrimonio.

Il credente. L. credeva fermamente d’essere Jim Morrison. Nemmeno al Père Lachaise si convinse che era oggettivamente difficile che lo fosse.

L’occasionale. C. era un’occasione, indubbiamente. Ma le occasioni talora sono solo occasionali. Per fortuna.

Il convinto. S. parlava della morte come di un Paese in Europa.

L’inestricabile. Con P. era come avere un sacco di nodi nei capelli. Così a un certo punto dovevi tagliarli per forza.

L’altrimenti. Con G. tenevamo lo sguardo rivolto altrove, tutti e due.

L’inevitabile. Con A. non c’era proprio scampo. Aveva quella particolare apparenza che è superiore alla somma di tutte le apparenze. Era quasi vero, infatti. C’è un sacco di gente che ancora ci crede, giuro.

L’artefice. L. passava la vita a raccogliere sabbia col setaccio, o acqua nel secchio bucato. Poi, con sabbia e acqua faceva sculture che chiamava, tutte, "tempo".

Il necessario. La cosa migliore di T. era l’essere opportuno. In greco gli avrebbero detto kairos. Ma lui non capiva il greco, tra l’altro.

Il minore. M. aveva dieci anni di meno. Non credo sia necessario aggiungere altro.

L’avventizio. G. era una cura disintossicante. Effetti collaterali pesantissimi. Soprattutto per lui.

L’anfibio. PP. era almeno due. Uno d’acqua e uno di terra. Insieme, erano più che altro un castello di sabbia in riva al mare. In un giorno particolarmente pieno di onde lunghe.

L’orco. V. era una discesa agli Inferi. Il problema era la risalita, come sempre. 

Il definitivo.  D. è la mia migliore speranza.

Ovvero, la prima lista da me pubblicata sul magnifico blog ecolaliste , brillante idea di pbeneforti che traduce un wiki francese che è tutto un’ecolalia. Ogni cosa è listabile, l’universo stesso è un elenco infinito, e dio è sicuramente un contabile con la passione per gli insetti.

Confezionate anche voi le liste, darete il vostro contributo personale all’entropia.  

 

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