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Posts Tagged ‘de bello civili’

 

Mi chiedo
dove sono andati
a finire
i miei soldi.
In quali ospedali,
ché qui ti devi portare le lenzuola,
e se ti porti il medico
è ancora meglio.
In quali autostrade,
ché la Salerno-Reggio
è piuttosto
una macchina del tempo.
In quali scuole,
ché qui chiudono
per mancanza di insegnanti
di aule
di lavagne
di carta igienica
di carta e basta.
Ditemi quali stipendi
ho pagato:
del poliziotto
senza benzina,
del giudice
senza tribunale,
dell’infermiere
senza corsia.
Fatemi camminare
nelle città
che ho finanziato:
con gli autobus
che ho pagato
tra le aiuole
che ho seminato
sulle strade
che ho asfaltato.
Fatemi illuminare
dai lampioni
che ho pagato
di tasca mia.
Fatemi passeggiare
sui ponti
sullo Stretto
(ne ho già pagati cinque,
mi pare),
tra le opere
grandi e piccole
e soprattutto
le opere medie.
Fatemi sedere
nei parchi
negli spazi verdi
tra le panchine
dove siedono
i vecchi soddisfatti
per la pensione
che io sto pagando
per loro.
Presentatemi
i poveri
che ho sostentato
i bambini
che ho protetto
i disoccupati
che ho aiutato.
Fatemi passare
negli uffici
che ho costruito
perché ci passassero
le carte
che ho pagato
e gli impiegati
che ho stipendiato
per far funzionare
ponti, strade e città
e tribunali
e ospedali
e altri uffici ancora
e uffici degli uffici.
Fatemi vedere
dove stanno lavorando
chini su un foglio
dritti davanti al monitor
curvi su un microscopio
tutti gli studenti
tutti i ricercatori
tutti gli scienziati
che ho pagato
coi miei soldi.
Fatemi passare
davanti alle finestre
di quelle case
per persone sole
vecchie
abbandonate
maltrattate
che pure ho pagato io
e ho le prove.
Ho trent’anni di ricevute.
Vi ho pagato
fino all’ultimo
centesimo.
Almeno ditemi
quanti vitalizi
sto pagando
di democristiani estinti
socialisti dimenticati
repubblicani
liberali
e socialdemocratici trapassati remoti.
E i missini
e poi i socialisti nuovi
e i polisti
e i forzanovisti
tutti sulle mie spalle.
Coi loro portavoce
e portaborse
e segretarie
e autisti
e cuochi
e barbieri.
Fatemi entrare
in quei palazzi santi
dove non pagano l’Ici
ma dove i miei soldi
sono entrati
come contributi
doni
regalìe
decime.
Fatemi ammirare
anche da fuori, per carità
la magnificenza
delle Istituzioni:
le ho pagate io.
Continuo a pagare
lo stipendio
a questo Paese.

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Della patonza

Quando il dibattito politico si fa duro, allora occorre farsi una doccia fredda e riflettere (no, non ricoricarsi nel lettone di Putin).
Signori, la patonza è una cosa seria, serissima. Tutta la mia generazione, e un paio d'altre dopo (come sapete, le generazioni sono ormai velocissime: in dieci anni ce ne sono anche tre in fila)(no, non dietro la porta del Papi) credeva di aver cambiato, a se stessa e al resto del mondo, la percezione della patonza.
Da bene-rifugio a bene condiviso. Da bene familiare trasmissibile con regolari sponsali e/o compravendita a libero bene in libero amore. Da moneta di scambio e occulto progresso sociale a moneta del Monopoli, ovvero spendibile a scopo unicamente ludico e ad alto tasso di reciprocità, comprando gli unici beni, per definizione, senza prezzo (dunque di solo valore): amore, piacere, gioia, condivisione, scambio.
A cavallo delle patonze liberate siamo volate davvero per ogni dove, e anche da nessuna parte: siamo rimaste a fare le fidanzate, le mogli, le madri. Ma una patonza libera è libera per sempre, e dà lezioni di libertà. A chiunque.
E la sua – la nostra – vittoria principale era stata proprio l'abolizione del mercato. La patonza per noi è letteratura, sentimento, emozione, corpo, conoscenza, ironia, immaginazione, passione, gioco, bellezza, identità, valore. Qualunque parola che non sia "mercato". E non c'è mercato per il non-mercato. Per fortuna.
Ma la lezione di libertà (e non di liberismo) della patonza non è arrivata ovunque, o forse i tempi maledetti dalla tv e dal mercato – l'orrido mercato globale che ci avvolge, anche qui mentre crediamo di scrivere su liberi tasti in libero web, il mercato totale a cui questo mondo di Borse e caimani tende asintoticamente – hanno lavorato contro le cose per definizione più fragili e colossali di questo mondo: le cose senza prezzo. Le cose che bisogna sudarsi e non comprarsi.
Ora quell'individuo che alligna a capo del nostro governo ha pronunciato, senza saperlo, la parola (perdonatemi per il campo semantico) chiave: patonza. Ma l'ha pronunciata nella sua lingua disgustosa, non nella nostra.
La lingua del prezzo, degli affari, degli interessi. La lingua di suoni gutturali e gestacci. La lingua degli esercizi di sottomissione, della prostituzione intellettuale e fisica. La lingua che non avvicina, non comprende, non immagina.
Caro premier, la patonza gira. Meglio, la patonza si gira, quando Lei passa, e fa una smorfia di disgusto. Lei non capirà mai la patonza, si rassegni. Penserà di comprarla, ma sarà solo una finzione. Lei, signor premier, mi fa molta pena: vincendo tutto, o credendo di vincere tutto, non sa quello che si perde.

 

Una patonza libera

 

 

 

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La Padaniaconfina con la Cretinia, con la Polentonia, con la Babbionia, con la Mamifacciailpiaceronia.
Me lo spiegava la zia che c’ha tutta una sua geografia immaginaria,  da Busto Arsizio ai Giardini pensili di Babilonia (che qualche volta chiama “i Giardini di Pennsylvania” e non credo che sia propriamente un errore: l’America dopotutto è distante dalla Calabria quanto l’impero assiro e qualche volta anche di più), dalla punta del muro (dove politicamente finisce il paese e si tengono le riunioni serali dei maschi) a Lilliput, da Superga (che per le zie è una collina carnivora che mangia campioni e speranze, così come la fabbrica s’era mangiata il cugino Bartolo) al Paese dei balocchi (le zie prediligono da sempre la vena sadico-pedagogica di Pinocchio), da Paperopoli a Mosca (l’Eden dove il nonno, comunista originario, aveva sempre desiderato andare, anche dopo morto). 
“Ma quindi esiste, ‘sta Padania?” le ho chiesto io, preoccupata.
“No, sono loro che ci credono”.
“Loro chi?”.
“I cosi, i leghisti, povere anime”.
“Ma come povere anime, zia! Lo sai quanto ce l’hanno con noi, e manco gli piace l’Italia, il tricolore, l’elmo di Scipio…”.
“Sono creature di dio anche loro, solo più sfortunate. Quando noi qui andavamo a teatro, loro si dipingevano di blu. Ora si dipingono di verde, che pure li ingrassa e li fa sembrare sciupati”.
“Ma sono al governo, hanno un sacco di ministri, anche immaginari, anche ripetuti, e progettano il federalismo razziale e il Muro sotto Ancona…”.
“Ma no. Fanno solo spumazza. Si sentirebbero soli, se noi facessimo la Terronia e li lasciassimo”.
“La Terronia? E dove la dovremmo fare?”.
“Dicevo per dire: siamo troppo intelligenti, noi. Abbiamo inventato Sibari, Siracusa, la Città del sole e il Santuario di Polsi. Abbiamo ricostruito città intere ogni centocinquant’anni. Certe città ce le inventiamo ogni giorno. Figurati se facciamo una cosa cretina come la Terronia, o la Padania”.
Una cosa cretina, davvero.

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luna vera

  Che io ci credo, ai segni. Tutti. Figuratevi una luna rossa che ruzzola, immensa, nel cielo del dopo-referendum. Mi ero detta: bene, un altro festeggiamento. La passione sale fino al cielo e tinge pure la luna, la scettica, mutevole, irresponsabile luna.
 Carica dei miei simboli civili – segni, tutti segni: siamo vocabolari a cielo aperto, ma con le pagine mischiate e di una lingua sconosciuta – me ne sono andata in terrazza, a brindare. Avevo il tricolore garibaldino, l'adesivo senonoraquando con l'aquilone, la spilletta antinucleare. Avevo vent'anni da recuperare, alle scuole serali della giovinezza sfumata; vent'anni di attenta osservazione dell'ombelico, di m'ama-non m'ama (non m'amava quasi mai), di case concentriche (che sono altre forme d'ombelico), di ripiegamenti che sono le sconfitte di chi pareggia. Avevo quattro sì e ventisette milioni di matite copiative che tintinnavano in tasca come un gruzzolo nuovo, avevo un sindaco che a Milano aveva stretto venticinquemila mani senza smettere di sorridere. Avevo un numero imprecisato di amici conosciuti negli ultimi mesi, negli affannosi corsi di recupero in Manutenzione Democrazia, Gestione Risorse Civili, Agraria Costituzionale e persino Storia del Risorgimento A Venire: universitari sui tetti, precari nelle piazze (la peggiore Italia: quella che fa vergognare tutta l'altra mezza solo mostrando la faccia), giovani settantenni animatori della resistenza online, terroristi della gentilezza, kamikaze dell'ironia (si fanno esplodere in risate per tutti i socialnetwork e i blog, lo giuro: attorno a loro piovono le vittime: governanti, gerontocrati quarantenni, analfabeti telematici, nani e olgettine).
  Lo sapevo, erano tutti come me in quel momento, naso all'aria, a vedere pure questa: Santoro e Crozza e la Bindi a tingere col ducotone rosso la luna.
 Ho versato nel bicchiere il vino (rosso), e aspettato. Ma la luna non compariva. Che m'è venuto il sospetto che fosse come in Ecce Bombo (gli dei l'abbiano in gloria): l'aspettavamo da qui, la luna rossa, ed è spuntata dall'altra parte. Come l'alba, l'amore o la rivoluzione (in rigoroso ordine d'utopia).
No, eccola.
Piccola, dura, refrattaria. Camminava precisa nel cielo dello Stretto che era stato tutto il giorno fosco ma sgombro, del colore azzurro cinerino dello scirocco. Alle nove e mezza di sera – ed è un'ingiustizia – il Sud è buio come a mezzanotte, per la solita beffa palindroma della luce.
La luna, di taglia piccola, di bordo tagliente, saliva lungo la curva invisibile del cielo. Invasa come da un fumo scuro, come da un malumore. Mentre lei cambiava di colore, arancio-nero-violetto-porpora-grigio-sanguigno, io sono rimasta pietrificata, di pietra lunare, di pietra di catania, di pietra di sale.

  Ci sono segni che non si possono scomodare, altroché.
M'è presa una paura sicuramente antichissima, mentre lei si faceva così scura da scomparire. Sentivo i cani del quadrivio, le gatte pazze che si muovevano nervose. Sentivo il silenzio agitato, invaso dal fermento sobillatore dei tigli, dalla salsedine che sale ai piani alti, con la tristezza già estiva del mare di notte. Sapevo cose di raccolti rovinati, di controincantesimi, di fratindovini, di sortilegi distesi nella campagna.
  Non era una luna di vittoria: era la luna temibile dalle labbra chiuse, dagli occhi sigillati, dal latte rappreso. La luna remota dell'inizio dei tempi, quando sulla cima angusta della terra stavamo a guardarla pieni di terrore, sprofondati nel buio per sempre.
Mi dolevano tutti i dolori (i miei nel cimitero che guarda la montagna, il vasto coro degli assenti, le cicatrici degli errori, le occasioni mancate, gli oblii e i peggiori di tutti, i ricordi). Il futuro s'era cancellato, e non avremmo avuto che la notte, e il nostro proprio cuore da mangiare.

 

Ma è stato a quel punto che la luce è riapparsa, come un punto acuminato che feriva gli occhi. Dalla coda della luna – che è una sirena rotonda – ha cominciato a crescere. Lenta, veloce, calmissima, equatoriale. Spingeva la linea d'ombra liberando striscia a striscia la superficie di sasso della luna, che era d'osso bianco e sabbia di clessidra.
Il rosso si dileguava come il nero, come la paura.
Allora ho capito: era quello il segno, e il messaggio. Quella luce caparbia che spingeva con centomila mani l'ombra, per quanto potesse essere nera, per quanto potesse essere forte, e antica, e invincibile. Quella luce che splendeva per tutto il cielo, restituendo il futuro palmo a palmo.
C'eravamo tutti: io, le zie, Garibaldi, i tigli impetuosi che si muovono in branco per le notti. I “noi” ritrovati (il mio mi entrava alla perfezione, come se non fossi ingrassata d'un chilo), le bandiere. I figli – tutti i figli, che i figli non sono mai di due soltanto – il vino, le gatte, persino il mare.
La luna s'era quasi liberata tutta, quando ho brindato a lei con la marea del bicchiere, che la percepiva e s'impennava. Come una speranza.

 

Dedicato a tutte le lune rosse che inseguiamo, salvo poi aver paura del buio, come al solito.

 

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Mentre s'aggiustavano le sciarpe bianche, mentre si spazzolavano i capelli, mentre fermavano gli orecchini. Mentre mettevano il rossetto, controllavano la borsa, prendevano le chiavi. Mentre recuperavano certe se stesse rimaste là in fondo, anni fa, no, non arrabbiate, piuttosto decise, convinte, con quell'impellenza di farsi ascoltare dal mondo. Mentre uscivano nella città domenicale, lenta e rada con un sacco di parcheggio. Mentre cercavano la piazza, che per una volta non era la fermata del tram, o il luogo dell'happy hour. Mentre lanciavano l'ultima occhiata alla famiglia semiaddormentata, e poi uscivano con un sospiro: le donne devono sempre guadagnarseli due volte, gli spazi e i tempi.
   Le donne di Messina ieri non sapevano cosa stavano per fare: non sapevano chi avrebbero trovato, cosa avrebbero detto, chi avrebbero applaudito. Ma una cosa sapevano con certezza: c'era un'energia che le animava, che le faceva sentire in qualche modo sorelle delle migliaia e migliaia che stavano facendo la stessa cosa in tutta Italia.
Le donne di Messina non sapevano quanto si sarebbero stupite, di contarsi a centinaia (diciamo quindici, centinaia), con le sciarpe bianche che brillavano nel sole, il sole speciale dello Stretto quando decide che non è febbraio. Non sapevano quanto si sarebbero divertite, a leggere i cartelli, e a fotografarsi, e parlarsi, e ridere, e applaudire studentesse e attrici e pensionate e artiste che leggevano poesie (di donne), e prose dei Padri della Patria (quelli coraggiosi, non quelli puritani). E quanto sarebbe stato bello ri-conoscersi, ri-trovarsi come se ci si fosse appena lasciate, venti o trent'anni fa, quando pensavamo che certe conquiste fossero per sempre, che non ci sarebbe più voluto l'immenso lavoro e l'immensa fiducia e l'immenso impegno di crescerla, la democrazia, come si crescono i figli: piantando e concimando il futuro, momento per momento.
  Non sapevano, le donne di Messina – città molto spesso morta – quanti semi si sarebbero portate nella borsa, nelle tasche, tra le mani. Non sapevano che avrebbero improvvisato – con la certezza pratica di chi governa da sempre la vita propria e altrui, ma con la sapienza del cuore che quella certezza sospinge – cose meravigliose come una catena umana, troppo umana, di donne (e anche uomini) gridando slogan senza slogan (“dignità”, “la legge è uguale per tutti”), slogan sopra tutte le parti, dalla parte di tutti.  Non sapevano che avrebbero fatto un girotondo nella piazza davanti al Tribunale, e alla fine avrebbero cantato Gaber e Mameli, e poi si sarebbero fatte un applauso perché s'erano piaciute tanto, e non volevano lasciarsi, non ancora.
   Infatti, lo rifaranno.

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Il corpo dello Stato fuori luogo, senza luogo a procedere.

Il corpo dello Stato è bianco, abbagliante, splende ossessivo sottolineato da stoffe lucide, piume, rossetti. Hanno schermato per giorni giusto gli occhi minorenni, ma ora neppure quello: il corpo si prende tutto lo spazio, è un vortice, una tempesta.
  Il corpo dello Stato è indistruttibile, giovane, dinamico. Incarna pienamente l'ologramma del Paese felice, pieno di futuro: feste nei locali notturni, cubi meravigliosi investiti da luci stroboscopiche, calici levati colmi di bollicine, tatuaggi, protesi mammarie, percussioni, unghie glitterate, ciuffi scolpiti, ombelichi, muscoli luccicanti.
  Il corpo dello Stato non produce rifiuti, non chiede risorse, non ha bisogno d'istruzione, di ricerca, di opere, d'occupazione: s'accontenta di carità pelose, privilegi da privè, bigiotteria swarovski.
  Il  corpo dello Stato non ha bisogno di linguaggi, culture, arti, dialoghi: è essenzialmente decorativo. Non chiede logiche, politica, istituzioni: vive di benevolenza e acclamazione.Viene convocato al bisogno – nelle sagre elettorali o nelle serate graziole – e deve portare solo la propria infinita, adorante disponibilità. Viene compensato con farfalline di latta dorata, e governi di latta dorata. Non se ne cura, ringrazia con ampi sorrisi e lampi di carne dal vestito scollato.
  Il corpo dello Stato è utile e dilettevole: assicura ricambio, bella presenza, compagnia leggiadra nelle vasche dell'idromassaggio e nelle colonne ragioniere dei sondaggi, pubblico, percentuali di maggioritario dopato dal porcellum pigliatutto. Consente al guerriero di riposare, e gli dà pure il premio di maggioranza.  
  “Sono il più potente degli ultimi 150 anni”, sussurra lui, tra le bolle del sapone lievi e iridescenti come bugie. Il corpo dello Stato annuisce, muovendo i bei capelli.

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Mi sembra che sia urgente ricordare a noi stessi quale sia il confine dell'inaccettabile, dal momento che c'è chi quel confine, millimetro per millimetro, lo sposta ogni giorno un po' più in là.

IO NON ACCETTO

– di sentirmi dare della "privilegiata" perché ho un lavoro

– di sentirmi una privilegiata perché ho un lavoro

– di assistere al taglio degli alberi (pini marittimi) nella strada perché danneggiano l'asfalto

– di assistere al taglio delle opinioni in tivù perché danneggiano il governo

– di lodare Alfano

– di sentire un'affermazione e, mezz'ora dopo, la sua smentita

– di considerare letteratura il manufatto cartaceo che vende di più

– di considerare musica la canzone più televotata

– di considerare spettacolo quello che alza i pollici (o gli indici) d'ascolto nel Colosseo (l'alzata di medio non è, purtroppo, contemplata, o riservata ai soli esponenti del governo)

– di dovermi vergognare della mia (occasionale) competenza

– di essere indotta ad avere paura

– di pensare che un ex principe d'una invereconda ex casa regnante possa diventare in tre settimane un ballerino professionista

– di pensare che un ex canzonettista delle navi da crociera possa diventare, con soli trecento miliardi, uno statista

– di sentire ovunque atroci bugie che nemmeno si preoccupano di camuffarsi di verità

– di avere spazio solo se compro qualcosa: nemmeno sul web esistono panchine, sono solo i sedili d'una pizzeria all'aperto (questa è per Beppe)

– di comperare una brioche al prezzo spaventoso di sessanta centesimi (ovvero, se non ve lo ricordate più, ben milleduecento lire: qualcuno s'era mai azzardato, ai tempi poetici e decimali della lira, a far pagare una brioscina vuota 1200 lire?)

– di sentirmi dire che dovrò stringere la cinghia e la colpa è del destino cinico e baro e recessivo

– di sentire che qualcuno ha proposto seriamente di costruire una centrale nucleare in Sicilia, sulla faglia di Augusta

– di sapere che magari non lo faranno mai, ma i danni del Ponte delle bugie sono già cominciati, e dureranno: la bruttezza è biodegradabile solo in milioni di anni

– di dovermi preoccupare per la tenuta della Costituzione

– di dovermi preoccupare per il dopo-Napolitano

– di dovermi preoccupare anche per il durante-Napolitano

– di vergognarmi d'avere come governante un Gino Bramieri basso

– di non avere nulla da opporre, nemmeno un'opposizione

– di accettare la prevalenza del brutto, solo perché è condiviso

– di fare del cinismo una forma di simpatia

– di avere fiducia cieca nelle maggioranze

– di scambiare il superficiale per "semplice" e "sincero"

– di non accettare la complessità perché è imbarazzante e socialmente scorretta

Naturalmente l'elenco può continuare per un pezzo.  Mi fermo qui, ché ho il cuore debole.

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