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Posts Tagged ‘croniche familiari’

Zia Enza c'ha convocati, con carta e penna, attorno al tavolo del salotto, un luogo più misterioso del covo di Bin Laden (e dubito che i Navy Seals riuscirebbero ad espugnarlo con la stessa facilità). «Voglio fare testamento – ci ha detto – testamento biologico».
«Testamento? Tu?» è insorta zia Mariella, che è contraria per principio alla morte, e figuriamoci a una cosa prosaica come il testamento.
«Bi-o-lo-gi-co» ha scandito zia Enza.
«Ma sai cosa significa?» ha insistito la sorella, inalberata nemmeno fosse del consiglio dei vescovi.
«Certo che sì – ha fatto, piccata, zia Enza – per questo voglio farlo».
«Ma non è legale» ha tentato zia Mariella.
«Perché, le nomine dei sottosegretari invece… » ha ribattuto, incontrovertibile, zia Enza.
«E allora?» abbiamo chiesto all'unisono.
«Allora, ecco le mie volontà biologiche – ha detto la zia, con sovrannaturale serenità – . Lascio l'acqua a tutti, per annaffiarci i giardini e far crescere i pensieri, perché l'acqua è di tutti. La lascio in tutte le sue forme (e che qualcuno ci provi, a dire che sono sue e privatizzarle): lascio le nuvole a voialtri, per guardarle e restare capaci di meraviglia; lascio l'arcobaleno ai vecchi, la pioggia ai castagni e i ghiacciai agli orsi polari. Lascio il sole e il vento a chi ne farà energia pulita. Lascio la terra a tutti quelli che vogliono tornare. Lascio il cielo a chi crede solo alle divisioni di questa terra. Lascio il mare a chi ha bisogno di musica e coscienza, a chi deve fuggire e non ha altra strada se non le onde nere di notte, a chi non ha una riva a cui affacciarsi. Lascio il corpo come involucro del cuore, come forma intera dell'anima: non salvate mai il mio corpo, nuocendo alla bellezza della mia anima».
Abbiamo scritto tutto. Se non è legale, è certamente giusto.

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 “Io sono finiana” ha annunciato senza mezzi termini zia Enza alla famiglia riunita per cena. Era così presa che ha persino rinunciato al suo ruolo preferito: somministratrice di polpette a tradimento, che è più o meno un agguato amoroso che lei, armata di zuppiera, ci tende quando siamo a tavola, cercando di imboccarci a nostra insaputa, mentre parliamo o respiriamo o cerchiamo di mangiare un'altra cosa. La zia percepisce esattamente, col suo istinto di predatrice familiare, quanto siamo indifesi, quando siamo a tavola: a volte ho il dubbio che siamo noi, il pasto.
Ma che dici?” ha esecrato zia Mariella, che comunque non è mai stata più a destra di Occhetto, massimo Veltroni, e continua a rimpiangere i tempi mitologici di Berlinguer e del nonno.
Io sono finiana, domani m'iscrivo” ha detto ancora zia Enza, dura e nera come la pietra lavica (anche se lei è biondo pechinese coi riccioli da Shirley Temple senescente).
A cosa t'iscrivi? Non è un partito!” ha sbottato zia Mariella, che già pensava a come sfiduciare quella traditrice, costringerla a dimettersi e, soprattutto, a mettere giù la zuppiera di polpette.
Certo che è un partito: si chiama Futuro in Libertà, e c'è pure Mike Bongiorno”.
Zia, Mike Bongiorno è morto” mi sono intromessa.
Ma che morto: ci sono un sacco di vivi che sono morti e nemmeno lo sanno, lascia stare” ha replicato lei col suo infallibile surrealismo magico. Cosa che in effetti è verissima: i nostri morti camminano nel corridoio coi vestiti della festa, e Mirigliani appare regolarmente in tivù, per non parlare di Donna Assunta, Little Tony o Silvana Pampanini.
E comunque m'iscrivo, perché lui ha bisogno di numeri” ha insistito zia Enza.
Quando ha aggiunto: “Ha bisogno di me” abbiamo capito tutti.
La zia continua a credere che Fini sia preciso al suo fidanzato perduto, che è una delle leggende familiari più indiscutibili, appena dopo quella della bisnonna Carmosina morta a 105 anni coi capelli tutti neri e le ali di colomba, e giusto prima di quella della cacciata del prete venuto a benedire la casa, al grido di “se mio padre non può entrare nella casa di dio perché è comunista, voi non potete entrare nella nostra”. Cosa che, obiettivamente, non fa una grinza.
Sorella – ha principiato zia Mariella, che quando la chiama col titolo vuol dire che è davvero arrabbiata – noi non ci mettiamo con quelli di destra, nemmeno se sono morti, o fidanzati”.
Lo scontro istituzionale era al culmine, e noi tenevamo il fiato sospeso: il ragù si stava raffreddando, e anche le braciole, le melanzane ripiene, i peperoni, la salsiccia con le patate e la caponatina.
Io m'iscrivo, e vado pure a votare”.
Tu non hai diritto al voto, scimunita”.
Ecco, sei come quelli del governo: quando hai torto cominci a insultare. Che vuoi fare, pubblicarmi su Libero o il Giornale?”.
Noi abbiamo pensato ai dossier di Feltri, chessò, una cosa del tipo: “Zia Enza dice di essere bionda naturale, ma abbiamo le prove che è ossigenata. Il suo parrucchiere ammette: la formula del biondo pechinese è segreta pure per me”.
Alla fine non c'era altro modo: zia Mariella ha posto la mozione di sfiducia e ci ha chiesto il voto.
Ci siamo astenuti.

 

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Quindici centimetri di meno, quindici chili di più ed è Masino sputato.
Questo è il primo dei pezzulli scritti per l'Unità, che in un momento di follia ha deciso di dedicarmi uno spazio quotidiano, per portare alla ribalta nazionale il mio cortile di zie, miciazze, vivi e morti. Ecco la versione non tagliata, per i miei due lettori.

La resistenza umana c’è ancora, c’è sempre, e possiamo leggerla a volontà nel Web, dove si twitta, si feisbucchia, si blogga ma soprattutto si resiste, si resiste, si resiste. Una voce dal profondo Sud calabro-siculo. Dove le brioches sono una prova dell’esistenza degli dèi e della speranza, quotidiana, fragrante, come appena sfornata.
 
Possiamo farcela.
La lunga estate calda comincia sotto pessimi auspici, ma possiamo farcela.
Il mio filosofo privato – il portiere Masino – me l’ha chiarito all’indomani della tragedia Nazionale dell’anno: la caduta degli Azzurri dall’altra parte del mondo (cosa su cui, peraltro, esisteva un’apposita profezia di zia Enza, la fattucchiera della mutua: non potevamo vincere  perché non siamo abituati a star appesi al contrario).
Masino non ha mai letto Vico, ma Vico avrebbe amato Masino, e forse pure imparato qualcosa su corsi e ricorsi storici. “S’aviva a chiudiri”, ha detto. Si doveva chiudere. Ovviamente il cerchio.
Masino ne ha viste troppe e ha una pazienza minerale: quando – nella sua guardiola confessionale – gli confido le mie ansie per la manovra economica, la Padania che progetta la bomba atomica, Napolitano con le tasche piene di stilografiche, la signora del quinto che lava il terrazzo con l’acido muriatico, lui mi risponde con una sola parola: “Spittassi”.
Che tecnicamente significa “aspetti”, ma con tutta una masinitudine taumaturgica che non si può spiegare per iscritto, e ha a che fare non con un’attesa passiva ma piuttosto con una speranza attiva e vigile.
Ora, i corsi e ricorsi e la masinitudine ci dicono con chiarezza che Lippi ha chiuso un qualche cerchio cosmico dalle parti del centrocampo, che la nuova Nazionale sorgerà magnifica azzurra e progressiva, che la Costituzione reggerà con la sua vecchia pellaccia (lo dice zia Enza, che tifa per la Costituzione come altri per l’Inter) e che la signora del quinto non m’ucciderà tutti i gerani.
Non è poco, per un’estate che comincia con l’elaborazione del lutto.
Spittassimo.

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Testosterone al lavoro. Sul palo.

Io non sapevo chi fosse, il signor Filòcamo.
Mia suocera (ho divorziato ma si sa: i mariti vanno e vengono, una suocera è per sempre) è ufficialmente la sensale di elettricisti, idraulici, serrandisti, ammanigliatori, tassisti, incantatori di serpenti, lettori di contatori, trasportatori di bagaglio eccedente, cavatori di denti, minatori, avvitatori di tavolocce, portieri in seconda, persuasori di scarichi. Dunque, quando le ho detto: me lo chiami un elettricista che qui la plafoniera c'ha gravi problemi? (in realtà il corridoio da due mesi era praticamente il Piper, con la luce stroboscopica intermittente che qualche volta mi pareva d'intravvedere Patty Pravo sulla porta del bagno), lei ha reclutato, solerte, il signor Filòcamo.
"Viene domani, all'una e mezza".
All'una e mezza, con la casa che profumava di ragù, le gatte ad abbronzarsi sul balcone e il tg Uno che già parlava di cani da grembo, coni gelato e creme antiUVA, hanno suonato alla porta.
Sono andata ad aprire ciabattando, con la molletta verde nei capelli, gli occhiali da miope, i pantaloni della tuta vecchia.
"Chi è?" faccio con la voce della padrona di casa.
"Sono Filòcamo" risponde lui, coerente.
Apro senza pensarci.

Non so da dove, ma sono certa che, appena la porta s'è spalancata, è partita una colonna sonora. Forse era Nove settimane e mezzo, Joe Cocker.
Il signor Filòcamo stava diritto nel mezzo della soglia. Era un atlante di anatomia umana, pagine tre quattro cinque e sei: tricipite, bicipite, deltoide, grande pettorale. Che dico grande, grandissimo.
Ora, la brioscia non è mai stata un tipo muscolare. Mai. Ha (quasi) sempre privilegiato rituffi accuratissimi, portatori sani di sterni scarni, pance liquide, artigli, porri sul naso, muscoli da sollevatore di palloncini, bruttezze non scevre da complicazioni psichiatriche. Il sempiterno fascino del disturbo però pure del difetto fisico irreparabile.
Ma sarà la vecchiaia, la revancha degli estrogeni attempati, l'estate bacchica. Il regime che si avvicina, la pensione che si allontana, la crisi, il tgUno. Gli Ufo, i cerchi nel grano, Calderoli.
Insomma, la brioscia fu investita in pieno dal bradisismo ormonal-filocamesco.
Il signor Filòcamo con la sua falcata (in movimento era più un Doriforo di Policleto, ma iscritto all'agenzia di Lele Mora) superò la brioscia, percossa e attonita sulla soglia, poggiò il casco in un angolo e con un sorriso e un'abbronzatura da maestro di tennis disse: cominciamo?
La brioscia dovette fare un certo sforzo, per comprendere chi doveva fare cosa, e con chi. Lui con la plafoniera, in effetti.

Mentre dalla stessa parte di prima suonava un'altra colonna sonora (o forse era sempre Joe Cocker, non so), il signor Filòcamo è salito sulla scala di legno, con tutto un gioco al ralenty di sartori e quadricipiti del femore e adduttori lunghi. Che dico lunghi, lunghissimi.
Lui stava lassù, con la plafoniera, e la brioscia giù, con tutto un rimescolìo gastro-eto-estroprogestini
co.
Lei che di solito aveva a che fare col signor Petranìa, il signor Raniero, il signor Buttafuoco, il signor Rodolfo. Col geometra Mercurio, il portiere Masino, il compare Pudano. Tutti sopra i settantacinque, ma sotto il metro e quindici. Tutti bianchi, a parte le unghie e i denti. Tutti bravissimi, eh: negli anni avevano sostituito le sue serrature, sbrogliato le sue serrande, esplorato i suoi sifoni, domato le sue pulegge. Cercatofase coi suoi cercafase, combattuto il suo calcare, addomesticato i suoi contatori.
Mentre la brioscia tentava di sciogliersi i capelli e togliere gli occhiali da miope (nei film funziona sempre), di minimizzare le pantofolone di pile e pizzicarsi le guance, il signor Filòcamo, bilanciandosi sui fianchi stretti da ballerino, armeggiava con la plafoniera.
Non so se esiste uno standard europeo dei feromoni liberi, ma se c'è, ieri all'una e quarantacinque è stato superato, ne sono certa. Feromoni grossi come passeri, che volteggiavano attorno all'albero foppapedretti su cui stava appollaiato, come un lord Greystoke ma più meridionale, il signor Filòcamo, e sotto, nel sottobosco, mimetizzata col pile verde e le piastrelle e gli oranghi, la brioscia.
Joe Cocker cantava assieme a Patty Pravo nel corridoio, quando il signor Filòcamo ha detto qualcosa, e prima che la brioscia potesse capire, è accaduto.
L'esplosione.
La plafoniera è scoppiata tra le mani affusolate del signor Filòcamo, con un botto assordante, una nuvola di fumonero che ha tinto il soffitto e la maglia abbagliante del signor Filòcamo e una pioggia di scintille da mezzanotte ad Amalfi. La corrente se n'è andata in tutto l'isolato, gli antifurti delle palazzine a, b e c hanno cominciato a suonare la fine del mondo e i pompieri sono arrivati dopo cinque minuti, con l’autopompa municipale e le sciunette per abbattere le porte.
Non erano gli ormoni. Era proprio la corrente. Il signor Filòcamo non l'aveva staccata.
Domani viene il signor Petranìa a sistemare tutto.

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il figliol prodigo, e il padre prodigo, di Pedro Cano

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   Il padre morto era seduto sulla mantegna laterale, e guardava giù. Il figlio stava in piedi sul praticabile più alto del palcoscenico, che poi era un traliccio del cantiere del Ponte, o la banchina d’una stazione isolana dove i treni passano in fila indiana, o la passerella d’un ministro o la panchina d’un invalido finto.
   Non che avesse proprio voluto chiamarlo: di solito il figlio lo chiamava in momenti privatissimi e incomprensibili. Quando scendeva dalla strada a spirale della sua casa romana, quando la luce s’inclinava impercettibilmente oltre il crinale dei colli, e i laghi salini di Ganzirri diventavano neri di colpo. Che poi lo sappiamo tutti: quando li chiamiamo di rado arrivano subito, e qualche volta non arrivano per niente e pensiamo pure d’essere soli. E in fondo la morte non è che una specie di solitudine da tutte e due le parti.
  Ma stavolta stava scritto lì, nel copione, nero su bianco: “Cinque discariche, cinque, qui attorno. Cinque discariche per gli inerti del Ponte – e lì la parola “inerti” diventava gigantesca, e si vedeva chiaramente che lui pensava che gli inerti siamo noi, sono i bravi cittadini di Messina sordi e ciechi a tutto, e probabilmente è così – cinque discariche. Una sul cimitero di Granatari… “. Il cimitero di Granatari.
Il padre stava da anni in quel cimitero, buono buono, senza pretendere nulla. Un morto savio, di poco spazio, contentandosi d’invecchiare senza fiori nel vialetto stento, dove il sole acceca fino al pomeriggio, i gatti scarni passano oltre e persino l’erba lascia perdere.

  D’altronde, ognuno l’aveva seppellito dove gli piaceva di più. Suo fratello, il poeta, lo teneva nella vecchia casa dove avevano vissuto assieme, lui e il padre morto, per un inverno lunghissimo, giocando a briscola nelle sale vuote, inseguendo pipistrelli e piangendo l’uno di nascosto all’altro lacrime fredde.
 Sua sorella aveva troppa fretta per tenerlo in un solo posto: lo teneva per lo più tra i giocattoli rotti delle gemelle, e ogni tanto sbuffava e pensava “devo riparare papà”, ma poi gliene mancava il tempo.
 
E sua madre, sua madre aveva un numero imprecisato di fotografie degli anni Cinquanta dalle quali non riusciva nemmeno a uscire, certe volte, e toccava stare lì ad aspettarla anche per ore, per aiutarla a togliersi il cappello a larga tesa e i tacchi alti e la malinconia.
    Così, quando il copione aveva detto chiaramente, nero su bianco: “il cimitero di Granatari, cancellato”, lui non aveva potuto trattenersi. Alla prima, una volta arrivato a quel punto lì, aveva alzato gli occhi e lo aveva visto, il padre morto, seduto sulla trave, in mezzo alle corde calate dalla graticcia, che lo guardava.
   “Papà, mi dispiace, ma è tutto vero!” aveva esclamato, e la gente aveva riso e applaudito, e anche il padre aveva riso un sorriso mezzo e aveva fatto cenno che sì, vabbè, lo sapeva, non ci si poteva far nulla. Non aveva parlato, perché – se ci avete fatto caso – non parlano mai. Sarà perché si esprimono direttamente, con varietà di luce e sentimento che comprendiamo immediatamente. Sarà perché la voce non potremmo sostenerla, ci polverizzerebbe il cuore subito.
 
E il figlio quasi piangeva, e aveva continuato a dirgli cose, del tutto perdute nel fracasso degli applausi, e il padre aveva risposto che sì, vabbè, e aveva fatto gesti stanchissimi e pochi, con le mani ossute e la vecchia faccia amata.
 Gli altri attori e il regista s’erano scandalizzati, e pure alcuni spettatori che lo conoscevano, e sapevano di Granatari e del morto che stava lì senza aspettarsi nulla. Ma a lui non importava: era riuscito a portarlo lì, suo padre, dove non c’era stato mai nessuno, e ora doveva parlargli, altroché.
 
Lo faceva ogni sera, arrivato a quel punto, quando sapeva che poteva guardare lì, in alto e dentro il sipario, che lui, il padre morto, stava lì e annuiva e gli sorrideva un poco ché sembrava  pure gli dicesse, quasi, finalmente, forse, “bravo”.

stasera ho visto M. in scena (davano Lavori in corso  al Vittorio Emanuele) parlare con suo padre, e c’è chi s’è scandalizzato, ma io avrei fatto lo stesso, l’avrei portato lì con me, nel cuore del mio mestiere, della mia arte, e ci avrei parlato davanti a tutta la città, quella visibile e quella invisibile, quella viva e quella defunta, quella che c’era e quella scomparsa, tutte quelle che avevano portato me lì, con le mie mosse e le mie voci, e lui lassù, appeso tra le funi, disincarnato e presente.

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la casa delle zie tra i mondi

Alla cena di Natale eravamo centotré, inclusi gli animali domestici (le miciazze, gli acari, mia cognata e lo iorksciair terriè del Cinese), i morti, i finto viventi e i vicini derelitti. Ché a Natale non si chiude la porta in faccia a nessuno, e le zie hanno una specie di mensa caritas almeno fino all’epifania, che non ti puoi affacciare nel loro giardino e dire: “commare c’avrei un languorino” che loro t’ammollano una porzione di lasagne, uova come viene viene, un petrale benedetto e un sorso di nocino solforoso.

Tanto, le zie cucinano ininterrottamente dal 19, ma non so di quale mese preciso.

E’ che a Natale, finalmente, ci parliamo. Ovviamente, ciascuno con le parole che può e che ha. Zia Vanda, per lo più, si esprime in petrali: tira la pasta con duecento uova e fiordifarina, li farcisce di fichi secchi, mandorle, vino cotto, amore feroce, nocciole, pensieri, scorza d’arancia, preghiere, li cuoce in forno a temperature sconosciute, li glassa di bianco e di rosa, con la granella colorata e i diavolini d’argento. Zia Mariella amministra la giustizia, divide i pani e i pesci e probabilmente li moltiplica: i pacchetti per i nipoti degenerati, per i bisnipoti ingrati, per le cugine amorose, per la vicine commari, per i nemici e per gli alleati. Zia Enza pulisce i carciofi – che è come fare il confessore o lo psicanalista – e impasta polpette che poi distribuisce così, girando attorno al tavolo col vassoio e imboccando gli ospiti, ed è ovviamente una comunione familiare, in cui si viene compresi e assolti, quali che siano i tuoi peccati o i tuoi pensieri.

I morti vengono sempre, e hanno sempre fame: mio padre, che è uomo retorico e aristotelico, fa discorsi, mia madre sta in disparte con lo scialle e la faccia assorta (non sopporta la morte, e si considera ancora offesa personalmente), altre file di sedie sullo sfondo ospitano non so bene chi, cugini col cappello e bisnonni leggendari e anche ospiti di passaggio, che non hanno fatto in tempo a raggiungere altre tavole, o forse sono stati catturati dal cerchio inossidabile che stringe tutti noi. Mangiano pensieri, briciole, sguardi che cadono di lato, desideri.

Mia cognata pure, mangia tutto e ne chiede ancora. Puoi darle ogni cosa, gamberi caponata benzina verde chiavi inglesi da sedici. Con la bocca stretta dipinta di vermiglio, la pelliccia di Crudelia Demon che non si toglie neanche a tavola (è segretamente convinta che vogliamo derubarla, non si persuade che mio fratello gliel’abbiamo regalato senza nulla a pretendere e avremmo qualche difficoltà a riaccettarlo indietro) e la borsetta di pelle umana appesa alla sedia, mia cognata mangia fino all’alba del giorno dopo, fermandosi solo per aprire i regali (quest’anno le ho regalato il “Galateo” di Monsignor Della Casa, con un biglietto del tipo: “Cara M., come sai detesto i regali inutili. So che questo ti sarà utilissimo. Con stima e simpatia”) e tentare di assaggiare il polistirolo delle imbottiture.

Ogni tanto scendono le vicine-commari, che fanno parte della famiglia almeno quanto la moglie di mio cugino, o anche molto di più: Franca di sopra, Teresa la cartomante, Nuccia di sotto, la fidanzata del prete, Rina senza uomo, Milleunanotte.

I cugini sono molti: trentotto si chiamano Stefano, venticinque Michele. Stefano è il nostro santo preferito, dopo il nonno, Togliatti, Padre Pio e Che Guevara. I nostri Stefani sono molto belli, di solito: hanno polsi sottili, chiome abbondanti e voci musicali. Portano i segni della famiglia: le sopracciglia unite, i denti luccicanti, le ossa piene di presentimento.

Mangiamo tutti ogni cosa: i pesci, i pani, le polpette. Il capitone, i tortellini, il babà alla panna. Mangiamo il fatto di essere così vicini, così identici da non poterci quasi sopportare. Mangiamo la distanza che di solito ci separa e qualche volta ci salva. Mangiamo il mistero di amarci nonostante e soprattutto. Mangiamo il fatto di essere così pochi, così tanti, così circondati dal buio, così caparbi a volerci.  

Mia trisnonna Carmosina appare verso mezzanotte, scendendo come una colomba di centocinque anni dal soffitto, bianca come lo zucchero o gli angeli, in posa benedicente.

Prendiamo la sua benedizione e la spezziamo e la mangiamo. Per tutto l’anno.  

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l'uomo, quando cade

  Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli ho risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze ( ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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