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Posts Tagged ‘balnearia’

Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d’acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl’incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde – torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti – ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

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Sarà la crisi, ma quest’anno le mariecristine scarseggiano, come i ricci di mare e gli eppiauar gratis.
Rare teste mesciate, gioielli appena laminati e asciugamani di Missoni fasulli denunciano la preoccupante sparizione delle mariecristine dalle nostre spiagge, forse dalle nostre vite.
Ma altri personaggi s’affacciano alla ribalta balneare, per dimostrarci che la vita è sempre la migliore delle fiction.
Per esempio Baby Jane.
E’ un incrocio tra Bette Davis e Mirigliani, e si tumula di solito nel lettino accanto al nostro, per interminabili sedute di abbronzatura ai limiti dell’autocombustione. Infatti è ebano scuro con sfumature d’incendio. Ma i riccioli biondi sono sempre perfetti, trattenuti da mollette di strass e fiori carnivori di plastica fucsia che fanno pendant col bikini fiorato pesante, come un giardino pendulo di Babilonia o un’aiuola della stazione centrale.
Però è simpatica, ride vezzosa e dice sempre: “Non ci credereste mai che ho sessantaquattro anni”. Infatti non ci crederemmo mai. Ma pensiamo che solo il Carbonio 14 potrebbe stabilire con certezza la sua datazione.
Quasi di fronte sta Lady Godiva-Visnù, in posa da trimurti con le sue ancelle, la bruna anoressica e la bionda tormento. Ha i capelli più lunghi che io abbia mai visto, le arrivano al ginocchio e lei li tira, li avvolge, li annoda come i cavi delle navi traghetto. Poi ne fa un cono assiro che si appunta sulla testa, e siede ieratica nel lettino di centro, tra le due cortigiane che le fanno vento con la testa e le servono caffè freddo rituale, ghiaccioli di menta e marlboro. Io la guardo affascinata, e qualche volta le presenterò anch'io un’offerta. Una medusa morta, o un panino del chiosco col prosciutto antichizzato, o una bottiglietta di tè che qui costa quanto la mirra.
A volte scendono in acqua con circospezione; Lady Godiva scruta tutto il litorale, dà una scossa d’assestamento al seno (che è una quinta coppa effe) e si leva in piedi, ondeggiando come nelle processioni degli elefanti. Le ancelle si mettono ai lati e la scortano in acqua, salmodiando.
Quando s’immergono, succede qualcosa. Forse lo Stretto, che è un vecchio mare sacro e suscettibile, si rivolta nel fondale e rimescola le correnti. Io sospetto che sia invidioso.

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Ieri – nel girone dantesco della spiaggia di domenica pomeriggio – l'ho saputo con chiarezza: io odio la gente almeno quanto amo l'umanità. Sopraffatta dalla vergogna, me ne sono scappata a casa dove, in fondo, c'era pur sempre gente, ma almeno me la sono scelta e in un caso persino fabbricata da sola.
E dire che ero andata al lido degli anziani, quello dei cinquantenni diroccati ma ancora idealisti – per intenderci, quelli che ieri erano con me a fare il sit-in davanti alle trivelle, ridicoli ma temibili avamposti del Ponte delle bugie – quello delle famiglie multiple (noi laici abbiamo un gran senso della famiglia, come sanno tutti), quello che una volta si chiamava Legambiente ed era una forma di resistenza umana e balneare ed oggi è pressoché indistinguibile dagli altri lidini geneticamente modificati con dosi di eppiàuar e calcio saponato e musica tekno fino al bagnasciuga e oltre.
Ma non c'è scampo, alla televisivazione coatta delle nostre vite, e dunque la domenica ha pian piano assunto la sua dimensione tragica di reality balneare, le sue caratteristiche di alveare furioso dove è abolita ogni distanza prossemica (e talora pure ogni traccia di deodorante), la sua protervia di campionato delle molestie attive e passive.

Erano un milione circa, equamente distribuiti in centocinquanta metri di litorale. Piantavano nella sabbia mozziconi, bucce
d'anguria, cingomma masticata, chiodi, bambini. Giocavano a pallone, a palletta, a tennis, a pingpong, a rugby colpendo a caso tutto quello che si muoveva, nuotava o respirava.

Scendevano in acqua con la grazia dei bufali muschiati, e restavano
nella pozza a celebrare amori, gossip, deiezioni vicendevoli.

Lo Stretto, per giunta, che è un vecchio mare insofferente e
'mpituso, per dispetto secerneva pantani, o stagni, o correnti maligne, o flussi d'immondizie flottanti d'incerta provenienza.

Il tutto sovrastato dagli altoparlanti che altoparlavano incessantemente, distribuendo la democrazia ottusa e livellatrice del rumore che chiamano musica, che chiamano spot, che chiamano jingle, che chiamano – sigh e sob – parola.

Io ero persino affascinata, da tanto orrore, e ho resistito finché ho potuto. Poi mi sono detta: sei sempre la minoranza, povera te. Ho preso la borsa e, scansando la lotta grecoromana dei bambini accanto e il fuoco amico delle parole crociate della signora di lato (che risolve solo quelle a due lettere, tipo “sigla di Reggio Calabria”, oppure “Iniziali di Totti” e passa il resto del tempo a chiedere a me “capitale di Sao Tomè”, “il dramma scritto da Ulderico Mòzzichi nel 1765”, “nome del cugino primo di Stefano Bartezzaghi”), bombardata da una canzone che ricordava la sala macchine del polo siderurgico, sono scappata, chiedendomi dove ho sbagliato.
Ma lo so, dove sbaglio: dovrei diventare ricca, comprarmi una villa romita immersa nel silenzio e contemplare da lontano il mio amore per l'umanità, a distanza di sicurezza dalla gente.

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stretto versione cartolina

  Il primo giorno il mare è un cerchio sacro. Specie quello di qui, che ha sfondo di lago ma conserva il tono profondo, salino e drammatico del mare aperto.
Dopo aver ruminato per un inverno l'eterno pasto di detriti – che non sono più lava, pomice e roccia quaternaria, ma oramai piastrelle, marmo di palazzina e asfalto color petrolio – il mare estivo appare docile e
domato. Muove appena i fianchi tra le sponde strette dei piloni gemelli – fronte contro fronte, le dita di traliccio allargate nell'aria, la chioma elettrica invisibile eccetto che nei fruscii dei ponti radio, nei silenzi
pieni di brividi dei canali riceventi.
Confina con Scilla e Cariddi, col passato remoto e il futuro incerto, con il Continente assorto nel suo sonno e l'isola sveglia di notte, gli occhi accesi come brace. Appartiene solo a se stesso, però, o all'astrazione chiamata Mediterraneo, il ventre celeste allargato nella cartina d'Europa.

Il primo giorno devi sottometterti e invocare protezione: si entra in acqua facendo il segno della croce, che non arriva più in basso o in alto di un paio di metri, e non accontenta certo gli strati profondi e superficiali di dèi accumulati gomito a gomito. Ma per fortuna il corpo recita inconsapevole ogni genere di sortilegio, affidandosi al mare.

Scendi d'un passo, due passi nella sua ininterrotta circolazione di correnti, nella conversazione senza limiti di tempo che svolge con potenze similari o interamente differenti, chiudi gli occhi e ti lasci sprofondare, perché per antica convenzione sarà lui a sostenerti.

Non è un mare di pesci, di barche, di fari. Il mare del primo giorno arriva fino alle caviglie, poco oltre le braccia, attraverso i capelli. E' il mare personale, assoluto, dal quale continuiamo ad andare a lezione d'incoscienza, d'attesa e di ritorno.

Dedico al mare, il nostro mare intemperante, antico e minacciato, lo spazio che in questi giorni l'Unità (sì, avete letto bene: l'Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci) sta, bontà sua, riservando alle mie povere cose. Siate pietosi, equi e solidali. Anche perché, a parte i miei testulli, ci sono cose ghiotte come l'Eternauta, Camilleri & via leggendo. E' resistenza umana, sappiatelo.
Ogni giorno (o quasi: siamo umani, e pure calabresi), in differita, pubblicherò qui la nota unitaria. Partecipate compatti.

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  Ebbene sì, ieri si sono consumati – nello stesso giorno – due dei più temibili riti estivi: il primo sabato d’agosto e la serata musicale condominiale a bordopiscina.
Il sabato era molto sabatesco: nel villaggio di contenzione l’aria leggera era traforata soltanto dal canto irriducibile del martello pneumatico (l’edilizia qui è governata da Penelope: si costruisce per demolire e ricostruire, ricostruire, ricostruire), la piscina era distesa nel suo azzurro imparziale sotto i vapori di cloro, il sugo ribolliva pianissimo nei tegami (una tenue traccia odorosa risaliva i vialetti, basilico cipolla rossa origano olio), mentre altrove già si confezionavano le gamelle da spiaggia (pasta ‘ncaciata, gattò di patate, panini con la mortadella pallida). Un sabato d’agosto morbidissimo, invitante. Appunto, erano invitati proprio tutti. E ci sono venuti.
La famiglia francese fosforescente, cortesissima, con un numero imprecisato di bambini armati di autentici attrezzi da cantiere, che subito hanno scavato una buca buona per le fondamenta del Ponte o, al limite, per verificare la teoria degli antipodi (c’è davvero l’Australia, dall’altra parte del globo? E soprattutto, camminano davvero a testa in giù?).
Le mariecristine.
I cofani.
Il gruppo della “cosa frasca”: organismi geneticamente modificati per eliminare la pronuncia di qualsiasi vocale che non sia la “a”: “Ci prendiamo una cosa frasca?”; “ha fatta la piaga…”; “bambine, vanite all’ambra…”; “hai messa l’alia di cacca?”.
I capodogli e le capodoglie.
I bambini che giocano coi racchettoni.
Gli adulti che giocano coi racchettoni.
Le fanciulle con la gonna a palloncino.
Le fanciulle coi pantaloni da emiro.
Il club delle fumatrici depassé (la loro ragione sociale è sostituire, in un paio di anni, tutti i sassi del Mediterraneo con le loro cicche al rossetto).
I mangiatori di pizzetta.
Gli imprenditori del lettino: in pochi minuti realizzano condomini sul bagnasciuga, collegando fino a dieci lettini e anche ventotto asciugamani.
Le girasolesse da spiaggia: seguono il sole orientando viavia il lettino, e a fine giornata hanno percorso più di 180 gradi, anche passando sulle vive carni di chi sta loro accanto.
I giratori di spalle al mare.
I camminatori con tappine che sollevano ventagli di sabbia.
I mostri brutti.
I mostri belli.
I facenti la fila per la doccia.
I facenti la fila per il caffè caldo, il caffè freddo, la granita finta, il gelato.
I lettori di Repubblica.
I lettori di Libero.
I non lettori.
I mariti.

  Alle tredici e trenta il mare era praticamente invisibile, occupato dalle truppe umane che perlopiù gli giravano le spalle ed erano intente alle proprie consuete occupazioni, che solo per caso si svolgevano in spiaggia: chiacchierare, fumare, giocare a scala quaranta o a niente, provare fastidio, spulciarsi, guardarsi l’un l’altro. La composizione delle tribù, in effetti, appare chiarissima a chi ha anche solo un’infarinatura di etologia: i maschi alfa, che in spiaggia sono femmine, tengono unito il branco, provvedono al cibo, al rispetto delle distanze asciugamaniche e alla giustizia distributiva lettinica, oltre a presiedere ai riti di fratellanza-ostilità con gli altri clan e – all’apparire ciclico degli ambulanti – all’approvvigionamento di cavigliere d’argento, teli etnici, occhiali da sole e secchielli soprannumerari. Le femmine beta, che in spiaggia sono maschi, possono trascorrere nell’immobilità più assoluta anche sette o dieci ore, purché posizionati all’ombra e forniti di carta da giornale rosata. Si riscuotono dalla loro catatonia familiare solo per tornei di bocce-bersaglio (i bersagli sono i vicini d’ombrellone o i passanti, che valgono più punti), immersioni collettive da branco di bufali nella pozza, passaggi rituali di caffè freddo.

  Il mare, manco a dirlo, era incazzato nero, e si esprimeva in un’acqua torbida, malamente azzurra, senza rumori riconoscibili. Anche perché, nel frattempo, lo Stretto era tagliato per lungo da innumerevoli imbarcazioni, secondo tutte le declinazioni del censo, dello scoperto bancario e dell’idiozia sociale.

  Ma.
Bastava fare due bracciate, allontanarsi dai branchi che s’abbeveravano di niente sul bagnasciuga, e girare loro le spalle, e il mare tornava a consolarti, con le correnti fredde, l’azzurro profondo come un nero, l’acqua antica dei fondali rocciosi che risaliva nuova apposta per te.
E allora comprendevi che persino loro, i branchi rumorosi e infelici, non lo sapevano ma stavano cercando la stessa cosa, stavano nutrendo allo stesso modo i loro corpi appannati e le loro anime misconosciute. Senza saperlo, senza poterselo dire e nemmeno comprenderlo, erano lì per celebrare la stessa appartenenza, la stessa devozione al mare e alla sua lezione di musica e coscienza. Stonati, rumorosi e incoscienti, sì.

… continua, purtroppo…

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  Io me lo ricordo bene, quel 20 luglio 1969.
Sbarcammo sulla luna già dalla mattina, al mare. La luna era un’impronta di sale vecchio, un osso di seppia, un muro a calce dell’estate interminabile (negli anni Sessanta le estati duravano otto o dieci mesi, con molto pane e pomodoro, peruzze e bagnasciuga), e scese a prenderci quasi subito.
Mamma, donna pratica, ci aveva messo canottiere rigate e cappellini, ma s’era interrotta chiedendosi: ci sarà il sole, sulla luna? Optò per il sì.
La luna s’era chinata vertiginosamente verso di noi, che pure vivevamo in un mondo abbastanza lento e ruminante e terrestre, ma preparavamo da mesi quello sbarco colossale. I giornali – che pure allora erano anche loro più lenti, con pagine che bastavano per giorni – pubblicavano equazioni d’accelerazione, servizi sui giunti cardanici e biografie degli astronauti come attori del cinema. La luna s’allontanava, così come la conoscevamo, eppure s’avvicinava, magnifico e hollywoodiano corpo celeste fabbricato in America.
Mamma diresse lo sbarco, che era piuttosto un imbarco, visto che quella luna sembrava proprio una barca gigantesca d’un legno secco ed azzurro: passammo sulla spiaggia, in fila indiana, coi secchielli e le palette (ci chiedevamo: ma ci sarà la terra, sulla luna?) e il cestino della merenda. La luna cominciava con una passerella di assi piccole, un acciottolato di sassi bellissimi, con una risacca leggera di schiume. Perché l’unica cosa che sapevamo con certezza era che sì, il mare c’era, sulla luna. Anzi, i mari. Con nomi poetici come Mare della Tranquillità o Mare della Fecondità. E quindi avevamo i costumini bene allacciati, per farci il primo bagno lunare.
Sapevamo ogni cosa, della luna: che attirava i lupi, i pesci e le maree. Che gradiva l’argento,che si mangiava i morti. Che aveva una faccia nascosta (ma noi la vedevamo lo stesso, che guardava giù col naso e gli occhi a punta). Che a volte era dipinta di rosso, ed era così enorme che mamma tirava dentro la biancheria, perché non ci cadesse su la polvere lunare. Che arrivava su un carro, ma secondo noi era una barca (infatti era una barca). Che penzolava dai rami, ma anche dal niente. Che a volte si piazzava nel centro esatto dello Stretto, a galleggiare cantandosi incomprensibili canzoni lunari che agitavano i sonni e i pesci. Che ad agosto non se ne andava mai da casa, dove entrava sotto forma di fiumi di latte appiccicoso, latte di mandorla probabilmente. Allora camminavamo con la luna alle caviglie, e poi facevamo storie, prima di dormire, perché non volevamo lavarci i piedi.
Insomma, si trattava solo di salirci sopra, ormai. Camminare sulla luna era normale. Faceva rumore di passerella, e odore di lido e oleandri. Faceva rumore di sandali, e odore di cabine bagnate.
Facemmo anche il bagno, in un mare a caso che sembrava preciso il nostro: freddo, blu, pieno di correnti, nervoso.
All’una eravamo a casa per mangiare le penne al sugo.

dedicato alla luna, che non è mai più stata la stessa, dopo.

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le mariecristine da vecchie

 Sono ogni anno di più, le mariecristine. Non perché figlino più di tanto: hanno circa due figli a testa, di cui una è sempre una mariacristina. Oppure lo diventerà.
Ma s’aggiungono ogni anno cugine mariecristine, amiche mariecristine, amiche delle amiche mariecristine. E a volte anche vicine d’ombrellone si trasformano in mariecristine, perché è una cosa genetica ma anche virale, innata ma anche imitativa, biologica ma anche culturale. Si nasce, mariecristine, ma anche si diventa. Spesso tutti e due.
  Le mariecristine anzitutto si chiamano Mariacristina, Mariavittoria, Mariateresa, Mariagabriella, Mariagiovanna. Non si chiamano mai Mariapia, Mariagrazia, Marialuisa.
  Le mariecristine sono vestite da mariecristine: con caftani di garza incrostati di stalattiti e stalagmiti, magliettine da tennis e vela, sottovesti di pizzo o cotonine a nido d’ape o forse di vespa. Sotto, portano costumi laminati incastonati da profilati d’alluminio, gioielli romanobarbarici, denti di squalo. Sopra, portano borse gigantesche, di plastica pop, o paglia intrecciata a forma di fienile, oppure pelle di armadillo verniciata di rosso con oblò da veliero e portacellulare in nabuk tirolese.
  Le mariecristine sono state in crociera, e continuano a parlare del ponte di sopra e di sotto, e della piscina salata. A mare non si bagnano mai perché il bagnasciuga è sassoso, l’acqua fredda, i bagnini irriverenti. Però si piazzano a cinquanta centimetri dall’acqua e richiamano i figli con lunghe strida di capodoglio offeso oppure orca morente. I figli le ignorano e continuano a tirarsi pietre di fondale, meduse morte, coltelli da sub.
  Le mariecristine non prendono il sole, perché tanto si sono già fatte le lampade fin da aprile, e sono tutte marroni scure. Le mariecristine profumano di cocco, sali del marcaspio, alghe norvegesi, Chanel numero cinque.
  Le mariecristine non mangiano, ma producono tonnellate di insalata di riso scondita, panini con la bresaola appassita, macedonie di pera triste.
  Le mariecristine fumano molto, soprattutto sigarette sottili che spengono nella sabbia e lasciano lì, macchiate di rossetto. Alla fine di agosto ci sono più cicche di mariecristine che sassi, nel mediterraneo.
  Le mariecristine hanno bracciali, collane, orecchini da guerra. Amano i cerchi d’argento di trenta centimetri di diametro, oppure i gioielli di famiglia d’oro cesellato a forma di tempietto barocco. Portano pure cavigliere piene di sonagli, e quando passano fanno rumore di monatti in processione. Le mariecristine amano molto gli ambulanti della spiaggia, e li ospitano spesso sotto i loro ombrelloni e passano ore e ore a guardare le collane e gli orecchini, a provare gli anelli sollevando la mano e mostrandola alla mariacristina accanto, che ogni volta annuisce scuotendo la criniera ed emettendo un caratteristico leggero barrito. Ma poi quando devono comprare cominciano a piagnucolare dicendo che non hanno soldi e il marito s’arrabbia e se possono pagare in trenta rate da venti centesimi.
  Le mariecristine non leggono, non ascoltano musica, non guardano il mare. Si guardano tra loro, accostando le teste mesciate, e parlano di mariti e malcontento e altre mariecristine di altre spiagge.
  I mariti delle mariecristine sono uomini annoiati con bragoni fino al ginocchio e orologi fantasmagorici che si collegano ai satelliti e cercano da soli i negozi online. Sono calvi, di solito, con brevi pizzetti e pelo rado sul petto. Sono molto avvocati, o molto bancari.
  I mariti delle mariecristine vengono solo nei fine settimana, e le mariecristine dicono: “Ragazzi, c’è papà oggi”, e i ragazzi le ignorano e continuano a tirarsi pietre di fondale, meduse morte, coltelli da sub. Poi le mariecristine distribuiscono l’insalata di riso e si sdraiano sul lettino, stanchissime.
E’ un duro lavoro, essere mariecristine, ma qualcuno deve pur farlo.

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