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Posts Tagged ‘catalogo dei pazzi’

La Padaniaconfina con la Cretinia, con la Polentonia, con la Babbionia, con la Mamifacciailpiaceronia.
Me lo spiegava la zia che c’ha tutta una sua geografia immaginaria,  da Busto Arsizio ai Giardini pensili di Babilonia (che qualche volta chiama “i Giardini di Pennsylvania” e non credo che sia propriamente un errore: l’America dopotutto è distante dalla Calabria quanto l’impero assiro e qualche volta anche di più), dalla punta del muro (dove politicamente finisce il paese e si tengono le riunioni serali dei maschi) a Lilliput, da Superga (che per le zie è una collina carnivora che mangia campioni e speranze, così come la fabbrica s’era mangiata il cugino Bartolo) al Paese dei balocchi (le zie prediligono da sempre la vena sadico-pedagogica di Pinocchio), da Paperopoli a Mosca (l’Eden dove il nonno, comunista originario, aveva sempre desiderato andare, anche dopo morto). 
“Ma quindi esiste, ‘sta Padania?” le ho chiesto io, preoccupata.
“No, sono loro che ci credono”.
“Loro chi?”.
“I cosi, i leghisti, povere anime”.
“Ma come povere anime, zia! Lo sai quanto ce l’hanno con noi, e manco gli piace l’Italia, il tricolore, l’elmo di Scipio…”.
“Sono creature di dio anche loro, solo più sfortunate. Quando noi qui andavamo a teatro, loro si dipingevano di blu. Ora si dipingono di verde, che pure li ingrassa e li fa sembrare sciupati”.
“Ma sono al governo, hanno un sacco di ministri, anche immaginari, anche ripetuti, e progettano il federalismo razziale e il Muro sotto Ancona…”.
“Ma no. Fanno solo spumazza. Si sentirebbero soli, se noi facessimo la Terronia e li lasciassimo”.
“La Terronia? E dove la dovremmo fare?”.
“Dicevo per dire: siamo troppo intelligenti, noi. Abbiamo inventato Sibari, Siracusa, la Città del sole e il Santuario di Polsi. Abbiamo ricostruito città intere ogni centocinquant’anni. Certe città ce le inventiamo ogni giorno. Figurati se facciamo una cosa cretina come la Terronia, o la Padania”.
Una cosa cretina, davvero.

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Mi raccontavano della cara salma di Lou Reed che ieri è stata esposta al Teatro Antico di Taormina, suo coevo, in mezzo ad accordi di laminore settima stantìi e loop mannari sguinzagliati tra la folla attonita, che era lì convenuta a walkare ondewallsaid al più presto possibile: quelli del 1960 che lo avevano lambito, quelli del 1950 che lo avevano preso come uno scontro frontale, quelli del 1980 che lo avevano sentito solo nelle cassette, quelli del 1990 che lo hanno trovato su Youtube, come se fosse stato sempre lì (ma l'universo non è forse il YouTube di dio?).
  E invece, niente: da quel palco dove spesso vengono esposte opere liriche mummificate dentro sfarzosi costumi, orchestre di ottoni e attori di princisbecco, la cara salma di Lou non ha mosso un muscolo o una benda, non ha compiuto miracoli (spesso dall'aldilà son soliti farne, i cari estinti molto venerati), non è asceso nel cielo marino ornato di lune e stelle del sud. Semmai loro, il pubblico speranzoso, si sono trovati con un po' di musica inutile e ricordi ancora più inutili, e hanno lasciato lentamente la cavea, i cuscini pagati a peso d'oro, le stelle meridionali particolarmente persistenti, a differenza dei cantanti rock, fuori dal cimitero di YouTube.
Dunque, è chiaro che Lou è morto, anche se a sua insaputa (ma ho il sospetto che, a differenza di tanti altri morti contumaci, lui lo sappia benissimo), il che ci riporta alla nostra antica fissazione: la conta dei vivi e dei morti (come già si disse qui).

Sono indiscutibilmente morti, come si disse (e grazie al contributo degli amici):
   Gabriel García Márquez, Ralph Fiennes, Meg Ryan, Salinger, Juliette Binoche, Gheddafi, Mirigliani, Buttiglione, Moira Orfei, Silvana Pampanini, Maurizio Costanzo. Salman Rushdie (una prece). Loredana Bertè, Pippo Baudo. Eugenio Scalfari. E' morto Andreotti, ma c'è il dubbio che sia mai stato vivo. Biologicamente vivo, intendo.

Sono incontestabilmente vivi: Marlon Brando, Einstein, Caravaggio, James Stewart, Totò, Che Guevara, Leonardo, mia trisnonna Carmosina, Jane Austen, Osvaldo Pugliese, Alda Merini, Giovanni Jervis, Lucio Battisti, Tina Modotti, Frida Kahlo, Pasolini. John Lennon, Antonio Gramsci, Georges Perec (ma non diteglielo che si vede da fuori: si diverte come una matto a catalogare la morte, e a scriverne le istruzioni per l'uso), Italo Calvino. So per certo che Chopin è vivo, perché abita in soffitta solo con un pianoforte, e non ci fa dormire con le sue malinconie notturne in do minore.
Emily Dickinson ha aperto un blog di cucina, e le sue ricette hanno il potere di risanare. Peppinuzzu Garibaldi vive in Aspromonte, dove non c'è bisogno dell'incognito né della storia. Mia zia Lisabetta ogni tanto lo incontra, e lo saluta col saluto muto della gente di montagna. Gente eterna, in un certo senso, come certa gente di mare.

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 “Io sono finiana” ha annunciato senza mezzi termini zia Enza alla famiglia riunita per cena. Era così presa che ha persino rinunciato al suo ruolo preferito: somministratrice di polpette a tradimento, che è più o meno un agguato amoroso che lei, armata di zuppiera, ci tende quando siamo a tavola, cercando di imboccarci a nostra insaputa, mentre parliamo o respiriamo o cerchiamo di mangiare un'altra cosa. La zia percepisce esattamente, col suo istinto di predatrice familiare, quanto siamo indifesi, quando siamo a tavola: a volte ho il dubbio che siamo noi, il pasto.
Ma che dici?” ha esecrato zia Mariella, che comunque non è mai stata più a destra di Occhetto, massimo Veltroni, e continua a rimpiangere i tempi mitologici di Berlinguer e del nonno.
Io sono finiana, domani m'iscrivo” ha detto ancora zia Enza, dura e nera come la pietra lavica (anche se lei è biondo pechinese coi riccioli da Shirley Temple senescente).
A cosa t'iscrivi? Non è un partito!” ha sbottato zia Mariella, che già pensava a come sfiduciare quella traditrice, costringerla a dimettersi e, soprattutto, a mettere giù la zuppiera di polpette.
Certo che è un partito: si chiama Futuro in Libertà, e c'è pure Mike Bongiorno”.
Zia, Mike Bongiorno è morto” mi sono intromessa.
Ma che morto: ci sono un sacco di vivi che sono morti e nemmeno lo sanno, lascia stare” ha replicato lei col suo infallibile surrealismo magico. Cosa che in effetti è verissima: i nostri morti camminano nel corridoio coi vestiti della festa, e Mirigliani appare regolarmente in tivù, per non parlare di Donna Assunta, Little Tony o Silvana Pampanini.
E comunque m'iscrivo, perché lui ha bisogno di numeri” ha insistito zia Enza.
Quando ha aggiunto: “Ha bisogno di me” abbiamo capito tutti.
La zia continua a credere che Fini sia preciso al suo fidanzato perduto, che è una delle leggende familiari più indiscutibili, appena dopo quella della bisnonna Carmosina morta a 105 anni coi capelli tutti neri e le ali di colomba, e giusto prima di quella della cacciata del prete venuto a benedire la casa, al grido di “se mio padre non può entrare nella casa di dio perché è comunista, voi non potete entrare nella nostra”. Cosa che, obiettivamente, non fa una grinza.
Sorella – ha principiato zia Mariella, che quando la chiama col titolo vuol dire che è davvero arrabbiata – noi non ci mettiamo con quelli di destra, nemmeno se sono morti, o fidanzati”.
Lo scontro istituzionale era al culmine, e noi tenevamo il fiato sospeso: il ragù si stava raffreddando, e anche le braciole, le melanzane ripiene, i peperoni, la salsiccia con le patate e la caponatina.
Io m'iscrivo, e vado pure a votare”.
Tu non hai diritto al voto, scimunita”.
Ecco, sei come quelli del governo: quando hai torto cominci a insultare. Che vuoi fare, pubblicarmi su Libero o il Giornale?”.
Noi abbiamo pensato ai dossier di Feltri, chessò, una cosa del tipo: “Zia Enza dice di essere bionda naturale, ma abbiamo le prove che è ossigenata. Il suo parrucchiere ammette: la formula del biondo pechinese è segreta pure per me”.
Alla fine non c'era altro modo: zia Mariella ha posto la mozione di sfiducia e ci ha chiesto il voto.
Ci siamo astenuti.

 

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  Ebbene sì, ieri si sono consumati – nello stesso giorno – due dei più temibili riti estivi: il primo sabato d’agosto e la serata musicale condominiale a bordopiscina.
Il sabato era molto sabatesco: nel villaggio di contenzione l’aria leggera era traforata soltanto dal canto irriducibile del martello pneumatico (l’edilizia qui è governata da Penelope: si costruisce per demolire e ricostruire, ricostruire, ricostruire), la piscina era distesa nel suo azzurro imparziale sotto i vapori di cloro, il sugo ribolliva pianissimo nei tegami (una tenue traccia odorosa risaliva i vialetti, basilico cipolla rossa origano olio), mentre altrove già si confezionavano le gamelle da spiaggia (pasta ‘ncaciata, gattò di patate, panini con la mortadella pallida). Un sabato d’agosto morbidissimo, invitante. Appunto, erano invitati proprio tutti. E ci sono venuti.
La famiglia francese fosforescente, cortesissima, con un numero imprecisato di bambini armati di autentici attrezzi da cantiere, che subito hanno scavato una buca buona per le fondamenta del Ponte o, al limite, per verificare la teoria degli antipodi (c’è davvero l’Australia, dall’altra parte del globo? E soprattutto, camminano davvero a testa in giù?).
Le mariecristine.
I cofani.
Il gruppo della “cosa frasca”: organismi geneticamente modificati per eliminare la pronuncia di qualsiasi vocale che non sia la “a”: “Ci prendiamo una cosa frasca?”; “ha fatta la piaga…”; “bambine, vanite all’ambra…”; “hai messa l’alia di cacca?”.
I capodogli e le capodoglie.
I bambini che giocano coi racchettoni.
Gli adulti che giocano coi racchettoni.
Le fanciulle con la gonna a palloncino.
Le fanciulle coi pantaloni da emiro.
Il club delle fumatrici depassé (la loro ragione sociale è sostituire, in un paio di anni, tutti i sassi del Mediterraneo con le loro cicche al rossetto).
I mangiatori di pizzetta.
Gli imprenditori del lettino: in pochi minuti realizzano condomini sul bagnasciuga, collegando fino a dieci lettini e anche ventotto asciugamani.
Le girasolesse da spiaggia: seguono il sole orientando viavia il lettino, e a fine giornata hanno percorso più di 180 gradi, anche passando sulle vive carni di chi sta loro accanto.
I giratori di spalle al mare.
I camminatori con tappine che sollevano ventagli di sabbia.
I mostri brutti.
I mostri belli.
I facenti la fila per la doccia.
I facenti la fila per il caffè caldo, il caffè freddo, la granita finta, il gelato.
I lettori di Repubblica.
I lettori di Libero.
I non lettori.
I mariti.

  Alle tredici e trenta il mare era praticamente invisibile, occupato dalle truppe umane che perlopiù gli giravano le spalle ed erano intente alle proprie consuete occupazioni, che solo per caso si svolgevano in spiaggia: chiacchierare, fumare, giocare a scala quaranta o a niente, provare fastidio, spulciarsi, guardarsi l’un l’altro. La composizione delle tribù, in effetti, appare chiarissima a chi ha anche solo un’infarinatura di etologia: i maschi alfa, che in spiaggia sono femmine, tengono unito il branco, provvedono al cibo, al rispetto delle distanze asciugamaniche e alla giustizia distributiva lettinica, oltre a presiedere ai riti di fratellanza-ostilità con gli altri clan e – all’apparire ciclico degli ambulanti – all’approvvigionamento di cavigliere d’argento, teli etnici, occhiali da sole e secchielli soprannumerari. Le femmine beta, che in spiaggia sono maschi, possono trascorrere nell’immobilità più assoluta anche sette o dieci ore, purché posizionati all’ombra e forniti di carta da giornale rosata. Si riscuotono dalla loro catatonia familiare solo per tornei di bocce-bersaglio (i bersagli sono i vicini d’ombrellone o i passanti, che valgono più punti), immersioni collettive da branco di bufali nella pozza, passaggi rituali di caffè freddo.

  Il mare, manco a dirlo, era incazzato nero, e si esprimeva in un’acqua torbida, malamente azzurra, senza rumori riconoscibili. Anche perché, nel frattempo, lo Stretto era tagliato per lungo da innumerevoli imbarcazioni, secondo tutte le declinazioni del censo, dello scoperto bancario e dell’idiozia sociale.

  Ma.
Bastava fare due bracciate, allontanarsi dai branchi che s’abbeveravano di niente sul bagnasciuga, e girare loro le spalle, e il mare tornava a consolarti, con le correnti fredde, l’azzurro profondo come un nero, l’acqua antica dei fondali rocciosi che risaliva nuova apposta per te.
E allora comprendevi che persino loro, i branchi rumorosi e infelici, non lo sapevano ma stavano cercando la stessa cosa, stavano nutrendo allo stesso modo i loro corpi appannati e le loro anime misconosciute. Senza saperlo, senza poterselo dire e nemmeno comprenderlo, erano lì per celebrare la stessa appartenenza, la stessa devozione al mare e alla sua lezione di musica e coscienza. Stonati, rumorosi e incoscienti, sì.

… continua, purtroppo…

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il nano in costume da statista

 Erano nel torrido studio televisivo: il Papi Satan (papi satan aleppe) in posa ieratica, coi begli occhi cinesi socchiusi per il riverbero delle luci e i punti del lifting, una mano di mogano sui capelli in ricrescita staminale, otto strati di fondotinta arancio scuro che minimizzavano le rughe;
 Il Bravo Conduttore in posa deferente, leggermente flesso (non sta bene essere alti nella stessa stanza del Papi), con tutti i melanomi benigni in fermento sul largo volto benitesco, un filo di bava sottile sul mento, le mani appiccicose giunte sul petto, con evidente, unta umiltà;
 il Giornalista di Sinistra, con la forfora di due settimane tra i capelli saleepepe e lo sformato (il completino giallo febbre suina);
il Grande Direttore fresco di messinpiega;
il Direttore Così Così;
il Pubblico Entusiasta.

Tema del giorno, le risposte del Papi agli italiani ansiosi: ricostruiremo l’Abruzzo, la crisi economica ci divorerà, ti sei davvero trombato una minorenne? Una puntata fiume, un Papithon di beneficenza (si poteva chiamare per offrire in diretta il proprio voto per le europee, le politiche, le comunali, le condominiali: una immensa gara di solidarietà alla quale un popolo generoso come quello italiano non poteva non rispondere).
 Perché il giornalismo è stare dalla parte di chi non ha voce, ha precisato in apertura il Bravo Conduttore, disponendo sul tavolino un plastico del ristorante di Casoria, i certificati d’assunzione dei sette cuochi e degli otto inservienti, di cui tre extracomunitari e due quote rosa, uno stato di famiglia della bella Lo, ehm, No, un campione di cute prelevato al padre per la prova del Dna e una boccetta del colore esatto delle meches della madre.

  Il dibattito è entrato subito nel vivo: il Bravo Conduttore chinava il capo, e il Papi parlava col cuore in mano (lo avevano estratto poco prima a un volontario, felice di immolarsi per la riuscita della cerimonia: alla vedova erano stati consegnati spillino e portatelefonino con la griffe del nuovo partito). Il Giornalista di Sinistra, nelle pause, sorrideva alla telecamera e si lisciava i capelli. Il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante. Il Direttore Così Così assentiva muovendo le manine.
 Papi ha fatto piazza pulita di ogni domanda.
Un inganno, una trappola: veline non ce ne sono mai state, nelle liste del Pdl. Solo donne preparate ma gradevoli. E poi, con quel popò di veloni che ci sono già in circolazione, mica c’era tanto posto.
 Un inganno, una trappola: Veronica, amata e onorata, si è lasciata infinocchiare da qualche amica comunista, o forse ha letto troppe gazzette della sinistra facendo il manicure. Peccato, perché il Papi la ama con tutto il cuore (il cuore, intanto, sanguinava copiosamente in diretta, sotto le zoommate di fotografi e telecamere). Peccato, perché un amore così puro, i cui accenti soavi sono stati descritti solo da pochi poeti (Catullo, Guido Guinizelli, Jacques Prévert, Vittorio Feltri), non meritava questo affronto. Maledetti comunisti nemici della famiglia.
 Il Grande Direttore, qui, ha avuto un sussulto, s’è riavuto dallo stato narcolettico e ha detto che, forse, per un Presidente Plenipotenziario sarebbe meglio non andare alle feste e ai matrimoni (per tacer dei funerali), e soprattutto non farsi fotografare con gente vestita male (uno per tutti, quel cafone con la maglietta "Io so’ napoletano").
 Togliere la gggente a Papi? Ma siamo pazzi? Il Bravo Conduttore ha avuto un mancamento, il Giornalista di Sinistra ha accennato un movimento mimico facciale, il Direttore Così Così ha mosso le manine.
 "Io devo essere me stesso: e mi farò fotografare con tutti, cuochi e camerieri. Anche più alti di me" ha promesso Papi a telecamere riunite.
Il Pubblico Entusiasta era in piedi.
E poi, s’è mai visto, dai tempi di Humbert Humbert, un seduttore di minorenni che si fa fotografare con mamma e papà, coi nonni e gli amici d’infanzia della piccola Lo? L’adulterio è solo psicologico. Un trucco mentale della sinistra.
Un fotoshop psichico.
Credetemi – ha detto il Papi guardando dritto nella telecamera, dritto nel cuore degli italiani – credetemi, guardatemi, a me gli occhi (ma qui lo schermo s’è fatto strano, ha cominciato tutto a girare e non ci sono cronache attendibili sui minuti successivi di trasmissione)…

 Alla ripresa, un crescendo rossiniano: un milione di abitazioni per abruzzesi, due milioni di nuovi turisti in giro per le foreste abruzzesi, tre milioni di posti di lavoro per orsi marsicani, lupi silani, coyote molisani. Dentiere agli affamati, bicchieri di carta agli assetati, reality ai demoralizzati.
 E la crisi, la crisi? E’ solo psicologica, mentale, psichica. Basta convincersi che non c’è. Se ci fosse, d’altronde, lo sapremmo. Se ci fosse, guadagneremmo di meno o per niente. Se ci fosse, perderemmo il lavoro. Se ci fosse, i nostri stipendi sarebbero una coperta sempre più corta. Se ci fosse, pagheremmo due mozzarelle e una fettina di prosciutto quaranta euro. Se ci fosse, pagheremmo cifre spaventose per luce, acqua e gas. Tutto questo succede, forse?
 Il Giornalista di Sinistra intanto si grattava la forfora, il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante, il Direttore Così Così agitava le manine.
Un trionfo.
Oggi, i sondaggi dicono che il Papi vincerà il prossimo Mondiale, il G8, la Coppa dei Campioni e il Conclave.
Beh, se li merita.

pubblicato solo oggi, ma scritto a caldo ieri mattina presto, dopo essermi fatta esorcizzare da zia Mariella con aceto e garofani rossi; "Zia, è grave: stava convincendo anche me…". "Tranquilla, non possono farci niente… ", e intanto agitava i garofani urlando: "Vade retro!" con voce spaventosa…

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Pedro Cano, autore delle città invisibili, qui con Presencias. MI pare ci stia anche meglio

La città brutta cresce ogni giorno.
Perché la bruttezza ha bisogno di moltissimo spazio. Preferibilmente vasti spazi un poco diroccati, o meglio incompiuti: la bruttezza si compiace del non-finito, del perpetuo, del provvisorio. Muri sgranati, attrezzi, tubi accatastati.
La città brutta è vasta, spessa, persistente. Aggiunge ogni giorno nuovi quartieri, perché è avida e affamata, e soffre d’un incontenibile bisogno d’allargarsi, di cancellare.
Abbiamo perso quasi tutto il litorale: una lunga striscia grigia di cementi screpolati, di capannoni, di cavalcavia cadenti sotto i quali le carcasse d’auto diventano ruggine salina, e di notte ospitano falò, segreti, copertoni rubati.
Il mare azzurro acciaio torna a vedere di continuo, e sbatte sempre sui ciottoli di palazzina, i sanitari sradicati, i pali della luce. Montagne di rifiuti in cui qualcuno scava case, giacigli, stanze nascoste di miserabili tesori.
Ma non è certo quello, il cuore della città brutta.
Il cuore sta nei quartieri di nu-o-va-es-pan-sio-ne-re-si-den-zia-le (la città brutta comincia dalle parole): i condomini di vetrocemento coi cancelli dentati, i terrazzi chiusi come trincee, i cortili piastrellati. Scendono dalle dorsali dei colli, s’infilano negli spazi cavi dei rioni antichi, si sopraelevano per magia spuntando dalle mura vecchie e sostituendosi alle terrazze, agli abbaini, ai sistemi poetici di resistenza delle case basse.
Perché la città brutta è combattiva e feroce.
La città bella invece è effimera, pigra, fatalista. Si contenta di manifestarsi casualmente, avvalendosi del suo potere ubiquo, sfuggente e immateriale: qualche volta puoi ravvisarla persino dentro la città brutta, in forma di riflesso, profilo d’ombra, miraggio.
Nella piazza del Municipio, lontano dai faretti incastonati nel selciato che ti fanno male agli occhi, lontano dalle transenne municipali, almeno due volte al giorno i ficus magnolidei preistorici disegnano la loro mappa di sopravvivenza: ombra luce luce ombra. Trame nascoste che affiorano e dentro le quali puoi camminare, avvolto nel loro respiro aromatico e primordiale.
E in certe mattine, quando svolti dal curvone, lo Stretto d’oro puro si specchia nei vetri e invade tutte le case con un bagliore persino vittorioso.
E gli archi delle case fasciste, i loro mascheroni di pietra candida, hanno una compostezza, un nitore che si disegna perfettamente dentro l’azzurro.
Per non parlare delle epifanie e dei miraggi che qualche volta, se sei fortunato, appaiono agli incroci, nell’aria tremolante dell’afa o in mezzo alla sottile pioggia monsonica.

La città brutta ora pretende gli alberi: ne hanno già tagliati cinquanta, pini marittimi che bordavano la circonvallazione. Il loro lamento acuto e persistente, il loro fantasma di resina ora assedia la strada e le notti. I loro tronchi d’un colore atrocemente vivo spuntano dall’asfalto rimboccato, e la città brutta ne è ancora infastidita: tolgono spazio ai parcheggi, alle mandrie meccaniche, ai cassonetti. La città brutta srotola le sue strade di pessimo asfalto, sparge catrame e anidridi carboniche, ossida i metalli del ricordo col suo respiro d’ammoniaca.
La città bella perde continuamente pezzi, che lasciano memorie inconsolabili dentro i pochi che sono capaci di abitarla, la città bella, di tanto in tanto.
Certe mattine, quando la città brutta non s’è ancora svegliata, dal balcone puoi guardare gli infiniti, microscopici punti della città bella, vecchi e nuovi, scomparsi e scampati: il Monte di Pietà, quello prima del 1908, con la scalinata doppia, il vecchio Ospedale dal muro bugnato, i nidi di rondine, i cipressi, i villini svizzeri avvolti nella vegetazione implacabile, il lungomare pettinato, l’acqua blu del bagnasciuga, le chiome favolose che spuntano dal recinto dell’Orto botanico.
La città bella abita ancora dentro nomi, recinti, dolci, usanze. E’ multiforme, per grazia degli dei. S’accontenta di poco. Anche solo una finestra dai vetri colorati, un rampicante, un riflesso.
Anche se a volte – ma molto raramente – è persino rapace, la città bella: il capannone della concessionaria abbandonato è stato preso dalle bouganville, dalle palme giganti, dai cespugli d’un tenace pitosforo cittadino. Ora è un regno compiutamente vegetale, in cui un qualche potere antico ha manifestato la sua supremazia. Per non parlare dei tigli, quando si svegliano dal loro sonno biennale: sobillano i corpi e i cuori anche per un mese intero, prima d’addormentarsi di nuovo.  Attirano le api, spaccano le nostalgie fino a cavarne il nocciolo duro.

Forse solo i gatti sono capaci d’abitare simultaneamente le due città: saltano secondo loro percorsi misteriosi, alzano i musi, seppelliscono nel segreto delle loro pupille d’oro le immagini labili, inconoscibili, della fuggitiva città bella.

Sono molto turbata: gli alberi tagliati, con grande pompa municipale per fingere efficienza, e ora l’annuncio sulla follia del Ponte. Tanto lo sappiamo tutti come andrà: apriranno cantieri su cantieri, movimenteranno terra e speranze dei disoccupati, e lasceranno voragini inguaribili. E Scilla, e Cariddi, e i miracoli di bellezza quotidiani in cui si esibisce inutilmente lo Stretto saranno ancora un po’ più mortificati, cancellati, rinnegati. Sono turbata, offesa e mi sento impotente.

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Che io avevo appena letto "L’estate dei morti viventi" di John Ajvide Lindqvist, perché sono una falena con la luce, quando si tratta di storie perturbanti. In realtà – diciamolo – avrei sempre desiderato incontrare un revenant (il che spiega tante cose, per esempio la mia passione per la Fotografia, o il mio primo matrimonio).
 Ammetto: l’ho letto avidamente, come di solito faccio con le storie di Zio Stephen The King, e poi, come al solito, ho avuto un moto di ripulsa. Zio King mi limito a riporlo nel suo loculo (la libreria, dice qualcuno, è un colombario); Lindqvist (oddio, come mi dolgono gli automatismi latini, di fronte a certi nomi di ceppo germanico e alieno) invece l’ho buttato direttamente nella pattumiera.
  Ma non è che non mi fosse piaciuto. Ci ho riconosciuto quella goccia psicotropa che mi spinge verso The King. Sia pure in versione glacé e svedese.
 Il punto è che “Lasciami entrare” non è un film horror, ma un film sugli orrori. Non è un film di vampiri, ma un film sottilmente vampiro.
 Un film che ti punge con un sacco di aghi di ghiaccio, con la bellezza androgina di Oskar, dodicenne di un esiguo sobborgo di Stoccolma, ancor più compresso dall’inverno irreparabile. Un fratellino minore di Tadzio, una creatura angelicata di soave disadattamento. Con due genitori abbandonici, una banda di bulli a tormentarlo (e qui pare che sia tutta autobiografia, quella di Lindqvist).
 Oskar cammina con le coscette di rosa canina nude nella neve, gioca col cubo di Rubik (l’adolescenza è un cubo di Rubik), incontra Eli. Eli ha dodici anni, è pallida, malvestita, acuta. Vive con uno strano figuro (ma quale genitore è normale?), una specie di Robin Williams dopo una bottigliata di acido in faccia e una cinquantina? quarantina? settantina? d’anni d’inverni semipolari. Uno che si mette i guanti di lattice e il grembiule da dottor House per fare la spesa, ovvero procurare sangue fresco a Eli, di cui non si capisce bene se sia il tutore, l’ex amante, l’amante, il fratellino più piccolo irreparabilmente cresciuto: il sesso che manca tra loro pulsa come una vena scura e senza calore, come in tutto il film. In “Miriam si sveglia a mezzanotte” i serventi della vampira finivano in spoglie sottili e croccanti (come il paziente inglese, tali e quali, ma lui era vivo), impilati nelle casse lassù, nella voliera. Qui finiscono macellati sull’asfalto.
Ma non c’è macelleria e non c’è nemmeno sangue, nel film. Gli omicidi sono silenziosi, senza conseguenze e senza dramma. Quasi come la vita.
 C’è, invece, un calore continuamente rinunciato, differito, escluso.
Eli fa meno paura di un qualsiasi adulto del film (i genitori di Oskar, gli sfaccendati del bar, il gattaro, l’alcolizzato, l’amico di papà). Eli fa meno paura del condominio in cui abita, della scuola, del parco giochi.
Eli fa meno paura di qualsiasi solitudine.
Infine scappano assieme, il piccolo Tadzio ed Eli, come il blade runner e la sua preda.
Chi sia preda di chi, non si sa. Ma chi è che lo sa?

La recinzione scritta oggi per il lato b è  qui (ma se non si apre cliccate qui ), per lettori particolarmente coraggiosi.

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Achill Bill

Ifigenia pensa.

 Achille, detto Akill, detto Akill Bill. Ammazzali tutti, Bill, diceva ogni greco dabbene, ché Achille era il loro campione di lotta acrobatica, calci di rigore e uccisione di primogeniti.
Akill Bill, proprio lui, che secondo leggende invidiose era bello come una fanciulla, tanto che sua madre l’aveva nascosto in un collegio femminile, per sottrarlo ai guerrieri che lo cercavano per mari e per terre. E lui, che aveva il broncio e le trecce bionde, era quasi più bello di loro, dico le fanciulle.
Poi, però, era più micidiale di loro, dico i guerrieri, e persino più testa di cavolo di Agamennone, che non è poco.

  Poi Akill Bill, che in gioventù aveva preso lezioni di kung fu con la spada da Filottete e forse pure da Bruce Lee, si fa avanti e li ammazza tutti. No, scusate, quello è Tarantino.
Dicevamo.
Dunque, Akill Bill sbarca in Normandia con cinquanta ultras Mirmidoni, e prende da solo tutta la spiaggia. Piovono frecce infuocate, arriva la cavalleria, arriva Ettore, mentre i rinforzi tardano perché – come dice Ulisse – "Nelle guerre, meglio esserci alla fine, che all’inizio". Ma Akill ce la fa da solo. No, scusate, quello era il soldato Ryan.

  Allora, Akill Bill guarda con l’occhio ceruleo il tramonto di fuoco sul mare d’Asia e dice: "Io sparo a tutto quello che si muove, che cammina, che respira. Io sparo a uomini, donne e bambini". No scusate, quello era Clint Eastwood.

  Dicevamo, dunque. Ah, c’era pure Legolas, quello del Signore degli Anelli, che qui fa Paride e solo verso metà film capisce che la stirpe non si tradisce. Infatti ricorda di essere stato un elfo, e quando impugna l’arco le cose si mettono decisamente meglio: centra il tallone di Akill Bill (e dire che il suo maestro, Elrond, glielo diceva sempre: mira alle parti vitali…) e l’Iliade finisce. No, scusate, quella è già l’Odissea.

  Comunque Legolas non si sentiva solo, perché Boromir – il figlio del sovrintendente di Gondor, quello che voleva prendere l’Anello a Frodo, perché tanto Frodo era piccolo e nero – fa Ulisse, e infatti è sua l’unica battuta decente del film (“La paura – spiega l’astuto Ulisse all’incazzato Akill Bill – è utile”)(che manco Condoleeeza gliele dice, cose così profonde, a Bush quando giocano assieme a Troiani e Achei).
  Anche le scene dell’assedio di Troia, per esempio. Tali e quali alla Battaglia del Fosso di Helm. Ma quello è Tolkien, scusate.

  A parte che, poi, di orchetti non se ne vede nemmeno uno, eccetto forse Menelao, che – e qui è un colpo di scena che avrebbe fatto sobbalzare pure Omero – viene ucciso nel secondo giorno di guerra, da Ettore in persona.
Un poco orchetto – un Uruk Ai di Saruman – pareva pure Akill Bill: Legolas-Paride continua a trafiggerlo, perché persino lui riusciva a centrare un bersaglio immobile a tre passi, e Bill niente, si strappa le frecce e lo guarda fisso negli occhi da signorina.
  Mancava, questo è vero, Gandalf. Perché, con tutta la buona volontà Peter O’ Toole mica ce la fa, a fare lo stregone bianco. Bello, però, da Priamo. Con quegli occhi azzurro glaucopide, e quella perfetta testardaggine da vecchio: non ascolta mai i consigli di Ettore, che non fosse per la faccia da Aragorn sembrerebbe Bruce Willis quando ha ragione ma non lo ascolta nessuno.
Priamo non ascolta nemmeno Paride, quando dice l’unica cosa sensata del film: “Bruciamolo”. Del cavallo, si capisce. Invece no. Pure la ola, gli fanno.
E grazie che di notte i Greci escono fuori e chi s’è visto s’è visto. Altro che l’importante è partecipare: tutti passati per le armi. Tranne Andromaca, che fugge con Astianatte, il quale invece di essere precipitato dalle mura in fiamme diventerà modello e farà la pubblicità per la Mellin. Tranne Elena, che invece di risposarsi con uno dei fratelli di Paride, tale Deifobo, e poi tornare pentita con Menelao – perché, diciamolo, era proprio troiana nel sangue – scappa pure lei. Tranne Briseide, che uccide Agamennone, lasciando Eschilo con un palmo di naso: altro che Orestea. Tranne Enea, che vabbé che Priamo ed Ecuba avevano cinquanta figli e Paride era psicolabile, ma nemmeno ricordarsi che è suo cognato… Mentre coraggiosamente Enea scappa, col padre sulle spalle e il figlio per mano (ma fingendo di perdere la moglie per strada, per il troppo traffico), Paride lo incontra e gli fa: “Scusa, ti chiami?”. E lui, pensando “Meno male che è Paride”, risponde sollevato: “Piacere, Enea”. E scappa, con la Spada di Troia, in direzione Roma Orte.

  In definitiva, mi è mancato un poco Sauron, e pure Gollum, in fondo, anche se Agamennone era competitivamente viscido. Un politico nato, un presidente guerriero: "Vi prometto un milione di posti di lavoro": tutti a remare verso Troia.
Bello però quando, sulle mura in fiamme, dice: "Adoro l’odore del napalm all’alba. Sa… sa di… vittoria". Ma no, quello è Coppola, scusate.

  Bravi, però, bravi tutti. Bravo Omero a fingere di essere cieco e sordo, anzi morto, anzi nemmeno esistito, per sicurezza. Bravo lo sceneggiatore, a fingere di non esserci, specie nei dialoghi. Bravo Biscardi, quando dice – per bocca di Nestore di Pilo – che “Il morale di Achille è basso”, e suggerisce di curare di più lo spogliatoio (tanto che Patroclo lo ascolta, e si frega la maglietta di Akill Bill, con tutti gli scudetti). Bravi i parrucchieri, che sostengono la parte più eroica del film: fare le treccioline ad Agamennone. Bravo il coreografo, per il balletto Akill Bill- Ettore: l’unico dialogo sensato del film è quello delle spade che si toccano con voci di metallo.
Bravi noialtri, a fare il tifo. E a mettere due monete d’oro sugli occhi, all’uscita. O forse no: molto, molto prima.

insomma, a chi stasera si vedrà Achille secondo Hollywood. Ma Hollywood di oggi.

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la zia e le amiche del quartiere

       La campagna vaccinale parte prestissimo, alla fine dell’estate (che poi ogni anno cade più in là: a fine agosto, a metà settembre, all’inizio dell’uva, all’inizio del campionato, all’inizio della scuola, alla vigilia di Natale). Zia Mariella gira il quartiere a ricordare a tutti che devono morire, e quindi tanto vale vaccinarsi per bene. Il paralitico della seconda palazzina, la cartomante, la segretaria del notaio. La vecchia delle uova, il forestale, la fidanzata del prete, il becchino. Zia Mariella, col suo positivismo psicomagico, li convince tutti. E quando i vaccini arrivano, dalla farmacia della piazza avvertono lei prima dei medici. 
  
        La zia crede nei santi, nei vaccini e nella vendetta. Anche nelle anime del purgatorio (gli fa dire una messa all’anno) e nelle premonizioni, ma solo quelle sue. Non crede nei trapianti, nei tranquillanti e nella ceretta a freddo (nemmeno io, quella). Crede negli ombrelli a molla, nei regolamenti di conti e nella stampa. Non crede nelle banche, nei profeti e nelle calze velate.
Crede soprattutto ai vaccini, però.
"Potessero esserci vaccini per ogni cosa" mi dice mentre apre l’ambulatorio in cucina, la mattina presto. Fuori c’è già la fila, nel giardino di gerani carnivori e alberi di basilico.
“Cose come il dolore, le delusioni amorose e l’insicurezza?” le chiedo.
“Ma che dici. Cose vere” mi fa mentre solleva la manica del primo, il signor Cianci, che abita a San Brunello dall’ultima incursione saracena e se non comincia lui s’offende.
 “Cose vere?” ripeto io, mentre le passo il batuffolo con l’alcol, un alcol crudo che brucia pure a guardarlo e satura la stanza d’un odore medicinale.
 “Le tasse, il terremoto” mi spiega senza pazienza, mentre tira giù la manica di Cianci e lo spinge fuori, prima che lui si metta a raccontarci com’è sopravvissuto al terremoto. Ma non quello del 1908. Quello del 1783 (e comunque io lo so: s’era nascosto nel canneto, ché allora qua c’era una fiumara larga che portava a valle sassi aspromontani, segreti e coccodrilli).
 “Il malocchio” dice pure, mentre entra Teresa con tutto il suo armamentario di femmina. Teresa è una gigantessa che vive in un corpo troppo piccolo, e si muove con fatica perché lei lo sa. Ha cinque seni, anche rotonde come ruote di carro e piedi lunghi anche due passi. E’ terrorizzata dal malocchio, che lei vede nell’aria come gocce d’olio trasparenti che galleggiano e ti seguono, senza scampo. Teresa fa un sacco di scongiuri con le dita dalle unghie dipinte di porpora, mentre la zia prepara la siringa.
Poi la zia solleva la siringa, e guarda quel poco di liquido controluce: “Li vedi? Li vedi?” mi dice.
M’avvicino, tanto non li vedo. Ma so quel che vede lei.
Vede piccoli corpi, scintille, grani fosforescenti come gli occhi dei suoi santi.
“Il vaccino è una magia” dice, a me o a Teresa o soprattutto al vaccino.
Si curva sul braccio sconfinato della gigantessa e lo punge con cura. Dice parole magiche che sa solo lei. Senza quelle, il vaccino mica funziona.

Ieri mi sono vaccinata, per oscure ragioni che non c’entrano con la medicina. Mi duole il braccio e mi sento vagamente assediata. Sarà che, anche se non li vedo, lo so che ci sono, quei cosi piccoli e fosforescenti che proteggono dal male. Dai terremoti, dalle delusioni, dalle tasse.  Da mamma che non c’è mai, quando la chiamo, e poi mi ricordo che è morta.

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albero allo specchio

 Siamo arrivati, con un ricco assortimento di baobab, piantine in vaso, fronde d’olivo e d’alloro, kentie d’appartamento perfettamente mute, una catalpa bungei aggraziata e crudele come solo gli orientali, un castagno aspromontano, svariati ficus magnolidei dalle foglie larghe come barche, tigli con intendimenti segreti, cipressi sospirosi gravati d’ingiustizia, betulle, faggi, pini marittimi particolarmente scagliosi ed irti.
  Ci siamo seduti, ciascuno in braccio la sua pianta, e la tenevamo stretta per non farci scappare la terra e l’imbarazzo. Le foglie si sfioravano e noi ci scusavamo con piccoli cenni del capo e sorrisi da sordomuti.
 C’eravamo tutti: la bella, la tatuata, l’architetto, lo scettico, l’entusiasta, il fuoriposto. L’esoterica, l’insospettabile, l’atroce, il poliziotto, l’invisibile, la magnifica, la figlia.
Il posto era pure bello: un ex magazzino d’agrumi con le pareti alte e i lucernari, due nicchie piene di dèi in fondo, collezioni di sassi e di tamburi, cartoline antiche, muri ruvidi e grucce dipinte. Le piante si sono immediatamente girate verso la luce, ma non tutte, e noi nemmeno, ché volevamo scrutarci senza darlo a vedere. Tiravamo conclusioni contro il muro, e rimbalzavano.
  
     A un certo punto è entrato lui.
Piccolo, magro, col viso sottile e i capelli fini. E, in qualche modo, un’anima di taglia più grande, che usciva appena fuori dai confini della sua persona: dalle maniche, per esempio. Dai gesti, che erano così ampi, così pieni che qualche volta abbiamo temuto ne nascessero uova, frutta o cespi d’insalata.
 Lui sa tutto, degli alberi. Il suo ci fa invidia, è così alto e largo che prende dieci o quindici meridiani, nel tempo e nello spazio: dai cosacchi al Messico, dallo zar al tango, dalle paludi di polvere al Bois de Boulogne. Le nostre piantine sembrano poca cosa, al confronto, ma subito lui chiarisce: tranquilli, non c’è confronto. Ci rilassiamo.
E cominciamo la seduta d’erbologia animistica, di genealogia carnivora, di botanica parentale. Dentro di noi, gli inconsci si agitano con rumore di stoppie, o di sabbia, o d’acqua di mare. L’inconscio di lui li tocca tutti, prima o poi, fino a che a terra si raccoglie una confusione di bucce di mandarino, foglie, spine e confetti che non si può quasi camminare, e il suo segretario, che ha un nome inverosimile in cui il destino sembra scritto con lettere al neon, deve ramazzare la stanza, in senso orario e antiorario.

   Scaliamo le piante, scendendo verso il ramificato albero delle radici, lasciandoci alle spalle le fronde, presenti e soprattutto future, col loro rigoglioso odore di grano: la prima cosa che lui c’insegna – posto che qualcuno possa insegnare e qualcuno possa imparare – è a salutare quei discendenti futuri che fanno già parte dell’albero, e sono file e file impazienti, con qualcosa di gioioso, come sempre il futuro. In effetti, c’accorgiamo tutti di portare con noi gli alberi capovolti, e noi stiamo nel posto sbagliato, presso a poco nel punto in cui le radici sprofondano in se stesse e nel buio, e dobbiamo sostenere sulle spalle articolati sistemi di rami, frutti insopportabili grandi quanto palazzi, bastimenti, continenti interi (l’America, soprattutto l’America).
 “Su, capovolgeteli” ci dice a quella maniera di clown serissimo, con l’anima che gli scappa dal colletto e dall’angolo della bocca.
 Capovolgiamo gli alberi con un gesto solo, tutti, anche quelli pesantissimi, anche le querce secolari, i lecci, i pioppi canadesi con tante pigne dure come proiettili. Ci troviamo seduti in alto, in mezzo alle fronde armoniose che ospitano nidi, progetti, frutti rossi. Guardiamo in basso, e il peso è scomparso, possiamo persino sollevare la testa e qualcuno anche respirare.
 E poi camminiamo in fila indiana, o in cerchio, per un tempo non misurabile: abbastanza per sapere di nonni pallidi, rosi dal disincanto o dal rimorso, di zii scomparsi, di nomi cancellati con rabbia, di pergolati invasi dalle spine, di tombe che sono trincee, di guerre così vecchie da sembrare una sola, interminabile, desolata pace.
  Infine, qualcuno se ne va con una ricetta speciale: dovrà uccidere il padre o esorcizzare la nonna, dovrà versare miele o seppellire stelle, dovrà dipingersi d’oro o vestirsi da soldato. Tutti, comunque, se ne vanno con gli alberi diritti che succhiano ottima aria dai cieli futuri. Le radici strisciano sull’impiantito, lentamente, dietro ciascuno di noi. Non è un brutto rumore.

In effetti, ho passato due giorni a inseminarmi nel seminario "Psicogenealogia e guarigione", tenuto da Cristobal Jodorowsky, il figlio di Alejandro, psicosciamano cabarettista mistico eccetera eccetera, autore di film indigesti come, poniamo, "La montagna sacra" o "El topo", e di gesta inverosimili in tutto il globo. E’ costato parecchio, però è stato interessante, e persino curativo. Crìstobal è un bel tipo, con un corpo mobilissimo e un’anima capace di aprirsi e chiudersi a comando in un modo affascinante da vedere. La sua psicomagia – e non vi spaventate, è solo un nome poetico e una ‘nticchia provocatorio per parlare all’inconscio con il suo proprio modo, che è simbolico e metaforico – è sorprendente, ma solo perché sostenuta dal suo intuito acuto e dalla sua abilità medianica nel leggere posture, voci, tic. Ma ho scoperto mille cose, e i sogni m’hanno detto che qui sotto, nel seminterrato, si lavora, si lavora. Meglio così.

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