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Posts Tagged ‘cronaca vera’

Della patonza

Quando il dibattito politico si fa duro, allora occorre farsi una doccia fredda e riflettere (no, non ricoricarsi nel lettone di Putin).
Signori, la patonza è una cosa seria, serissima. Tutta la mia generazione, e un paio d'altre dopo (come sapete, le generazioni sono ormai velocissime: in dieci anni ce ne sono anche tre in fila)(no, non dietro la porta del Papi) credeva di aver cambiato, a se stessa e al resto del mondo, la percezione della patonza.
Da bene-rifugio a bene condiviso. Da bene familiare trasmissibile con regolari sponsali e/o compravendita a libero bene in libero amore. Da moneta di scambio e occulto progresso sociale a moneta del Monopoli, ovvero spendibile a scopo unicamente ludico e ad alto tasso di reciprocità, comprando gli unici beni, per definizione, senza prezzo (dunque di solo valore): amore, piacere, gioia, condivisione, scambio.
A cavallo delle patonze liberate siamo volate davvero per ogni dove, e anche da nessuna parte: siamo rimaste a fare le fidanzate, le mogli, le madri. Ma una patonza libera è libera per sempre, e dà lezioni di libertà. A chiunque.
E la sua – la nostra – vittoria principale era stata proprio l'abolizione del mercato. La patonza per noi è letteratura, sentimento, emozione, corpo, conoscenza, ironia, immaginazione, passione, gioco, bellezza, identità, valore. Qualunque parola che non sia "mercato". E non c'è mercato per il non-mercato. Per fortuna.
Ma la lezione di libertà (e non di liberismo) della patonza non è arrivata ovunque, o forse i tempi maledetti dalla tv e dal mercato – l'orrido mercato globale che ci avvolge, anche qui mentre crediamo di scrivere su liberi tasti in libero web, il mercato totale a cui questo mondo di Borse e caimani tende asintoticamente – hanno lavorato contro le cose per definizione più fragili e colossali di questo mondo: le cose senza prezzo. Le cose che bisogna sudarsi e non comprarsi.
Ora quell'individuo che alligna a capo del nostro governo ha pronunciato, senza saperlo, la parola (perdonatemi per il campo semantico) chiave: patonza. Ma l'ha pronunciata nella sua lingua disgustosa, non nella nostra.
La lingua del prezzo, degli affari, degli interessi. La lingua di suoni gutturali e gestacci. La lingua degli esercizi di sottomissione, della prostituzione intellettuale e fisica. La lingua che non avvicina, non comprende, non immagina.
Caro premier, la patonza gira. Meglio, la patonza si gira, quando Lei passa, e fa una smorfia di disgusto. Lei non capirà mai la patonza, si rassegni. Penserà di comprarla, ma sarà solo una finzione. Lei, signor premier, mi fa molta pena: vincendo tutto, o credendo di vincere tutto, non sa quello che si perde.

 

Una patonza libera

 

 

 

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Dov'ero l'11 settembre

Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli avevo risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze (ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua, intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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La Padaniaconfina con la Cretinia, con la Polentonia, con la Babbionia, con la Mamifacciailpiaceronia.
Me lo spiegava la zia che c’ha tutta una sua geografia immaginaria,  da Busto Arsizio ai Giardini pensili di Babilonia (che qualche volta chiama “i Giardini di Pennsylvania” e non credo che sia propriamente un errore: l’America dopotutto è distante dalla Calabria quanto l’impero assiro e qualche volta anche di più), dalla punta del muro (dove politicamente finisce il paese e si tengono le riunioni serali dei maschi) a Lilliput, da Superga (che per le zie è una collina carnivora che mangia campioni e speranze, così come la fabbrica s’era mangiata il cugino Bartolo) al Paese dei balocchi (le zie prediligono da sempre la vena sadico-pedagogica di Pinocchio), da Paperopoli a Mosca (l’Eden dove il nonno, comunista originario, aveva sempre desiderato andare, anche dopo morto). 
“Ma quindi esiste, ‘sta Padania?” le ho chiesto io, preoccupata.
“No, sono loro che ci credono”.
“Loro chi?”.
“I cosi, i leghisti, povere anime”.
“Ma come povere anime, zia! Lo sai quanto ce l’hanno con noi, e manco gli piace l’Italia, il tricolore, l’elmo di Scipio…”.
“Sono creature di dio anche loro, solo più sfortunate. Quando noi qui andavamo a teatro, loro si dipingevano di blu. Ora si dipingono di verde, che pure li ingrassa e li fa sembrare sciupati”.
“Ma sono al governo, hanno un sacco di ministri, anche immaginari, anche ripetuti, e progettano il federalismo razziale e il Muro sotto Ancona…”.
“Ma no. Fanno solo spumazza. Si sentirebbero soli, se noi facessimo la Terronia e li lasciassimo”.
“La Terronia? E dove la dovremmo fare?”.
“Dicevo per dire: siamo troppo intelligenti, noi. Abbiamo inventato Sibari, Siracusa, la Città del sole e il Santuario di Polsi. Abbiamo ricostruito città intere ogni centocinquant’anni. Certe città ce le inventiamo ogni giorno. Figurati se facciamo una cosa cretina come la Terronia, o la Padania”.
Una cosa cretina, davvero.

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Immagine 017
E chi se lo poteva immaginare che anche Torino, la compassata, ortogonale, positivista Torino, la moderata, composta, sabauda Torino potesse non bastare mai, scatenare bulimie come una Roma, una Firenze, una Napoli (buonanima, prima che finisse seppellita nei suoi stessi rifiuti, corpo vivente dell'Italia marcita di bugie e malaffare, vittima sacrificale e orribile metafora del governo morto che cammina). Chi se lo poteva immaginare, il mal di Torino, un male tricolore come una piccola coccarda all'altezza del cuore, proprio sotto il Po che è un confine vivo della città rettilinea.

  Invece questa Brioscia ha preso bauli e cappelliere e c'è tornata, nemmeno un mese dopo, a vedere se i parmigiani cagliavano bene, se il monsone passava puntuale e se era vero che pure lì esistono tigli infiammati che cantano forte al crepuscolo, come quaggiù (solo che qui il crepuscolo viene molto molto prima, secondo il paradosso e la beffa della luce del Sud).

 

La casa biancodorata

 

La casa biancodorata ha muri a volta, una profusione di gessi e ante verniciate, libri leggiadri appoggiati con noncuranza negli angoli, un baldacchino diritto sulla linea dei sogni. Ha cornici, tendaggi e lampade. Niente va perso, nella casa biancodorata: i suoi mille specchi conservano ogni gesto.
  La casa biancodorata, soprattutto, sorge proprio sopra i forni del Paradiso, dove ogni cosa viene tradotta in fior di farina: focacce, pensieri, tortine, ricordi, pandolci, dubbi, grissini (quelli torinesi che sembrano tutti fassino ma più tormentato). Onestamente, una Brioscia si sente davvero a casa.

 

La mappa di Torino (o l'ortoagonia)

 

  Nel centro di Torino, lo sanno tutti, non si perde neanche un bambino. Ma una Brioscia sì. Perché, vedete, Torino è troppo rettilinea e uniforme. Come un cubo di Rubik, ma con più negozi. E se c'è una cosa incompatibile con una Brioscia, cresciuta in certe strade storte che riportano solo indietro, o dove comunque non volevi andare (non consapevolmente, almeno), è un cubo di Rubik.
  Anche perché un luogo tutto ortogonale è, in realtà, solo una diversa specie di labirinto. Basta non capire la direzione (e non c'è direzione che non sia perfettamente equivalente), e sei già altrove.
  La Brioscia ha passato tre giorni cercando di capire quale altrove fosse, in quella selva di altrove confezionati per angoli retti. Poi, quando incontrava un torinese, o anche un mezzo torinese (ché Torino si può apprendere, ho visto, e praticare come da autoctoni, mentre ci sono città irriducibili, che non ti faranno entrare mai davvero nella loro mappa intima), lo guardava affascinato per la sua capacità di calcolare a mente gli incroci e spostarsi economicamente verso la meta.
  Forse ci sono città in cui non ci si può muovere, senza una meta. O forse non sono città, sono vite.


Parlapà!

 

Tecnicamente vuol dire “non parlare”, nel senso di “ma non mi dire!”, con tanto di esclamativo e allitterazione e francesizzamento sabaudo.
In effetti, è roba da non credersi.
 Io non ci volevo credere a cose come il tonno di coniglio, o i tajarin trombette e lavanda. Non ero preparata, al roastbeef di fassone. Non avevo strumenti, per sostenere la mocetta, o la borragine dentro ai ravioli.
 Quando mi sono seduta – e ci avevano apparecchiato nel separè guardato a vista dalle bottiglie, la vera stanza degli spiriti dove è possibile ogni commercio metafisico (perché Torino la positivista e rettinlinea ha tutto un rovescio oscuro e infernotto, tutto un camminamento incappucciato e ipogeo) – ho capito subito che ero circondata e dovevo arrendermi. Ci vuole un coraggio da leoni, ad arrendersi.
  Mi sono arresa alla misticanza, alla carne lavorata al coltello. Mi sono arresa alle macchine meravigliose esposte, anzi composte, in sala (una calcolatrice meccanica e caparbia, un'affettatrice luccicante che sembrava disegnata da pininfarina, severissimi sifoni del seltz). Mi sono arresa alla religione dello chef, che crede nelle materie prime come altri in San Gennaro, e loro, come San Gennaro, ricambiano la fiducia. Mi sono arresa alla famiglia dello chef, nebbioli barberine figli coltelli fassone mauretti cervelle davidi barbareschi dolcetti scherzetti e baroli.
  Ho persino chiesto che mi assumessero, o al limite che mi adottassero. Forse mi chiamano a ottobre. Parla pa.

 

Il bunet

 

  Dio era stanco, sabato sera. Aveva lavorato come un mulo tutta la settimana, e non era nemmeno troppo contento: alcune cose mica gli erano riuscite bene. Chessò, la pace nel mondo, gli scarafaggi, Calderoli. Le istruzioni per i videoregistratori, l'olio di ricino, gli scorfani, Gasparri, le suocere. Mia cognata.
  Era nervoso, e anche affamato: la Creazione è un lavoro faticosissimo, e nemmeno ben pagato, oggi come oggi. In frigo, poi, non c'era niente. Rovistando la cucina aveva trovato soltanto latte, zucchero, cacao (una grande ispirazione, quella dannata bacca: quasi meglio di quell'altra idea, il sesso). Un pugno di nocciole (belle anche quelle: le aveva piazzate un po' a caso, in Piemonte come in Sicilia, ma funzionavano benissimo. Altro che gli uomini), un pacco di biscotti strani, con un nome che nemmeno si ricordava: amarelli, amaranci, amaretti. Non era mai stato bravo con le parole, a parte quelle che gli erano venute in mente così, sette giorni prima, mentre giocava a lanciare elettroni piatti sul pelo dell'acqua e farli rimbalzare: fiat lux!
 Ma mica gli era ricapitato (quando riprovava: fiat lux! fiat lux! succedevano altre cose, tipo aprivano fabbriche d'automobili e s'alzavano Lingotti e occasionalmente nascevano pure Lapi con gli occhiali da sole e la evve moscia, ma niente di paragonabile).
 Solo che lui non sapeva cucinare. Al massimo due uova, e quasi sempre si bruciacchiavano e doveva buttare la padella (che non era antiaderente: gli sarebbe venuto in mente solo qualche millennio dopo).
  Insomma, decise di chiedere aiuto: non lo aveva fatto per la Cordigliera delle Ande, per l'Antartide o per l'ornitorinco, ma a tavola che diamine, l'orgoglio si può pure mettere da parte.
Chiamò l'unico che poteva aiutarlo: lo chef del Parlapà.
“Dai chef, ti prego, sono stanchissimo, non sai che settimana ho avuto”
“Ma guarda che ho gente, è sabato sera…”
“Via, se mi aiuti ti creo l'Amarone. No, l'Armagnac. Anzi, il Rum Agricolo. Naomi Campbell. L'amicizia. Quello che vuoi”.
“Oh ma dai, sei sempre il solito. Non voglio niente, ti ho detto: non lo sai che ogni cuoco è un po' dio e gli basta? Sta lì, che ti vengo a portare una cosa che ho inventato io oggi”.

Ecco, era il bunet. Quel bunet.

 

(continua)

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luna vera

  Che io ci credo, ai segni. Tutti. Figuratevi una luna rossa che ruzzola, immensa, nel cielo del dopo-referendum. Mi ero detta: bene, un altro festeggiamento. La passione sale fino al cielo e tinge pure la luna, la scettica, mutevole, irresponsabile luna.
 Carica dei miei simboli civili – segni, tutti segni: siamo vocabolari a cielo aperto, ma con le pagine mischiate e di una lingua sconosciuta – me ne sono andata in terrazza, a brindare. Avevo il tricolore garibaldino, l'adesivo senonoraquando con l'aquilone, la spilletta antinucleare. Avevo vent'anni da recuperare, alle scuole serali della giovinezza sfumata; vent'anni di attenta osservazione dell'ombelico, di m'ama-non m'ama (non m'amava quasi mai), di case concentriche (che sono altre forme d'ombelico), di ripiegamenti che sono le sconfitte di chi pareggia. Avevo quattro sì e ventisette milioni di matite copiative che tintinnavano in tasca come un gruzzolo nuovo, avevo un sindaco che a Milano aveva stretto venticinquemila mani senza smettere di sorridere. Avevo un numero imprecisato di amici conosciuti negli ultimi mesi, negli affannosi corsi di recupero in Manutenzione Democrazia, Gestione Risorse Civili, Agraria Costituzionale e persino Storia del Risorgimento A Venire: universitari sui tetti, precari nelle piazze (la peggiore Italia: quella che fa vergognare tutta l'altra mezza solo mostrando la faccia), giovani settantenni animatori della resistenza online, terroristi della gentilezza, kamikaze dell'ironia (si fanno esplodere in risate per tutti i socialnetwork e i blog, lo giuro: attorno a loro piovono le vittime: governanti, gerontocrati quarantenni, analfabeti telematici, nani e olgettine).
  Lo sapevo, erano tutti come me in quel momento, naso all'aria, a vedere pure questa: Santoro e Crozza e la Bindi a tingere col ducotone rosso la luna.
 Ho versato nel bicchiere il vino (rosso), e aspettato. Ma la luna non compariva. Che m'è venuto il sospetto che fosse come in Ecce Bombo (gli dei l'abbiano in gloria): l'aspettavamo da qui, la luna rossa, ed è spuntata dall'altra parte. Come l'alba, l'amore o la rivoluzione (in rigoroso ordine d'utopia).
No, eccola.
Piccola, dura, refrattaria. Camminava precisa nel cielo dello Stretto che era stato tutto il giorno fosco ma sgombro, del colore azzurro cinerino dello scirocco. Alle nove e mezza di sera – ed è un'ingiustizia – il Sud è buio come a mezzanotte, per la solita beffa palindroma della luce.
La luna, di taglia piccola, di bordo tagliente, saliva lungo la curva invisibile del cielo. Invasa come da un fumo scuro, come da un malumore. Mentre lei cambiava di colore, arancio-nero-violetto-porpora-grigio-sanguigno, io sono rimasta pietrificata, di pietra lunare, di pietra di catania, di pietra di sale.

  Ci sono segni che non si possono scomodare, altroché.
M'è presa una paura sicuramente antichissima, mentre lei si faceva così scura da scomparire. Sentivo i cani del quadrivio, le gatte pazze che si muovevano nervose. Sentivo il silenzio agitato, invaso dal fermento sobillatore dei tigli, dalla salsedine che sale ai piani alti, con la tristezza già estiva del mare di notte. Sapevo cose di raccolti rovinati, di controincantesimi, di fratindovini, di sortilegi distesi nella campagna.
  Non era una luna di vittoria: era la luna temibile dalle labbra chiuse, dagli occhi sigillati, dal latte rappreso. La luna remota dell'inizio dei tempi, quando sulla cima angusta della terra stavamo a guardarla pieni di terrore, sprofondati nel buio per sempre.
Mi dolevano tutti i dolori (i miei nel cimitero che guarda la montagna, il vasto coro degli assenti, le cicatrici degli errori, le occasioni mancate, gli oblii e i peggiori di tutti, i ricordi). Il futuro s'era cancellato, e non avremmo avuto che la notte, e il nostro proprio cuore da mangiare.

 

Ma è stato a quel punto che la luce è riapparsa, come un punto acuminato che feriva gli occhi. Dalla coda della luna – che è una sirena rotonda – ha cominciato a crescere. Lenta, veloce, calmissima, equatoriale. Spingeva la linea d'ombra liberando striscia a striscia la superficie di sasso della luna, che era d'osso bianco e sabbia di clessidra.
Il rosso si dileguava come il nero, come la paura.
Allora ho capito: era quello il segno, e il messaggio. Quella luce caparbia che spingeva con centomila mani l'ombra, per quanto potesse essere nera, per quanto potesse essere forte, e antica, e invincibile. Quella luce che splendeva per tutto il cielo, restituendo il futuro palmo a palmo.
C'eravamo tutti: io, le zie, Garibaldi, i tigli impetuosi che si muovono in branco per le notti. I “noi” ritrovati (il mio mi entrava alla perfezione, come se non fossi ingrassata d'un chilo), le bandiere. I figli – tutti i figli, che i figli non sono mai di due soltanto – il vino, le gatte, persino il mare.
La luna s'era quasi liberata tutta, quando ho brindato a lei con la marea del bicchiere, che la percepiva e s'impennava. Come una speranza.

 

Dedicato a tutte le lune rosse che inseguiamo, salvo poi aver paura del buio, come al solito.

 

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Tricolotorino

LA CONGIURA
 
Il piccione lo sapeva, e lo sapeva il vulcano. Lo sapevano gerani e foglie di salvia. Lo sapevano le scarpe a pois. Lo sapeva il lastrico ortogonale di Torino, lo sapevano i tricolori (Torino ha una quantità spaventosa di tricolori, come se una vittoria alla finale dei Mondiali fosse esplosa nel perimetro cittadino: se Roma è la Capitale burina e pigliatutto, Torino è la Capitale Anziana, pensionata ma mai dimessa, ancora diritta e in esercizio col suo Cavour che, se stai attento, t'attraversa la strada e ti saluta pure).
Lo sapevano, che non si deve chiedere troppo. Ma la Brioscia mica lo sapeva che stava chiedendo una cospirazione all'impossibile: andare a Torino, nel covo della Trebisonda, nel cuore di San Salvario – e per giunta nei giorni libreschi e pleonastici del Salone – a presentare la sua creatura, "Lezioni di tango raccontate da una principiante", le sembrava una cosa normale, che non integrava necessariamente i patti col destino.
E invece.
Il vulcano congiurò da subito: dall'autostrada, alle cinque del mattino, sfoggiava una mantella di neve fresca e un gioiello di fuoco vivo. Una delle bocche s'era spalancata, di notte, e pioveva cenere su tutta la città: la pioggia di cenere è come la mafia, non te ne accorgi nemmeno, senti appena un disagio, un fastidio, un polverìo che diventa un fango scuro e scivoloso sulle suole, copre fittissimo le strade, le ali degli aerei, le piste degli aeroporti, i lenzuoli stesi e l'umore degli angeli. Si può morire di cenere, senza saperlo.
  Ma all'aeroporto lo sapevano, e chiusero i cancelli in faccia alla Brioscia speranzosa, che aveva passato tutta la sua breve nottata a rimpicciolire i bagagli e misurare le boccette di bagnoschiuma. Infine, nella borsa di Brioscia Poppins stavano cinque abitini da tango, tre paia di scarpe, taccuini ripieni, saponette, fazzolettini bagnati, breviari, lampade pieghevoli, scrivanie di noce, polli arrosto, colbacchi di pelo, cartine del Piemonte, corni rossi da mezzo.
  Ora, chi abita sullo Stretto ha due opzioni per partire e cambiare di sponda: prendere la nave di Ulisse, quando passa di lì, oppure indovinare l'orario di una delle Caronti. Ulisse era in ritardo, e così la Brioscia tentò di prendere la Caronte. Ma la congiura congiurava ancora: arrivato il suo turno, le chiusero il ponte di carico in faccia.
La Brioscianon aveva altra scelta (e non per nulla è la nipote di zia Mariella): evocare la prefica tragediatora che è in lei e supplicare i rudi marinai, come se fosse sul palcoscenico di Siracusa. Greci, fenici, arabi e normanni: nessuno resiste ai temi della lamentazione eschilea, se ben condotti. Fecero salire la Brioscia di sguincio, e lei – dopo aver baciato il marinaio più rude – potè involarsi verso la Capitale Anziana, non senza altri incontri degni di nota.
 
LA BISNONNA
 
Avete presente una bisnonna ottimista e di sinistra? Ecco, era proprio accanto alla Brioscia, che era seduta nel suo solito sedile di spine. Piccola, coi capelli bianchi in piega meticolosa, le gambe traditore distese (e la sedia a rotelle ad aspettarla allo scalo), la bisnonna ammirava Napolitano come i ragazzi i Tokyo Hotel, parlava di Garibaldi come di uno scapestrato coetaneo (e forse era pure vero, visto che a Roma l'aspettavano cinque generazioni che lei s'accingeva a benedire, laica matriarca e risorgimentale). Disse alla Broscia, parlando pasionaria delle elezioni imminenti: speriamo, stavolta speriamo. Solo una ragazza di cent'anni poteva vedere con tanta chiarezza il futuro prossimo, poteva avere ancora naso per la speranza.
 
LA NONNA DI SANDRINE BONNAIRE
 
Squisita tutta, immersa in una bellezza ancora imperativa pure se trascorsa, la nonna di Sandrine Bonnaire camminava diritta verso l'imbarco. Aveva un abito francese, una borsa francese, una bocca francese (ma sandali italiani). E il profumo più buono del mondo: cominciava come un Botticelli, e poi diventava un Balthus. Profondeva fiori e frutti, e poi ti portava in un qualche buio parlante dal quale non potevi staccarti. Un profumo come quello delle gardenie: illimitato, oscuro e rimescolatore. 
Per fortuna, la nonna di Sandrine Bonnaire era seduta proprio davanti alla Brioscia, che passò tutto il viaggio a sniffarla (ovviamente non si trattenne e le domandò cosa fosse, quella meraviglia, ricevendone il dono di una parola meravigliosa: "Womanity")(secondo Thierry Mugler, nella womanità ci sono sentori di latte, di fico, di legno, persino di caviale: è la nota animale, profonda, che scoppia subito dopo le ninfee da impressionisti, l'illusione fiorita)(mica scemo, questo Mugler).
 
LA TREBISONDA
 
La Trebisondanon è tecnicamente una libreria. E' piuttosto un rifugio per libri e lettori, un luogo di bonaccia e scambio, un porto senza flutti ma con tutte le storie. I libri sono scelti uno a uno, sono piuttosto coinquilini e fratelli, compagni di strada e pensionanti. La libraia, infatti, la molto sofonisba Malvina, è una sovrintendente e una cuoca, una giardiniera e una comandantessa. Salpa tutte le mattine, sulla sua nave dalle grandi vetrate da cui si vedono coccodrilli, volumi alati, grappoli di lampade e che resta accesa come un bastimento fino a notte fonda galleggiando nel bacino di San Salvario.
Qualche volta però la libreria sembra una rupe, abitata da un bosco di libri, o una voliera d'idee sulla cima d'una collina: ed è per questo, ne siamo certi, che i piccioni continuano a entrarci.  
 

IL PICCIONE
 
Ero l’ombra del beccofrusone ucciso
dal falso azzurro nel vetro:
ero il fumo denso di peli bruciati – e io
vivevo, volavo, nel cielo riflesso.
E dall’interno, poi, avrei duplicato
me stesso…
(Vladimir Nabokov, “Fuoco pallido”)
 
Il piccione s'era già fatto un giro al Salone del libro, e lo aveva trovato – come ogni altro essere vivente – del tutto inospitale. Così aveva deciso di cercarsi altri luoghi, e aveva trovato nel suo giro la Trebisonda, dove proprio quel pomeriggio s'erano dati appuntamento la Brioscia, i tangueri, il tango e un sacco di amici. Il piccione ­– o era un beccofrusone tentato dall’illusione dell’azzurro, come noi e come mastro Nabokov, che lo cantò nei distici eroici di “Fuoco pallido”? – con la riservatezza dei pennuti sabaudi, non ritenne di presentarsi, e si ritirò a razzolare in una vetrina. Fu forse l'unico dei presenti a non scattare una foto col telefonino, e di questo gli siamo ancora grati.
  Quando cercò di uscire, però, il suo (il nostro) destino beccofrusonico lo prese: la vetrata lo ingannò, gli spezzò il volo e lì la giornata tornò in bilico, come al mattino sui vortici di cenere, in balìa delle potenze ultraumane che cospirano, e dell’ostinazione delle nostre illusioni.
S’alzarono in tanti, gli imposero le mani e il piccione si risanò di colpo – perché le librerie sono luoghi magici frequentati da cerusici e condottieri e guaritori – zampettò fuori colmo di bipede dignità e poi si lanciò in un volo nitido.
Gli dei erano con noi. Il beccofrusone pure.
 
 
IL TANGO
 
Che il tango mica ha bisogno di precauzioni: si prende i luoghi come si prende le persone. Lo hanno portato, nella sua culla di canapi e satin, di pizzi macramè e carta di giornale, i tangueri di Desdelalma: Nando e Fiore, Marco e Monica hanno battezzato il parquet ballando sospiri di bandoneon e frecce di violino, traspiè indiavolati che mordevano i garretti e tanghi telepatici tutti intenzione e sguardo.
  Anche la Brioscia, sventurata, ballò: ma era a sua insaputa. Un tango preterintenzionale di cui ancora chiede venia ai presenti e al dio Gardel.
 
 
EFFE

 
Herzog Effe non è tecnicamente una persona, ma un'icona. Un blogger spretato ma mai scomunicato, uno scrittore eretico e retroverso i cui continenti di parole sono ancora visibili in tutte le carte nautiche del web. Appartato e sfuggente come una Greta Garbo, saggio e indecifrabile come l'oracolo di Delfi, provocatore come un Andrè Breton ma più sabaudo, ha portato alla Trebisonda – dove ormai confluivano piccioni, vulcani, bisnonne e milongueri – il suo tocco fescennino-situazionista, tenendo una prolusione dadaista ma savoiarda, omerica ma gechegè. Infine, ha mostrato l'autore-tipo, che dopo l'alpino-tipo  aveva invaso in quei giorni assalonati le strade di Torino: un pallone gonfiato. Lo ha giustiziato con un secco colpo di spillo: il web che si vendica di tutta la cattiva letteratura che disbosca l'Amazzonia e ci fracassa i cabbasisi. Tiè.
 
LADY ALESSANDRA
 
Solo lei – in arte Alessandra Terni – poteva leggere il libercolo della Brioscia come fosse Beckett, o Sofocle, e farlo credere agli altri. Solo lei poteva dare corpo e volume e vita alle parole, che hanno cominciato a muoversi e zampettare per tutta la libreria, e la gente le prendeva e le faceva volare via, come col piccione, come con i beccofrusoni, e in breve San Salvario è stato pieno di creature alate, tutte figlie sue, che facevano un rumore delizioso, come una tempesta di passeri.

 
LA HOME PAGE
 
Diciamolo: non era una presentazione di libro, ma una home page di facebook in un giorno feriale. E la Brioscia, estasiata, si aggirava a cliccare "mi piace", "mi piace", "mi piace".  E quanto le piacevano, quegli avatar diventati abbracci, quelle parole diventate voce, quei frammenti che si componevano: lo sguardo da lago di montagna di Sabrina, la sfrontata timidezza di Egle, il nocciolo siciliano dentro la sabaudezza di Gabriella, l’ironia nocciola di Loka (che poi avrebbe fondato, a tavola, un incomprensibile comitato anti-Occhetto, col mio editore stalinista non pentito), lo sguardo di Carlo B. che vede tutto, anche l’invisibile, e lo sguardo di Carlo M. che aggiunge invisibile a tutte le cose.  E che emozione Giorgio, il più torinese dei torinesi, giornalista totale, memoria vivente e camminante della città, podista dei ricordi metropolitani, cicerone alla rovescia, che mostra parmigiani e rampe di lancio delle auto e soprattutto le storie nascoste sotto le storie. E Gloria, la lettrice soave carica di biscotti da spezzare e dividere come sorrisi.  E Mariusso Pappù, artista multiforme e arconte di San Salvario. E l'ardimentoso Renato, nipote onorario delle zie calabre. E Augusto, che è scappato a inseguire la politica, e ha fatto bene, perché la politica non si può lasciare sola nemmeno per un momento (guardate quello che accade in un Parlamento, sennò). E, poiché ogni tanto fb fa il suo dovere, c'era anche il mio antico compagno di scuola, Enzo, con cui dividemmo una gita scolastica nell’Italia che s’apprestava a diventare atroce, ma noi eravamo così pieni di futuro da non accorgercene.
 Che emozione diventare tutti umani, restare umani perché lo schermo non è un modo per nascondersi ma per rivelarsi meglio, nel 5D dell'anima. E quando tutto quello che sospetti di una persona, dai suoi aggettivi ai suoi occhi si compone in una folgorante u(ma)nità allora è un piccolo miracolo. Ce ne furono, quella sera, di miracoli. Parola di piccione.
 

IL SALONE DEL LIBRO
 
La Brioscia non era preparata al gigantismo lingottesco, ma la parte di farcitrice calabra che è in lei s'emozionava solo al pensarlo, un luogo dove ci sono TUTTI i libri. Un luogo mitologico, come possono essere le cucine del Paradiso, le pasticcerie torinesi, alcuni letti.
  Anzitutto il Lingotto: uno di quei luoghi ridestinati, perché la storia è fatta di cambiamenti d'uso, d'intenzioni e ripensamenti che plasmano le terre e gli edifici. Degli operai non resta nulla, in apparenza, né delle storie d'ingiustizia e dolore di tutte le grandi fabbriche, gli immensi luoghi concentrazionari del lavoro, perché non esiste il capitalismo buono, e il suo carburante sono pur sempre il sudore e la fatica e la vita che si consuma un tanto al giorno, mensa compresa. Dei rombi delle auto resta l'eco, invece, nelle rampe maestose che conducono all'autodromo sul tetto: da lì le automobili volavano in tutta l'Italia e fuori, uccelli di lamiera messaggeri del boom economico.
  Ora volano i libri, in quegli spazi. E più dei libri il circo e il carrozzone dei libri: il suo carico di ufficistampa, editores, sensali e paraninfi. I suoi mondadoroni, i suoi einauditi. I suoi ValerioMassimoManfredi e IsabellaBossiFedrigotti, i suoi autori falsi venduti in brossura, i suoi non-autori spacciati negli angoli alle scolaresche.
  Ma c'è anche l'incanto, dei libri: l'edizione oscura della "Visita del capitano Stormfield in Paradiso" di Mark Twain. "Il libro delle domande" di Neruda, che la Brioscia era convinta non esistesse, era convinta di avere immaginato in una notte di tregenda al fianco d'un fidanzato falso in una vita malcapitata. I libri tanti, piccoli, ardimentosi che ti vengono a tirare per la giacchetta. I libri incubati dai giovani editori, i libri che si difendono con le unghie e con i denti, perché nascere libro nell'Italia di Berlusconi e Bondi è peggio che nascere donna a Kabul o nero nell'Alabama del 1930. I libri necessari, perché sono la nostra trincea, uno dei modi per restare umani, e anche di più: divinamente umani.
  Il Salone è un inferno con dentro un paradiso con dentro un inferno con dentro un paradiso. Gli amici e le luci da capannone per galline ovaiole. Le idee che allargano le ali e le rilegature del nulla. Lo spreco e la sapienza. Il caos e il caos.
 
 
IL PROFESSORE

 
Quando gli chiesero di firmare la ricevuta della carta di credito e gli porsero una penna, si sdegnò: "Io porto sempre una penna. E lo dico pure ai miei studenti: un uomo deve portare sempre con sé la penna. E' quello che ci distingue dai sudditi, la penna. La nostra spada".
 
 
 
L'BIRICHIN
 
  Perché non ne possiamo più della cucina troppo intelligente. Perché quella è roba da milanesi. Perché la cucina è accoglienza e condivisione e attenzione e piacere. Perché le ricette antiche non sono vecchie ma solo sapienti. Perché si può cercare sempre un asparago nell'uovo. Perché le mamme sono sacerdotesse, e solo loro sanno cose misteriose come scegliere le verdure più buone o chiudere con un "plin" esatto gli agnolotti o conoscere il preciso punto di cottura del riso. Perché lo chef, invece, non è un sacerdote ma solo un pilota. Perché la fassona è una prova dell'esistenza di alcuni dei, e trattarla col coltello è gesto di venerazione e rispetto. Perché il bunet è un succedaneo del latte materno: ti deve consolare e nutrire.
  Tutte queste cose Nicola Batavia, che dirige L'Birichin come un capitano di pescherecci coraggiosi, le sa. E per questo la Brioscia tornerà a mangiare lì.
 
TORINO
 
Gran Torino. Sintattica ma di cuore. Capitale ma militante. Tricolore ma con gusto. Francese ma piemontese. Operaia ma di classe. Fassina ma di sinistra.
Meravigliosa da mangiare: la Brioscia è scesa personalmente nelle cantine di EatItaly dove stanno a riflettere per anni i prosciutti e i parmigiani, e i loro pensieri cagliano l'aria, così nutriente che ti sazi solo a respirarla. E ci sono botti parlanti, e mucche meccaniche, e allevamenti di biscotti e campi interi seminati a pasta di semola di grano duro.
 Il suo fiume, a ben guardare, è di cioccolata, e le panchine di wafer. E le nuvole, le nuvole sono panna fresca.
E poi è una città tropicale ma precisa, dove il monsone passa sempre alle sei in punto e fioriscono mazzi di biciclette, quando è stagione.
Tornando al Sud da quei tropici sabaudi, la Brioscia dovette indossare di nuovo il golfino, e le calze pesanti, che evidentemente l'Italia sta cambiando di posto, e tutto si capovolge e si scambia, chessò, come una Moratti con un Pisapia.
 
 
 
 
 
 

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Mentre s'aggiustavano le sciarpe bianche, mentre si spazzolavano i capelli, mentre fermavano gli orecchini. Mentre mettevano il rossetto, controllavano la borsa, prendevano le chiavi. Mentre recuperavano certe se stesse rimaste là in fondo, anni fa, no, non arrabbiate, piuttosto decise, convinte, con quell'impellenza di farsi ascoltare dal mondo. Mentre uscivano nella città domenicale, lenta e rada con un sacco di parcheggio. Mentre cercavano la piazza, che per una volta non era la fermata del tram, o il luogo dell'happy hour. Mentre lanciavano l'ultima occhiata alla famiglia semiaddormentata, e poi uscivano con un sospiro: le donne devono sempre guadagnarseli due volte, gli spazi e i tempi.
   Le donne di Messina ieri non sapevano cosa stavano per fare: non sapevano chi avrebbero trovato, cosa avrebbero detto, chi avrebbero applaudito. Ma una cosa sapevano con certezza: c'era un'energia che le animava, che le faceva sentire in qualche modo sorelle delle migliaia e migliaia che stavano facendo la stessa cosa in tutta Italia.
Le donne di Messina non sapevano quanto si sarebbero stupite, di contarsi a centinaia (diciamo quindici, centinaia), con le sciarpe bianche che brillavano nel sole, il sole speciale dello Stretto quando decide che non è febbraio. Non sapevano quanto si sarebbero divertite, a leggere i cartelli, e a fotografarsi, e parlarsi, e ridere, e applaudire studentesse e attrici e pensionate e artiste che leggevano poesie (di donne), e prose dei Padri della Patria (quelli coraggiosi, non quelli puritani). E quanto sarebbe stato bello ri-conoscersi, ri-trovarsi come se ci si fosse appena lasciate, venti o trent'anni fa, quando pensavamo che certe conquiste fossero per sempre, che non ci sarebbe più voluto l'immenso lavoro e l'immensa fiducia e l'immenso impegno di crescerla, la democrazia, come si crescono i figli: piantando e concimando il futuro, momento per momento.
  Non sapevano, le donne di Messina – città molto spesso morta – quanti semi si sarebbero portate nella borsa, nelle tasche, tra le mani. Non sapevano che avrebbero improvvisato – con la certezza pratica di chi governa da sempre la vita propria e altrui, ma con la sapienza del cuore che quella certezza sospinge – cose meravigliose come una catena umana, troppo umana, di donne (e anche uomini) gridando slogan senza slogan (“dignità”, “la legge è uguale per tutti”), slogan sopra tutte le parti, dalla parte di tutti.  Non sapevano che avrebbero fatto un girotondo nella piazza davanti al Tribunale, e alla fine avrebbero cantato Gaber e Mameli, e poi si sarebbero fatte un applauso perché s'erano piaciute tanto, e non volevano lasciarsi, non ancora.
   Infatti, lo rifaranno.

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