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Posts Tagged ‘bottega di lettura’

Chi scrive i libri che nessuno immagina?
Chi legge i libri mai scritti ma che avrebbero proprio dovuto?
Dove se la ride, adesso, Neruda?
Chi indosserà mai più il suo basco da sognatore?
Perché trovai questo libro nel fondo d'un dolore incandescente e come riuscì a distrarmi?
Perché per molto tempo pensai che non esistesse e l'avessi solo scritto con l'immaginazione?
Esisteva?
Esiste?
Qualcuno forse risponde mai alle domande?
I poeti dicono di farlo, ma non sono i più bugiardi di tutti?
Soffre di più chi sempre attende di chi non ha mai atteso nessuno?
E' sensato che io continui ad attenderti?
C'è posto per qualche spina? domandarono al roseto.
C'è posto per qualche rosa? domandarono al roveto.
Perché non so mai quale sia la versione giusta?
Esiste una versione giusta?
Cosa firmeranno i presidenti del cielo?
Sei tu quello che non aspettavo?
La luna ci dà ogni notte lezione d'inatteso, inquietudine e rivoluzione?
O preferiamo il brillante conservatorismo delle stelle?
Il vuoto è di destra, di sinistra o solo un buco nero zen?
Mi senti, quando non ti chiamo?
E' sensato rifiutarsi di credere che tutto sparisca, ma anche che tutto rimanga?
Siamo più portati per la fratellanza o per l'omicidio?
O tutti e due, senza sapere quale, ogni volta?
Dove sarò mai, quando non ci sono?
L'amore è una borraccia o un oceano?
Vieni da me con la mano aperta e i canini affilati?
Quando di nuovo vedo il mare, il mare m'ha visto o no?
Il gatto m'affascina perché sa tutto o perché io non so nulla di lui?
Dove andremo quando finiranno le strade?
Ciò che aspetto, lo sa di me?
Tutte le parole che potrei scrivere fanno romanzi per conto loro?
C'è nel cielo dello Stretto un collezionista di nuvole?
Il colore giallo quale vitamina mi comunica?
Se potessi scegliere sul serio, sceglierei ancora te?
La punta della piramide si sente sola?
Il teorema di Pitagora si applica ai triangoli sentimentali?
Posso fare la rivoluzione da sola? disse la luna
E io, la sto facendo abbastanza o è solo un'orbita di qualcun altro?
I personaggi dei romanzi diventano tuoi parenti, dopo un poco?
Tu resterai abbastanza straniero da abitarmi il cuore?
La poesia è la sovversione più a portata di mano?
E' sensato che un libro scateni la rivolta?
Ogni libro dovrebbe farlo?
La goccia d'acqua troverà mai l'anima gemella?
Chi gridò di gioia quando nacque il colore azzurro?
E il nero quando prese il lutto?
E il latte, che infinita riserva di luce possiede?
Quando si spegne il ricordo di ciò che siamo stati moriamo davvero?
Si può fare poesia con le sole domande? (sì)

Sarebbe la recensione-recinzione del Libro delle domande di Neruda, testo filosofico quant'altri mai, che consiglio a tutti. Mescolate alle mie, ci sono anche 5 (cinque) sue domande (anzi, quattro e mezzo). Le riconoscerete subito, infatti. Ma il gioco che spero è che ne aggiungiate di vostre, un sacco. Un sacco di domande è come un sacco di romanzi che cominciano, o anche finiscono.
Perdonatemi, è solo il legittimo impedimento del cuore sul cervello e della pancia sul cuore.

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al mercato delle parole, sull'isola (la Vucciria di Guttuso)

 Io mi spello, e il mondo diventa buccia.

Maria, che è spagnola atlantica, scrive in una lingua che non è la sua. O forse che è esattamente la sua.
Usa parole che non hanno complici, parole che trova sole e sfavillanti per strada, ci gira attorno per capirne la forma, le raccoglie e poi le compone come si compongono collane di pietre, giardini di sabbia, collezioni di oggetti dissimili.
 Usa parole che devono sorprenderla come lampi improvvisi, strappi arancio in cieli cobalto, flash di magnesio, come a noi di madrelingua e matrignalingua non può capitare: le nostre parole sono piuttosto reti a strascico, ognuna se ne porta dietro altri milioni. Le nostre parole sono abiti, le sue sono semmai pelli appena conciate, o non conciate affatto, ancora calde di un altro corpo: vestita così, come una principessa preistorica, ora Maria, la sua lingua, se ne va in giro per l’Italia in un libretto grigio degli Untitled, i pescatori di perle nel mare dei blog.
 Ci sta bene, sopra quei fuochi, quel grigio detitolato, e quella sola parola: "Sicilia".
Sì, perché Maria ha scritto un libro non sulla ma dalla Sicilia: più che l’isola stratificata che noi sappiamo – e in bocca ci dà subito sentori di mandorle amare, polvere da sparo, gelsomino, cenere e gelsi color sangue, e pure sa di camilleritudini guaste e sciascianesimi, di bufalinismi e consolismi che galleggiano appena su un ricco brodo antico di cielodalcamismi e sofismi – è un luogo dove accadono solo le parole, parole appena nate e che deflagrano, parole così vicine alle cose da darti una lieve vertigine, un trasalimento, un sentimento scabroso, come se le sorprendessi nude.

 Maria ha davvero attraversato la Sicilia, in un viaggio che non le invidio, perché è uno di quei viaggi solitari che sono sempre pericolosamente interiori (ho sempre pensato che bisogna essere almeno in due per reggere l’opera di scavo e frantoio che fanno i viaggi), e si è tolta con calma, col suo coltellino da viaggiatrice, una per una, le parole da dentro, le parole italiane nuove come miracoli, con lunghi nastri multicolori e luci e disegni sul guscio che noi non possiamo vedere.
 Ha fatto chilometri da Palermo ad Agrigento e ha incontrato nomi di assoluta evidenza, nella pietra porosa di Ortigia, nel profilo seghettato delle palme di Monreale, nell’angolo disegnato tra il tavolino di un bar di Erice, un cornicione, un passo, una voce. Maria di tutto ciò non parla, o parla solo di questo, non so bene.
 Non so come la Sicilia abbia attraversato Maria, questa Sicilia che io ho sotto gli occhi e la lingua ogni giorno, tanto da assorbirla, tanto da cancellarla.
Che poi ogni viaggio è, in fondo, un esercizio di lontananza (ma mi viene in mente che anche ogni libro potrebbe esserlo), e su un’isola ancora di più: Maria si esercita febbrilmente, perché sta viaggiando lontano da un amore – "come una variante del lutto" – e lontano dall’oceano, lontano da ogni forma rassicurante di grammatica, sintassi, uso comune. E misura queste distanze col suo personale sistema metrico (o ogni stile è un personale sistema metrico?), con le sue parole-bilancia e le sue parole-metro e le sue parole-bicchiere. E le sue parole-palmi, le sue parole-dita, le sue parole-bastoncini e rametti e tessuti.
Come le devono sembrare grandi, certe parole, o piccolissime.
Un po’ le invidio questa possibilità di percepirle così assolute (che etimologicamente vuol dire "sciolte, senza legami"), così piene di se stesse fino all’orlo: io ne vedo soprattutto l’ombra che proiettano sulle altre parole, i bordi, i vuoti, la possibilità di sporgerle oltre il confine, metterle in oscillazione e farle quasi significare altro.
La lingua italiana di Maria mi castiga, vi confesso: mi sembra pura ed essenziale come non riuscirà mai ad essere, la mia. Con le sue asperità che assaporo, la sua bellezza un poco spaventosa – come le gole dell’Alcantara, i garofali che si aprono nelle acque dello Stretto, la campagna gialla e feroce dell’entroterra.
 Insomma, tutto questo perché sono letteralmente incantata, dal libro di Maria (e collateralmente dall’intera seconda terna delle signore di Untitled: comincio a sentirmi del tutto presa da questo meccanismo: non avevo mai letto una casa editrice, piuttosto e prima che dei libri)(i loro appunti dalla sala macchine sono, al momento, una delle opere meglio riuscite, e ve li consiglio spassionatamente), e me lo sto portando in giro, proprio nella borsa – che i libri sono pure un poco talismani, ma anche metri pieghevoli, ombrelli, boccali, sassi, bilance, parafulmini, fiori.

 Non ho mai visto Maria: la immagino bella, con una bellezza trattenuta invano, e un poco ferita, con qualcosa di rosso profondo. C’è una sua foto, in una delle pagine untitled, che eludo sempre. A volte vorrei guardarla, ma poi resisto: mi piace pensarla come una delle sue parole, così imprevedibili e originarie, e tenermi il privilegio di immaginarla senza la complicità di un’immagine, senza la collusione del corpo, senza parentele e usi e malleverie del linguaggio.
Vorrei sentirla come lei sente una delle parole che non le appartengono, non ancora: un’esplosione nel cielo, una piccola guerra, una piccola dose di tempesta in fiore.

…sa dio con quale corpo mi tengo adesso in piedi…

Maria Carrazoni, Sicilia , Untitl.Ed

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banchetto elettorale

 “Ma che sapore ha la democrazia?” m’ha chiesto mio figlio entrando nel seggio elettorale. Che tra noi facciamo sempre questo gioco: che sapore avrà la luce? e le bugie? e le barzellette? e l’amore? Perché il nostro sogno sarebbe avere una fabbrica di caramelle “tutti i gusti più uno”, al sapore – anche – di bugie, barzellette, luce, amore, democrazia.
 “Tu che dici, tesoro?” gli ho detto, mentre ci accoglieva il familiare odore di scuola, che è di gesso, palestra e legno vecchio. Votiamo da sempre al seggio 123 della scuola elementare, al quale si arriva per un camminamento di banchi e cartelli stampati, sempre lo stesso. Andiamo in orari morti – durante il pranzo o la partita – così non troviamo file, e possiamo scambiarci i nostri pareri, e goderci lo spettacolo spartano della democrazia. Uno spettacolo alla rovescia, così povero e burocratico. Un rito laico di spago e matita copiativa (che poi è da sempre l’oggetto del desiderio di mio figlio, che ha otto anni ma vota, perché nel segreto della cabina lascio che sia lui a mettere la fatidica croce, caricando quel semplice gesto di tutta la sacralità che posso, in tempi senza sacro). Un rito da protezione civile, nelle scuole trasformate in accampamenti, coi poliziotti all’ingresso e gli scrutatori come milizia civile. 
 

Ho sempre fatto la scrutatrice, quand’ero ragazza. Mi piaceva quell’arruolamento di tre giorni, quella separazione dal mondo che era fatta per garantire la prosecuzione del mondo. Mi piacevano i cerimoniali di ceralacca con cui si sigillavano la parola data, il voto espresso, la pochezza sbrigativa del rito più importante di quelli che reggono la nostra vita comune.
 Il mio primo seggio fu in un rione d’estrema periferia, dove la città era ancora dei campi grami e spelati, e spingeva le sue dita d’antenne e case popolari fin dove poteva. Il presidente era un uomo schivo e tremebondo, terrorizzato dalle responsabilità e dal verbale, che gli provocava crisi di sussulti, come se a un vampiro avessero mostrato una bibbia.
I votanti erano per lo più gente semplice, poco avvezza alle carte e alle formalità. Specie gli anziani, che ci mettevano moltissimo a votare, e li sentivamo – qualche volta – agitarsi e sospirare e tormentarsi dietro il paravento di compensato. Poi uscivano con le schede ancora spalancate, e noi correvamo con un gridolino a salvare la segretezza del voto, mentre loro s’asciugavano il sudore.
 Mi ricordo un elettore, in particolare.
Era un anziano finto, perché la sua età anagrafica era del tutto diversa da quella che si leggeva nei solchi del viso e delle mani. Era un anziano vero, perché aveva vissuto chissà quali epoche scomparse, inghiottite dalla terra e dalla sua faccia segnata.
Quando – toccava a me – gli chiesi un documento cominciò a urlare che nessuno aveva il diritto di chiedergli niente e lui non avrebbe dato niente né a me né a nessuno. Nel gioco impersonale che stavamo giocando tutti, io ero lo Stato, né più né meno delle urne di cartone, dei verbali, della pila di schede firmate, dei carabinieri, delle tasse, del postino che porta precetti e gabelle. Il presidente faceva finta di non sentire – era uno di quegli uomini-struzzo che preferiscono fingere di non esserci, quando la storia, qualsiasi storia, si muove vicino a loro – e io non potevo insistere ma nemmeno consegnare le schede.
 Lo confesso, mi chiesi, di fronte a quell’energumeno, che senso avesse farlo votare, che cosa mai avrebbe potuto scegliere, così murato nella sua ira, nella sua ignoranza difensiva, nella sua violenza preventiva. Mi chiesi – e credo che succeda a tutti, prima o poi – cosa significhi, quanto pesi, quanto valga, perché debba esistere il voto, quel voto, un voto. Mi chiesi se il voto non sia un’utopia, come ogni scelta, come ogni democrazia. Un dogma forse necessario, sicuramente inspiegabile.
 Sono le stesse cose che mi chiedo ogni volta che rileggo “La giornata d’uno scrutatore” di Italo Calvino, e cioè prima di ogni elezione. Sono cose che mi chiedo senza darmi risposte, o meglio senza darmi altra risposta che andare lì, dietro quel paravento, con la mia matita in mano, a tracciare un segno in croce. Farlo ogni volta, e dargli spazio, in mezzo ai dubbi e ai tormenti e alla tentazione scettica di considerare ogni nostro “fare” come disfatto in partenza.

 L’elettore rissoso sbraitò ancora un poco, fino a che io non invitai formalmente il presidente a chiamare la forza pubblica, e bastò l’affacciarsi d’una divisa per ammansire quell’uomo, che pure comprendevo, nella sua ira senza direzione, e che mi sforzavo di tutelare, nei miei gesti di miliziana della democrazia, nei miei discorsi d’uguaglianza che, pure, venivano sistematicamente messi sotto scacco dal confronto massiccio con la gente, con la sostanza reale di quell’etimo: “democrazia”.
 Fu il mio primo bagno di dubbio, e il primo di moltissimi altri.

 Ieri ho raccontato tutto questo a mio figlio, mentre uscivamo dalla scuola. Lui ci ha pensato, e m’ha detto: “Allora è un sapore amaro ma in fondo dolce, o dolce ma in fondo amaro”. Ecco, una cosa così.

Nell’occasione, in queste ore gonfie che covano, ho scritto una ri-lettura di Calvino,  qui.  E vi invito a leggere questa riflessione, sul nostro "fare" che è sempre troppo poco, e indispensabile.

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danza del pallone

 No, perché a quel tempo io ero una juventina passiva.
Nel senso che mio padre era juventino d’una famiglia di juventini d’un quartiere di juventini, che non si capisce cosa c’azzeccavano, quei calabresi dell’estrema punta d’Italia, sotto il 38 parallelo – che al loro tempo le pale di fichidindia erano pure sul corso Garibaldi, e la città stava girata dalla parte dello scirocco – con la squadra più settentrionale d’Italia, così composta e torinese e ortogonale e aristocratica.
 Ma la leggenda familiare vuole che mio padre avesse trovato una figurina della Juve in una pozzanghera. Erano tempi grami, e qualsiasi figurina valeva quanto il Feroce Saladino. Mio padre non aveva disposizione alla semantica del caso – a differenza di mia madre e di tutte le mie zie, che leggevano ragnatele, fulmini e dolori reumatici – ma quella volta persino lui capì.
Raccolse il tesoro dalla fanghiglia e se lo portò nel cuore fino all’ultimo campionato, quello eccelso del 2004 di cui non avrebbe mai visto la conclusione (e certe volte mi chiedono perché piango, quando sento le classifiche della Domenica sportiva, e io non dico niente, perché non glielo posso spiegare: tra tutto il resto, la morte ci ha tolto pure due campionati, ci ha tolto).

 La figurina di Damasco di mio padre convertì tutta la famiglia: nonno Ciccio, che di suo aveva solo l’amore per i ciclisti, anche perché loro si vedevano sudare davvero, quando i mondi duravano uno stradone e una curva; zio Giovanni, che pure all’epoca era seminarista e pieno di sussiego, anche se poi abbandonò la tonaca per fare il capostazione; i centoventi cugini primi secondi e terzi; i compari innumerevoli che popolavano il quartiere, cioè l’intero mondo conosciuto.
Tutti juventini nati da una pozzanghera.

 Che poi si sa che questi amori immotivati – tutti gli amori lo sono, al nascere, e qualcuno pure al morire – diventano esclusivi e potenti. Così mio padre, che per il resto era uomo di ragione, pacatezza e illuminismo, davanti alla Juve diventava irragionevole, frenetico e superstizioso. Chessò, non calpestava le strisce, metteva gli stessi abiti dell’ultimo derby, faceva le corna quando passava un milanista.
Avendo passato l’infanzia con donne che mi mettevano pugni di sale grosso nelle tasche del grembiule e il venerdì recitavano formule contro il malocchio (ma doveva essere venedì, sennò niente), la follia scaramantica e domenicale di mio padre mi pareva innocua e persino confortante.
Naturalmente anche io e mio fratello eravamo juventini. Mio fratello si fece tutta la trafila dei maschi: le partite nel cortile delle suore, i pulcini del Bar Sport Cuore Bianconero, le figurine Panini legate con l’elastico. Io, femmina, non avevo obblighi di leva.

 Per giunta, mica si poteva essere solo juventini. La squadra cittadina era la Reggina, e valeva per tutti. La Reggina allora militava nelle parti basse di classifiche inferiori, sempre alle prese con stagioni difficilissime, dalle quali usciva per il rotto della cuffia. Eravamo tifosi perdenti e sofisti, e il tocco magnogreco che ci restava nel sangue serviva moltissimo, il lunedì mattina (che allora si giocava solo di domenica e una vittoria valeva due e basta, ma dava da mangiare per una settimana).
 A me piaceva andare alla partita, di domenica. Il campo sportivo era un mondo separato, con un odore di erba, cicche, cemento vecchio e CaffèSport Borghetti inebriante. Andavamo proprio tutti – tranne mia madre, che restava a custodire il resto del mondo – e occupavamo una fila intera di posti in gradinata.
La partita cominciava molto prima, durante il pellegrinaggio collettivo attraverso il quartiere – che era uno dei quartieri bassi costruiti dopo il terremoto, quadrati ma ingentiliti dal liberty meridionale e selvaggio che si coltivava qui. La partita erano le gradinate dove la città si ricomponeva, alta e bassa, città di paese degli anni Sessanta, che al Sud duravano pure negli anni Settanta e quasi Ottanta. La partita erano gli intervalli coi panini, le sciarpe fatte in casa, le ‘ngiurie, il pacco di sale che volava fino al bordocampo, le corone di peperoncini. La partita era piena di spine, di solito. Ma qui abbiamo avuto Borboni e feudatari, terremoti e saracini, e siamo abituati, a soffrire.
Tanto, poi c’era la Juve.

 Così fu naturale, anche dopo, proseguire.
Gli psicanalisti dicono che cerchiamo sempre la figura paterna, e dunque io cercavo con insistenza uno juventino. E ne ho incontrati di ogni specie, fino al mio ex marito incluso.
Poi incontrai un romanista. Ma questa è un’altra storia.

 Tutto questo perché la Bottega di lettura ospita oggi un mio pezzullo dedicato al calcio, una delle belle illusioni della vita (assieme al tango, alla letteratura, allo sformato di patate e mozzarella, ai golfini pervinca, ai commenti, all’amore)(non necessariamente in quest’ordine).

 

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